Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Aradeo, ieri e oggi

di Alessio Palumbo

 

Colgo con piacere l’invito del prof. Armando Polito, per partecipare “attivamente” alla sua bella iniziativa.

Il mio contributo riguarda un piccolo paese, Aradeo, che non ha (né ha mai avuto) le bellezze artistiche ed architettoniche di città come Lecce o Nardò, ma che, per di più, quel poco che aveva del proprio passato lo ha quasi completamente distrutto una cinquantina di anni fa. In questa furia modernizzatrice sono sparite chiese, palazzi, complessi a corte ed edifici vari.

A parziale consolazione di chi ha meno di sessant’anni, alcuni aradeini si sono presi la briga di recuperare le testimonianze fotografiche del passato cittadino, conservandole nel sito www.arataion.it.

Solo per darvi un’idea del cambiamento subito dal centro storico di Aradeo, vi propongo due foto: la prima è tratta da http://www.arataion.it/nel-paese/le-piazze/124-la-vecchia-piazza-del-municipio e rappresenta l’antica piazza, con alle spalle la chiesa seicentesca. Una chiesa che ha rappresentato per secoli il cuore religioso e laico del paese visto che, fino ad inizio settecento, fu utilizzata anche come “parlamento cittadino” prima che gli aradeini costruissero un classico sedile fuori dalle mura (anche questo scomparso) per sfuggire al controllo dei monaci Olivetani, loro feudatari.

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Oggi di tutto ciò non resta alcuna traccia: un cuore verde (secondo l’interpretazione data dall’allora amministrazione comunale DC) ha sostituito gli antichi edifici, come si nota dall’immagine successiva tratta da google

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Tra la prima e la seconda foto, due anni di distruzioni sconsiderate ed ingiustificate.

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da http://www.arataion.it/nel-paese/le-chiese/177-la-demolizione-dell-antica-chiesa-madre

 

Achille Starace: il lato tragicomico del fascismo

da: http://www.larchivio.org/xoom/starace.htm
da: http://www.larchivio.org/xoom/starace.htm

 

di Alessio Palumbo 

La storia degli esordi (e non solo) del fascismo italiano si lega all’operato di alcuni leader fortemente radicati sul territorio, i cosiddetti ras. Balbo fece di Ferrara la propria roccaforte, il proprio staterello feudale, Farinacci poté sempre contare sugli squadristi di Cremona, Caradonna su quelli di Bari e così via per i vari Ciano (padre), Grandi, ecc. Il Salento non ebbe un ras vero e proprio, nonostante Gallipoli avesse dato i natali ad una delle figure più influenti dell’intero regime: Achille Starace.

Nato a Sannicola (allora non ancora separata da Gallipoli) nel 1889, trascorse l’infanzia più in strada che nel ricco palazzo del padre o tra i banchi di scuola. Per come viene descritto nella principale biografia a lui dedicata, (A. Spinosa, Starace. L’uomo che inventò lo stile fascista, Milano, Mondadori, 2002), sin da ragazzino si distinse per forza, spirito atletico e la sfrenata voglia di menar le mani. Scoppiata la Grande Guerra vi partecipò con entusiasmo, ricevendo numerose decorazioni. Dopo il conflitto aderì al fascismo, non tanto per motivi ideologici, quanto perché affascinato dalla personalità di Mussolini: una vera e propria idolatria, che non verrà meno neanche quando lo stesso capo del fascismo lo farà arrestare e rinchiudere in un campo di concentramento.

Come detto, a differenza di altri ras, non ebbe mai una vera e propria base territoriale. Nel Salento non fu particolarmente amato e non rare furono le manifestazioni di ostilità nei suoi confronti, anche in pieno regime. Tra i vari aneddoti, motti ed episodi che gli si attribuiscono, c’è ad esempio quello relativo ad una frase fattagli ritrovare dai leccesi di fronte alle finestre di un albergo cittadino durante una sua visita all’indomani della scissione di Taranto dal vecchio capoluogo: “Respira Roma quando Starace parte, esulta Taranto quando Starace arriva. Lecce città dell’arte se ne frega quando arriva e quando parte” (A. SPINOSA, cit., p. 42)

Il gerarca di Sannicola non sembrò, tuttavia, risentire della mancanza di questa base territoriale. La sua carriera si basò esclusivamente sulla fedeltà e dedizione al duce, che lo ripagò nominandolo nel 1926 luogotenente generale della Milizia, oltre che vicesegretario del partito. Sin da subito palesò un carattere da “mastino”: cercò di imporre agli uomini della Milizia lo “stile fascista” fatto di vigoria fisica, pratica sportiva, sprezzo del pericolo, virilità, ecc. A tale stile vanno ricondotte dichiarazioni del tipo: “Mi piace cavalcare. Per questo amo i cavalli e le donne” (A. SPINOSA, cit., p. 139) oppure “Tutti gli organi del partito funzionano: devono perciò funzionare anche gli organi genitali” (A. SPINOSA, cit., p. 277).

