L’escort e la pulàndra

Alfons Maria Mucha (Ivančice, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939), pittore e scultore ceco, spesso anglicizzato come Alphonse Mucha. È stato uno dei più importanti artisti dell’Art Nouveau

di Armando Polito

Chi fosse interessato alla prima si rivolga a chi da tempo ha nel campo una fama mondiale; se poi l’interesse dovesse vertere solo sull’etimologia della parola, può leggere la nota 1 del mio post Piero Angela ha battuto Simona Ventura del 30 maggio dello scorso anno. Insomma, sperando che almeno il titolo abbia attratto il maggior numero possibile di lettori (chi non ricorda le copertine dell’Espresso e dell’Europeo che facevano a gara nell’esibire figure femminili scollacciate col bel risultato di offrire a chi non digeriva le loro tesi politiche l’occasione di incriminarli per oltraggio al comune senso del pudore?), passo direttamente a pulàndra, una voce del dialetto salentino dalle molteplici sfumature semantiche. Essa, infatti, significa (cito dal vocabolario del Rohlfs)  lembo inferiore sudicio e inzaccherato della gonna a Casarano, Castro, Galatina, Gagliano, Gallipoli, Martano, Maglie, Nardò, Otranto, Soleto, Tricase e Ugento; gonna sporca a Nardò, donna sporca, malvestita, trascurata a Galatone, Galatina e Nardò, puttana a Galatina e Maglie e nel Supplemento donna sporca e disordinata a Sternatia.

Alphonse Mucha

Trascurando quest’ultimo significato (che coincide con quello comune a Galatone, Galatina e Nardò) e considerando i rimanenti, il lettore noterà che essi sono sistemati dal Rohlfs in ordine peggiorativamente crescente, che all’inizio coinvolge solo un dettaglio di un capo d’abbigliamento, poi, via via, tutto il capo, per trasferirsi subito dopo alla persona e per costituire alla fine del percorso un vero e proprio marchio infamante.

Per questa voce il filologo tedesco non propone alcun etimo, ma mi rifiuto di credere che l’ordine con cui ha registrato i vari significati sia casuale; penso, invece, che vi abbia a suo tempo nascosto un suggerimento per chi in futuro avesse avuto l’intenzione di affrontare la questione, un’intuizione, forse, che per un motivo o per l’altro non è stato possibile controllare e confermare. Lo sfrutterò, anche se è da me lungi l’idea, degna di uno stregone, che sia io l’eletto (mi piacerebbe, ma non credo a queste cose) attraverso il quale il maestro intende completare ciò che lasciò sospeso.

E partirò proprio da un capo di abbigliamento di altri tempi cioè dalla palandra o pelandra (cito dalla Treccani on line): “[alterazione di pelanda] in origine altro nome della pelanda o pellanda, rimasto poi nel secolo XVII a indicare una veste lunga e larga, ricamata e foderata di pelliccia”; e a pelanda: “(o pellanda; anticamente anche opelanda, pelarda) [dal francese antico houppelande, voce di origine incerta]. Ampia sopravveste, tipica della moda francese tardo gotica, diffusa anche nell’abbigliamento maschile e femminile dell’Italia settentrionale nei secoli XIV e XV; introdotta inizialmente nell’abbigliamento di corte, con strascico e fodera di pelliccia, era aperta davanti, con maniche lunghe e assai abbondanti, negli esemplari più tardi stretta in vita da una cintura”.

Alphonse Mucha

Dell’obsoleto palandra  sopravvive oggi il derivato palandrano (o palandrana) ad indicare (cito dalla fonte di prima) “Veste larga e lunga come un gabbano, usata in casa dagli uomini, specialmente nei sec. XVII e XVIII; nell’uso comune, ironicamente e scherzosamente, abito lungo, largo, goffo e privo di eleganza”.

La caratteristica più appariscente della pelandra (scelgo fin da ora questa variante per motivi che saranno espressi più in là)  è senz’altro la lunghezza accompagnata dallo strascico, il cui destino fatale è quello di sporcarsi, a meno che non si proceda su un pavimento o una strada lucidati a specchio. Da ciò il  significato iniziale di  lembo inferiore sudicio e inzaccherato della gonna dal quale, come ho ipotizzato all’inizio, sono derivati, in un’escalation di negatività, gli altri.

La variante pelandra mi consente, da un punto di vista fonetico, di arrivare agevolmente a pulandra attraverso un passaggio intermedio *pilàndra.

