Scoperta e degustazione di dolci realizzati con olio extravergine. Ad Alliste

Domenica 29 dicembre ad Alliste (Le), dalle 10.30 alle 13

image003

Può un dolce essere salutare? L’esperto dice sì

Scoperta e degustazione di dolci realizzati con Olio EVO

Nella prossima “Buona (e sana) Domenica” sono di scena

il PanSorriso, il PanGioia ed il PanBellezza con ingredienti sani a km 0

 

 

Incontri con esperti di nutrizione e di estetica, degustazioni,

minispettacolo con P40, mostra pittorica e omaggi a chi giunge in bici

 

La prossima “Buona (e sana) Domenica”, oltre ad essere buona e sana, sarà anche molto …dolce! Sì, perché domenica 29 dicembre, presso il Cafè dei Napoli in pieno centro ad Alliste (Le), i riflettori saranno puntati su dei prodotti di alta pasticceria che hanno la straordinaria caratteristica di essere realizzati con Olio Extravergine d’Oliva (al posto del burro), miele (al posto dello zucchero), lievito madre e tanti altri ingredienti assolutamente naturali e a km 0, parliamo del PanSorriso, delPanGioia e del PanBellezza, i tre dolci della salute concepiti e realizzati dal pasticciere salentino Giovanni Venneri. Il segreto del PanSorriso sono i fichi secchi salentini macerati nell’Elisir S. Marzano, il PanGioia ha un’anima di “cuettu” ed il PanBellezza nasconde nella sua dolcezza chicchi di melograno e aloe vera.

 

L’appuntamento quindi di quest’altra “Buona (e sana) Domenica della Dieta Med-Italiana” è fissato per il 29 dicembre. Il programma, sebbene si svolga nella sola mattinata, è ricco e pieno di sorprese. Si comincia alle 10.30 con due incontri con esperti, il nutrizionista Cristian Manni illustrerà tutte le proprietà salutistiche, terapeutiche e nutrizionali degli ingredienti che compongono i tre dolci mentre l’esperta di estetica Anna Barbieri concentrerà l’attenzione sul PanBellezza. Per l’intera mattinata, dalle 10.30 alle 13, sarà possibile conoscere, apprezzare edegustare gratuitamente tutti e tre i prodotti dolciari, oltre all’olio extravergine “Adamo” (con cui i dolci sono realizzati) ed il “cuettu” e Vincotto Primitivo dell’azienda di Melissano “Terra Apuliae”. A completare il cartellone degli eventi un mini spettacolo del cantattore salentino P40 e la presentazione della personale di pittura “Amore e …non Amore” di Mario Venneri.

 

Anche in questa terza occasione saranno premiati tutti coloro che giungeranno in bicicletta, in quanto Giovanni Venneri ed il Cafè dei Napoli regalerà loro un “PanGioia” da 250 gr., questo perché la Dieta Med-Italiana è anche movimento, attività fisica e eco-sostenibilità.

 

Ricordiamo che le “Buone (e sane) Domeniche – il buon gusto della salute” sono una serie di incontri che avranno luogo durante alcune delle domeniche di questo prossimo inverno/primavera e che, volta per volta, punteranno i riflettori su un ben specifico prodotto caratterizzato dall’essere sia buono al gusto che sano e salutare. Un vero e proprio nuovo format di eventi ideato dagli studenti di “Pro_Salento” e mirante a formare e ad informare la cittadinanza, i turisti e i visitatori sulla grande qualità dei prodotti realizzati sul territorio e sui loro benefici in termini di benessere e salute.

Una probabile nuova specchia in territorio di Alliste

lato nord-est della costruzione
lato nord-est della costruzione

testi e foto di Francesco Giannelli

 

 

La passione e lo studio del territorio vengono spesso gratificati da chi sa ben porsi nei confronti del nostro paesaggio, mai sufficientemente studiato e valorizzato.

Una terra generosa, plurimillenaria, che porta ancora in sé i segni dell’uomo antico, almeno fino a quando si cercherà di tutelarla e difenderla dai numerosi tentativi di antropizzazione, non sempre leciti e rispettosi.