Sul piano più strettamente politico non smise mai di tramare contro i gerarchi a lui invisi. Nel corso delle non rare crisi interne al partito, queste doti gli valsero la nomina a segretario del PNF nel 1931, carica che mantenne fino al 1939. In tale posizione scatenò il suo “genio creativo”, dando vita a quello che Spinosa definisce lo stile fascista. Inventò il “saluto al duce”, grido che introduceva ogni apparizione pubblica di Mussolini, organizzò nei dettagli il sabato fascista, estese un controllo capillare sulla gioventù, stabilì le modalità del saluto romano vietando la stretta di mano, impose l’uso del “voi”, definì nei minimi dettagli l’abbigliamento fascista, ecc. Per circa dieci anni i gerarchi a lui ostili cercarono di scalzarlo dalla segreteria del partito sfruttando i ripetuti scandali che lo videro coinvolto, soprattutto a causa delle sue relazioni con donne, attricette e soubrette, che protesse e frequentò, mentre la moglie Ines rimaneva segregata a Sannicola. Tuttavia Starace non cadde, nonostante i tanti grattacapi e seccature creati a Mussolini e al partito.

Non cadde perché, per quanto buffonesche potessero essere le sue trovate, per quanto risultassero ridicole certe manifestazioni imposte agli stessi gerarchi, come il salto nel cerchio di fuoco o sopra una siepe di baionette, dietro questo “stile fascista” in realtà c’era lo stesso Mussolini. Starace era il perfetto esecutore delle volontà di Palazzo Venezia e per questo fu a lungo amato dal capo che non lo stimava, ma lo riteneva “un cretino ubbidiente”. Il gerarca di Gallipoli fu dunque il megafono di Mussolini e, nel caso di critiche, il suo parafulmine.

Nel paese fu uno dei gerarchi più odiati e derisi perché, come ben intuì Galeazzo Ciano, gli italiani “mentre sono disposti a perdonare persino chi ha loro fatto del male, non perdonano chi li ha scocciati”. Partecipò alla guerra d’Etiopia, riuscì a far attribuire al duce ed al re il titolo di Primo Maresciallo, che di fatto li equiparava. Sotto la sua ala nacquero le leggi razziali (e del resto non perse mai occasione per palesare il suo arrogante antisemitismo, come quando commentò il suicidio dell’editore Formiggini dicendo “E’ morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola” (A. SPINOSA, cit., p. 201))

Qualcosa però, alla fine degli anni ’30, si incrinò. Donna Rachele non lo sopportava, molti gerarchi continuavano a manovrare contro di lui e, nell’ottobre 1939, lo stesso Mussolini lo escluse dalla segreteria del PNF, indirizzandolo nuovamente al comando della Milizia. Durante la guerra i rapporti tra i due peggiorarono. Fu vittima di nuovi complotti, mentre si cercò di demolirne anche la famiglia: i fratelli rimasti nel Salento furono accusati di affarismo, come del resto il figlio Luigi, avvocato a Milano.

Dal maggio 1941, escluso da qualsiasi carica, iniziò il periodo più nero della sua vita. Disoccupato, visse con i pochi risparmi e con i prodotti della campagna salentina che la figlia Fanny gli inviava periodicamente. Fino alla fine non rinunciò però a correre, a cavalcare e a dedicarsi a svariate pratiche sportive. Continuò a scrivere al duce che ancora venerava, ma Mussolini non gli rispose mai e anzi lo fece arrestare, prima nel carcere di Verona (novembre 1943 – aprile 1944) e poi addirittura nel campo di concentramento di Lumezzane. Uscitone, visse gli ultimi mesi di guerra a Milano, povero ed errabondo. Il 28 aprile 1945 venne catturato dai partigiani, durante la solita corsetta quotidiana. Processato presso il Politecnico, fu fucilato in piazzale Loreto, dove morì inneggiando al duce.

Fedele fino alla fine, come un mastino, non gli erano bastati i calci ricevuti (la defenestrazione, gli arresti, le inchieste, le umiliazioni) per potere odiare il proprio padrone. Moriva in quel modo uno tra i gerarchi più detestati dell’intero regime. Lo avevano disprezzato gli italiani, gli antifascisti e gli stessi fascisti. Neanche Lecce lo aveva mai amato. La famiglia, a parte la figlia Fanny, lo aveva abbandonato.

Il figlio Luigi tornò a vivere nel paese natio, mentre i nipoti Achille e Luisa rinnegarono persino il cognome Starace. Un’ultima nota di colore, in questo scarno profilo, la si può associare a suo nipote, il celebre omosessuale Giò Stajano, il quale in un’intervista rilasciata in età avanzata al giornalista Francesco Caridi, alla domanda “Chissà che direbbe tuo nonno Achille Starace se ti vedesse, lui che voleva tutti gli italiani maschi e forti…” senza scomporsi rispose: “Direbbe che dopo tanta virilità in famiglia, un po’ di relax ci vuole”.

