Libri| Mia madre che amava le bambole

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Raccontare storie per riscattare la bellezza del nostro vivere quotidiano, per osservarlo con gli occhi dei grandi affabulatori, capaci di cogliere qualcosa di unico anche nelle storie più comuni: è quanto accade in questa raccolta di racconti ad opera di Alfredo Romano. Dal Salento alla provincia viterbese, tra l’euforia delle feste popolari e i sapori della cucina tradizionale, fra i ricordi di scuola, gli uliveti d’argento, le vigne e la raccolta del tabacco, un mosaico di storie che vengono fuori da un tempo sospeso, come le bambole dai comò delle nostre madri.

In chiusura del volume una chicca: il racconto-reportage Un salentino sulle tracce di Cesare Pavese, frutto del viaggio che l’autore ha compiuto nel maggio del 1976 alla ricerca dei luoghi e dei personaggi pavesiani. In particolare, nel racconto si parla dell’incontro con Pinolo Scaglione, il Nuto del romanzo La luna e i falò, il quale offre una testimonianza sull’uomo Pavese, visto non attraverso gli occhi dei critici ma attraverso quelli dell’amico più caro.

A 16 anni passa un caporale con un furgone stipato di facce scure e pensierose, e ti porta via. Allora tu ti lasci dietro tutto: l’infanzia, gli affetti, gli amici, il primo amore. Ti lasci dietro parole, suoni, profumi, odori, la frisa, li maccarruni fatti ‘ccasa, la ricotta schianta. Ti lasci dietro il mare.

Dopo, la vita è tutta una corsa a recuperare, a ricordare, a non dimenticare. Si sa, si ama ciò che non si ha, e tutto ciò che hai lasciato viene relegato nel mito. Scrivere è fermare quel mito, stagliarlo sul tuo orizzonte personale, sulla tua identità. Restando a Collemeto, non avrei mai avuto bisogno di affermare la mia identità, ma ora mi tocca farlo, quasi ogni giorno: io vengo da Collemeto, dalla Lecce barocca, dalla Terra d’Otranto.

A 16 anni passa un caporale con un furgone stipato di facce scure e pensierose, e ti porta via. Allora tu ti lasci dietro tutto: l’infanzia, gli affetti, gli amici, il primo amore. Ti lasci dietro parole, suoni, profumi, odori, la frisa, li maccarruni fatti ‘ccasa, la ricotta schianta. Ti lasci dietro il mare.

Dopo, la vita è tutta una corsa a recuperare, a ricordare, a non dimenticare. Si sa, si ama ciò che non si ha, e tutto ciò che hai lasciato viene relegato nel mito. Scrivere è fermare quel mito, stagliarlo sul tuo orizzonte personale, sulla tua identità. Restando a Collemeto, non avrei mai avuto bisogno di affermare la mia identità, ma ora mi tocca farlo, quasi ogni giorno: io vengo da Collemeto, dalla Lecce barocca, dalla Terra d’Otranto.

 

 

ALFREDO ROMANO è nato a Collemeto (Lecce) nel 1949. Vive a Civita Castellana nel Viterbese dove ha diretto la biblioteca comunale per quarant’anni fino al 2010.

Fra le opere di cui è autore ricordiamo: Salento tra mito e realtà. Canti e monologhi in dialetto salentino (1993), Ci sono notti che io (1994) e Cantavamo Contessa (1998). Per Besa editrice ha già pubblicato Tradizioni popolari e storie di vita nel Salento (2005) e Amneris, che morì di poesia (2006), mentre per Negroamaro nel 2011 sono usciti Piccoli seminaristi crescono e Lu Nanni Orcu e altri racconti salentini.

Non ho avuto libri da bambino

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di Alfredo Romano

Non ho avuto libri da bambino, non c’erano i libri. La carta era quella paglierina del pizzicagnolo che ti incartava un’aringa o cento grammi di ricotta forte, detta schianta. La pagina era quella di un vecchio giornale che trovavi dal barbiere, tagliata fino a ricavarne un mazzo di quadratini sui quali sfregare il rasoio con la schiuma da barba. Per non dire di quella scritta in latino quando si andava a servire messa a don Salvatore. A fare i bravi si guadagnava anche un Ordo missae, l’annuario delle messe che portavo a casa raggiante: era pur sempre un libro.
Non c’erano libri da bambino, ma è stata una fortuna non avere libri da bambino, ci sarebbe stato tempo per i libri.
Non ho avuto libri… ma ho avuto in casa dei narratori che ricordo come altrettanti libri parlanti, le cui voci mi giungono ora, nel tempo, misteriose, inafferrabili. Quei vecchi narratori che quando muoiono si portano nella tomba una biblioteca orale intera, unica, senza speranza di riedizioni.
L’arte del raccontare è stata una prerogativa della mia famiglia. I miei nonni materni, come i miei genitori, erano depositari di una sconfinata tradizione orale fatta di storie vere e fantastiche, satire e lazzi tipici dell’astuzia contadina. E poi canti d’amore e di dispetto, poesie religiose e d’occasione, proverbi, modi di dire, indovinelli, filastrocche, conte ecc.
Erano i tempi dell’ozio, inteso come tempo necessario da dedicare allo spirito, allo svuotamento dei pensieri, al comunicare, al tramandare. Era questo il ‘perder tempo’ a raccontare. Il momento magico arrivava di sera, quando il buio scatenava le paure sopite, quando il latrare dei cani sembrava provenire dagli abissi infernali. La morte era in agguato, i morti non erano morti: tornavano invece a solleticare i vivi. C’erano strane donne vestite di nero che salivano il sagrato della chiesa per la funzione serale, poi, a rito finito, di loro nessuna traccia. C’era un cane sconosciuto, enorme, vestito di una lanugine bianca, che di notte girava il paese e scompariva all’alba: era l’uomo pugnalato per sbaglio davanti all’osteria in una sera di lampi e di tuoni, e la moglie, a cercarlo, era inciampata sul corpo nel buio.
Al mio paese nessun morto è mai morto, i sogni erano sempre tempestati di anime, di anime in pena che invocavano i suffragi così come gli eroi greci rimasti insepolti invocavano una degna sepoltura. Le anime erano i rami degli ulivi, pronti a ghermirti, che pendevano al chiaro di luna, disegnando strane ombre sulle strade bianche e polverose. Le anime bussavano alla finestra annunciate dal lugubre verso della civetta, oppure camminavano decise sui cornicioni delle case vestite di lunghissimi camici bianchi, o battevano i talloni al di sopra delle lamie per spaventare i dormienti. A questi stessi non esitavano magari a tirare i piedi, per rimproverarli di non aver posto nella bara tutti gli oggetti dovuti, o per essere trapassate senza le dovute scarpe nuove.
Perfino a tavola, nell’atto di mangiare un cocomero fresco o qualche altra delizia, bisognava augurarsi che allo stesso modo si ‘refrigerassero’ i morti: ddefriscu a lli morti (refrigerio ai morti) era l’immancabile ritornello.
È in questo clima che si raccontava, trasfigurati da una lampada a petrolio, in un gioco di lampi e di ombre che si rincorrevano per la stanza con i mezzibusti degli avi, severi, alle pareti.
Mio nonno Pasqualino aveva l’abitudine, d’estate, di recarsi a Rimini. Trascorreva 15 giorni da suo figlio Luigi, che si era sposato colà durante la seconda guerra. Così mia nonna Maria Neve restava sola, ed era abitudine, ogni volta, che un nipote le facesse compagnia durante la notte. Questo privilegio toccava a me, perché ero il più grande di quattro fratellini. Bene, si trattava di un’occasione unica. Prima di addormentarmi nel letto matrimoniale, mia nonna si trasformava in un’intera compagnia di teatro. Delle volte, per drammatizzare meglio i suoi racconti, si levava in piedi sul letto e gridava e gesticolava a più non posso. Io ero lì come incantato, spettatore ignaro di eventi irripetibili, catapultato in storie che prendevano corpo nei suoi cicì-cicì dei tanti passeri, nei suoi bum-bum del Nanni Orco, nelle bucce di noci di Giovannino; oppure nelle battaglie intorno a Guerrin Meschino, a Genoveffa di Parigi con la sua capretta e al possente Fioravante.
E poi lei, sempre così religiosa, a dirmi di preti e monaci che si volevano fottere le donne pie (Il fatto dei tre preti, di San Giorgio ecc.), ma che alla fine, per quante essi stessi ne subivano, risultavano più degni di commiserazione delle loro vittime.
Mio padre Giovannino e mia madre Lucia, questa voglia di raccontare l’hanno esercitata fino all’ultimo, anche sul letto di morte durante la lunga malattia. Papà, a dire il vero, nella circostanza ci dava come l’illusione che stesse per migliorare. Si usava a Collemeto, quando si veniva a sapere di uno che stava per morire, fargli visita “per vederlo un’ultima volta” si diceva. Generalmente l’ora era quella pomeridiana. Mio padre avvertiva, già dal brusio, la gente approssimarsi alla porta di casa. Come per incanto sgranava gli occhi, si liberava del copricapo di lana e, con un certo sforzo, riusciva a porsi seduto sul letto; chiedeva perfino un pettine per darsi una sistemata. Bene, i nuovi arrivati si mettevano seduti tutt’intorno al letto in un’atmosfera mesta, come per una veglia funebre. A mio padre invece non sembrava vero trovarsi intorno un pubblico tutto per lui, come lo aveva avuto in tante altre felici occasioni, quando aveva narrato e sedotto accompagnandosi con grandi gesti. E attaccava: il suo preferito era Don Tonino. Incredibile! La gente crepava dal ridere e se ne tornava a casa non certo con l’impressione di aver fatto visita a un morente. Ma, usciti che erano tutti, ecco che mio padre tornava a morire: forse, in cambio di un ultimo sorso di vita, aveva combinato qualche scellerato patto con sorella Morte. E noi a illuderci ogni volta.
E mia madre. Alcuni dei racconti li ho scritti quasi sotto dettatura. Nel suo letto d’ospedale, in alcune pause del dolore, al fine di distrarla, le chiedevo di raccontare. Li conoscevo già quei racconti, ma avevo voglia di tornare su passi ormai caduti nell’oblio, su alcuni ritmi, su dei toni di voce, delle sfumature, perfino su dei gesti e smorfie facciali essenziali al racconto. Avevo voglia, questo sì, di far restare mia madre nelle parole, di portarmela via in un quaderno di appunti, magico, che poi avrei sfregato come la lampada di Aladino. Ma questo, lei, lo aveva capito bene.
Verbum caro factum est, la parola si è fatta carne. Mai detto evangelico fu più vero.

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Non esiste per me fascino più grande della parola. Posso scrivere, posso bearmi con una pittura, un paesaggio, un film, una sonata di Chopin, per ricondurre poi tutto alla parola. La parola da sola è musica, è poesia. La parola non ha bisogno di supporti per essere bella. Ci sono canzoni che preferisco, proprio così, cantare senza chitarra. Lo strumento ti obbliga in qualche modo a una misura già definita, mentre l’animo ha bisogno di librarsi all’infinito senza catene, come avveniva nel canto gregoriano.
Tutto questo sento di non averlo appreso soltanto a scuola, sono convinto di averlo anche ereditato. E quando a scuola è arrivato il mio primo libro di lettura, ho scoperto che era fatto di parole, parole da declamare ad alta voce, per dare anima e corpo a pagine e a segni di per sé morti. Forse è per questo che amo così tanto il libro, questo scrigno che basta scardinare per imbattersi in parole che viaggiano per mari e mondi sconosciuti, parole che concertano suoni e visioni che preludono all’unico paradiso che possiamo sognare su questa bellissima terra.

Le varie fasi della lavorazione del tabacco

Na chiantazione te tabaccu già fiurutu. Se ccuìja prima lu frunzone (le fòie cchiù basce) e, a manu manu, la quarta, la terza, la seconda, la prima e la primiceddha, ca era la cchiù china te crassu e perciò la mèju ccodda: ca pisava te cchiùi e tenìa cchiù valore.

di Irene Mancini

Didascalie in vernacolo salentino di Alfredo Romano

Le fasi della lavorazione del tabacco richiedono cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti, oltre che una gran fatica. I lavori preparatori del terreno, detti comunemente coltivi[1], sono di tre tipi. Il primo viene eseguito subito dopo la prima pioggia autunnale e prima della caduta delle grandi piogge: pressappoco tra la seconda quindicina di ottobre e la prima di novembre. Le radici del perustitza arrivano ordinariamente alla profondità di 25 cm e quindi è sufficiente una profondità lavorativa di 30-35 cm.

La terra viene rivoltata con l’aratro, allo scopo di farla ‘maturare’ sotto l’azione degli agenti atmosferici. Con l’aratura si riesce a sterilizzare il terreno mettendo allo scoperto molte larve, uova di insetti, germi di piante parassitarie e semi di erbacce che vengono distrutti dal freddo e dal gelo. Inoltre molte piante spontanee vengono divelte e muoiono.

Il secondo coltivo viene eseguito sul finire dell’inverno, non più con l’aratro, ma con l’impiego della fresatrice, alla profondità di 20-22 cm, a seconda della natura del terreno: più superficiale per i terreni un po’ sciolti, più profondo per quelli compatti. In questo modo si ottiene il completo spappolamento delle particelle terrose.

Il terzo coltivo, molto superficiale, consiste nel pianeggiare la superficie del terreno alla distanza di 7-8 giorni dal trapianto delle piantine estirpate dai semenzai. Insieme con la fresa, viene impiegato anche l’erpice; nel caso di piccole superfici, invece, è più indicata la zappa. Con quest’ultimo lavoro si ripulisce il terreno dalle erbacce, andando a costituire uno strato superficiale polverulento che va a proteggere gli strati inferiori, impedendo l’evaporazione dell’acqua. Il perustitza entra nelle normali rotazioni agrarie, ma non può aprire il ciclo perché le abbondanti concimazioni che di norma vengono date al terreno che dovrà ospitare la pianta che apre la rotazione, nuocerebbero alla bontà del prodotto. È bene evitare che il perustitza segua una coltura miglioratrice perché troverebbe il terreno eccessivamente ricco di principi azotati; da qui l’utilità di far seguire alla coltura di rinnovo una pianta depauperante, come il grano, capace di utilizzare la fertilità eccessiva lasciata dalla pianta miglioratrice. Quindi: coltura da rinnovo – pianta depauperante (grano) – perustitza.

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La prima volta che si coltiva il perustitza in un terreno, non si ha un buon rendimento: lo si ottiene man mano negli anni successivi. In alcune aziende, perciò, la coltivazione del perustitza viene ripetuta sul medesimo terreno per più anni consecutivi. Naturalmente si deve cercare di non incorrere nella stanchezza del terreno a tutto scapito della qualità.

Per quel che riguarda la concimazione, gli elementi minerali su cui si deve orientare la scelta per ottenere buoni risultati sono il fosforo e il potassio, escludendo l’azoto, di cui è sufficiente la quantità presente nel terreno.

tabacco3La stabulatura è la migliore concimazione conosciuta per il perustitza. Essa consiste nel fare stazionare le pecore sul terreno da investire a tabacco durante i mesi invernali e per un breve periodo di tempo. In media è necessaria la permanenza per circa 24 ore (almeno due notti di seguito) di una pecora per metro quadrato.

L’epoca della semina è strettamente legata all’andamento stagionale ed all’epoca del trapianto. Il periodo è quello di febbraio-marzo, per poter eseguire il trapianto a maggio. Si tenga presente che occorrono 12/15 giorni per la germinazione (comparsa delle prime due foglioline), altri 8/10 giorni per la fase di crocetta (prime quattro foglioline), ed ulteriori 30/35 giorni per ottenere le piantine pronte per il trapianto.

Il semenzaio deve trovarsi al riparo dai venti freddi, quindi va formato in vicinanza di muri, abitazioni coloniche, siepi, ecc. In mancanza di queste protezioni si creano ripari artificiali. L’esposizione soleggiata al riparo dai venti freddi è condizione indispensabile per la buona riuscita del semenzaio, in quanto per la germinazione del seme è necessaria una temperatura di almeno 6/8 C° e durante tale periodo non devono verificarsi sbalzi di temperatura molto accentuati. Nella scelta dell’ubicazione del semenzaio è necessario tener presente la disponibilità di acqua occorrente per le annaffiature.

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Le aiuole sono larghe 1 m. e lunghe 20/25 m., separate da sentieri di 50/60 cm. Il terreno al quale si affida il seme deve essere sciolto e soffice, fertile, ricco di materiale organico e che assolutamente non faccia crosta quando s’innaffia. Il terreno che forma il letto di semina deve essere immune da insetti e da germi di parassiti. È utile disinfestarlo 15 giorni prima della semina. È inoltre necessario che la superficie delle aiuole sia assolutamente orizzontale, per evitare che il seme con gli innaffiamenti se ne discenda verso la parte più bassa.

Il semenzaio deve essere coperto per favorire la germinazione, proteggere le piantine dal freddo, dalle gelate e dall’azione battente della pioggia. La migliore copertura, adoperata dai coltivatori della zona, è la garza, che meglio di ogni altra copertura assolve al compito di creare le condizioni ottimali di illuminazione, areazione ed umidità.

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Il seme del perustitza è di dimensione minuta; per avere le piantine sane e robuste è necessario che in un metro quadrato di semenzaio ve ne siano qualche migliaio. Per poter distribuire  uniformemente il seme, è bene mescolarlo con cenere ed eseguire la semina a spaglio oppure con un setaccio. La semina si esegue in giornate calme, senza vento e soleggiate, altrimenti cenere e semi facilmente vengono trasportati dal vento, e si ha così una semina disforme. Dopo aver seminato si comprime leggermente la superficie del semenzaio in modo da far aderire il seme al terriccio; questa operazione viene eseguita delicatamente con il dorso della zappa. Dopo la semina il semenzaio viene leggermente innaffiato.

Il semenzaio deve essere oggetto di cure assidue, continue ed incessanti. Fino a che non si è avuta la completa germinazione del seme, il semenzaio viene coperto e mantenuto costantemente umido, affinché ai semi in germinazione non manchi l’acqua che è l’elemento più importante di questa delicata fase. All’inizio si praticano ogni giorno delle innaffiate con acqua non fredda, a meno che il tempo non sia piovoso o umido. Si ridurranno man mano che le piantine crescono. Lo stesso verrà fatto per la copertura, iniziando a sollevare la garza sul tardi nei giorni soleggiati, aumentando la durata fino ad abituare le piantine allo scoperto, anche di notte. È necessario tenere il semenzaio pulito da qualunque erba spontanea che tenda ad usurpare alle piantine di tabacco spazio, luce, calore e nutrimento.

Purtroppo i semenzai vanno quasi sempre soggetti ad attacchi di taluni insetti (le chiocciole o lumache, il grillotalpa, le formiche, i colomboli, detti comunemente pulci di terra) e malattie di natura batterica (la ‘lupa’ o ‘bruciatura dei semenzai’, il ‘marciume radicale’, e la ‘peronospora’).

Li tiraletti misi a llu sole cu ssìcca lu tabaccu.

La grandine, tra le meteore, è quella che maggiormente pregiudica il risultato finale della coltivazione del tabacco. I danni che essa produce non sono costanti, ma variano a seconda dell’intensità di caduta dei chicchi, della loro grandezza e se cadono da soli o frammisti a pioggia. Tutto ciò incide notevolmente sulla gravità del danno, che in alcuni casi può perfino portare alla distruzione completa della coltivazione se la stagione risulta molto avanzata..