In una delle mie recentissime escursioni, questa volta sulla Serra “Calaturo” di Alliste, credo di essermi imbattuto in una presunta specchia o fortificazione di epoca remota. Mi pare che essa sia sconosciuta ai più, e non la ritrovo tra quelle censite dal De Giorgi in Alliste, che in questo comune classificò solo Specchia Sciuppano e Specchia dell’Alto. Per quel che ne so il felice mio ritrovamento non mi pare sia stato censito da altri studiosi locali e sono ben lieto di renderlo noto ai lettori di questo sito e a quanti si interessano di questo argomento.

specchia  (10)

Alla segnalazione aggiungo anche qualche dato, per supportare la notizia e per coinvolgere gli esperti, sebbene stia per inviare dovuta comunicazione alla Soprintendenza.

Ciò che mi ha colpito sono state soprattutto le dimensioni notevoli della costruzione, circa 24 mt di diametro, con un muro perimetrale che in alcuni punti dell’alzato registra un’altezza compresa tra i 2 e 2,5 mt.

Costruita con massi non perfettamente squadrati, colpisce la dimensione notevole di alcuni di quelli incastrati in più punti e soprattutto di alcuni massi che formano il basamento, almeno per quello che si riesce a intravedere.

particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato sud
particolare del muro sul lato est
particolare del muro sul lato est

La mia inadeguata formazione archeologica mi impedisce di formulare ipotesi fondate, ma non risulta insufficiente a ritenere l’affascinante costruzione un’opera di fortificazione o forse anche solo di avvistamento, considerando la strategica posizione, ad un’altitudine di 61 mt s.l.m., che permette di godere di una meravigliosa vista panoramica del territorio circostante, compresi, a sud, il tratto di costa prospiciente Ugento e fino a Torre Pali, ad est tutta la vallata fino alla serra di Casarano e di sant’Eleuterio (Parabita). Un’ulteriore, inevitabile, considerazione riguarda il collegamento a vista tra la nostra e la nota Specchia dell’Alto in direzione nord, quasi anticipasse la collaudata comunicazione tra le torri costiere meridionali che sarebbero sorte qualche secolo dopo.

vista dal lato sud
vista dal lato sud

 

vista dal lato ovest
vista dal lato ovest

Olio e miele salentino al posto di burro e zucchero

da Med-It News

    Il “PanSorriso” salentino sulla tavola di 600 medici in tutta Italia

La lombarda “Cieffe Derma” sceglie la creazione di Giovanni Venneri. Grazie alla Dieta Med-Italiana il dolce della salute si conferma tale

 

Sono ben 600 i “PanSorriso” commissionati e che nei prossimi giorni raggiungeranno altrettanti studi di medici dermatologi in tutta Italia. A compiere il bello e sano gesto è la società “Cieffe Derma” di Lesmo, in provincia di Monza Brianza, azienda leader nel campo della ricerca dermatologica, la quale ha voluto in questo modo omaggiare i professionisti italiani con un dono che fosse al tempo stesso originale, buono, prezioso e, soprattutto, sano. Quale migliore regalo da fare a dei medici se non “salute”? Il titolare dell’azienda lombarda, Salvatore Frontera, è venuto a conoscenza del dolce salentino tramite le azioni divulgative della Dieta Med-Italiana e, incuriosita dalle peculiarità salutistiche del PanSorriso, ha voluto conoscere ed assaggiare di persona il nuovo prodotto dolciario. Il risultato è intuibile, data la natura di questo articolo. «All’inizio non volevo crederci, pensavo fosse uno scherzo degli amici – racconta Giovanni Venneri, il pasticciere di Alliste (Le) inventore del dolce – poi man mano che proseguivano le trattative ho compreso che si stava facendo sul serio. Non ho parole per descrivere la soddisfazione provata, non tanto per l’importanza economica dell’operazione (che in questi tempi non è certo cosa da poco) quanto per il fatto di sapere che domani seicento medici, seicento famiglie in ogni regione d’Italia avranno la possibilità di conoscere, degustare e, mi auguro, apprezzare questa mia dolce “creatura”. Ci tengo molto a sottolineare che è un prodotto territoriale del Salento tanto è vero che ho dato al PanSorriso lo slogan “Ha il Salento dentro”. Naturalmente ho ringraziato di cuore il dott. Frontera per averci scelto e non finirò mai di ringraziare gli studenti dell’Istituto “Galilei Costa” di Lecce che, attraverso le loro valide azioni di promozione della Dieta Med-Italiana, sono riusciti a far conoscere ben oltre i confini locali e persino nazionali questo mio nuovo prodotto dolciario.»