Tutto risolto? No, perché in greco esiste l’aggettivo polýandros (composto da polýs=molto e anèr=uomo), che riferito a luogo significa popoloso, a persona numeroso;  è, però, usato nella sua parafrasi del Vangelo secondo Giovanni da Nonno di Panopoli (probabilmente V secolo d. C.) in unione a gyné=donna ad indicare una rappresentante del gentil sesso che ha avuto molti mariti. Il contesto in cui il nesso è inserito esclude qualsiasi interpretazione maliziosamente eufemistica di quel “mariti”; al fine di consentire a chi ne ha voglia un controllo e a me stesso di essere cortesemente avvertito di qualche abbaglio, che è sempre in agguato, riporto il brano, che si riferisce, fra l’altro, alla notissima parabola di Gesù e la samaritana1: “E [Gesù] interrogava con un comune e alterno scambio di parole una donna dai molti mariti (polùandron gynàika). –Va’ e chiama tuo marito e fallo venire qui di corsa dalla città!-, disse. E la samaritana ribattè : – Non ho un marito, da dove lo chiamo?-. Gesù rimproverò la donna: -Io so che non hai marito, ma ne hai avuti cinque ed ora stai illegittimamente con un sesto uomo-“.

Alphonse Mucha

Non mi pare a prima vista sufficiente questa illegittimità, anche applicando la più stretta morale cristiana, a bollare la donna come una prostituta o quasi. Tuttavia, lo stesso aggettivo era stato usato circa quattro secoli prima in forma sostantivata da Filone di Alessandria (I secolo d. C.) in De fuga et inventione col significato di prostituzione2 (tò legòmenon polýandron kakòn; alla lettera: il male cosiddetto dai molti uomini) dato da tutti i commentatori. Per me, sempre in base al contesto, la voce potrebbe alludere ad una frequentazione sessuale, anche spinta, non necessariamente a scopo di lucro. L’una e l’altra, però, nella morale cristiana (ne sono testimonianza, d’altra parte, sia pure in tempi diversi, i due autori riportati) hanno costituito un’equazione che solo in tempi recenti è stata ridimensionata in base a sottili distinzioni cristalizzate in voci nuove che vanno da mantenuta a ragazza squillo e, ultimamente, a escort (la sostanza non cambia, proprio come, in riferimento al linguaggio politico, succede per il vecchio cambiamento, via via sostituito da alternanza, discontinuità e, ultimamente, passo indietro).

Concludo questa, spero non oziosa e noiosa, disquisizione:  se pulàndra non è da pelàndra, è la conferma che l’abito non fa il monaco (ma nella civiltà dell’immagine e dell’apparire questo antico proverbio mi sembra decisamente obsoleto…); se non è neppure dal greco polýandros (e da questo non derivano neppure i significati, per così dire, innocenti, tramite un’inversione del processo indicato all’inizio: non dall’oggetto alla persona, ma viceversa), allora vuol dire che la mia  ricerca etimologica è finita come fra poco finirà, per tacere, in un sussulto di orgoglio patrio, dell’Italia,  il TFR (Trattamento di Fine Rapporto…nomina, anzi acronima, omina ), cioè…a puttane.3   

Ma ecco la soluzione politica (questa volta nel senso di Polito): per pulandra andrebbe registrato un doppio lemma: pulàndra 1 coi significati di lembo inferiore sudicio e inzaccherato della gonna,  gonna sporca, donna sporca, malvestita, trascurata e donna sporca e disordinata (da pelàndra) e pulandra 2 col significato di puttana (dal greco polýandros).

La pelandra (http://ugobardi.blogspot.com/2010/07/clima-e-parrucconi.html)
La pulandra1 (http://malvestite.splinder.com/archive/2005-11)
La pulandra2

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1 Traduco dal testo originale dell’edizione Nonni Panopolitani Graeca paraphrasis sancti evangelii secundum Joannem, a cura di Francesco Nansio, Apud Franciscum Raphelengium, Lugduni Batavorum, 1589, pagg. 44-46.

2 Traduco dal testo originale incluso in Philonis Iudaei opera omnia, Tauchnit, Lipsia, 1851, tomo III,   pag. 149.

3 Unica consolazione, si fa per dire, dell’ipotetico fallimento (aver compagno al duol scema la pena…) sarebbe l’esilarante etimologia proposta dal Garrisi, dal cui vocabolario riporto l’intero lemma: “Pulandra s. f. 1 -Cascame di fibre tessili *2 -Peluria che si attacca ai vestiti *3- Sfilacciatura all’orlo di indumenti. [da un incrocio tra italiano pula e pulandra]”. Non mi era mai capitato di incontrare un’etimologia “autoreferenziale”, ma la cosa più tragica, per me, dopo quella comica, è che non compaia ombra di avverbio tipo forse o probabilmente.

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