L’epoca del trapianto è in relazione all’andamento stagionale (a Civita si effettuava generalmente entro il mese di maggio). Il tempo necessario per il trapianto deve essere di 10/12 giorni. Il terreno viene preventivamente squadrato: si traccia un primo allineamento di base parallelo a una strada poderale o ad altra linea regolare, tenendo sempre conto dell’orientamento che si vuole dare ai solchi (da Ovest verso Est per consentire alle piantine di autombreggiarsi durante la caldissima estate). E poi si scavano i solchetti larghi 15 cm e profondi 10 cm. La distanza di trapianto, 20 cm tra una piantina e l’altra, va scrupolosamente rispettata[2] (in ogni caso, i coltivatori salentini avevano l’abitudine di mantenere le distanze quanto più possibile ravvicinate, perché sapevano, per esperienza, che in tal modo si ottenevano prodotti con foglie di modeste dimensioni, più fini e con contenuto di nicotina più basso). Le piantine si ritengono adatte ad essere trapiantate quando hanno emesso circa 6-8 foglioline ed hanno raggiunto un’altezza di 8-10 centimetri.

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Bisogna avere l’accortezza di scartare le piantine sfilate, deboli o malate, e servirsi soltanto di quelle robuste di colore verde cupo. Appena estirpate, le piantine vanno collocate in ceste o cassette a gabbia, bene accostate le une alle altre, tutte dallo stesso verso, senza comprimerle e si ricoprono con un panno di tela umido. Le piantine vanno estirpate nel numero sufficiente per il trapianto che si effettua nella giornata, tenendo presente che, se rimane qualche piantina inutilizzata, non può essere utilizzata per il giorno successivo. L’operazione vera e propria di messa a dimora manuale delle piantine (oggi si adopera la trapiantatrice) si praticava adoperando l’antico e noioso cavicchio, che obbligava i coltivatori a lavorare continuamente con la schiena piegata. Con il cavicchio si praticavano dei fori equidistanti entro cui si infilavano le piantine. Contemporaneamente, con lo stesso cavicchio, si procedeva ad una leggera compressione del terreno. L’ora più adatta per il trapianto (ieri e oggi) è il tardo pomeriggio, per consentire alle piantine, nel loro primo giorno di vita extra-semenzale, di beneficiare della fresca rugiada della notte.

Pe ogni tiralettu te tabaccu siccu se facìanu do chiuppi te dece nserte l’unu. Li chiuppi poi sse ppendìanu susu la volta te lu macazzinu. A ottobre se scindìanu li chiuppi e se ccunsàvanu intra le casce spettandu lu Monupoliu ca ll’ìa rritirare e valutare.

Le cure colturali sono: i rimpiazzi, ossia la sostituzione delle piantine che non hanno attecchito; la sarchiatura, per mantenere smosso e polverulento il terreno, per impedire il disperdimento dell’acqua per evaporazione e per distruggere le erbe infestanti; lo sfrondamento, ossia l’eliminazione delle foglie basilari, per favorire lo sviluppo vegetativo della pianta.

La cimatura, come l’irrigazione, sono vietate, perché si otterrebbe una foglia meno grassa, e perciò, una volta secca, meno consistente, priva delle sue qualità organolettiche e, ai fini del peso, non conveniente neanche per la vendita.

Per la fase di lavoro dei semenzai non erano necessarie molte braccia. Nel caso di famiglie stagionali era il capofamiglia che migrava per primo, nel mese di febbraio, dalla sua terra d’origine a Civita Castellana. Ma in primavera, generalmente a maggio, per la fase del trapianto, sopraggiungeva l’intera famiglia, dal momento che mettere a dimora 100 mila piante per ettaro non era uno scherzo, così come l’irrigazione per ogni singola pianta e la continua sarchiatura.

Le cristiane stìanu ssettate ore su ore cu nfìlanu tabaccu cu la cuceddha e lle mane chine te crassu ca… mancu li cani!

La raccolta inizia quando la foglia ha raggiunto il suo massimo sviluppo e la maggiore ricchezza di sostanze elaborate. Essa va effettuata al giusto grado di maturazione. Questa avviene uniformemente per corone dal basso verso l’alto ed a intervalli di circa 8-10 giorni (prima maturano le foglie basali, poi le mediane ed infine quelle apicali). Di conseguenza anche la raccolta segue questo ordine. Va effettuata, inoltre, sempre a foglia asciutta, quindi possibilmente nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si è prosciugata: ne deriverebbe altrimenti un danno per il tabacco nella fase di essiccamento. Nella zona di Civita Castellana la fase di raccolta aveva inizio verso la fine del mese di giugno e si protraeva fino alla prima quindicina di settembre. Allorché cade la pioggia, viene sospesa per due-tre giorni, per dar modo alle piante di asciugarsi completamente. Il perustitza, inoltre, non va raccolto durante le ore di sole, quando le foglie s’ammosciano sulla pianta e non si presterebbero per l’infilzamento, né per una proficua essiccazione. Le foglie appena raccolte vengono sistemate una accanto all’altra con la pagina superiore rivolta sempre da un lato, in ceste o cassette, e trasportate nei locali di cura, dove vengono scaricate e sistemate, ad un solo strato, su teli.

Se prèscianu ‘ste cristiane. E nfilàvanu tabaccu sempre le fèmmane e puru li vagnuni, ca li masculi tenìanu addhu te fare.

L’infilzamento viene effettuato usando aghi schiacciati di acciaio della lunghezza di 20-25 cm. Le foglie vengono infilzate una ad una alla base della costola e tutte nello stesso senso. Si tiene l’ago con la mano sinistra e con l’altra si fanno scorrere le foglie. Quando l’ago è pieno di foglie, queste si fanno scorrere sullo spago. Le filze pronte si sistemano sugli appositi telai, che possono essere orizzontali oppure obliqui. Quelli in uso nel Viterbese erano orizzontali ed erano composti da quattro longheroni formanti un rettangolo di metri 2×1, tenuto sospeso da terra da quattro piedi alti 50 cm. Sui due longheroni lunghi venivano applicati dei chiodini a testa piatta che servivano per attaccare le filze all’estremità. Per ogni telaio venivano applicati quaranta chiodini, venti per lato, per cui ogni telaio conteneva 20 filze. Il numero delle persone occorrenti per l’infilzamento era direttamente proporzionale alla quantità di tabacco raccolto; in ogni caso è necessario tener presente che le foglie venivano infilzate fresche, appena colte, quindi la raccolta veniva regolata in modo tale che alla fine della giornata lavorativa non restasse tabacco da infilzare.

E quandu se ttaccàvanu vinti corde te tabaccu pe’ ogni tiralettu, tuccàa llu cacci a llu sole. Matonna mia quantu pisava lu tabaccu ncora verde! Ca te spezzai le razze e puru le spaddhe.

Il processo di cura, per il perustitza, comprende tre fasi: l’ingiallimento e la fissazione del colore; l’essiccazione dei lembi fogliari; l’essiccazione della costola. L’ingiallimento si ottiene tenendo le foglie lontane dal sole e talvolta, in locali all’oscuro. Durante la seconda e terza fase, i telai vengono esposti all’aria e al sole, riparati dai venti dominanti, sistemati su superfici dure, lastricati di cemento, di pietra o terreni battuti, perché si è constatato che le superfici imbiancate accelerano il disseccamento per il calore riflesso nella parte inferiore delle filze. I telai vengono ritirati nei locali di cura durante la notte, perché siano protetti dalle piogge, nebbie e dalle frequenti rugiade che danneggerebbero il prodotto, macchiandolo, e con marcescenza delle costole e delle nervature. La durata media della cura, con andamento stagionale normale, è di 15/20 giorni. Dopodiché, di primo mattino, si staccano delicatamente le filze dai telai, si riuniscono dall’estremità degli spaghi formando dei cumuli di 20 filze, chiamati, in gergo salentino chiuppi. Questi, appena formati, si sistemano nei locali di custodia appendendoli con degli uncini ai fili di ferro preventivamente tesi.

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Nell’appendere i chiuppi bisogna attenersi rigorosamente all’ordine di raccolta. La foglia di tabacco, dopo la cura, tende ad assorbire una certa quantità di umidità dall’ambiente. Pertanto per la buona conservazione del tabacco curato è necessario che esso venga custodito in locali che rispondano ai principali requisiti tecnici per poter conservare il prodotto all’asciutto e possibilmente alla penombra. Nell’adoperare locali già esistenti, è necessario che il coltivatore eviti di adibire contemporaneamente il locale a diversi usi, perché il tabacco ha la proprietà di assorbire facilmente gli odori, pertanto le foglie possono essere facilmente deprezzate perché puzzolenti di stalla o di altri odori poco gradevoli.

Per tutti i mesi estivi l’intera famiglia, composta in media da cinque persone, era tutti i giorni sui campi dall’alba al tramonto. Si lavorava spesso 16 ore al giorno e per le donne ancora di più, dal momento che la sera per loro iniziava il lavoro di casalinghe.

La stagione lavorativa si concludeva a fine settembre circa, quando le famiglie stagionali potevano tornare nel Salento; restavano soltanto i capifamiglia, fino a ottobre-novembre, per presenziare alla fase di vendita del tabacco. Nella prima decade di ottobre, e, in ogni caso, dopo le prime piogge autunnali, si provvedeva a rimuovere i chiuppi appesi per sistemarli in apposite casse, foderate di carta all’interno, che poi venivano consegnate, per la vendita, ai Magazzini Generali di lavorazione della foglia secca. Nella provincia viterbese c’erano sono tre diversi tipi di consegna: a ballotti provvisori, a casse o gabbie, e a chiuppi, cioè al vero stato sciolto.

Sempre li tiraletti a llu sole, ca eranu cuai ci li pijàva l’acqua te lu cielu. Ca ci se bagnava lu tabaccu, venìa tuttu farfaratu e nnu mbalìa gnenzi.

All’epoca opportuna, che normalmente si aggirava dall’inizio di ottobre alla fine di dicembre, il prodotto allo stato secco veniva venduto alla ditta concessionaria per conto della quale il coltivatore aveva effettuato la coltivazione. Solo allora avrebbe percepito i soldi che gli spettavano e avrebbe potuto stabilire i termini del contratto per l’anno successivo. La determinazione del valore del tabacco veniva concordata tra il coltivatore e l’acquirente, i quali si facevano rappresentare dai periti di loro fiducia. Si trattava di una comune contrattazione tra privati, che aveva come base per l’apprezzamento un prezzo preventivamente stabilito dalle tariffe del Monopolio riferite a delle precise caratteristiche merceologiche. Il valore che veniva determinato in perizia era variabilissimo, strettamente legato alle qualità intrinseche (combustibilità, sapore, forza e aroma) ed estrinseche (colore, ampiezza della foglia, attenuazione delle nervature e integrità) che il prodotto presentava all’atto della vendita.

Con il guadagno dell’annata, il capofamiglia stagionale, prima di raggiungere la sua famiglia nel Salento, avrebbe intanto provveduto a saldare tutti i debiti che aveva accumulato presso i bottegai civitonici e anche presso il padrone della terra.

Tratto da: Irene Mancini, I Leccesi a Civita Castellana: storie di emigrazione e di tabacco. Civita Castellana, Edizioni Biblioteca Comunale, 2008.

Bibliografia.
– Giancane F., La coltivazione del tabacco Perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo, Quatrini, 1969.
– Barletta R., Tabacco tabbaccari e tabacchine nel Salento. Fasano, Schiena, 1994.

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[1] Coltivo: lett. terreno coltivato.

[2] Era rispettata soprattutto al tempo in cui si produceva tabacco a Civita, per non incorrere nelle penalità amministrative previste dal regolamento sulle coltivazioni del Monopolio di Stato.

N.B. Le immagini delle varietà di tabacco Perustitsa, Ezegovina e Xanthi JaKa erano le più diffuse nel Salento.

23 aprile. San Giorgio in un racconto salentino

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di Alfredo Romano

Il fatto di san Giorgio
[In basso la versione in dialetto salentino]

Racconto tratto dal libro “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008. 

C’era una volta una che, essendo donna molto pia, non mancava di recarsi in chiesa per assistere a tutte le funzioni. Era molro bella e abitava in una casa che divideva col fratello.
Il prete della chiesa, tuttavia, pian piano se ne innamorò, fino a che un giorno, finito che ebbe di dire messa, la chiamò in disparte e le disse:
«O cara donna pia, devo svelarti un segreto che credo ti farà felice. È venuto a trovarmi san Giorgio per dirmi che desidera scendere apposta dal paradiso per venire a farti visita. Potrà farlo però solo al cadere della mezzanotte e alla condizione che in casa tua non ha da esserci nessuno, neppure tuo fratello.»
«San Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna! Non posso credere che san Giorgio scenda dal cielo per una donna povera come me, io che non sono degna neppure di nominarlo.»
Fu così che la bella donna pia se ne tornò a casa e raccontò tutta entusiasta al fratello di questa visita. Lo pregò pure, per la notte che veniva, di andare a dormire altrove, perché così voleva san Giorgio.»
E il fratello disse alla sorella:
«Non ti preoccupare, dici mo’ che per il desiderio di un santo non m’allontano una notte da casa?»
E la donna pia, per l’occasione, s’affrettò a pulire tutta la casa, non mancando di porre qua e là anche dei mazzi di fiori. Lei stessa si fece ancora più bella per la venuta del santo. Lì che si fece mezzanotte e sentì bussare alla porta.
«Chi è?» disse tutta tremante.
«San Giorgio sono. Aprimi, donna pia.»
«Oh, san Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna! Avanti, avanti, san Giorgio mio.»
E san Giorgio entrò tutto vestito delle corone e dei paramenti che usano indossare i santi. E la donna pia si inginocchiò per baciargli le mani e i piedi. E gli si raccomandava:
«San Giorgio mio, salvami tu, salva l’anima mia.»
«Io sono venuto apposta per salvarti l’anima. Voglio dirti anzi che tra poco ti porterò con me in paradiso.»
«Oh, san Giorgio mio, stai dicendo sul serio?»

Ma proprio in quel frattempo, figlio mio, si udì bussare alla porta, sai? Era il fratello mo’ che bussava, che si era vestito da san Pietro con un bel paio di chiavi in mano.

«Chi è che bussa?» disse la donna pia tutta frastornata.
«San Pietro sono. Aprimi!»
«Oh, san Pietro! Tutti i santi a casa mia! Io che non sono neppure degna!»
Mo’, a san Giorgio, che s’era appena seduto sul canapé, gli presero a tremare le gambe. San Pietro allora gli si avvicinò e gli disse in tono di rimprovero:
«Giorgio, come ti è stato possibile uscire dal paradiso senza le chiavi mie?» E gli brandiva in alto quelle caspita di chiavi perché le vedesse meglio. Lui mo’, san Giorgio, non fiatava. E di nuovo san Pietro:
«Giorgio, mi vuoi dire insomma come sei potuto uscire dal paradiso senza le chiavi mie?»
San Giorgio, però, non rispondeva e san Pietro allora se ne uscì di testa e, figlio mio, prese a dargli colpi in capo con quelle caspita di chiavi, riducendolo a tre ore di notte [1].
E la donna pia:
«Oh, sorte mia, pure i santi si danno le botte! Povero san Giorgio mio quante mazzate si sta buscando!»
E san Pietro a san Giorgio in tono più deciso:
«E adesso sloggia! Andiamo via! Che i conti con te li faremo in paradiso!»
E i santi se ne uscirono di casa, e lasciarono la donna pia in una grande costernazione.
«Oh, sorte mia!» non faceva che dire la poveretta «pure i santi si danno le botte! pure i santi si danno le botte!» E diceva pure:
«Povero san Giorgio mio quante mazzate si è buscato! Povero san Giorgio mio!»
L’indomani mo’ lei non vedeva l’ora di recarsi in chiesa per raccontare tutto al prete. Ma non c’era il prete alla messa: lo trovò solo il terzo giorno e notò che aveva la testa tutta fasciata. Si mise allora a raccontargli del brutto episodio, e mentre raccontava non faceva che piangere per san Giorgio. E il prete zitto, sai? Solo che ogni tanto annuiva con la testa. E quando lei finì di dire, il prete finalmente disse:
«O donna pia, per questo fatto mo’, san Giorgio non verrà più a casa tua.»
E il fatto non fu più, morirono loro e campammo noi.

[1] Per dire che lo fece nero come la notte.

VERSIONE IN DIALETTO SALENTINO

Lu fattu te san Giorgi

Nc’era na fiata na piarella ca era mutu beddha. E abitava a ccasa paru cu fràtusa. Scia sempre ‘lla chèsia ddha cristiana, e ccusì, lu prete, chianu chianu, ne ccuminciàu mmenare l’occhiu, sai? E nnu beddhu giurnu, tittu ca ia messa, la chiamàu te sparte e nne tisse:
«Tonna pia [1], ti devo dire na cosa, na cosa che t’ha ppiàcere di sicuro. È benuto a ṭrovarmi san Giorgi e mm’ha dditto ca ‘ole farti visita allo catìre della menźanotte. A nna condizione però: che devi stare sola, non ci-ha bèssere nišciuno alṭro, manco il frate tuo.»
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! Nu’ ppozzu critìre: san Giorgi ca šcinde te lu cielu e bene ṭṭroa na tonna cumu mmie, ca nu’ ssu ddegna mancu cu llu mantùnu.»
Foe cusì ca la piarella, turnata a ccasa, ne cuntàu a llu frate sou te ‘sta visita te san Giorgi. E nne tisse puru ca, pe’ lla notte ca venìa, se nd’ia ‘ssire te casa, ca ia šcire se ṭroa cu ddorma a nn’addha parte, percé cusì vulìa san Giorgi. E llu frate tisse a lla soru:
«Nu’ tte nde ncaricare! Tici, lampu! ca pe’ llu tesitèriu te nu santu, nu’ mme lluntanu na notte te casa?»
E lla piarella se tese te fare cu ppuliźa tutta la casa mo’. Mise puru te cquai e de ddhai quarche mazzu te fiuri e se ggiustàu bed­dha beddha puru iddha pe’ la venuta te lu santu. Quandu ca se fice menźanotte, ntise tuzzare ‘lla porta.
«Ci ete?» tisse tutta ṭremulandu.
«San Giorgi sono! Apri, donna pia.»
«Uuùh, san Giorgi ccasa mia! Cce onore! Cce ffurtuna! ṭrasi, ṭrasi, san Giorgi miu!»
E san Giorgi ṭrasìu tuttu vestutu te curone e de tutti li paramen­ti ca pòrtanu li santi. E lla piarella se nginucchiàu cu nne vasa le mane e lli pieti. E sse raccumandava:
«San Giorgi miu, sàlvame tie, salva l’anima mia!»
«Ca io apposta so’ venuto: cu tte sarvo l’anima. Anzi ti dico che ṭra poco te porto an paradiso co’ mme.»
«Uuùh, san Giorgi miu, a ddevèru sta’ ddici?»