Come se non bastasse, grazie alle sue caratteristiche naturali il PanSorriso è stato anche scelto per essere presentato a Roma il 25 e 26 novembre nell’ambito del 62° Congresso Nazionale della Cidesco dal titolo “Beauty&Innovation”.  Il PanSorriso è un dolce particolarissimo, conosciuto come dolce della salute e del buonumore per via dei suoi ingredienti che lo rendono sano e naturale al 100%. E’ realizzato con olio extravergine d’oliva “Adamo”, prodotto sempre ad Alliste, e con miele del luogo, che sostituiscono rispettivamente burro e zucchero, rendendolo così leggerissimo, sano e digeribile.

Per ora Giovanni Venneri ha previsto due varianti, all’arancia e ai fichi, entrambi straordinariamente buoni. Ricordiamo che il pasticciere salentino ha creato il PanSorriso appositamente per la Dieta Med-Italiana e ha scelto l’importante evento del “Festival della Dieta Med-Italiana”, avvenuto lo scorso maggio, per annunciarlo e presentarlo alla stampa e al pubblico. Da allora il dolce ha ricevuto un’inarrestabile escalation di interesse, sia commerciale che “etico”, per via della sua particolare naturalezza e per la scelta di tutti gli ingredienti a km 0.

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

La Madonna del Rosario di Alliste opera giovanile di Giovanni Andrea Coppola

Fig. 1 – G.A. Coppola, Madonna del Rosario. Alliste, Chiesa di San Giuseppe

di Emanuele Arnesano
Le vicende della Madonna del Rosario, grande tela del pittore gallipolino Giovanni Andrea  Coppola, sono strettamente legate a quelle della chiesa di San Giuseppe, ad Alliste, in cui essa da sempre è custodita. La ricca documentazione storica, che la riguarda e cui si fa riferimento nel presente lavoro, è costituita soprattutto dalle relazioni sulle Visite Pastorali che si susseguirono in Alliste nell’arco di un secolo, dal 1618  al 1719, conservate nell’Archivio Vescovile di Nardò e puntualmente citate da Antonio Pizzurro in un suo interessante lavoro[1]. Lo studioso ci informa che nel 1618 al vescovo De Franchis la chiesa, che allora era denominata chiesa di S. Salvatore, sembrò piccola e vecchia. Il presule perciò invitò le autorità comunali del tempo a migliorarne le condizioni attraverso lavori di manutenzione straordinaria. Quando il vescovo ritornò per una seconda visita nel 1620 notò che in due anni nulla era stato fatto e questa volta ordinò che la chiesa venisse addirittura ricostruita.

Fig. 2 – G.A. Coppola, Madonna del Rosario, particolare (ritratto del committente). Alliste, Chiesa di San Giuseppe.

I lavori di ampliamento e ristrutturazione iniziarono quasi subito ma, a causa dei costi e soprattutto delle tristi condizioni economiche in cui versava l’Università di Alliste, si protrassero per tutto il secolo XVII. Comunque già nel 1659, durante la sua visita pastorale, monsignor Girolamo De Coris accennò brevemente, oltre che all’altare maggiore, anche all’altare e alla  tela del Santissimo Rosario, la cui costruzione era stata autorizzata dal papa Urbano VIII con bolla del 15 gennaio 1636. L’altare venne nuovamente lodato nella successiva visita pastorale da monsignor Orazio Fortunato il 24 maggio 1678.