Ma propriu a ddhu frattiempu, se ntise tuzzare ‘lla porta. E qui­stu mo’ era lu frate sou, ca, pe’ ll’occasione, s’ia vestutu te san Pieṭru e ttenìa ‘mmanu puru nu beddhu paru te chiài.
«Ci ete ca tuzza?» tisse la piarella tutta frasturnata.
«San Pietro sono! Aprite! [2]»
«Uuùh, tutti li santi ccasa mia! Ca iu nu’ ssu’ ddegna!»
Mo’, a san Giorgi, ca s’ia ‘ppena ssettatu susu llu canapé, ne zzic­càra ṭṭremulare l’anche. San Pieṭru, ‘llora, ne se mbicinàu e nne tisse a ttonu:
«Giorgi, come hai potuto fare per uscire dallo paratiso senza le chiavi mie? [3]» E nne aźava ‘ll’aria ddhe sangu te chiài puru cu lle vìscia. Iddhu mo’, san Giorgi, nu’ rrefiatava. E ntorna san Pieṭru:
«Giorgi, me vuoi dire ‘nsomma come hai potuto fare per uscire dallo paratiso senza le chiavi mie?» Ma san Giorgi nu’ rrespundìa, sai? Allora, fiju miu, san Pieṭru se nde sciu te capu e nne ccumin­ciàu mmenare corpi ‘n capu cu ddhe sangu te chiài, ritucendulu a ṭṭre ore te notte. E lla piarella:
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san Giorgi miu quante mazzate s’ae buscatu!» E san Pieṭru ntorna a san Giorgi:
«Mo’ ti pigli la via e te nde vieni co’ me: che mo’ che sciàmo an paratiso, dobbiamo fare ancora li conti!»
E lli santi se nde scira te casa, cu ddha povera piarella ca nu’ ffacìa addhu ca cu ddica:
«Uuùh, sorte miiìa, puru li santi se vaaàttanu! Purieddhu lu san Giorgi miu quante mazzate sta sse buuùsca!»! Purieddhu lu san Giorgi miiìu!»
A llu crai, iddha mo’ sciu te pressa ‘lla chèsia cu bàscia sse cunfessa, ma nu’ ṭṭruàu lu prete cu nne tica lu fattu, lu ṭruàu sulamente a lli ṭre giurni, cu lla capu tutta nfassata. E nne lu cuntàu lu fattu. E menṭre ca cuntava chiangìa pe’ san Giorgi.
E llu prete cittu, sai? Sulamente ca ogni tantu bàšciava la capu cu ddica sine. E quandu iddha spicciàu lu cuntu, lu prete tisse a lla beddha piarella:
«Pe’ ‘stu fattu mo’ san Giorgi nu’ bene cchiui ccasa toa!»
E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui.

[1] Nel dare voce al prete, che è persona colta, il narratore si sforza (invano) di farlo parlare in lingua italiana.

[2] Il fratello qui deve parlare da santo: anche lui quindi azzarda la lingua italiana.

[3] I santi stanno in paradiso e farli parlare in dialetto sarebbe stato come smitiz­zarli. Anche qui allora ne viene fuori una lingua pasticciata.

Alfredo Romano

 

 

Alfredo Romano è nato a Collemeto di Galatina (Lecce). Vive e lavora a Civita Castellana (Viterbo), dove da anni dirige la biblioteca comunale. Ha esordito sul periodico “Il Ponte” con il lungo racconto Le Langhe, Il Nuto, Viaggio intorno a Cesare Pavese.

Seguono: Salento tra mito e realtà (Congedo, 1993); Ci sono notti che io, una raccolta di poesie (Congedo, 1994); Cantavamo Contessaromanzo di una generazione (Manni, 1998); Lu Nanni Orcu e altri racconti salentini(Besa, 2000, 2001); Tradizioni popolari e storie di vita nel Salento (Besa, 2005); Amneris che morì di poesia, romanzo (Besa, 2007); Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini (Besa, 2009).

Collabora a periodici locali e nazionali. È autore di testi per canzoni su musiche di Giuseppe Maniglio. Ha messo in musica alcune delle Filastrocche in cielo e in terra di Gianni Rodari, che da tempo porta di scuola in scuola in spettacoli per ragazzi.

Appassionato di musica popolare, nel 1988 ha registrato un intervento alla televisione svizzera per la comunità italiana. Ha portato in Svizzera, a Roma al Folkstudio (1997) e a Civita Castellana (2002) lo spettacolo teatro-musicalePìzziche e tarante, ritmi e tamburi: c’era una volta il Salento.

L’ultimo libro “Piccoli seminaristi crescono”. Nardò, Negroamaro, 2012.

Le varie fasi della lavorazione del tabacco

Na chiantazione te tabaccu già fiurutu. Se ccuìja prima lu frunzone (le fòie cchiù basce) e, a manu manu, la quarta, la terza, la seconda, la prima e la primiceddha, ca era la cchiù china te crassu e perciò la mèju ccodda: ca pisava te cchiùi e tenìa cchiù valore.

di Irene Mancini

Didascalie in vernacolo salentino di Alfredo Romano

Le fasi della lavorazione del tabacco richiedono cure scrupolose, abilità ed esperienza non indifferenti, oltre che una gran fatica. I lavori preparatori del terreno, detti comunemente coltivi[1], sono di tre tipi. Il primo viene eseguito subito dopo la prima pioggia autunnale e prima della caduta delle grandi piogge: pressappoco tra la seconda quindicina di ottobre e la prima di novembre. Le radici del perustitza arrivano ordinariamente alla profondità di 25 cm e quindi è sufficiente una profondità lavorativa di 30-35 cm.

La terra viene rivoltata con l’aratro, allo scopo di farla ‘maturare’ sotto l’azione degli agenti atmosferici. Con l’aratura si riesce a sterilizzare il terreno mettendo allo scoperto molte larve, uova di insetti, germi di piante parassitarie e semi di erbacce che vengono distrutti dal freddo e dal gelo. Inoltre molte piante spontanee vengono divelte e muoiono.

Il secondo coltivo viene eseguito sul finire dell’inverno, non più con l’aratro, ma con l’impiego della fresatrice, alla profondità di 20-22 cm, a seconda della natura del terreno: più superficiale per i terreni un po’ sciolti, più profondo per quelli compatti. In questo modo si ottiene il completo spappolamento delle particelle terrose.

Il terzo coltivo, molto superficiale, consiste nel pianeggiare la superficie del terreno alla distanza di 7-8 giorni dal trapianto delle piantine estirpate dai semenzai. Insieme con la fresa, viene impiegato anche l’erpice; nel caso di piccole superfici, invece, è più indicata la zappa. Con quest’ultimo lavoro si ripulisce il terreno dalle erbacce, andando a costituire uno strato superficiale polverulento che va a proteggere gli strati inferiori, impedendo l’evaporazione dell’acqua. Il perustitza entra nelle normali rotazioni agrarie, ma non può aprire il ciclo perché le abbondanti concimazioni che di norma vengono date al terreno che dovrà ospitare la pianta che apre la rotazione, nuocerebbero alla bontà del prodotto. È bene evitare che il perustitza segua una coltura miglioratrice perché troverebbe il terreno eccessivamente ricco di principi azotati; da qui l’utilità di far seguire alla coltura di rinnovo una pianta depauperante, come il grano, capace di utilizzare la fertilità eccessiva lasciata dalla pianta miglioratrice. Quindi: coltura da rinnovo – pianta depauperante (grano) – perustitza.

tabacco21

La prima volta che si coltiva il perustitza in un terreno, non si ha un buon rendimento: lo si ottiene man mano negli anni successivi. In alcune aziende, perciò, la coltivazione del perustitza viene ripetuta sul medesimo terreno per più anni consecutivi. Naturalmente si deve cercare di non incorrere nella stanchezza del terreno a tutto scapito della qualità.

Per quel che riguarda la concimazione, gli elementi minerali su cui si deve orientare la scelta per ottenere buoni risultati sono il fosforo e il potassio, escludendo l’azoto, di cui è sufficiente la quantità presente nel terreno.

tabacco3La stabulatura è la migliore concimazione conosciuta per il perustitza. Essa consiste nel fare stazionare le pecore sul terreno da investire a tabacco durante i mesi invernali e per un breve periodo di tempo. In media è necessaria la permanenza per circa 24 ore (almeno due notti di seguito) di una pecora per metro quadrato.

L’epoca della semina è strettamente legata all’andamento stagionale ed all’epoca del trapianto. Il periodo è quello di febbraio-marzo, per poter eseguire il trapianto a maggio. Si tenga presente che occorrono 12/15 giorni per la germinazione (comparsa delle prime due foglioline), altri 8/10 giorni per la fase di crocetta (prime quattro foglioline), ed ulteriori 30/35 giorni per ottenere le piantine pronte per il trapianto.

Il semenzaio deve trovarsi al riparo dai venti freddi, quindi va formato in vicinanza di muri, abitazioni coloniche, siepi, ecc. In mancanza di queste protezioni si creano ripari artificiali. L’esposizione soleggiata al riparo dai venti freddi è condizione indispensabile per la buona riuscita del semenzaio, in quanto per la germinazione del seme è necessaria una temperatura di almeno 6/8 C° e durante tale periodo non devono verificarsi sbalzi di temperatura molto accentuati. Nella scelta dell’ubicazione del semenzaio è necessario tener presente la disponibilità di acqua occorrente per le annaffiature.

tabacco2

Le aiuole sono larghe 1 m. e lunghe 20/25 m., separate da sentieri di 50/60 cm. Il terreno al quale si affida il seme deve essere sciolto e soffice, fertile, ricco di materiale organico e che assolutamente non faccia crosta quando s’innaffia. Il terreno che forma il letto di semina deve essere immune da insetti e da germi di parassiti. È utile disinfestarlo 15 giorni prima della semina. È inoltre necessario che la superficie delle aiuole sia assolutamente orizzontale, per evitare che il seme con gli innaffiamenti se ne discenda verso la parte più bassa.

Il semenzaio deve essere coperto per favorire la germinazione, proteggere le piantine dal freddo, dalle gelate e dall’azione battente della pioggia. La migliore copertura, adoperata dai coltivatori della zona, è la garza, che meglio di ogni altra copertura assolve al compito di creare le condizioni ottimali di illuminazione, areazione ed umidità.

tabacco-al-sole

Il seme del perustitza è di dimensione minuta; per avere le piantine sane e robuste è necessario che in un metro quadrato di semenzaio ve ne siano qualche migliaio. Per poter distribuire  uniformemente il seme, è bene mescolarlo con cenere ed eseguire la semina a spaglio oppure con un setaccio. La semina si esegue in giornate calme, senza vento e soleggiate, altrimenti cenere e semi facilmente vengono trasportati dal vento, e si ha così una semina disforme. Dopo aver seminato si comprime leggermente la superficie del semenzaio in modo da far aderire il seme al terriccio; questa operazione viene eseguita delicatamente con il dorso della zappa. Dopo la semina il semenzaio viene leggermente innaffiato.

Il semenzaio deve essere oggetto di cure assidue, continue ed incessanti. Fino a che non si è avuta la completa germinazione del seme, il semenzaio viene coperto e mantenuto costantemente umido, affinché ai semi in germinazione non manchi l’acqua che è l’elemento più importante di questa delicata fase. All’inizio si praticano ogni giorno delle innaffiate con acqua non fredda, a meno che il tempo non sia piovoso o umido. Si ridurranno man mano che le piantine crescono. Lo stesso verrà fatto per la copertura, iniziando a sollevare la garza sul tardi nei giorni soleggiati, aumentando la durata fino ad abituare le piantine allo scoperto, anche di notte. È necessario tenere il semenzaio pulito da qualunque erba spontanea che tenda ad usurpare alle piantine di tabacco spazio, luce, calore e nutrimento.

Purtroppo i semenzai vanno quasi sempre soggetti ad attacchi di taluni insetti (le chiocciole o lumache, il grillotalpa, le formiche, i colomboli, detti comunemente pulci di terra) e malattie di natura batterica (la ‘lupa’ o ‘bruciatura dei semenzai’, il ‘marciume radicale’, e la ‘peronospora’).

Li tiraletti misi a llu sole cu ssìcca lu tabaccu.

La grandine, tra le meteore, è quella che maggiormente pregiudica il risultato finale della coltivazione del tabacco. I danni che essa produce non sono costanti, ma variano a seconda dell’intensità di caduta dei chicchi, della loro grandezza e se cadono da soli o frammisti a pioggia. Tutto ciò incide notevolmente sulla gravità del danno, che in alcuni casi può perfino portare alla distruzione completa della coltivazione se la stagione risulta molto avanzata..

L’epoca del trapianto è in relazione all’andamento stagionale (a Civita si effettuava generalmente entro il mese di maggio). Il tempo necessario per il trapianto deve essere di 10/12 giorni. Il terreno viene preventivamente squadrato: si traccia un primo allineamento di base parallelo a una strada poderale o ad altra linea regolare, tenendo sempre conto dell’orientamento che si vuole dare ai solchi (da Ovest verso Est per consentire alle piantine di autombreggiarsi durante la caldissima estate). E poi si scavano i solchetti larghi 15 cm e profondi 10 cm. La distanza di trapianto, 20 cm tra una piantina e l’altra, va scrupolosamente rispettata[2] (in ogni caso, i coltivatori salentini avevano l’abitudine di mantenere le distanze quanto più possibile ravvicinate, perché sapevano, per esperienza, che in tal modo si ottenevano prodotti con foglie di modeste dimensioni, più fini e con contenuto di nicotina più basso). Le piantine si ritengono adatte ad essere trapiantate quando hanno emesso circa 6-8 foglioline ed hanno raggiunto un’altezza di 8-10 centimetri.

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Bisogna avere l’accortezza di scartare le piantine sfilate, deboli o malate, e servirsi soltanto di quelle robuste di colore verde cupo. Appena estirpate, le piantine vanno collocate in ceste o cassette a gabbia, bene accostate le une alle altre, tutte dallo stesso verso, senza comprimerle e si ricoprono con un panno di tela umido. Le piantine vanno estirpate nel numero sufficiente per il trapianto che si effettua nella giornata, tenendo presente che, se rimane qualche piantina inutilizzata, non può essere utilizzata per il giorno successivo. L’operazione vera e propria di messa a dimora manuale delle piantine (oggi si adopera la trapiantatrice) si praticava adoperando l’antico e noioso cavicchio, che obbligava i coltivatori a lavorare continuamente con la schiena piegata. Con il cavicchio si praticavano dei fori equidistanti entro cui si infilavano le piantine. Contemporaneamente, con lo stesso cavicchio, si procedeva ad una leggera compressione del terreno. L’ora più adatta per il trapianto (ieri e oggi) è il tardo pomeriggio, per consentire alle piantine, nel loro primo giorno di vita extra-semenzale, di beneficiare della fresca rugiada della notte.

Pe ogni tiralettu te tabaccu siccu se facìanu do chiuppi te dece nserte l’unu. Li chiuppi poi sse ppendìanu susu la volta te lu macazzinu. A ottobre se scindìanu li chiuppi e se ccunsàvanu intra le casce spettandu lu Monupoliu ca ll’ìa rritirare e valutare.

Le cure colturali sono: i rimpiazzi, ossia la sostituzione delle piantine che non hanno attecchito; la sarchiatura, per mantenere smosso e polverulento il terreno, per impedire il disperdimento dell’acqua per evaporazione e per distruggere le erbe infestanti; lo sfrondamento, ossia l’eliminazione delle foglie basilari, per favorire lo sviluppo vegetativo della pianta.

La cimatura, come l’irrigazione, sono vietate, perché si otterrebbe una foglia meno grassa, e perciò, una volta secca, meno consistente, priva delle sue qualità organolettiche e, ai fini del peso, non conveniente neanche per la vendita.

Per la fase di lavoro dei semenzai non erano necessarie molte braccia. Nel caso di famiglie stagionali era il capofamiglia che migrava per primo, nel mese di febbraio, dalla sua terra d’origine a Civita Castellana. Ma in primavera, generalmente a maggio, per la fase del trapianto, sopraggiungeva l’intera famiglia, dal momento che mettere a dimora 100 mila piante per ettaro non era uno scherzo, così come l’irrigazione per ogni singola pianta e la continua sarchiatura.

Le cristiane stìanu ssettate ore su ore cu nfìlanu tabaccu cu la cuceddha e lle mane chine te crassu ca… mancu li cani!

La raccolta inizia quando la foglia ha raggiunto il suo massimo sviluppo e la maggiore ricchezza di sostanze elaborate. Essa va effettuata al giusto grado di maturazione. Questa avviene uniformemente per corone dal basso verso l’alto ed a intervalli di circa 8-10 giorni (prima maturano le foglie basali, poi le mediane ed infine quelle apicali). Di conseguenza anche la raccolta segue questo ordine. Va effettuata, inoltre, sempre a foglia asciutta, quindi possibilmente nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si è prosciugata: ne deriverebbe altrimenti un danno per il tabacco nella fase di essiccamento. Nella zona di Civita Castellana la fase di raccolta aveva inizio verso la fine del mese di giugno e si protraeva fino alla prima quindicina di settembre. Allorché cade la pioggia, viene sospesa per due-tre giorni, per dar modo alle piante di asciugarsi completamente. Il perustitza, inoltre, non va raccolto durante le ore di sole, quando le foglie s’ammosciano sulla pianta e non si presterebbero per l’infilzamento, né per una proficua essiccazione. Le foglie appena raccolte vengono sistemate una accanto all’altra con la pagina superiore rivolta sempre da un lato, in ceste o cassette, e trasportate nei locali di cura, dove vengono scaricate e sistemate, ad un solo strato, su teli.

Se prèscianu ‘ste cristiane. E nfilàvanu tabaccu sempre le fèmmane e puru li vagnuni, ca li masculi tenìanu addhu te fare.

L’infilzamento viene effettuato usando aghi schiacciati di acciaio della lunghezza di 20-25 cm. Le foglie vengono infilzate una ad una alla base della costola e tutte nello stesso senso. Si tiene l’ago con la mano sinistra e con l’altra si fanno scorrere le foglie. Quando l’ago è pieno di foglie, queste si fanno scorrere sullo spago. Le filze pronte si sistemano sugli appositi telai, che possono essere orizzontali oppure obliqui. Quelli in uso nel Viterbese erano orizzontali ed erano composti da quattro longheroni formanti un rettangolo di metri 2×1, tenuto sospeso da terra da quattro piedi alti 50 cm. Sui due longheroni lunghi venivano applicati dei chiodini a testa piatta che servivano per attaccare le filze all’estremità. Per ogni telaio venivano applicati quaranta chiodini, venti per lato, per cui ogni telaio conteneva 20 filze. Il numero delle persone occorrenti per l’infilzamento era direttamente proporzionale alla quantità di tabacco raccolto; in ogni caso è necessario tener presente che le foglie venivano infilzate fresche, appena colte, quindi la raccolta veniva regolata in modo tale che alla fine della giornata lavorativa non restasse tabacco da infilzare.

E quandu se ttaccàvanu vinti corde te tabaccu pe’ ogni tiralettu, tuccàa llu cacci a llu sole. Matonna mia quantu pisava lu tabaccu ncora verde! Ca te spezzai le razze e puru le spaddhe.

Il processo di cura, per il perustitza, comprende tre fasi: l’ingiallimento e la fissazione del colore; l’essiccazione dei lembi fogliari; l’essiccazione della costola. L’ingiallimento si ottiene tenendo le foglie lontane dal sole e talvolta, in locali all’oscuro. Durante la seconda e terza fase, i telai vengono esposti all’aria e al sole, riparati dai venti dominanti, sistemati su superfici dure, lastricati di cemento, di pietra o terreni battuti, perché si è constatato che le superfici imbiancate accelerano il disseccamento per il calore riflesso nella parte inferiore delle filze. I telai vengono ritirati nei locali di cura durante la notte, perché siano protetti dalle piogge, nebbie e dalle frequenti rugiade che danneggerebbero il prodotto, macchiandolo, e con marcescenza delle costole e delle nervature. La durata media della cura, con andamento stagionale normale, è di 15/20 giorni. Dopodiché, di primo mattino, si staccano delicatamente le filze dai telai, si riuniscono dall’estremità degli spaghi formando dei cumuli di 20 filze, chiamati, in gergo salentino chiuppi. Questi, appena formati, si sistemano nei locali di custodia appendendoli con degli uncini ai fili di ferro preventivamente tesi.

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Nell’appendere i chiuppi bisogna attenersi rigorosamente all’ordine di raccolta. La foglia di tabacco, dopo la cura, tende ad assorbire una certa quantità di umidità dall’ambiente. Pertanto per la buona conservazione del tabacco curato è necessario che esso venga custodito in locali che rispondano ai principali requisiti tecnici per poter conservare il prodotto all’asciutto e possibilmente alla penombra. Nell’adoperare locali già esistenti, è necessario che il coltivatore eviti di adibire contemporaneamente il locale a diversi usi, perché il tabacco ha la proprietà di assorbire facilmente gli odori, pertanto le foglie possono essere facilmente deprezzate perché puzzolenti di stalla o di altri odori poco gradevoli.

Per tutti i mesi estivi l’intera famiglia, composta in media da cinque persone, era tutti i giorni sui campi dall’alba al tramonto. Si lavorava spesso 16 ore al giorno e per le donne ancora di più, dal momento che la sera per loro iniziava il lavoro di casalinghe.

La stagione lavorativa si concludeva a fine settembre circa, quando le famiglie stagionali potevano tornare nel Salento; restavano soltanto i capifamiglia, fino a ottobre-novembre, per presenziare alla fase di vendita del tabacco. Nella prima decade di ottobre, e, in ogni caso, dopo le prime piogge autunnali, si provvedeva a rimuovere i chiuppi appesi per sistemarli in apposite casse, foderate di carta all’interno, che poi venivano consegnate, per la vendita, ai Magazzini Generali di lavorazione della foglia secca. Nella provincia viterbese c’erano sono tre diversi tipi di consegna: a ballotti provvisori, a casse o gabbie, e a chiuppi, cioè al vero stato sciolto.

Sempre li tiraletti a llu sole, ca eranu cuai ci li pijàva l’acqua te lu cielu. Ca ci se bagnava lu tabaccu, venìa tuttu farfaratu e nnu mbalìa gnenzi.

All’epoca opportuna, che normalmente si aggirava dall’inizio di ottobre alla fine di dicembre, il prodotto allo stato secco veniva venduto alla ditta concessionaria per conto della quale il coltivatore aveva effettuato la coltivazione. Solo allora avrebbe percepito i soldi che gli spettavano e avrebbe potuto stabilire i termini del contratto per l’anno successivo. La determinazione del valore del tabacco veniva concordata tra il coltivatore e l’acquirente, i quali si facevano rappresentare dai periti di loro fiducia. Si trattava di una comune contrattazione tra privati, che aveva come base per l’apprezzamento un prezzo preventivamente stabilito dalle tariffe del Monopolio riferite a delle precise caratteristiche merceologiche. Il valore che veniva determinato in perizia era variabilissimo, strettamente legato alle qualità intrinseche (combustibilità, sapore, forza e aroma) ed estrinseche (colore, ampiezza della foglia, attenuazione delle nervature e integrità) che il prodotto presentava all’atto della vendita.

Con il guadagno dell’annata, il capofamiglia stagionale, prima di raggiungere la sua famiglia nel Salento, avrebbe intanto provveduto a saldare tutti i debiti che aveva accumulato presso i bottegai civitonici e anche presso il padrone della terra.

Tratto da: Irene Mancini, I Leccesi a Civita Castellana: storie di emigrazione e di tabacco. Civita Castellana, Edizioni Biblioteca Comunale, 2008.

Bibliografia.
– Giancane F., La coltivazione del tabacco Perustitza nella Provincia di Viterbo. Viterbo, Quatrini, 1969.
– Barletta R., Tabacco tabbaccari e tabacchine nel Salento. Fasano, Schiena, 1994.

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[1] Coltivo: lett. terreno coltivato.

[2] Era rispettata soprattutto al tempo in cui si produceva tabacco a Civita, per non incorrere nelle penalità amministrative previste dal regolamento sulle coltivazioni del Monopolio di Stato.

N.B. Le immagini delle varietà di tabacco Perustitsa, Ezegovina e Xanthi JaKa erano le più diffuse nel Salento.

DELL’INNOMINATO, DELL’ODIO ED ALTRO

L’articolo che segue (mai pubblicato) era destinato al periodico cittadino La Gazzetta Falisca (del quale ero redattore) in vista delle elezioni politiche del 2006. Non è comparso per decisione del direttore: censura? Ho ritenuto così di dare le dimissioni dalla redazione e non ci misi più piede. Il mio non era un intervento politico, ma illustrava come con l’avvento del berlusconismo fosse cambiata la natura culturale degli italiani. Ripropongo l’articolo dal momento che dopo 7 anni le cose non è che siano cambiate. Ho ritenuto di non dar nome al personaggio in questione, giacché per me quel nome è divenuto infausto. Giudicate voi.

 

DELL’INNOMINATO, DELL’ODIO ED ALTRO

di Alfredo Romano

Nel 1994, un solo uomo, che aveva 7 mila miliardi di debiti, fondò un partito, si presentò alle elezioni e divenne primo ministro. Oggi, quell’uomo, sempre primo ministro, non solo non ha più debiti, ma è diventato l’uomo più ricco d’Italia per via che le sue aziende, pur in tempi di crisi, sono le uniche che hanno realizzato profitti. Dovrebbe essere contento questo solo uomo, e invece no, si lamenta sempre.

Il solo uomo, che è padrone di televisioni private e controlla quelle pubbliche, padrone di giornali, banche, assicurazioni, case editrici, cinema, eccetera, da anni non fa che lanciare strali contro i giornalisti, i magistrati, gli intellettuali. Ma adesso è andato oltre: ha consigliato agli esponenti di sinistra di andare a fare i commercianti, o i farmacisti, o i pittori o, udite udite, i bibliotecari (proprio così).

Altre categorie sono avvisate, ce ne sarà anche per loro, basta aspettare. Sono un bibliotecario, scusatemi, e dovrei sentirmi offeso, dovrei difendermi con un lungo articolo sulle biblioteche scrivendo che sono un luogo di trasmissione libera della conoscenza e di crescita culturale (lo dice l’Unesco) e via dicendo, ma non ne ho bisogno. Per farlo dovrei pensare a un avversario politico normale, ma così non è: siamo di fronte all’uomo più odiato dagli italiani, sia da quelli di sinistra, che vedono in lui un dittatorello da quattro soldi, ma pericolosissimo, sia da quelli di destra che, se per un verso hanno bisogno dei suoi soldi e della sua potenza mediatica per avere visibilità politica, per l’altro lo disprezzano perché è il loro padre padrone. Mi ricordo dei vecchi democristiani. Li abbiamo contestati, sì, ma mai odiati, perlomeno avevano il senso delle istituzioni.

L’odio collettivo è qualcosa che si riserva a un dittatore, a un despota. E ce ne sono nel mondo. In Italia abbiamo la democrazia, ma… guarda guarda… l’odio collettivo è attecchito anche qui, non vi sembra strano? C’è un solo caso nella storia in cui l’odio collettivo è esploso per tutt’altra ragione. È successo negli anni in cui in America esplose il mito di Rodolfo Valentino, e le donne americane, tutte le donne, impazzivano per lui. Così, tutti gli uomini, dico tutti, presero a odiarlo: e non gli si poteva dare torto. Un solo uomo, in Italia, da 12 anni sta rubando l’anima e la fantasia degli italiani.

Gli italiani si stanno snaturando, forse sono mutati per sempre. Agli occhi degli stranieri poi, la cosa è davvero incomprensibile: come è possibile che gli italiani, così solari, fantasiosi, artisti, intraprendenti, pieni di tanta umanità, si siano lasciati abbindolare da un solo uomo che si è rilevato un incolto, un sospettato di collusione con la mafia, un corruttore di partiti, finanzieri, magistrati, avvocati, uno che ha fatto entrare in parlamento il suo collegio di difesa, un bugiardo che ha negato di essere iscritto alla loggia P2 (soppressa per attività sovversive) e perciò condannato per falsa testimonianza, uno scampato ad altre condanne per prescrizione dei reati e per leggi fatte solo per sé stesso, uno spocchioso, un millantatore, un complessato al punto che ha bisogno di dirsi secondo solo a Napoleone e più sofferente di Gesù Cristo? Eppure è avvenuto. Gli italiani dimenticano, gli italiani sono creduloni, a boccaperta, non sanno, o fanno finta di non sapere degli stravolgimenti che il nostro (l’Innominato) ha portato nelle nostre leggi, nella Costituzione, nell’economia, nell’università, nei beni culturali, nell’informazione, nel nostro vivere civile.

I principi del bene e del male sono stati scardinati, quei principi che, ancor prima delle leggi, stanno nel nostro diritto naturale. Niente più è normale, non si sa più che cosa è vero e che cosa è falso, si dice e poi si smentisce, non si discute più, non si ragiona, in TV vince chi fa la voce più grossa e un confronto con l’avversario diventa un duello. Ciò fa sì che lo spettatore non comprende la realtà del nostro paese, né si fa un’idea di chi meglio lo possa rappresentare nelle istituzioni. Petrolini, a uno in platea che lo infastidiva ridendo arbitrariamente, replicò: “Non me la prendo con te, ma con quello che ti sta vicino che ancora non ti ha mollato un ceffone!”. Insomma, a chi molliamo un ceffone, all’Innominato, oppure a quei milioni di italiani che l’hanno votato? Democrazia? o piuttosto telecrazia? La televisione, ecco, questo vorace mostro dalle sette teste che si nutre delle nostre ore più belle al fine di convertire noi cittadini pensanti in stupidi consumatori. Fa rabbia sapere che i bambini siano i più esposti al totem televisivo, così che il loro cervello viene portato all’ammasso.

Tutto cominciò con la televisione commerciale, negli anni ’80, quando, al fine di aumentare la maledetta audience, entrò in scena la volgarità, fatta non solo di mercificazione di corpi femminili, ma anche di film violenti e programmi di nessun valore, non dico artistico o educativo, ma neanche di intrattenimento, tutto catalogato ormai come spazzatura, di cui ci nutriamo ogni giorno, anche perché la sera siamo stanchi, fragili, senza difese, e siamo disposti a ingoiare tutto quel che ci propinano.

Il guaio è stato che anche la televisione pubblica si è adeguata a quella commerciale e così adesso siamo al disastro: non siamo correttamente informati, ormai i telegiornali sono solo irritanti, non raccontano la realtà, soprattutto devono portare l’acqua al mulino del solo uomo, il padrone unico. In prima serata c’è raramente un programma o un film, che possa solleticare il nostro piacere, la fantasia, l’immaginazione. Non parliamo degli sceneggiati TV dove la trama è quasi scontata, il che significa uccidere un’opera narrativa.

E infine, cosa veramente la più grave, sembra quasi che, se non appari in televisione, non esisti. Il Truman show, appunto. Eppure l’avevamo visto, eravamo stati messi in guardia.

Le elezioni del 9 aprile? Vorrei un paese normale, vorrei avversari da contestare e non da odiare, vorrei uscire da un incubo. Ma poi, più che brindare, bisognerà raccogliere i cocci. E in fretta.

Civita Castellana, 14 marzo 2006

 

Veniva da Lecce la bella maestrina

Caro Marcello, oggi 13 gennaio 2013 mi è arrivata la notizia che la mia vecchia maestra delle scuole elementari è scomparsa. Non so se puoi farne un post con il racconto “Veniva da Lecce la bella maestrina” che a sua volta fu pubblicato.
Un caro saluto
Alfredo

 

 

Veniva da Lecce la bella maestrina: come divenni un leccese

 

di Alfredo Romano

Vestiti d’un grembiulino nero, un po’ lacero ma pulito, con un colletto bianco inamidato allacciato da un grosso fiocco azzurro, stavamo affacciati col naso schiacciato contro il vetro alla finestra della scuola elementare. Attendevamo tutti con ansia l’arrivo della bella maestrina. Era puntuale. Ad un minuto dal suono della campanella sopraggiungeva sul piazzale una fiammante 600, color verdino, con le portiere che dall’interno si aprivano sul davanti.
Accompagnata da un fusto di fidanzato, vestito in doppiopetto grigio con i baffetti alla Fred Buscaglione, la maestrina, nell’atto di scendere dall’auto, divaricando le belle gambe, lasciava involontariamente scoprire un pezzo della sua carnagione bianca. A quel punto per un posto in prima fila alla finestra succedeva di tutto: spintoni, gomitate, cazzotti e colpi bassi. Poi tra un fuggi fuggi generale ognuno al suo banco a far finta di niente al sopraggiungere in classe della maestrina.
Portava generalmente delle scarpe bianche a punta con tacchi alti, un tailleur classico chiaro con gonna che scendeva oltre le ginocchia, una camicetta bianca con colletto smerlato alla quale dava risalto una collana di perle a triplo giro che ornava un collo gentile, a reggere un viso dolce e bianco, di una bellezza non sovrastante ma delicata, pulita, sfumata da una punta di rossetto che sprigionava un profumo vagamente di violetta, profumo che faceva svenire anche quelli dell’ultima fila di banchi che a quel tempo erano i gli asini della classe.
La bella ed elegante maestrina veniva da Lecce. Ma la maestrina non poteva che venire da Lecce. Tutto ciò che era signorile, tutto ciò che era bello, che era grande, che era diverso, tutto quello che noi non conoscevamo, che non avevamo mai visto, veniva da Lecce.
Per noi bambini di Collemeto, una frazione allora abitata in gran parte da contadini, Lecce era un sogno. La maestrina leccese non perdeva occasione di parlarci con dovizia di particolari dei grandi palazzi baronali, delle bellissime chiese barocche, delle ville liberty, dei negozi fantasiosi dove si poteva trovare merce indescrivibile, mai vista, che magari arrivava dall’America o dall’Oriente lontano; ci deliziava facendoci mentalmente entrare in quel bazar che doveva essere il mercato coperto dove c’era tutto il ben di dio: potevi trovare pesci dai mille colori, e alcuni lunghi anche un metro; c’erano montagne di cozze, di ostriche, di polpi; c’erano cataste di agnelli, carni di tutte le specie; c’era gente addirittura che cucinava per strada.
E poi sacchi e sacchi di verdura, di cicorie, finocchi, rape che la gente comprava a bracciate e chi aveva le braccia più lunghe ne portava a casa di più. E c’erano traini pieni di quintali di mandarini, di aranci, di noci. E poi era tutta una festa, Lecce era tutta una festa, con le belle strade illuminate di

Quando la befana smise di portarmi le sue calze

befana

di Alfredo Romano

Negli anni Cinquanta del secolo scorso bastava poco per far contento un bambino. Una caramella era già un dono prezioso e, se la ricevevi da un estraneo, dovevi prima cercare l’assenso del genitore che ti faceva cenno col capo. A Collemeto, paese prossimo in linea d’aria al campo d’aviazione militare di Galatina, era facile incontrare degli avieri che frequentavano l’osteria dei Petrelli (la più vecchia che ricordi) che stava a pochi metri da casa mia in Via Padova n. 31. Noi bambini li aspettavamo gli avieri perché si divertivano a lanciarci le caramelle e noi a rotolare per terra per raccattarle con tutto il cuore fino a escoriarci le mani e le braccia.

 

La stessa cosa capitava quando una coppia se spusava te carbu (si sposava in bianco) in chiesa con tanto di cerimonia, codazzo, confetti e cannellini lanciati in aria. Anche qui a rotolarci sulla terra battuta (non c’era l’asfalto allora) per riempirci le tasche e tornare a casa vantandoci del bottino. Accadeva raramente, però, perché, ahimé, la maggior parte delle coppie se nde fucìanu (fuga d’amore) non solo per contrasti familiari, ma soprattutto per non affrontare le spese delle nozze in pompa magna.

Nel giorno di Natale allora non c‘erano regali per i bambini, ma, a cominciare dalla prima elementare, era d’uso porre una letterina sotto il piatto di papà, letterina che era stata preparata a scuola con l’aiuto della maestra. Papà sapeva della letterina, ma faceva finta di niente e aspettava la fine del pranzo per scoprirla. Quindi l’apriva e me la porgeva per leggerla. In poche righe dichiaravo i miei buoni propositi di diventare più buono e ubbidiente e di voler sempre più bene ai miei cari genitori. Finita la lettura, papà si metteva le mani in tasca e ti porgeva 10 lire: ci potevi comprare 2 caramelle con 10 lire, oppure 10 monachelle di liquirizia dalla putea te lu nunnu Vitu Sparpaja. Eppure per noi bambini bastavano a farci provare la gioia del Natale.

Ma l’attesa più grande per noi era quella della Befana, quando arrivavano dei regali veri. Eravamo quattro fratellini e la sera della vigilia c’era un certo trambusto alquanto inspiegabile dentro casa: si trattava dei miei genitori che si davano da fare per cercare i posti più assurdi per nascondere i doni da mettere nelle calze. Noi sapevamo che la vecchia Befana sarebbe scesa dal cielo passando per lo stretto del focalìre (caminetto). Aspettarla era sicuramente un evento carico di attese, ma anche di paura per l’arrivo in fondo di una misteriosa vecchia strega che arrivava chissà da dove e si fermava nel buio a un passo da noi per depositare i suoi doni. Sapevamo che i bambini più buoni sarebbero stati premiati; quelli cattivi, invece, avrebbero avuto solo carboni.

Naturalmente la sera della vigilia bisognava andare a letto presto e guai ad alzarsi nel corso della notte: occorreva attendere l’alba almeno per levarsi: rischiavi senò di far fuggire la Befana con tutti i suoi regali. E all’alba era un corri corri a llu focalìre per scoprire le calze lasciate dalla Befana per ognuno di noi fratelli. Io, che ero più grande, trovavo sempre un fuciletto che sparava a càzzule (una specie di triktrak che scoppiettavano), 3-4 arance e, immancabilmente, uno o due carboni. Quindi la Befana era stata sì generosa, ma.. ma… quei carboni stavano a significare che bisognava essere più buoni, più ubbidienti ai genitori, più timorati di Dio.
Si può immaginare sul tardi tutti i bambini in mezzo alla strada con i loro giocattoli: i maschietti con le pistole e i fuciletti, le femminucce con le bambole per lo più. Ma poi ricordo anche tanti bambini di famiglie più indigenti cui la Befana “non portava nulla” e imprecavano per non essersi degnata di scendere nel loro focalìre. E i genitori davano loro manforte incolpando anch’essi la vecchia strega.

Per tutto il giorno era un rincorrersi tra bambini in mezzo alla strada con spari di qua e di là, tanto che i grandi sbottavano nel solito: Vagnuni, ci cu ppuzzati schittunisciàre, spicciàtela! ca sta nne purtati la capu! (Ragazzi, che vi possano uscire getti in tutto il corpo, finitela! che ci fate venire mal di capo!). E dàgli e dàgli, a sera finivano le càzzule, e anche le pistole e i fuciletti erano ormai inservibili: avevano ballato un solo giorno, tanto per parodiare il titolo del romanzo “Ha ballato una sola estate” di Olof Ekström.