Finalmente l’8 gennaio 1698 lo stesso vescovo Fortunato poté visitare la nuova chiesa ormai del tutto ricostruita e i suoi cinque nuovi altari. Nel 1719 il vescovo Antonio Sanfelice – che intanto nel 1717 aveva elevato la chiesa parrocchiale a Collegiata ad instar – nella visita pastorale (29 aprile-1 maggio), «visitavit altare S.mi Rosarij et laudavit».

L’opera, un olio su tela di notevoli dimensioni (cm. 385 x 250), non è firmata e riporta le seguenti iscrizioni: sullo stemma in basso a sinistra, «SPES MEA IN DEO EST» e, accanto al ritratto del committente (ripetuta sul bordo esterno dell’ovale), «EX VOTO DIDACI DE TOMASO».

Il dipinto (fig. 1), già segnalato dal De Giorgi nel 1888[2] e attribuito a Giovanni Andrea Coppola, è stato pubblicato dal Galante nel 1993[3], dopo più di un secolo durante il quale incuria e dimenticanza ne avevano compromesso gravemente lo stato di conservazione. Il Galante, nel confermarne l’attribuzione a Giovanni Andrea Coppola, ha proposto quale data di esecuzione il 1655, ponendola negli ultimi anni di attività del pittore gallipolino, morto nel 1659[4].

Fig. 3 – G.A. Coppola, Madonna del Rosario, particolare (Viaggio al Calvario). Alliste, Chiesa di San Giuseppe.

Un recente restauro, eseguito nel Museo Provinciale Sigismondo Castromediano di Lecce, ha riportato il dipinto alla bellezza originaria, testimoniata da alcune foto, eseguite da chi scrive, a corredo del presente lavoro. 

Il problema della tela della Madonna del Rosario oggi riguarda principalmente la datazione, che andrebbe notevolmente anticipata rispetto al 1655 e collocata tra il 1638 e il 1640. Più che alla maturità, apparterrebbe a quella che possiamo definire la fase giovanile dell’attività artistica del Coppola, che comprende gli anni che seguirono il suo rientro in patria, avvenuto nel 1637, e precede la realizzazione delle grandi tele della Cattedrale di Gallipoli. A sostegno della nuova proposta di datazione interviene la storia stessa della committenza. Antonio Pizzurro ci informa infatti che il conte Diego De Tommasi (1609 – ?), ottenuta l’autorizzazione con bolla del papa Urbano VIII del 15 gennaio 1636, fece costruire nella Chiesa Matrice di Alliste un altare sormontato dalla grande tela della Madonna del Rosario, dove in basso a destra fece dipingere la propria immagine e a sinistra lo stemma della nobile famiglia De Tommasi. Se l’autorizzazione papale alla costruzione dell’altare è del 1636, appare strano che il De Tommasi abbia commissionato il quadro votivo circa vent’anni dopo. D’altro canto la tela è un tutt’uno con la spessa e artistica cornice aggettante, che la contiene, ed è parte integrante della mensa dell’altare, che dal punto di vista artistico non presenta particolari degni di nota; non si spiegherebbe pertanto la presenza per circa vent’anni di un altare costituito solo da una mensa priva di elementi decorativi. Il committente, inoltre, raffigurato dal pittore nell’angolo in basso a destra (fig. 2), appare piuttosto giovane, di una trentina d’anni (era nato nel 1609) più che un cinquantenne.

Fig. 4 – G.A. Coppola, Madonna del Rosario, particolare (Flagellazione). Alliste, Chiesa di San Giuseppe.

A confortare la proposta di nuova datazione della tela intervengono comunque vari elementi stilistici. Anzitutto vi è da osservare che, come le storiette della Vergine delle Grazie e dei Santi Giovanni Battista e Andrea della Cattedrale di Gallipoli, i quindici tondi dei Misteri del Rosario (fig. 1) sono stati dipinti con massima cura da Giovanni Andrea Coppola, che, nonostante il piccolo formato, ha costruito i singoli episodi con grande armonia ed equilibrio. La misura ridotta comunque non ne compromette la fruibilità, al punto che per questa tela si può parlare di sedici scene: i 15 tondi e il grande ovale interno.

La parte centrale della tela richiama la Pentecoste di Coppola del 1636 che si conserva in San Romano a Lucca, in particolare per l’impostazione simmetrica della scena che vede la Vergine posta al centro. Nei personaggi ai lati della Vergine nella Madonna del Rosario tornano gli apostoli della Pentecoste, con lo sguardo rivolto verso l’alto: in particolare la figura del pontefice Pio V con la tiara rimanda direttamente all’apostolo a sinistra della Pentecoste, con la testa rivolta totalmente all’indietro. La disposizione dei personaggi, quasi sullo stesso piano rispetto alla Madonna col Bambino e l’impostazione generale della scena, più che ai dipinti della tarda attività, nei quali l’evento religioso si svolge su due piani ben distinti, l’umano e il divino, in una marcata verticalità, si accosta alle opere giovanili, caratterizzate da una costruzione dello spazio, equilibrata e ben impostata, che mette in risalto l’incontro ravvicinato tra l’umano e il divino. Mentre nelle grandi pale della Cattedrale di Gallipoli lo sfondo si apre, permettendo di intravedere il paesaggio e rendendo la scena più ariosa e con un’impostazione scenografica ricca di personaggi che si affacciano da entrambi i lati, in un movimento spesso frenetico, nella Madonna del Rosario le figure emergono dal fondo scuro illuminate dalla luce proveniente da sinistra, che rende i particolari della pelle e disegna i gonfi manti: evidenti le reminiscenze caravaggesche nella resa della fronte rugosa del pontefice o del profilo immerso nell’ombra del san Domenico. La resa luministica ricorda i chiaroscuri delle opere toscane e tutto appare essenziale, rasserenante. Come nella Pentecoste di Lucca infatti le figure, quasi estatiche e comprese del mistero, appaiono composte ed assorte e l’atmosfera è intima e quasi confidenziale, espressa dal dolcissimo sorriso della Vergine a santa Caterina; il Bambino a cavalcioni in braccio alla Madre, mentre accarezza san Domenico, ricorda quello che si china verso il vecchio re nell’Adorazione dei Magi degli Uffizi. La Natività di Maria e la Nascita del Battista delle Storiette di Gallipoli e le altre opere realizzate dal Coppola nella seconda  metà degli anni trenta del Seicento tra Toscana e Salento, esprimono tutte appieno il senso di genuina serenità e il pathos, con cui l’artista carica questi episodi di storia sacra, derivante anche dalla profonda assimilazione del classicismo bolognese di Annibale Carracci e Guido Reni. Non è casuale poi, quando ammiriamo la piccola Crocifissione di Alliste, il contatto con le serie dei misteri del Rosario proposte da Pietro Ricchi, il Lucchese, allievo del Reni.

Fig. 5 – G.A. Coppola, Madonna del Rosario, particolare (rose alternate agli ovali dei misteri). Alliste, Chiesa di San Giuseppe.

Non secondario appare  l’accostamento della tela di Alliste ad alcune sacre conversazioni dello stesso soggetto, presenti soprattutto in Toscana e così diffuse nel  Cinquecento: basti citare quelle di Raffaello, Lorenzo Lotto, Federico Zuccari e poi di Fra’ Bartolomeo, le cui opere il Coppola ebbe modo di conoscere a Lucca, a conferma ancora una volta della formazione toscana del pittore gallipolino. Possiamo trovare vari elementi caratteristici di queste pale d’altare come gli angeli reggidrappo e il baldacchino, l’architettura, che inquadra la Vergine attorniata dai Santi, i committenti in abiti contemporanei e la stessa formula piramidale della Vergine e del Bambino rivolti agli astanti. La presenza del cagnolino sul gradino poi, elemento non estraneo ad altre opere del Coppola, ricorda alcuni dipinti di Jacopo da Empoli, cui il gallipolino è vicino in altre opere, e conferisce alla scena un aspetto più realistico. Il dipinto del Rosario è lontano dalle citazioni letterali, desunte dai grandi artisti studiati tra Napoli, Roma e Firenze, che vediamo in gran numero nelle grandi tele delle Cattedrale di Gallipoli, segno che il Coppola di Alliste è in una fase di formazione e di continua formulazione, che, alla fine del quarto decennio del Seicento, lo porta ad essere ancora libero di esprimersi per poter arrivare al punto di equilibrio della sua produzione artistica.