Ma arrivò l’anno in cui la Befana smise di portarmi le sue calze. Facevo la terza elementare. Si dà il caso che la sera della vigilia della Befana improvvidamente aprii casualmente un cassetto del comò, e che cosa ti andai a scovare?: pistole e fuciletti per me e per i miei fratellini. Non dissi niente ai miei genitori, ma ci rimasi di stucco: era sparita la magia della Befana, era sparita la bella attesa della vecchia strega carica dei suoi doni che scendeva nel focalìre. E quando il giorno dopo aprii la calza con dentro il mio fuciletto, le arance e i carboni, non esultai più di tanto: s’era rotto l’incantesimo. E sul tardi, appresso a mamma, quasi per fare il saputello:
«Mamma, io so chi è la Befana!».
«E chi è?» mi incalzò lei un po’ perplessa.
«Sei tu,» le dissi sfoderando un mezzo sorriso «l’ho scoperto ieri sera in un cassetto del comò».
«Ah sì? E allora d’ora in poi la Befana non verrà più a portarti i suoi doni!» sentenziò.
Ed è da allora che la mattina di ogni 6 gennaio, appena sveglio, mi affaccio sempre al caminetto della mia vecchia casa di campagna a Civita Castellana, ma nessuna calza, nessun fuciletto a càzzule, arance o carboni dir si voglia riesco a intravedere con gli occhi in su scrutando la canna fumaria: giusto la spenta brace e la graticola usata la sera prima per una cena consumata tra vecchi amici.

 

Il mio San Martino di tanti anni fa

Albert Anker – Passeggiata scolaresca

di Alfredo Romano

Qui a Civita Castellana la festa di San Martino non dice nulla: un giorno come un altro. Ma io fremo a questa indifferenza, provo fastidio che il giorno in cui si stappano le botti per dare incominciamento al vino nuovo qui nessuno se ne curi. E ritorno ai giorni della mia infanzia, quando una botte di tre quintali faceva bella mostra di sé in cucina e mio padre se la guardava e se la guardava in attesa del fatidico 11 novembre, data in cui ogni anno si ripeteva il miracolo del mosto trasformato in vino.  E in paese l’aria era di festa, quasi come il giorno di Natale. A tavola apparivano le prime verdure di stagione: le cicore cu quiddhi beddhi schiattuni, li fenucchi ca nduràvanu te anice e che erano la base per i primi assaggi di quel mitico rosato ricavato da uve negramaro che s’attestava come minimo sui 13 gradi. E mio padre non sbagliava mai a fare il vino, collaborava anche mia madre al buon risultato, ed era una gara con i vicini di casa a chi faceva quello più buono. Possedevamo mezzo ettaro di vigna in colonìa in località Rumatizze sulla via per Galatina, la stessa zona dove oggi si trovano le vigne dei Vallone, oggi produttori di eccellenti vini. Benché bambini, mio padre ci coinvolgeva in quel rito del primo assaggio e, sebbene in quantità modica, ci faceva degustare quel vino frutto dei suoi saperi e delle sue fatiche. A distanza di tanti anni, mi porto sempre appresso quell’aria di festa del giorno di San Martino e mi rammarico che qui non possa condividerla con nessuno. In ogni caso, sulla mia tavola non è mai mancato un buon bicchiere di vino, quasi un rito, e mi chiedo sempre: ma come ci si può cibare senza quel

Al mio paese nessun morto è mai morto…

 

da: http://erbariodellastrega.splinder.com/

di Alfredo Romano

Non ho avuto libri da bambino, non c’erano i libri. La carta era quella paglierina del pizzicagnolo che ti incartava un’aringa o cento grammi di ricotta forte detta schianta. La pagina era quella di un vecchio giornale che trovavi dal barbiere, tagliata fino a ricavarne un mazzo di quadratini da inchiodare sul muro: serviva a pulire il rasoio dalla schiuma da barba intrisa di peli. Per non dire di quella scritta in latino quando si andava a servire messa a don Salvatore. A fare i bravi si guadagnava anche un ordo missae, l’annuario delle messe, che portavo a casa raggiante: era pur sempre un libro.

Non c’erano libri da bambino, ma è stata una fortuna per me non avere libri da bambino, ci sarebbe stato tempo per questi.

Non ho avuto libri… ma ho avuto in casa dei narratori che ricordo come altrettanti libri parlanti le cui voci mi giungono ora, nel tempo, misteriose, inafferrabili. Non si dice che quando muore uno dei nostri vecchi è come se morisse una biblioteca?

L’arte del raccontare è stata una prerogativa della mia famiglia. I miei nonni materni[1], come i miei genitori, erano depositari di una sconfinata tradizione orale fatta di storie vere e fantastiche, satire e lazzi tipici dell’astuzia contadina. E poi canti d’amore e di dispetto, poesie religiose e d’occasione, proverbi, modi di dire, indovinelli, filastrocche, conte, ecc.

Erano i tempi dell’ozio, inteso come tempo necessario da dedicare allo spirito, allo svuotamento dei pensieri, al comunicare, al tramandare. Era questo il “perder tempo” a raccontare. Il momento magico arrivava di sera, quando il buio scatenava le paure sopite, quando il latrare dei cani sembrava provenire dagli abissi infernali. La morte era in agguato, ma i morti non erano morti e tornavano a solleticare i vivi. C’erano strane donne vestite di nero che salivano il sagrato della chiesa per la funzione serale, poi, a rito finito, di loro nessuna traccia. C’era un cane sconosciuto, enorme, vestito di una lanugine bianca, che di notte girava il paese e scompariva all’alba: era l’uomo pugnalato per sbaglio davanti all’osteria in una sera di lampi e di tuoni, e la moglie, a cercarlo, era inciampata sul corpo nel buio.

Al mio paese nessun morto è mai morto, i sogni erano sempre tempestati di anime, di anime in pena che invocavano i suffragi così come gli eroi greci rimasti insepolti invocavano una degna sepoltura. Le anime erano i rami degli ulivi pronti a ghermirti che pendevano al chiaro di luna disegnando strane ombre sulle strade bianche e polverose. Le anime bussavano alla finestra annunciate dal lugubre verso della civetta, oppure camminavano

Parabita. Si presenta Volti di carta, storie di donne del Salento che fu

Il Presidio del libro di Parabita  Cantieri culturali aperti – Emergenze Sud

è lieto di invitare la S. V.

alla presentazione del libro

VOLTI DI CARTA, STORIE DI DONNE DEL SALENTO CHE FU       (Ed. Albatros-Il Filo)

DI RAFFAELLA VERDESCA

MARTEDI’ 16 OTTOBRE ORE 18,30

PALAZZO FERRARI – PARABITA

Venti ritratti di donne salentine tra le due guerre, venti storie coinvolgenti sul piano emotivo e narrativo. Uno straordinario affresco del Salento tra le due guerre attraverso la fotografia delle sue donne.

Scrive Pier Paolo Tarsi nella prefazione:   Della sua terra di origine Raffaella Verdesca ci svela nelle pagine che seguono il passato femminile nelle sue forme più intime e pertanto inafferabili, quelle cioè del vissuto emotivo, restituendoci la profondità interiore di un mondo di donne a cui possiamo ridare nuovi confini e contorni, esplorandole attraverso ritratti da leggere, da sfogliare e da meditare, per scoprire cosa di quell’universo umano ancora sopravviva, ossia, con le parole dell’autrice,” l’insegnamento di un salento al femminile capace di dignità e dolore, speranza e riscatto, padrone del coraggio di credere ancora” .

Dialogheranno con Raffaella Verdesca Paolo Vincenti e Sonia Cataldo. Letture di Alfredo Romano.

Musica e canto di Giuliana Paciolla ed Enza Pagliara.

 

Iniziativa promossa da Regione Puglia- Assessorato al Mediterraneo – e dall’Ass. Presidi del libro col Patrocinio della Città di Parabita

 

Piccoli seminaristi crescono

Presidi del Libro di Nardò e Caffè Letterario di Via Roma
presentano

Piccoli seminaristi crescono (Negroamaro)

di Alfredo Romano

Domenica 14 ottobre 2012 ore 19.00
Sala Roma Piazza Pio XI – Nardò

Introduce – Norberto Pellegrino
Presidente Caffè Letterario di Via Roma a Nardò

Relatore
Pier Paolo Tarsi

 

Piccoli seminaristi crescono (Negroamaro) di Alfredo Romano sarà presentato domenica 14 ottobre 2012 alle ore 19.00 alla Sala Roma di Piazza Pio XI a Nardò. Introduce Norberto Pellegrino (Presidente Caffè Letterario di Via Roma a Nardò). Relatore sarà Pier Paolo Tarsi. L’appuntamento è organizzato dai Presidi del Libro di Nardò e dal Caffè Letterario di Via Roma.

Così, con tonaca, zimarra e “saturno” in testa, inforcai la bicicletta per recarmi dal dentista. Che bello era pedalare tutto solo per le vie della città. Mi voltavo a destra e a manca catturando in libertà l’aria impregnata della tarda primavera, le ignare facce della gente per strada, i variopinti colori dei vestiti, le facciate delle case e dei palazzi, le insegne dei negozi, le strida delle rondini… Avevo come l’impressione che tutti si voltassero a guardarmi e dicessero:”Nah, cce beddhu papiceddhu sta be ppassa! (Toh, che bel piccolo prete sta passando!)”. Pedalavo con disarmante incantamento e, come capita quando si è innamorati, avevo voglia di abbracciare tutto il mondo, di far partecipe ogni passante della mia manifesta e sconfinata felicità.

 

Info
http://www.negroamaroeditrice.it/

 

Culàcchi te papa Cajàzzu

La contramizione

di Alfredo Romano
 

Se cunta a Galàtune ca ‘na fiata papa Cajàzzu spicciàu na matìna cu ddica na messa te suffràgiu e sse buscàu le mille lire ca ne spettàvanu. Cu lli sordi mpóscia, essìu te la chiesa cu ttorna ccasa, quandu, pe’ la strata, ne vinne cu schiatta te pišciàre. Ṭruàndusi a nnanzi lla villa comunale, cce ffice?: nna! trasìu, se aźàu la tonaca e sse mise ppišciàre contru a nn àrberu te la villa. Addhai ca se ddunàu ‘na cuardia te la Comune. Ca ne tisse: «Papa Cajàzzu, sei in contramizione: nu’ sse pote pišciàre intra llu sciardinu comunale. «Ah!, e quantu àggiu ppacàre?» tisse papa Cajàzzu. «Mille lire,» ne rispuse la cuardia. «Nna!, àggiu tittu messa pe’ llu cazzu!» tisse tuttu giratu te capu papa Cajàzzu.

Racconti salentini/ Don Tuninu

di Alfredo Romano

Nc’era nu prete ca se chiamava don Tuninu. Tenìa na bbeddha cantina china te vinu, te oju e de sardizze. Ogni giurnu ca passava però, vitìa ca tuttu ‘stu beneteddìu chianu chianu se ssuttijàva. A dire la verità, don Tuninu nu suspettu su cci lu rrubava lu tenìa: lu Tore, lu sacristanu sou. Tante fiate n’ia fattu la fila, ma nu’ ss’era mai fitatu cu llu scopre e nnu’ ssapìa comu ia ffare cu llu spompa. E ccomu ia ffare e ccomu nu’ nn’ia ffare, alla fine pensàu ca l’unicu modu era ffazza sse cunfessa, cusì lu Tore tuccava pe’ fforza cu ddica li peccati soi.

Sicché alla prima occasione, don Tuninu pruvàu nne dice a llu Tore:

«Tore, ma comu ete ca nu’ tte cunfessi mai? Pussibile ca nu’ ttieni mancu nu peccatu? Ca nu stozzu te peccatu lu tenimu tutti.»

«Iu nu’ ttegnu propriu bisognu,» tisse lu Tore, «cce mm’aggiu ccunfessare se stau sempre intra la chiesa, servu messa, sonu le campane, ticu rusari… Peccati nu’ nde tegnu propriu!»

«Nu’ è ppussibile!» nsistiu don Tuninu, «Sciàmu tte cunfessi: cce tte custa? Sciamu, ca poi te tau na beddha ‘ssoluzione.»

‘Nsomma don Tuninu, quantu fice quantu nu’ ffice, riuscìu ccunvince lu Tore cu sse cunfessa. E appena lu Tore se ‘nginucchiàu nnanzi ‘llu cunfessiunile, don Tuninu zziccàu:

«Beh, Tore, timme cce ppeccati hai fattu.»

«Nuddhu, don Tuninu, te l’aggiu titta, nu’ ttegnu nuddhu peccatu: quante fiate te l’àggiu ddire?»

«Ma pussibile, Tore? E dimme ‘llora: ci ete ca se rruba lu vinu, ci ete ca se rruba l’oju, ci ete ca se rruba le sardizze te intra la cantina mia?»

«Don Tuninu: nu’ sse sente!»

«Comu nu’ sse sente, Tore: ca iu sta tte sentu! Tornu cu ddicu: ci ete ca se rruba lu vinu, ci ete ca se rruba l’oju, ci ete ca se rruba le sardizze te intra la cantina mia?»

«Don Tuninu, sta tte ticu: nu’ sse sente!»

«Nu’ è pussibile, Tore, cu nnu’ sse sente. Sai cce ffacimu ‘llora? Passa tie ‘llu postu miu e bitimu ci se sente!»

E ccusì lu Tore e don Tuninu se cangiàra te postu.

«Cunta tie moi e bitimu ci se sente,» tisse don Tuninu a llu sacristanu. E llu sacristanu zziccàu:

«Don Tuninu, timme na cosa: ma… ci ete ca se futte mujèrama?»

«Nna, Tore, tieni ragione sai? Tici bonu ca nu’ sse sente!»

E llu fattu nu’ ffoe cchiùi, mòrsera iddhi e ccampamme nui.


TRADUZIONE

Don Tonino

C’era un prete che si chiamava don Tonino. Teneva una bella cantina piena di vino, di olio e di salsicce. Col passare del tempo però, s’avvide che tutto questo bendiddio andava man mano assottigliandosi. A dire il vero un sospetto don Tonino ce l’aveva su chi lo rubava: Tore, il sacrestano suo. Tante volte gli aveva fatto la fila, ma non era mai riuscito a trovarlo con le 

Lu fattu te li ṭṭre ppreti / Racconti salentini

Racconto tratto da “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.

di Alfredo Romano

(In basso la traduzione in italiano del racconto)

A ‘nnu paese, ‘na fiata, ia ‘na beddha fèmmana mmaritata ca se chiamava Maria. Vista era mutu tevota e šcia sempre ‘lla chè­sia. Addhai ca lu prete ne zziccàu mmenare l’occhiu a lla Maria, tantu ca ‘nu bellu giurnu, spicciàtu ca ia te messa, la chiamàu te scusu e nne tisse: «Maria mia, te tau centu tucati, basta ca faci begnu ‘na notte cu tte ṭrou sula sula ‘ccasa toa.»
La Maria pe’ llu scornu se nde scappàu senza ddice nu’ isti, nu’ asti e nnu’ bonasera. E ccu nnu’ sse senta maisiasignòre tire te­quistupassa, pijàu bàscia a mmessa a nn’addha chèsia. Ma puru cquai lu prete ne zziccàu mmenare l’occhiu a lla Maria, tantu ca ‘nu bellu giurnu, spicciatu ca ia te messa, la chiamàu te scusu e nne tisse: «Maria mia, te tau tocentu tucati, basta ca faci begnu ‘na notte cu tte ṭrou sula sula ‘ccasa toa.»
«Cce mmalesorte àggiu rricapitàtu,» tisse la Maria, «mo’ man­cu messa me pozzu vitire cchiùi.»
E ttuccàu ntorna ccàngia chèsia la Maria. Ma foe lustessu­capiace, ca cquai lu prete anzi ne prumise ṭrecentu tucati, e a rretu llu prete se ṭruau puru lu sacristanu. Ca ne tisse: «Iu suntu cchiù ppoerieddhu, Maria mia, e te pozzu tare sulamente quaranta tucati.»
Mo’ la Maria a llu paese nu’ ttenìa addhe chèsie cu bàscia: ca se l’ia passate tutte. Allora ne vinne la stizza e šciu e spumpàu tut­tu a llu maritu. Quistu, a pprimu mumentu, se mise ccastimare scuddhàndu Gesucristu, la Vergine e ttutti li santi te lu paratisu, tantu ca la Maria cchiùi se dispiacìu, ma poi pensàu

Li maccarruni pišciati / Racconti salentini

Il racconto è tratto da “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.

di Alfredo Romano

C’era ‘na fiata ‘nu frate ca scia ‘lla limòsina, e šciu ba ttuzza a ‘nna casa addhune ne aprìu na vagnone nu’ ttantu giustata te capu. Ca tisse a llu frate: «Spetta, ca vau pìju ‘na cosa.» E šciu ba nne pìja lu tiestu cu ‘nnu picca te maccarruni ca èranu rimasti te la sera prima. Ddhu frate, ca tenìa fame mo’, se zziccàu lu tiestu cu lla cucchiara e sse menàu sse li mangia. Ma topu lu primu nghiuttu, tuccàu lli lassa li maccarruni, ca gh’èranu tutti nnacituti. Addhai ca la vagnone ne tisse: «None, ca te li poti mangiare, sai? Tantu nui l’imu mbarcare ca l’hanu pišciati li surgi.»
«Ah sì?» tisse lu frate «E nna!» E nne rumpìu lu tiestu an capu. La vagnone mo’ zziccàu cchiangire. E ffacìa: «Povera mmie! povera mmie! Ca m’hai ruttu lu tiestu a ddhu cacava sìrama te notte. Povera mmie! povera mmie! Ca m’hai rut­tu lu tiestu a ddhu cacava sìrama te notte.» Sentendu te cusine, a llu frate addhu nu’ nne restàu ca cu zzacca ddha vagnone e ccu tte la binchia bona bona te mazzate.

Il frate e la bambina. Illustrazione di Maria Berto.

TRADUZIONE IN ITALIANO

I maccheroni pisciati

C’era una volta un frate che girava per la questua e andò a bussare alla porta di una casa dove gli aprì una bambina che non ci stava tanto con la testa. Che disse al frate: «Aspetta, che vado a prenderti una cosa.» E tornò con un tegame di coccio con dentro un po’ di maccheroni avanzati della sera prima. Il frate, che era affamato, agguantò cucchia­io e tegame e si buttò a mangiare i maccheroni. Ma, dopo il primo boccone, dovette lasciar perdere per via che erano tutti inaciditi. Qui che la bambina disse al frate: «Guarda che te li puoi mangiare i maccheroni, tanto noi li buttiamo perché i sorci ci hanno pisciato sopra.»
«Ah, è così?» esclamò il frate «E ttié!» E le ruppe il tegame di coccio in testa. La bambina mo’ si mise a piangere. E faceva: «Povera me! povera me! Che m’hai rotto il tegame dove mio padre cacava di notte. Povera me! povera me! Che mi hai rotto il tegame dove mio padre cacava di notte.»
Ascoltando la tal cosa, al frate non restò che afferrare la bambina e riempirla buona buona di mazzate.

FINE

P.S. Un saluto e un grazie a Marcello Gaballo che in questi anni ha dato tanto alla cultura salentina attraverso il blog. Che dire: mi dispiace che il blog finisca, ma mia madre buonanina mi diceva sempre che lu Signore te chiute ‘na porta e tte apre n’addha. L’altra porta sarà la Fondazione di Terra d’Otranto? Me lo auguro di tutto cuore.

Un saluto e un grazie anche a tutti gli spigolatori e lettori che in questi anni mi hanno seguito sul blog. Da questa mia esperienza è nato anche un libro, Piccoli Seminaristi crescono. E non è poco.

Il fatto di san Giorgio / Racconti salentini



di Alfredo Romano

Il fatto di san Giorgio
[In basso la versione in dialetto salentino]

Racconto tratto dal libro “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008. 