Sono soprattutto le undici Storiette della Vergine e dei santi Giovanni Battista e Andrea, che il Coppola dipinse intorno alla pala della Vergine delle Grazie di Domenico Catalano tra il 1637 e il 1640, ( subito dopo il rientro in patria dalla Toscana) ad essere le più affini ai Misteri del Rosario: vivacità descrittiva e narrativa, freschezza del disegno e sintesi del tratto e ancora  gli inconfondibili colori del Coppola, le figure allungate, specialmente nei personaggi nudi, viste nello Studiolo di Francesco I a Firenze, le fugaci lumeggiature nelle armature dei soldati sono alcuni elementi che caratterizzano l’arte del giovane Coppola. L’accurata definizione anatomica, il movimento e la drammaticità delle scene spiegano il naturalismo presente nel dipinto, che non fu mai estraneo alle opere del pittore gallipolino. Ma anche il tardo-manierismo fiorentino e il classicismo emiliano  sono molto evidenti e predominano nettamente sugli elementi barocchi dell’ultimo Coppola, quello che si manifesterà più chiaramente dopo il  secondo viaggio a Napoli del 1640-41. Basti citare il morbido panno tra le mani della Veronica nel Viaggio al Calvario (fig. 3), così vicino a quello dei quadretti degli Uffizi, dipinti prima del rientro in patria nel ‘37, o la Flagellazione di Gesù (fig. 4) che riprende l’impostazione scenica della Flagellazione di San Matteo nelle Storiette. Altra annotazione meritano le rose che a mazzetti di cinque (fig. 5) si alternano ai tondi dei Misteri e che sembrano richiamare quelle dipinte, insieme ai tondi degli stessi misteri del Rosario, dal toscano Giovanni Martinelli intorno a una Madonna con Bambino di Jacopo del Casentino, conservata nella chiesa di Santo Stefano a Pozzolatico (Firenze), per l’impostazione, il naturalismo e il luminismo, cui il Martinelli e Giovanni Andrea Coppola restarono sempre fedeli. Nelle piccole pitture dei Misteri, negli angeli che sorreggono il dipinto e nelle rose che a mazzetti si alternano ai medaglioni emerge la profonda qualità della tecnica pittorica del Coppola pittore più che il valore cultuale e devozionistico dell’immagine sacra. Tutta l’opera comunque risulta ben impostata ed armoniosamente realizzata da un pittore, Giovanni Andrea Coppola, che appare, anche nelle opere meno conosciute, uno dei massimi rappresentanti dell’arte della prima metà del XVII secolo in Puglia, e non solo.

Foto di Emanuele Arnesano.

pubblicato su Spicilegia Sallenina n°3


[1] A. PIZZURRO,  Alliste. Frammenti di storia locale, Taviano 1988, 310-320.

[2] C. DE GIORGI, La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1882-1888, II, 251: «Nella parrocchiale vi è un quadro della Vergine del Rosario che si vuole del Coppola, fatto per voto di Diego de Tommaso ed un altro mediocrissimo di Nicolò Romano del 1608 (sic)».

[3] L. GALANTE, Pittura in Terra d’Otranto (secc.XVI-XIX), Galatina 1993.

[4] L. GALANTE, La pittura, in Il Barocco a Lecce e nel Salento, Catalogo della mostra a c. di A. Cassiano, Roma 1995, 65: «con l’attribuzione alla stesso pittore e con la proposta di datazione, anche per riferimenti documentari indiretti, intorno al 1655. Di sicuro interesse è la soluzione iconografica, che riprende il modello dell’immagine di devozione dipinta, trasportata o sorretta dagli angeli, e offerta alla devozione o alla preghiera del donatore o committente, un modello affermatosi agli inizi del ‘600, lo si trova, infatti in Rubens. Il tema del Rosario, inoltre, non più esemplato sulle stereotipe formulazioni tardo-cinquecentesche, sembra qui calato nel clima di una recuperata naturalezza, quale è ravvisabile anche in alcune tele della Cattedrale di Gallipoli, pur essendo evidenti le mai abbandonate propensioni classiciste leggibili nell’impianto complessivo». Cfr. anche ID., Aggiunte a Giuseppe Verrio e Giovanni Andrea Coppola e qualche precisazione sugli esordi di Antonio Verrio, in Studi in onore di Michele D’Elia, a c. di Clara Gelao, Spoleto 1996.

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Diario del Salento – I pomodori secchi

 

di Tommaso Esposito

Tommaso Esposito gira il Salento. Ecco le sue suggestioni


E’ un miope incapace di stupore chi nel cibo scorge oggi solo il frutto della tecnica che ha sostituito antichi attrezzi da lavoro o della scienza che ha inventato mutazioni genetiche.”
E. Bianchi, Il pane di ieri, p.37.

Ritorno da Gemini frazione di Ugento dove incontro un amico.
Un gelato non degno di nota.
Rientro e mi trovo lungo la strada per Alliste, l’antica Kallistos, “La Bellissima” in griko.
E se passo per Felline? No, sarò al “Mulino di Alcantara” un’altra sera.
Bene. La rossa campagna argillosa mi fa compagnia.
Cosa fanno laggiù?
Nooo, son pomodori stesi al sole.

Riflessioni lungo la “passeggiata”… della marina di Alliste

la costa squarciata dalla passeggiata (ph Roberto Gennaio)

 

di Roberto Gennaio*

L’estate scorsa l’Amministrazione Comunale di Alliste ha inaugurato lungo la costa rocciosa “ Il percorso ciclo-pedonale” che da Capilungo si snoda fino a Torre Sinfonò. Costo dei lavori 555.191,17 € per due chilometri di costa  feriti, squarciati nella loro algida bellezza.

Alliste non poteva essere da meno rispetto ad altri paesi rivieraschi che avevano già da tempo realizzato la “passeggiata”. Ad Alliste non vi sono altri problemi prioritari, per cui con tenacia tutti nel corso delle diverse Amministrazioni si sono sforzati affinché si realizzasse l’ennesimo crimine al nostro paesaggio Salentino.

E’ cronaca di questi giorni, si parla di erosione costiera e di cementificazione della costa, di arenili che ormai sono scomparsi o che sono  arretrati anche di 100 metri e di un’economia messa al tappeto dalla furia della natura che ha mangiato i litorali e non ci rendiamo conto che la natura svolge il suo normale ciclo da milioni di anni e che si sta prendendo ciò che noi gli abbiamo tolto.

Una corretta pianificazione per la rivalutazione economico – turistica del territorio non può prescindere dalla conoscenza e dalla tutela delle caratteristiche ambientali e paesaggistiche della fascia costiera, e non solo, al fine di non subire un danno ecosistemico irreparabile e un’alterazione della propria identità territoriale.

Abbiamo smembrato le dune, aperto varchi tra la vegetazione dunale, abbiamo antropizzato il litorale sabbioso, abbiamo realizzato parcheggi retrodunali e costruito residence  e stabilimenti balneari sulla sabbia, abbiamo distrutto un ecosistema delicato e complesso per arrivare con le auto fin sotto al bagnasciuga e ora non contenti vogliamo stravolgere anche la costa rocciosa ?

Poi si grida  allo stato di calamità per introitare nuovi fondi pubblici, si fa allarmismo e  terrorismo psicologico. Dire che poi è la natura che effettua i danni a l’uomo e alle sue infrastrutture è soltanto pura follia antropocentrica e totale assenza di saggezza.
Queste non sono altro che speculazioni politico-amministrative perpetrate a danno del nostro territorio salentino immeritevole d’essere amministrato dall’attuale classe dirigente,  di destra, di centro o di sinistra! (Ma non faccio di ogni erba un fascio, alcune Amministrazioni hanno capito il vero valore del paesaggio che amministrano e lo tutelano in ogni modo a costo anche di essere alcune volte impopolari).
 Ma non è ora di smetterla? Non è giunto il momento di assumere con responsabilità un nuovo impegno nei confronti del nostro territorio?

Si parla tanto di tutela , di progetti da effettuarsi con il  minimo impatto

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!