C’era una volta una che, essendo donna molto pia, non mancava di recarsi in chiesa per assistere a tutte le funzioni. Era molro bella e abitava in una casa che divideva col fratello.
Il prete della chiesa, tuttavia, pian piano se ne innamorò, fino a che un giorno, finito che ebbe di dire messa, la chiamò in disparte e le disse:
«O cara donna pia, devo svelarti un segreto che credo ti farà felice. È venuto a trovarmi san Giorgio per dirmi che desidera scendere apposta dal paradiso per venire a farti visita. Potrà farlo però solo al cadere della mezzanotte e alla condizione che in casa tua non ha da esserci nessuno, neppure tuo fratello.»
«San Giorgio a casa mia! Ma che onore! Ma che fortuna! Non posso credere che san Giorgio scenda dal cielo per una donna povera come me, io che non sono degna neppure di nominarlo.»
Fu così che la bella donna pia se ne tornò a casa e raccontò tutta entusiasta al fratello di questa visita. Lo pregò pure, per la notte che veniva, di andare a dormire altrove, perché così voleva san Giorgio.»
E il fratello disse alla sorella:
«Non ti preoccupare, dici mo’ che per il desiderio di un santo non m’allontano una notte da casa?»
E la donna pia, per l’occasione, s’affrettò a pulire tutta la casa, non mancando di porre qua e là anche dei mazzi di fiori. Lei stessa si fece ancora più bella per la venuta del santo. Lì che si fece mezzanotte e sentì bussare alla porta.
«Chi è?» disse tutta tremante.

Racconti salentini/ Quiddhu te la crapa

di Alfredo Romano

Quello della capra [versione in lingua italiana; in basso la versione in dialetto salentino]

Racconto tratto dal libro “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.


Era una che si chiamava Maria ed era in attesa di un bambino. Allora il marito le disse:«Non sarà bene procurarci una capra per il bambino? Ci sarà bisogno di latte.»«Ùmh, e compriamoci pure la capra!» rispose la moglie. E così si comprarono la capra. Capra che diventò bella grossa, bella con i suoi capretti, no? e che faceva tanto bel latte. Successe che un monaco cercantino [monico addetto alla questua] che passava da casa della Maria per la questua, notò quella caspita di capra.

«Ah!» disse tra sé «questa capra è proprio buona per il padre guardiano.»
«Non mi fai l’elemosina?» chiese intanto alla Maria.
«Sì, to’!» disse la Maria. E gli porse due belle frise6 infornate da poco insieme con una manciata di pomodori.
Ma venne la notte e il frate cercantino andò a rubare la capra della Maria, sai? Il marito mo’ s’era levato presto per andare in campagna e non s’era avveduto del furto. Ma quando a sera rientrò dalla fatica, la Maria gli corse subito incontro e: «Ah!» gridò «marito mio, la capra ci hanno rubato!»
«Chi è passato ieri di qua?»
«Il frate cercantino è passato: gli ho fatto un po’ d’elemo­sina.» «Eh,» disse il marito «il frate se l’è presa!»
«Nooò,» disse lei «non può essere!»
«Siiì, se l’è presa, il frate se l’è presa, dài retta a me! L’ha rubata sicuramente per il padre guardiano, che è uno che se ne sta sempre a pancia piena. Mo’ gli faccio vedere io!»

L’indomani, il marito corse al convento e, giunto sotto il muro di cinta, vi s’arrampicò per affacciarsi sul giardino. E che ti vide? La pelle della capra sua stesa nel bel mezzo al sole ad asciugare. Capì che i monaci, una volta mangiata

Lu cane te Lecce e llu cane te Bari / Racconti salentini

Il racconto è tratto da “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.

di Alfredo Romano

Lu cane te Lecce e llu cane te Bari (In basso la versione in lingua italiana)

Na fiata ‘nu cane te Lecce se ffruntàu cu ‘nnu cane te Bari. Quistu stringìa ‘n’ossu am bucca. Lu cane te Lecce ‘llora tisse a quiddhu te Bari: «Si’ bonu cu ddici Bari?»
«Bàaari, » e a llu cane te Bari ne catìu l’ossu te ucca. Te pressa quiddhu te Lecce se lu nferràu.
Mo’ lu cane te Bari se sentìu pijàre pe’ ffessa. «Mo’ fazzu cu ddica Lecce,» pensàu ṭra de iddhu «e ccusì l’ossu me lu nferru ntorna iu.»
«E ttie si’ bonu cu ddici Lecce?»
«Léeecce!» Ma l’ossu allu cane te Lecce ne rrimase sṭrittu sṭrittu inṭru lli tienti e llu cane te Bari rimase cu ‘nnu parmu te nasu.

Il cane di Lecce e il cane di Bari. Dalle illustrazioni di Maria Berto.

TRADUZIONE IN ITALIANO

Il cane di Lecce e il cane di Bari

Una volta un cane di Lecce si incontrò con un cane di Bari. Questo stringeva un

I salentini a Civita Castellana / Ritorno alla Tenuta Terrano: le foto di ieri e di oggi.

Tenuta Terrano a Civita Castellana. La foto a colori è dell’aprile 2012, quella in b/n risale al 1968: le due foto con lo stesso scenario.

di Alfredo Romano

Nel 1965 la mia famiglia emigrò da Collemeto nel Salento a Civita Castellana per la coltivazione del tabacco. Si calcola che almeno cinque mila salentini a quel tempo siano emigrati nell’arco di 15 anni nel Viterbese. I primi due anni furono durissimi, l’alloggio cui ci aveva destinato il primo proprietario terriero era malsano, privo di servizi, praticamente una stalla. Dopo due anni ci trasferimmo nella Tenuta Terrano dove il nuovo proprietario ci fece alloggiare in una casa da cristiani. Nella Tenuta c’era un concentramento di almeno 500 salentini. Coltivammo tabacco per altri otto anni, fino al 1975, quando i miei genitori decisero di tornare a Collemeto. Noi figli restammo perché nel frattempo avevamo trovato un lavoro. Per tanti anni non sono più passato dalla Tenuta Terrano e questo benché dalla mia finestra scorgo ogni giorno in lontananza la torretta della villa dell’allora proprietario terriero. Negli anni Sessanta ero munito di un’irrisoria macchina fotografica in b/n grazie alla quale, però, ritrassi i miei e lo scenario che si presentava alle loro spalle che documenta la vita ordinaria nella Tenuta e alcune fasi della lavorazione del tabacco. Ma ecco che uno di questi giorni, munito di buona fotocamera stavolta, mi sono messo in cammino per arrivare alla tenuta. Il cuore mi batteva forte quando ho fatto ingresso nel viale che portava ai tanti caseggiati, compreso il mio: vi alloggiavano in ordine sparso tante famiglie salentine e alcune calabresi. Dall’ingresso della Tenuta la mia vecchia casa distava un chilometro. Non ero sicuro di riuscire a dirigermi

Mia madre Lucia che amava le bambole

1972. Mia madre Lucia (1919-1994) al tempo in cui stavamo a Civita Castellana per la coltivazione del tabacco

 di Alfredo Romano

Mia madre aveva una passione smodata per le bambole, anche in tarda età non smetteva di circondarsi di bambole: vedevi bambole sul divano, sulla macchina da cucire, sul letto grande e sui lettini, sul piano della specchiera e della cucina e, quelle che erano di troppo, le teneva chiuse nell’armadio.

A parte la bambola del soggiorno di tutto punto vestita che aveva il marchio di fabbrica, le altre erano bambole particolari. Si dà il caso che quando mia madre s’imbatteva in manichini di bambole logorati dall’uso, ormai inservibili, lei li raccoglieva con somma pietà e se li portava a casa. S’intendeva di cucito mia madre e così, con i rimasugli di merletti, lane e panni vari colorati stipati in un cassetto del comò, in quattro e quattr’otto trasformava il manichino in una bambolina sorridente quasi sempre d’aspetto zingaresco. Talvolta poi, non disponendo della capigliatura, ricorreva a un berrettino di lana che poggiava sul capo della bambolina quasi la volesse riparare dal freddo.

Bambola nella casa di Collemeto. I vestiti di tutte le bambole, eccetto l’ultima in basso, sono stati confezionati da mia madre.

Ma questa smodata passione di mia madre per le bambole nascondeva una mancanza della quale non si fece mai una ragione. Dopo il matrimonio, i miei genitori dovettero aspettare dieci lunghi anni per l’arrivo di un figlio e il primo a venire al mondo fui io. C’era tanta neve quella notte e mio padre Giovannino,

Il lamento del latinista e scrittore Luca Canali sulla rivista L’Immaginazione

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di Alfredo Romano

Lo scrittore e latinista Luca Canali.

Quando si dice che la vecchiaia è una carogna. E già, mi ha colpito lo sfogo di Luca Canali sull’ultimo numero della rivista L’Immaginazione (San Cesareo di Lecce: Piero Manni, n. 268, 2012, p. 30). Canali, scrittore di romanzi e racconti, saggista e traduttore dei classici latini, alla bella età di 87 anni si lamenta del fatto che note case editrici, che negli anni hanno guadagnato tanto con i suoi libri, adesso non sono più interessate e i direttori editoriali adducono le scuse più assurde. Addirittura il direttore di un noto quotidiano al quale Canali aveva chiesto di collaborare risponde: “Ci scusi, pubblichiamo solo articoli orientati verso le giovani generazioni”. 

Protesta allora Canali: “A questo punto mi si consenta una onesta difesa: mi deve essere concessa perché qualcuno può ipotizzare una qualità scadente dei miei libri della vecchiaia, come causa dei rifiuti.” E lancia una sfida: “Leggete questi due libri recenti: il primo è un romanzo storico intitolato Augusto, braccio violento della storia, il secondo è la traduzione, testo a fronte, di un classico del IV secolo d.C., Il poema dei Vangeli. Datene un giudizio: se sarà negativo, mi arrenderò ai direttori editoriali che mi hanno snobbato. Se sarà

Dal canto gregoriano agli echi ancestrali degli stornelli di lavoro e d’amore della campagna salentina

Alfredo canta all’Ergife a Roma per gli emigranti italiani

ALFREDO ROMANO CANTANTE

 Voce formata allo studio severo del canto gregoriano nei cinque anni di permanenza presso il Seminario diocesano di Nardò e contemporaneamente plagiata dagli echi ancestrali degli stornelli di lavoro e d’amore della struggente campagna salentina

 

di Nino Pensabene

     A primo acchito sembra si riagganci molto alla Scuola dei Cantautori Genovesi, il modo di cantare di Alfredo Romano, anche se la particolarità del timbro vocale – tanto poderoso da espandersi in echi cavernosi e sofferto da scivolare nel nenioso – riporta più specificamente a quello di Umberto Bindi e in qualche passaggio a quello di Marino Barreto jr.

Ad un’analisi più approfondita, però, ascoltandolo, cioè, e riascoltandolo nelle interpretazioni di più vasta tematica e pluralità di registri musicali, ci si accorge che si tratta di  una voce tanto particolare da risultare difficile una collocazione ben precisa. Sicuramente c’è l’appartenenza vocazionale ad una “scuola”, quella appunto dei “Cantanti genovesi” degli anni ’60, più che altro il voler caparbiamente seguire un indirizzo che affascina e che nel tempo ha conquistato parecchi interpreti, ma secondo me nella raggiunta autonomia (avvenuta, immagino, in modo inconscio nel cantante) ci sono due elementi

Leccesi, c’era una volta / Pasqualino torna dalla Svizzera. 7a ed ultima parte.

 

di Alfredo Romano

PREMESSA

   Dalla stazione di Lecce partivano a frotte gli emigranti negli anni ‘50 e ‘60, tutte le sere: Francia, Germania, Svizzera, Belgio. Il mio paese si spopolava, di giovani soprattutto. Le ragazze da marito restavano ad aspettare. A volte invano. Ne ho viste di donne bionde portate al paese.
   Taluni si facevano valere all’estero. Tal’altri erano meno fortunati. Ma guai a tornare senza i segni di una raggiunta fortuna. Nessuno ti avrebbe perdonato quell’essere andato via per niente.
   C’è un certo Pasqualino che torna al paese con una stangona di donna svizzera e una macchina da fare invidia. Lui fa l’americano. Offre da bere a tutti, ostenta mazzi di banconote, dice che in Svizzera se la spassa, parla perfino in italiano (almeno lui crede). Ma poi alla fine basta un po’ di vino e Pasqualino tira fuori la sua verità.


IL VIDEO:
Premessa di Mina Fabiani al monologo di Alfredo sull’emigrazione italiana all’estero. Segue ballo di pizzica tarantata; Alfredo canta “La ballata dell’emigrazione” di Alberto D’Amico e le strofe di Carnevale del cantastorie Peppinu Camisa di Galatone. Con la partecipazione di Giuseppe Maniglio alla chitarra
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LU PASCALINU TORNA TE LA SVIZZERA
[trascrizione fonetica]

    “′Mmaculata, ′Mmaculata! fuci, fuci ca è rriatu tela Svizzera lu Pascalinu te le Petruse. È benutu cu ‘Nna machina crossa crossa! Cce stae beddhu benetica?! Tene ‘na facce janca e rrussa, s’have crisciutu puru la barba, tene certi capiddhi

Leccesi, c’era una volta / Quando esce la taranta. 6a parte.

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 di Alfredo Romano

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IL VIDEO: Alfredo parla del tarantismo. Segue monologo e l’esecuzione di 2 pizziche con la partecipazione di Mina Fabiani e di Giuseppe Maniglio alla chitarra.

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PREMESSA AL TARANTISMO CON QUALCHE DIVAGAZIONE

C’è stato nel Salento, fino a qualche anno fa, un fenomeno detto del tarantolismo, fenomeno che è sopravvissuto finché è resistita la civiltà contadina e che ora è del tutto scomparso. Nella mia terra succedeva che le donne specialmente, alcune donne, ciclicamente all’inizio della stagione calda entravano in una crisi che si potrebbe definire depressiva.

Alfredo Romano

Era credenza che la donna fosse stata morsa da un ragno, la tarantola, un morso magico, dal momento che la donna, al semplice suono di un tamburello o di una fisarmonica, danzava e si dimenava al ritmo del suono e questo le portava giovamento nel fisico e nell’umore.

I familiari, la collettività, consci di questo effetto terapeutico della musica, organizzavano dei veri e propri concerti in casa ad opera di musicisti di tamburello, di violino, di fisarmonica e di chitarra: in genere erano persone del paese. Io ho avuto due zii paterni che suonavano il violino e il tamburello, quello che suonava il violino era il nonno di mio cugino Mariano Romeo, un mastro muratore che qui tutti chiamano Lupo.

I concerti duravano giorni a volte, la donna danzava e mimava con i gesti le movenze del ragno, entrava in trance, percorreva nella sua mente mondi sconosciuti, finché, ad un certo punto, rientrava docilmente nella ragione, tornava in sé, nella sua normalità, dopo aver smarrito il suo orizzonte.

A questo punto ringraziava i musicisti, ringraziava i vicini di casa che avevano assistito alla sua terapia musicale, e ringraziava pure San Paolo, creduto il protettore delle tarantole e dei serpenti. In conclusione, la stessa collettività allora si incaricava di curare chi era entrato nel tunnel della crisi.

Che la musica, il canto, abbiano una funzione terapeutica, è ormai riconosciuto da tutti. La vibrazione sonora infatti non viene percepita solo dal nostro udito, ma viene sentita anche dall’intero corpo e dal nostro mondo inconscio. Il suono armonico viene quindi ad armonizzare, ad alleviare cioè il nostro dolore fisico e mentale.

Tornando alla terapia musicale del tarantolismo, è chiaro che aveva la sua ragion d’essere in un determinato contesto culturale. Ma le crisi, gli smarrimenti della ragione non sono affatto finiti. Solo che oggi la cura si risolve in farmacia o all’ospedale (detto tra noi era molto meglio ballare al suono di un tamburello) dimenticando che certe malattie dell’anima non possono essere curate esclusivamente con la chimica.

Mina Fabiani

Perché le donne erano più soggette a essere «morse dalla tarantola?» Beh sappiamo che allora le donne subivano leggi e costumi repressivi e la crisi era sempre in agguato. Ma io aggiungo un altro motivo: non è che anche l’uomo fosse immune dalle crisi, è che la donna, più dell’uomo, ad un certo punto decideva di entrare in crisi, si abbandonava, tirava fuori la parte di sé più irrazionale e costringeva la collettività a occuparsi di lei (finalmente di lei), si metteva al centro dell’attenzione, lei ballava e aveva un pubblico tutto suo, era protagonista di un evento. Così facendo la donna si riconquistava le sue sfere di libertà.

Al contrario, gli uomini in crisi, in generale non sono capaci di questi abbandoni, non decidono di smarrirsi, di uscire da sé (e farebbe loro tanto bene), perché gli uomini si controllano di più, stanno più attenti, si vergognano, ne andrebbe del loro status di maschi, perfino il pianto è visto come segno di debolezza, quasi che il pianto debba essere un’esclusività delle donne. Non so perché mi viene in mente il pianto di Priamo, re di Troia, di fronte all’eroe greco Achille per ottenere la restituzione del corpo di Ettore, il figlio ucciso dallo stesso Achille. Era il pianto di un re. E piangeva anche Odisseo nell’isola di Ogigia al ricordo della sua donna lontana, della sua patria lontana. E allora… questi uomini, insomma, che piangano pure, visto che piangevano anche gli eroi.

Adesso passo a raccontarvi del fenomeno del tarantolismo nel dialetto del mio paese di origine, Collemeto di Galatina, in provincia di Lecce. Questo perché, prima della pìzzica tarantata, voglio farvi entrare in un mondo magico, un mondo di suoni e ritmi che solo il dialetto può rievocare.

Mina Fabiani, Alfredo Romano e Giuseppe Maniglio in scena.

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 QUANDU ESSE LA TARANTA

Mo’ fazzu cu ssentiti la pìzzica tarantata. Cce gh’ete la pìzzica tarantata? Ete ‘na tarantella. Ndae tante tarantelle a llu Sud: have la tarantella te Napuli, quiddha calabrese, quiddha siciliana… e nnui tenimu puru la tarantella noscia: la pìzzica-pìzzica.

La tarantella vene te taranta. La taranta è ‘nn’animale ca se troa a ttiempu t’estate a lle campagne, a lli tiempi de la metitùra te lu cranu… Se scunde a mmienzu ‘llu cranu la taranta, quandu face quiddhu sole ertu ertu, a quiddhi merisci caddi ca se vite l’aria brillare, ca pare ca sta arde quasi. Le furmìcule stanu scuse sotta terra, se sente lu sonu te le cicale… ca face mutu caddu! Se sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre quiste cicale. E allora tìcianu ca la taranta esse te fore e pìzzica le mane e lli pieti te li cristiani.

Giuseppe Maniglio

   E quandu pìzzica la taranta, li cristiani se sèntanu tutti scazzicàti. E basta cu nne rria quarche ssonu te tamburieddhu o te fisarmonica ca vene te luntanu, ca se mìntanu ‘ballare. E ballanu tuttu lu giurnu, a ffiate puru dô giurni, tre giurni, quattru giurni… puru ‘na settimana!

   La taranta, la pìzzica. Nui ‘stu fattu te li cristiani ca su’ ppizzicàti te la taranta e cca se mìntanu ballare, ‘sta cosa la tenìmu scusa intru te nui, comu ‘na sorta te mascìa ca nu’ mbulìmu cu sse saccia.

   E ssentendu vui quistu sonu te pìzzica-pìzzica, vui be putiti ccurgìre te cce ssangu ca tenìmu nui intra lle vene, te cce ffocu ca ne arde intra llu core: ‘stu focu ca vulìmu cu spetterra, cu esse te fore e ccu llu tamu a tutti li cristiani.

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TRADUZIONE IN ITALIANO

QUANDO ESCE LA TARANTA

   Mo’ vi faccio ascoltare la pìzzica tarantata. Che cos’è la pìzzica tarantata? È una tarantella. Ci sono tante tarantelle al Sud: c’è la tarantella di Napoli, quella calabrese, quella siciliana… e noi teniamo pure la tarantella nostra: la pìzzica-pìzzica.

  La tarantella viene da taranta. La taranta è un animale che si trova al tempo d’estate nelle campagne, al tempo della mietitura del grano… Si nasconde in mezzo al grano la taranta, quando fa quel sole alto alto, in quei meriggi caldi quando si vede l’aria brillare, che pare che arda quasi. Le formiche se ne stanno nascoste sotto terra, si sente il suono delle cicale… ché fa molto caldo! Si sente cicì-cicì-ciciiì. Sempre queste cicale. E allora dicono che la taranta esce fuori e pìzzica le mani e i piedi dei cristiani.

Alfredo Romano

   E quando pìzzica la taranta, i cristiani si sentono tutti smossi dentro. E basta che arrivi loro quarlche suono di tamburello o di fisarmonica che viene da lontano, che si mettono a ballare. E ballano tutto il giorno, a volte anche due giorni, tre giorni, quattro giorni… anche una settimana!

   La taranta, la pìzzica. Noi questo fatto dei cristiani che sono pizzicati dalla taranta e che si mettono a ballare, questa cosa la teniamo nascosta dentro di noi, come una sorta di magia che non vogliamo che si sappia.

   E ascoltando voi questo suono di pìzzica-pìzzica, voi potete scorgere che razza di sangue teniamo noi nelle vene, che fuoco ci arde dentro il cuore: questo fuoco che vogliamo che trabocchi, uscir fuori e donarlo a tutti i cristiani.

Leccesi, c’era una volta / Mio padre Giovannino. 5a parte.

di Alfredo Romano

PREMESSA

D’estate ci si levava presto per la raccolta del tabacco. Si andava sul campo che era ancora buio. Mio padre Giovannino si alzava per primo e, mentre mia madre Lucia preparava il caffè, lui, sigaretta già in bocca, cominciava la perlustrazione del campo che stava nei pressi della casa colonica: andava a fare una verifica della parte di campo con le foglie più mature da raccogliere. La mamma intanto con le tazzine di caffè fumanti apriva la camera che io dividevo con tre fratelli più piccoli e, pur a malincuore, cominciava il rito della sveglia:
“Su, il caffè, alzatevi figli miei, fatelo per amore della mamma vostra!” ‘Na parola, e chi si alzava!
“Va bene, state un altro minuto, ma solo un altro minuto, ché vostro padre mo’ che torna, se non vi trova in piedi, quello si mette a bestemmiare tutti i santi del paradiso e se la prende pure con me.”
E papà tornava, ma io e i miei fratelli eravamo inseguiti ancora dai sogni della notte profonda, non ultimo quello di un mondo senza tabacco.


Il video della 5a parte dello spettacolo di Alfredo con la partecipazione di Mina Fabiani. Dopo il monologo, Alfredo e Mina in “Lu furese ‘nnamuratu”, strofe di tradizione del cantastorie salentino Luigi Paoli.

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SÌRAMA LU GIUVANNINU

Ciaaa!, l’hai chiamati li fiji toi, l’hai chiamati? Sangu te la matòmbula bbuttana! Sta bene lu sole e quiddhi me stanu ‘ncora curcati… Azzàtive! ca li cristiani hanu fattu ‘na sciurnata!
Fràtuma lu Pippi hae dô ore ca stae ddha mmienzu: è sciùtu cu lle citilene…

Leccesi, c’era una volta / Il gallo di don Silvano. 4a parte

di Alfredo Romano

PREMESSA

E adesso vi racconterò di un gallo vivo che mia madre mi fece portare in dono a don Silvano, allora parroco del Duomo. Ma don Silvano, credendo di farci cosa gradita, non accettò il gallo, disse che non ne aveva bisogno e che sarebbe stato di gran lunga più felice se fosse finito sulla tavola di casa mia. Certo, lui lo fece in buona fede, ma mia madre ci rimase molto male, si offese, era stato calpestato il suo orgoglio: perché anche un povero ha facoltà di dare e non solo di ricevere. Quel suo rammarico me lo sono portato dentro per trent’anni. Ma qualche estate fa, finalmente, vi ho messo riparo.

IL VIDEO. Clicca sul link:

Monologo di Alfredo, poi Mina e Alfredo cantano
Lu cuccurucù, canto popolare salentino
 


LU CADDHUZZU TE TON SILVANU

[in basso, il racconto tradotto in italiano]

 

Li primi tiempi fora tosti a Civita Castellana: ìame bisognu te tante cose e nnu’ ccanuscìame nisciùnu. Cu ddicimu lu giustu, li preti fora li primi ca ne tèsera ‘na manu. Lu prete nosciu era ton Silvanu, tandu pàrrucu te la Chiesa Matre, e a iddhu ne rivulgìame pe’ tante cose: cu ffaci tumande a lla Comune; cunsij pe’ ‘nna cosa e ppe’ ‘nn’addha; ton Silvanu viti ci cunti cu quistu e quiddhaddhu; ton Silvanu m’hanu fattu ‘na contramizione e nnu’ ttegnu sordi cu lla pacu, perciò viti ci poti fare quarche cosa; lu fiju miu… m’hanu tittu ca ne poti truàre fatìa, puru cu carica scarica mattuni intru ‘na fabbrica o a lli fabbricaturi.

Alfredo Romano

Certe fiate ton Silvanu lliticava puru cu llu patrunu te la terra pe’ lli tiritti nosci: ca li patruni, te cce mmundu e mmundu, lu compitu loru ete cu ffùttanu sempre li cristiani e cu ngràssanu susu le spaddhe te l’addhi.
′Nsomma comu foe comu nu’ ffoe, a llu casale tenìame ‘nu puddharu. E la mamma mia ‘nu beddhu giurnu me tisse:
“Affretu, mò a llu ton Silvanu, quiddhu cristianu, l’imu ringraziare pe’ tuttu lu bene ca ne face. Sai cce fanne? Trasi intra lu puddharu, cchiàppa lu caddhuzzu cchiù beddhu ca nc’ete e portanélu a llu ton Silvanu e dinne: Nah, quistu te lu manda la mamma mia, cu tte lu mangi, cu aggi sanitate e cu tte saccia bonu: ca addhu nu’ ttenìmu.”
E iu addhu nu’ ffici: pijai la bicicletta, ttaccai lu caddhuzzu capisotta a llu

Leccesi, c’era una volta / Quando diventammo tutti muratori e ceramisti a Civita Castellana. 3a parte

di Alfredo Romano

 PREMESSA

 Una cosa che ci fece meraviglia a Civita Castellana fu la vista delle case del centro storico. Quel tufo nero senza intonaco, che poi è caratteristico nel Viterbese, ci fece una certa impressione. Abituati alle nostre case dai mille colori del sole, del mare e dell’aria… Ma com’è, ci siamo detti, questi civitonici devono stare peggio di noi se non hanno  neppure i soldi per intonacarsi le case. Stai a vedere che ci hanno chiamati apposta per farsele intonacare da noi? E infatti, passata la buriana del tabacco, i leccesi diventarono tutti muratori e ceramisti. Se andate in Piazza Duomo potete ammirare un palazzo di colore celeste. Certamente vi si è sbizzarrito un mio paesano che forse sognava uno spicchio di mare o un remoto angolo di cielo come si vedono nel Salento!

VIDEOMonologo di Alfredo. Segue l’ascolto della canzone popolare “Lu trainieri” del salentino Luigi Paoli.

  Testo in dialetto salentino.
Quandu rriàmme a Civita Castellana, ‘na cosa ca ne fice meravija foe la vista te tutte ddhe case nìure te lu centru storicu, nìure comu lu carbone e mmenze scazzafittate. L’ùrtime cazza fitte, ci sape… forsi ne l’ìane tate a lli tiempi te Ponziu Pilatu?

   Nui ca simu bituàti ca le case noscie su’ ppitturate cu ttutti li culuri te l’arcubalenu, imu tittu: Nnah, simu venuti cquai cu stamu meju… ma quisti te Civita hanu stare pesciu te nui se nu’ ttènanu sordi mancu cu sse ncazzafìttanu le case. Sangu te ddhu porcu! vo’ tte fazzu biti ca n’hanu chiamati amposta cquai cu nne le ncazzafittàmu nui le case loru?

   E ggh’era veru, ca nu’ ppassau mancu ‘n annu ca tutti li giovani leccesi lassàra te fare tabaccu e sse menàranu ffàzzanu li ceramisti, li mesci conza e sconza, li cazzafittari, ‘nsomma tutti cu ffannu e ccu giùstanu case.

  Iu te fatti su’ bituatu, quandu passu nnanzi a ‘nnu cantieri, cu ccuntu an dialettu: me vene nnaturale, ca sia ca stau a llu paese miu. Certe fiate àzzu lu razzu e nne fazzu: “Italiani![1] (ca nui cquai ete comu sia ca stamu all’esteru, no?) nnah fatìa nah!” E quiddhi me crìtanu: “Ma cce ssi’ de Foggia[2]”?

   Ma have ‘nu pocu te tiempu a quista parte ca, quandu passu te li cantieri e ba’

Leccesi, c’era una volta / 2a parte: Quando arrivammo a Civita Castellana

di Alfredo Romano 

PREMESSA
Voglio raccontarvi adesso di come venne accolto mio padre quando mise piede per la prima volta a Civita Castellana, in località Terrano. Correva l’anno 1965. Fu scaricato alle quattro del mattino da un furgone Wolkswagen stracarico di salentini, stipati come sardine, nei pressi della casa colonica. Era buio e fu scambiato per un ladro e, come in guerra, mio padre si gettò a terra per scansare due colpi di fucile sparati al suo indirizzo. Pregò Vittorio, l’autista del furgone, di riportarlo al suo paese. Ma, chiarito l’equivoco, si convinse a restare ed ebbe inizio la sua avventura a Civita Castellana. I civitonici a quel tempo ignoravano le piante di tabacco e facilmente le scambiavano per insalata.

 Il video: monologo di Alfredo, poi Mina e Alfredo
cantano “Fìmmene fìmmene

Testo in dialetto salentino (scrittura fonetica).
Quandu iu tenìa sìtici anni, tantu tiempu rretu, paru cu mmàma e ccu lli frati mii, sìrama ne purtau a Civita Castellana, nnanzi Roma, cu cchiantamu tabaccu. Tandu tante famije te tutte le parti te lu Salentu scìanu a Civita Castellana cu cchiàntanu tabaccu.
Partìmme cu llu Vittoriu: era unu te Specchia ca facìa jàggi nnanzi rretu cu ‘nnu furgone. Nci vulìa ‘na sciurnata sana tandu cu rrìi a Civita Castellana, ca percé nun c’era autostrada (sulamente la Napoli-Roma) e sse passava te paese ppaese. Quandu te scia bona, ca certe fiate lu furgone furava puru dô fiate, e se succetìa te notte, tuccàa cu spetti sse fazza mmatìna cu ppozza rriare ‘nu meccanicu. E ‘ntantu, ncarrati comu fiche intru lla capasa, stìame tutti mpassulati e stritti susu cquiddhe muntagne mare te l’Appenninu.
Sìrama partìu pe’ pprimu a Civita Castellana, ca ia ppreparare li chiantinari, e

LECCESI, C’ERA UNA VOLTA / Prima parte: NUI LECCESI SIMU!

Locandina in "Leccesi c'era una volta"

di Alfredo Romano

PREMESSA
Mi fa piacere far conoscere al pubblico degli Spigolatori i testi di un mio spettacolo in dialetto salentino dato alcuni anni fa a Civita Castellana dove vivono cinque mila salentini arrivati qui negli anni 50′ e ’60 del secolo scorso. Per chi non avesse dimestichezza con il dialetto salentino, ho provveduto, in basso, alla traduzione in lingua italiana. 

I due video di questa prima parte dello spettacolo teatro-musicale

1.  Alfredo in “NUI LECCESI SIMU!”

2. Alfredo interpreta “QUA SE CAMPA D’ARIA” di Otello Profazio

Il testo in dialetto
 Allora, simu tutti? Manca quarchedunu? Ci cu pputìti schiattunisciare… sciati e ffacìti cu bbegna! Cce, nu’ stae bonu? Stae ‘ccasa ‘nu pocu maru? L’hae

CASA MIA / CANZONE PER LA TERRA NATIA

Collemeto alla fine degli anni Ottanta. Foto tratta da Storia di Galatina di Michele Montinari, 1972

di Alfredo Romano

Una premessa. Era il 1984 quando mi capitò un giorno di ricevere per posta da Parigi un’audiocassetta dal mio amico Giuseppe Maniglio. Giuseppe, anch’egli nativo di Collemeto, di pochi anni più piccolo di me, era emigrato a Parigi nel 1963 con tutta la famiglia all’età di otto anni. Con lui mi incontravo nelle vacanze estive a Collemeto, avevamo in comune degli ideali e, soprattutto, la passione per la musica. Nel 1976 fummo invitati a cantare a una Festa dell’Unità a Collemeto: io cantavo con la chitarra, lui, che era un virtuoso della chitarra, creava figure musicali che arricchivano le mie interpretazioni. Si trattava ovviamente di canzoni popolari e di protesta che scandalizzavano una parte del pubblico cosiddetto benpensante. In coppia con Giuseppe suonava anche suo cognato Alain Aussage che creava altri virtuosismi col suo flauto traverso.

Tornando all’audiocassetta, c’era acclusa una lettera dove Giuseppe mi  spiegava di aver composto cinque motivi musicali e io dovevo metterci le

Quando la befana smise di portarmi le sue calze

di Alfredo Romano

Negli anni Cinquanta del secolo scorso bastava poco per far contento un bambino. Una caramella era già un dono prezioso e, se la ricevevi da un estraneo, dovevi prima cercare l’assenso del genitore che ti faceva cenno col capo. A Collemeto, paese prossimo in linea d’aria al campo d’aviazione militare di Galatina, era facile incontrare degli avieri che frequentavano l’osteria dei Petrelli (la più vecchia che ricordi) che stava a pochi metri da casa mia in Via Padova n. 31. Noi bambini li aspettavamo gli avieri perché si divertivano a lanciarci le caramelle e noi a rotolare per terra per raccattarle con tutto il cuore fino a escoriarci le mani e le braccia.

 

La stessa cosa capitava quando una coppia se spusava te carbu (si sposava in bianco) in chiesa con tanto di cerimonia, codazzo, confetti e cannellini lanciati in aria. Anche qui a rotolarci sulla terra battuta (non c’era l’asfalto allora) per riempirci le tasche e tornare a casa vantandoci del bottino. Accadeva raramente, però, perché, ahimé, la maggior parte delle coppie se nde fucìanu (fuga d’amore) non solo per contrasti familiari, ma soprattutto per non affrontare le spese delle nozze in pompa magna.

Nel giorno di Natale allora non c‘erano regali per i bambini, ma, a cominciare dalla prima elementare, era d’uso porre una letterina sotto il piatto di papà, letterina che era stata preparata a scuola con l’aiuto della maestra. Papà sapeva della letterina, ma faceva finta di niente e aspettava la fine del pranzo per scoprirla. Quindi l’apriva e me la porgeva per leggerla. In poche righe dichiaravo i miei buoni propositi di diventare più buono e ubbidiente e di voler sempre più bene ai miei cari genitori. Finita la lettura, papà si metteva le mani in tasca e ti porgeva 10 lire: ci potevi comprare 2 caramelle con 10 lire, oppure 10 monachelle di liquirizia dalla putea te lu nunnu Vitu Sparpaja. Eppure per noi bambini bastavano a farci provare la gioia del Natale.

Ma l’attesa più grande per noi era quella della Befana, quando arrivavano dei regali veri. Eravamo quattro fratellini e la sera della vigilia c’era un certo trambusto alquanto inspiegabile dentro casa: si trattava dei miei genitori che si davano da fare per cercare i posti più assurdi per nascondere i doni da mettere nelle calze. Noi sapevamo che la vecchia Befana sarebbe scesa dal

L’anguilla nella cisterna

di Alfredo Romano

Il pezzo di Danilo Siciliano, La storia di una regina con un castello d’acqua, mi ha riportato a un breve racconto che avevo scritto nel 1987 e che avevo intitolato L’Anguilla nella cisterna. Così sono stato spronato a proporloin questo Archivio.  

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Arrivava da Gallipoli dopo aver pedalato per più di 20 km su una bella strada asfaltata che scorreva lungo due file ininterrotte di pini mediterranei. L’ultimo tratto, detto Tre Ponti, aveva provato l’ebbrezza di una ripida discesa. Era questa, in realtà, l’unico sensibile rilievo di una provinciale piana, la Lecce-Gallipoli, che univa il mare Ionio all’Adriatico. In quel tratto Collemeto appariva sulla destra d’improvviso come un’unica lunga via di case bianche che solcavano l’intenso verde dei bassi e cespugliosi vigneti e l’argentato bosco dei secolari ulivi. Lasciato l’asfalto per la strada bianca che segnava subito l’inizio del paese, l’uomo smontava dalla vecchia e logora bicicletta e, tenendone il manubrio con le due mani, la trainava dando inizio a uno stanco camminare, lanciandosi in un monotono grido sguaiato che pareva venisse da Napoli, come lo era per noi ragazzi allora ogni accento strano. Ma quel grido, pur se incomprensibile, ci era familiare ormai, sapevamo tutti a che genere di merce era legato: l’uomo di Gallipoli dalla pelle secca che pareva di sale vendeva anguille. Erano piccole per lo più, ma soprattutto vive. Se ne stavano sguscianti

Prelibatezze salentine / Li gnumarieddhi

di Alfredo Romano

Quando nel 1965 la mia famiglia emigrò a Civita Castellana per la coltivazione del tabacco, per 10 lunghi anni conducemmo una vita di fatica e di disagi in terra “straniera”. Eppure, malgrado tutto, ci fu una cosa che riuscì a mitigare il nostro esilio: la cucina di mia madre Lucia. Cucina salentina per intenderci, quando ancora non andava di moda. Mamma con niente ti approntava dei piatti il cui profumo faceva svenire chiunque si trovasse dalle parti del nostro casale di campagna. Tutto ciò che passava per le sue mani: carni, pesci, verdure, legumi, ecc., si trasformava in una leccornia da leccarsi le dita. Prendete la cosa apparentemente più semplice, il sugo di pomodoro. Bene, per quanti sughi in vita mia abbia assaggiato a destra e a manca, quello di mia madre “parlava alla storia”, tanto per usare un’espressione di mio padre Giovanni. Non per niente quando a Collemeto arrivava il vescovo in visita pastorale, don Salvatore a volte chiamava volentieri mia madre per un pranzo degno della circostanza.
C’era addirittura un cugino di Collemeto che ogni anno, quando alla fine d’agosto rientrava in Germania, dove gestiva un ristorante, si premurava di far incetta di pesce a Gallipoli, cautelandolo con del ghiaccio, e, anziché prendere la direzione dell’Adriatica per il Brennero, si dirigeva sulla Bari-Napoli per Civita Castellana. Il motivo?: farsi cucinare la zuppa di pesce da mia madre. Era un cuoco mio cugino, ma per la zuppa di mia madre sarebbe andato in capo al mondo.
Per non dire dei miei amici che, quando si trovavano a pranzo a casa mia, scoprivano sapori e piatti così particolari che speravano sempre di tornarci. Si può ben dire che la nostra cucina salentina sia stata motivo di scambio culturale con la gente del luogo.

Ecco, debbo dire che quando mamma era indaffarata in cucina, io ero lì curioso e osservavo, rubavo, per così dire, i “segreti” della sua arte. Intanto imparai a fare col ferro squadrato li maccarruni fatti ‘ccasa, li pizzarieddhi e le sagne nturcinate e quindi il sugo di pomodoro, i legumi alla pignata, le verdure che dovevano uscire dall’acqua tise tise (un po’ durette) e cotte a pentola scoperta (se mputtanìscianu senò, diceva mamma). E poi gli arrosti alla brace (specialista qui era papà Giovanni), li pampasciuni, le ulìe sotta sale, le lumache (marruchi e cozze pinte, giacché qui sono rarissime le municeddhe), le cicureddhe, le paparine, li zzanguni, le rape creste, li fungi, gli umidi di carne e di pesce, le cozze di mare ripiene, le fritture, lu stanatu te patate, l’ove e li pummitori schiattarisciati, li gnumarieddhi, detti anche mboijcàte o nturcinieddhi, li purceddhuzzi, le carteddhate, le pittule cu lu cottu, eccetera eccetera.

Ma arrivò il momento in cui i miei genitori decisero di tornare a Collemeto (ormai noi figli eravamo economicamente indipendenti) e, con mamma, se ne partirono anche i suoi bei manicaretti. Ma, fortunatamente, avevo fatto in tempo a ereditare qualcosa che per me è valso più di mille palazzi: il “mestiere” di cucinare. Sicché la mia tavola è sempre stata circondata da amici, e, se c’è una cosa che più di tutti manda in solluchero i commensali che cos’è?: li gnumarieddhi! Forse è il piatto più caratteristico del Salento da offrire a un ospite. Per prepararlo, però, ci vuole tempo e… fortuna.

La fortuna è quella di abitare da 30 anni e più in una vecchia casa di

Raccontare storie

Emigranti di Collemeto a lavoro all’estero negli anni ’50 del secolo scorso. Da sinistra: Uccio Congedo, Misciali, De Matteis e De Riccardis.

di Alfredo Romano

Raccontare storie. Anche “Piccoli seminaristi crescono”, il mio ultimo libro, racconta una storia, la storia di un ragazzo e di altri suoi coetanei che si chiudono, per così dire, per cinque anni in un seminario al sol fine di formarsi per diventare un giorno dei sacerdoti votati alla salvezza del mondo.

Ma perché c’è questo bisogno di raccontare storie? Tutti raccontano storie, le storie finiscono nei discorsi, finiscono nei libri. Fin da piccoli tutti abbiamo avuto bisogno di storie parlate, di storie scritte. Come si può spiegare questo bisogno di raccontare e ascoltare storie? Le leggi fisiche non lo possono spiegare, perché le leggi fisiche spiegano il mondo per quello che è, ma non possono spiegare le esperienze o gli eventi che avvengono nelle vite individuali di ognuno di noi. Solo la letteratura e le arti in realtà lo possono spiegare.

Ma raccontare storie fa parte di un istinto primordiale, giacché l’uomo, a differenza degli altri animali, vede la propria vita in termini narrativi: c’è un passato, c’è un presente e c’è un futuro da raccontare. Grazie a ciò noi siamo in grado di immaginare scenari e situazioni della nostra vita che ci aiutano poi a prendere delle decisioni, a scegliere quale strada intraprendere al sol fine di garantire la nostra vita. L’immaginazione, in certo qual modo, ce la può salvare. Prendiamo l’uomo primitivo, per esempio, che riusciva a immaginarsi i pensieri che frullavano nella testa del suo nemico, di sicuro ciò costituiva per lui uno strumento di sopravvivenza perché in tal modo poteva  elaborare un piano di difesa. Immaginare storie perciò, raccontarle, sì, può salvare la vita anche nel senso che le storie nobilitano il nostro vivere quotidiano a volte così banale.

Quando Marcello Gaballo, direttore del blog Spigolature Salentine, mi propose qualche anno fa di scrivere sulla vita e sulla formazione dei seminaristi di Nardò nei primi anni ’60 del secolo scorso, immaginai che Marcello volesse propormi di scrivere un saggio. Ma io non so scrivere saggi, o almeno non ci ho mai provato: io so raccontare solo storie. Sono cresciuto in un mondo in cui la vita era fatta di storie. E già, perché solo le storie potevano riscattare la precarietà della vita di quei tempi, i tempi in cui, recandomi a scuola ogni mattina, mia madre provvedeva a sistemarmi nella cartella di cartone una fetta di pane condito con vino e zucchero o con olio e pomodoro. Ed era un lusso, giacché alcuni compagni arrivavano a scuola anche digiuni. E quanti bambini ho visto morire d’inedia, di tifo, di meningite, di tisi e febbri varie.

Raccontare storie era come riscattare, dare un senso, farsi la ragione di una vita che doveva misurarsi ogni giorno con la fatica, con gli stenti, con la fame. E noi bambini assistevamo alla morte con quella normalità con cui si assisteva alle azioni quotidiane. E dovevamo essere presenti all’agonia dei nonni, presenti alle veglie, presenti alle grida e allo strazio dei familiari, perfino i morti dovevamo baciare. Non eravamo risparmiati per nulla dalle piccole e grandi tragedie che accadevano in paese, anche noi dovevamo farci carico del dolore collettivo, farci carico di quel mistero che si chiama morte, che ci attraeva per certi versi perché portava scompiglio nel paese e ci faceva restare a bocca aperta.

Eppure, accanto a tutto ciò, c’era un contraltare, giacché, come spesso avviene, non tutti i mali vengono per nuocere. Nel contesto di cui parlo, un contesto non privo di fatti e di episodi a volte tragici, a volte curiosi, ecco che nascevano gli affabulatori, coloro che con gesti e parole riuscivano a rappresentare la vita e i personaggi del paese e tramandare anche le storie popolari che si raccontavano da secoli: storie tragiche e storie per ridere. Accadeva di sera, riuniti d’inverno intorno a un braciere o a un caminetto; d’estate, fuori casa, in un crocicchio al fresco della sera. E si raccontava anche nelle fasi della lavorazione del tabacco, all’alba, col volto sonnacchioso mentre si raccoglieva e quando si stava seduti per ore a infilzare il tabacco con quel lungo ago, detto cuceddha, sempre pronto a pungerti i polpastrelli.

I libri che ci leggeva in classe la maestra Ada nell’ultima ora di lezione.

Quand’ero ragazzino, non c’erano libri né in casa, né in paese. Ma le persone che raccontavano ogni giorno, a cominciare dai genitori e dai nonni, non ci facevano rimpiangere la mancanza di libri. Il primo libro è stato quello di lettura in prima elementare. e qui scoprii che anche un libro poteva raccontare storie. La nostra maestra, Ada Distante, ogni giorno, nell’ultima ora, ci leggeva un brano di Cuore, Pinocchio, Le mie prigioni (per dirne alcuni), anche alcune pagine di quella fantastica enciclopedia per ragazzi, così ricca di immagini a colori, che era Conoscere. La maestra, alla bisogna, si portava da casa un volume per trattare l’argomento del giorno. Per noi scolari L’Enciclopedia Conoscere rappresentava il nostro immaginario, il sogno proibito. Questo s’accresceva perché ci era vietato toccare quell’enciclopedia, la maestra non voleva che la sciupassimo. Io avrei voluto assaporarla nel tatto, nell’odore, entrare nelle immagini colorate, esplorarla, come mettermi in viaggio per mondi sconosciuti. Anni dopo, un giorno che andai a Lecce a trovare la mia maestra, la prima cosa che le chiesi fu quella di farmi “toccare” l’Enciclopedia Conoscere. Mi guardò con aria interrogativa: “Sono anni che sogno di sfogliare la tua enciclopedia” ammisi. Rimase spiazzata, la sfiorava come un senso di colpa. Si avvicinò all’anta di uno scaffale vetrato, l’aprì: l’enciclopedia era lì, intatta, come nuova, e vi affondai il naso, la bocca, gli occhi, la testa, il cuore, la mente.

Ecco, ho finito per raccontarvi una storia nelle storie e così… allungo la vita anche a tutti voi, perché è proprio bello svegliarsi alla vita di ogni giorno aprendo la finestra per assaporare la ventata d’aria fresca dell’alba dalle dita di rose, come la chiama Omero. Gli uccelli lo sanno da un pezzo, ché, con i loro cinguettii, saltando di ramo in ramo, concertano i suoni e i colori dell’alba prima che un raggio di sole “spazzi via le tante ombre della nostra vita”, ci ricorda frate Francesco d’Assisi.

Poesie popolari del Salento/ Ton Dumenicu

Mamma Lucia Giustizieri (Neviano 1919-Collemeto 1994). Foto del 1993.

 

di Alfredo Romano

PREMESSA

Si tratta di una poesia popolare che mia madre Lucia declamava spesso, soprattutto nei matrimoni. Il linguaggio della poesia è piuttosto arcaico e devo dedurre che abbia avuto origine a Neviano dove è nata mia madre. In basso il link dove (con qualche mia commozione) si può ascoltare la voce di mamma che declama la poesia. La registrazione risale ai primi anni Ottanta del secolo scorso.

Ton Dumènicu

Pascalina ndrìzzate šciacquata netta netta
lu sciuppariennu mìntite cuarnitu te sarretta
sta bene ton Dumenicu e šcìa cu llu nutaru
facìmu stocchi stiendi carta penna e calamaru.

Ce beddha sorta ca te truàu lu tata
è beru ca cuarda pècure ma è ccòmutu binchiàtu
tene lu cranu a ttùmani chinu te vettuvàje
crišce ‘nu porcu màsculu quantu na muntagna.

Iu quandu ulìa ton Dumenicu sulu se nde venìa
ca iu chiaru li parlava ca iddhu sulu ulìa.
A propositu sulu sta se nde vene
trasi ca nun c’è ssìrama tte cuntu le mie pene.
Iu quandu vitti sìrata mmiènźu lla chiazza
zziccài ffucire comu nu lampu comu nu tronu
cu begnu bìsciu tie beddha racazza.

Osci è mmatrimoniu e tte tocca nu pecuraru.
Num bòju lu pecuraru ca me fete te rrumatu
voju tie ton Dumenicu ca sî beddhu e ssî ngraziàtu.

A ddhu frattiempu se truàu ttrasire lu Làźaru, lu sire e llu tutore.
Bongiornu ton Dumenico
Bongiornu Pascalina.
A ttutti lu postu ca li spetta
ton Dumenicu te coste mmie sse ssetta.

Pascalina, cce imu te fare?
Scrivi tavule e tristièddhi, saccuni e tre ccušcìni
lu nanti jettu scàpulu cu ssei lanzùli fini
tuvàje cuperte šciucamani
zzìnzuli scrivi na quarantina
fazzuletti trìtici te tela
na naca cu do’ càmpici semmai ffacìmu fili
na beddha càšcia usata
tunque nutaru scrivi casa è reggimentata.
Se po’ ssapìre lu mbròju ci facìti? tisse lu sire
ca a ccinca tati fìjama voju mme la ticìti.

Cittu tata ca iu su’ mmaritata circa tre giurni ca imu fattu la frittata.
Lu sire quandu ntise te cusìne zziccàu la seggia e nne la tiràu ‘n capu.
Tice: Cristiani mi’ iutàtime ca patiscu te cunvursioni
intru la ventre mia me sentu lampi e troni
e cci fìjama patišce te ‘sta mmalatìa ton Dumenicu cu sse la pija.[1]

Gigetto di Noha, nel solco di una tradizione musicale propriamente salentina

L’INCONTRO CON GIGETTO DI NOHA OVVERO LUIGI PAOLI
L’ULTIMO «FURESE ‘NNAMURATU» DEL SALENTO

di Alfredo Romano

“Durante la guerra mio padre suonava il flauto per gli Americani a Brindisi, ed io l’accompagnavo con la mia voce bianca di bambino, per campare. Tempi tristi!”.
Comincia così il racconto di Luigi Paoli, un cantastorie, un menestrello, un musicista popolare nato a Noha 48 anni fa e residente a Spongano in una bianca e comoda casa di periferia, con immancabile terrazza e orto giardino, e la cantina, dove le botti suonano di pieno e versano a me, fortunato visitatore, un negramaro robusto, profumato.
Non è facile orientarsi nel mercato minore della canzonetta popolare ora che molti improvvisatori sprovveduti si sono lanciati in questo folk alla moda che non ha niente di peculiare e scimmiotta anzi un certo liscio romagnolo omogeneizzato che imperversa nelle sale e sulle piazze di tutt’Italia.
Basta un po’ di gusto però per capire che Luigi Paoli, da trent’anni, nel solco di una tradizione propriamente salentina, elabora testi popolari, li arrangia, ne inventa di nuovi per un pubblico non solo salentino, meridionale in genere, emigranti soprattutto (in Australia perfino, in Canada) che curano l’amara nostalgia al ritmo di suoni e canti che ricreano l’atmosfera della terra natia. II suo racconto si dipana lentamente in un gesticolare ampio. La voce, il corpo, assumono una dimensione teatrale, un viso pienotto, da scatinatore, occhi neri e luminosi, a sottolineare un sorriso perenne, contagioso.
Il più piccolo di cinque fratelli maschi, orfano di madre a quattro anni, a otto guardava le capre presso un guardiano di Noha. Un giorno, per via che, assetato, aveva impunemente bevuto in un secchio d’acqua tirata dal pozzo destinata alle capre (pare che le capre si rifiutino di bere dove ha già bevuto un altro, ndr.), venne appeso al ramo d’un albero a testa in giù, e, come una bestia, bastonato di santa ragione. Quest’episodio acuirà la sua sensibilità di fanciullo, rivelatore di una futura carica umana che Paoli, da grande, saprà trasfondere nella sua musica.
Di quei tempi funzionava a Noha una, chiamiamola così, palestra di vino e

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. ULTIMA PARTE.


di Irene Mancini

C’era il progetto di tornare giù o si pensava di rimanere qui a Civita?

“Alcuni si fermavano a Civita solo per il lavoro stagionale del tabacco, da marzo a settembre, ma i restanti mesi li trascorrevano nel Salento. Altri prendevano fissa dimora qui a Civita col solo obiettivo di trovare delle opportunità di lavoro che non fossero quelle del tabacco. Il tabacco non costituiva un avvenire. I miei genitori sono rimasti qui per dieci lunghi anni, fino a quando io e i miei fratelli non siamo diventati economicamente autonomi. Sono stato io stesso a incoraggiarli a tornare al paese. «È tempo che torniate, che ci fate più qui? Giù avete un pezzo di terra, una bella casa, c’è gente che parla come voi…». Sono tornati e hanno vissuto più da ‘cristiani’ gli anni che gli rimanevano da vivere. Ma quante lettere ci siamo scritti e quante telefonate. Spesso tornavo giù a sorpresa, anche dopo un anno. Erano emozioni, era festa, irripetibile la gioia”.

Oggi tornerebbe a vivere giù?

“No, non tornerei giù… o almeno non so… È che ormai, sradicato dal paese, sono diventato un cittadino del mondo… Anche se poi in effetti a Civita Castellana ho messo radici: il lavoro, le persone, gli amici di sempre, le conoscenze, i luoghi… Sono sicuro che se dovessi allontanarmi da Civita Castellana, finirei per relegarla nel mito. In fondo, 35 anni non sono pochi: ho amato, ho avuto tante cose belle qui… alla biblioteca comunale ho dato molto, ma poi sono stato ‘ricambiato’ in qualche modo. Di esperienze brutte, a Civita, ne ho avute tante, ma anche tantissime belle. E sono queste ultime che ti restano”.

Ho trovato dei leccesi che come ritmi, come orari, hanno preso la piega dei civitonici…

“Sì, lo capisco, anche nello stile di vita. Per tanti il bisogno di integrazione è stato così forte, da diventare, come si dice, più realisti del re, cioè più civitonici dei civitonici. La ricerca di un’identità è qualcosa di molto complesso, e non mi meraviglio se talvolta il diritto alla sopravvivenza passa per la perdita delle proprie radici: certo, è un prezzo troppo alto per integrarsi. Io ho un’idea di integrazione diversa, che non passa per il diventare civitonici a tutti i costi, anche perché civitonici non si diventerebbe mai, per via che le radici sono un imprimatur che non si cancella. L’integrazione passa

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. TERZA PARTE.

di Irene Mancini
So che venivano impiegati anche i ragazzi nella lavorazione del tabacco, lei che ricordo ha?

“La maggior parte delle famiglie aveva figli piccoli. Di ragazzini che infilzavano tabacco e che aiutavano i grandi anche sul campo raccogliendo i mazzi raccolti, ne ho visti a iosa. Ma chi aveva 12 anni circa già lavorava come un adulto. Io, ‘fortunato’, ho cominciato a 16, Eugenio, mio fratello più piccolo, a 11; Aldo e Angelo a 12. Il primo ricordo (la cosa mi fa ancora tenerezza) è quello di certe mattine quando ci svegliava la pioggia. Eravamotalmente ragazzi che, quando al risveglio sentivamo la pioggia per noi era una festa: quella mattina non si sarebbe raccolto il tabacco, perché bagnato. Un dono poter dormire qualche ora in più. Eravamo proprio incoscienti noi ragazzi, perché in testa ai nostri desideri c’era sempre la pioggia a ogni risveglio. E un anno venne la grandine che spazzò via tutto il tabacco alto e rigoglioso. Mio padre e mia madre piangevano, noi ragazzi, invece, di nascosto, a fregarci le mani per la gioia, ignari e felici. Alzarsi ogni mattina prima dell’alba era dura. Mio padre si svegliava ch’era ancora buio e si recava a perlustrare la striscia di terra per la raccolta, quella con le foglie di tabacco più mature. La pianta veniva sfogliata dal basso in alto; per ogni pianta si sfogliavano 6-7 foglie; tutto il campo veniva mediamente passato 6 volte. Le foglie, a seconda della loro altezza, avevano un nome: frunzone quelle più basse, poi, salendo, quarta, terza, seconda, prima e primiceddha. Le prime raccolte ci costringevano a stare più chini. Per sopportare il piegamento, s’appoggiava l’avambraccio sinistro sulla coscia sinistra dell’anca, che così reggeva il peso del corpo. Nel punto d’appoggio si formava un vero e proprio callo. Con l’ultima raccolta, prima e primiceddha, finalmente si raccoglieva stando in piedi e sembrava quasi una passeggiata; così veniva anche più facile parlare e cantare, avendo come colonna sonora il monotono ticchettio delle foglie sfrondate. Si raccoglieva la mattina fino alle 10, quindi si tornava a casa con una fame da lupi. Quelle fette di pane leggermente bagnate e condite con olio, pomodoro, origano, sale e spicchi di cipolla, erano la nostra colazione. E anche se oggi sono passato a colazioni più ‘civili’ come latte e biscotti, il sapore di quel pane e pomodoro non è stato ancora superato”.

Ma la scuola?

“Mio fratello Aldo, il secondo, quando è arrivato a Civita aveva appena preso la licenza media. Lui avrebbe voluto continuare, ma non gli fu possibile. Ancora

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