Aradeo. Hanno rubato la croce di San Nicola!

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di Alessio Palumbo

Il 6 dicembre 1881, la giornata non si presenta come delle migliori: il cielo è grigio, piove a tratti. Per gli aradeini è tuttavia un giorno speciale, ricorrendo la festa del Patrono, S. Nicola. Molti residenti e alcuni fedeli dei paesi circostanti prendono parte ai tradizionali festeggiamenti, a cominciare dalle funzioni sacre previste per il mattino e celebrate da don Francesco Stifani, trentenne sacerdote del posto. Per le strade c’è un via vai di gente che si ferma nelle taverne a bere un bicchiere di vino, a sorseggiare un caffè e a giocare a carte.

Nel pomeriggio, verso le quattro, le funzioni riprendono con la processione che percorre le strade del paese. Al rientro, intorno alle sei, don Francesco, come da tradizione, spoglia la statua del santo dagli addobbi e paramenti per consegnarli al capo deputato della festa, il signor Giovanni Blago. Quest’ultimo, intascati i preziosi ed afferrati a due mani il pastorale e la mitra, esce dalla chiesa attraversando la folla che ancora staziona nel tempio a causa della pioggia.

Giunto a casa depone mitra e pastorale su una panca, estrae l’anello dal gilet e, infilando la mano nella tasca della giacca, si accorge di non avere più la croce d’oro tempestata di pietre. Realizza immediatamente di essere stato derubato. In particolar modo ricorda che, subito dopo la svestizione della statua, due forestieri gli si sono affiancati e gli hanno chiesto se il pastorale fosse d’argento. Giunto poi vicino al portone, dovendosi fermare perché una certa Filomena Scalone si era chinata per raccogliere il berretto del figlio, ha sentito una botta all’altezza della tasca sinistra, ma non vi ha dato importanza.

Blago ritorna repentinamente in chiesa, accompagnato dal contadino Nicola Bomba e da Mariano Muscato, membro del comitato festa. Qui trova altri due compagni del comitato: il giovane possidente Felice Anghelè e il suo amico Angelo Cagia. I due hanno appena finito di raccogliere la cera delle tante candele usate nel corso della funzione e stanno per andar via. Messi a conoscenza del fatto, Anghelè e Cagia perlustrano la chiesa, nel caso la croce fosse caduta nella confusione. Non trovandola decidono, assieme a Muscato e Bomba, di mettersi sulle tracce degli sconosciuti.

Nel frattempo Blago denuncia il furto al Brigadiere dei Reali Carabinieri, Fabrizio Palazzoli, che per servizio si trova nei paraggi della chiesa. Anche gli uomini dell’Arma iniziano così a battere le strade del paese e le vie che portano ai comuni limitrofi. A sera, Anghelè e gli altri tre, percorsa la stramurale, imboccano la via per Noha e, a circa un chilometro dal paese, sentono delle voci discorrere fittamente. Fattisi incontro agli sconosciuti, questi si danno alla fuga calandosi in un canale e cercando di svignarsela per le campagne. Pur essendo una notte di luna piena, il cielo è completamente coperto e quindi la ricerca si svolge al buio. Il gruppo di inseguitori riesce tuttavia a scovare due individui che cercano di nascondersi, uno nel cavo di un albero d’olivo, l’altro tra le radici di un fico. Presi di forza, li portano in paese, consegnandoli al brigadiere. Intanto la voce del furto è corsa per le strade di Aradeo, la gente si accalca sulla piazza del Municipio. Tra la folla, una donna riconosce i fermati. Si chiama Domenica Giuri, ha 28 anni e gestisce una bettola. Al mattino i due giovani, che al brigadiere hanno detto essere ‘del basso di Bari’, sono andati a desinare da lei in compagnia di un terzo. Dopo aver ‘mangiato oltre il consueto’ i tre sono andati via senza pagare. Il brigadiere rivolta le tasche del meno giovane dei fermati, un tipo con uno sfregio sulla guancia destra, e trovate tre lire le restituisce alla Giuri. Intascati i soldi, la locandiera fa presente che i baresi ed il terzo forestiero erano stati condotti nella sua taverna da un tal Luigi Pedone, venditore ambulante di dolci. Palazzoli trattiene i due sospettati nella rivendita di caffè di Blago e, con lo stesso capo deputato, va in cerca di Pedone, trovandolo nei pressi della sua bancarella di confetture. Interrogato, Pedone dice di aver conosciuto i tre venendo ad Aradeo per la festa, di aver condiviso con loro la stalla di un certo De Tuglie e la bettola della Giuri, ma di non avere nessuna relazione con loro. Il brigadiere gli chiede di riconoscere i fermati e Pedone, recatosi al caffè di Blago, conferma la loro identità, facendo anche il nome del terzo ricercato: un certo Gaetano Spagnolo, tipografo di Lecce. Il sottoufficiale lascia andare il commerciante e porta in caserma i presunti colpevoli, per perquisirli ed interrogarli: sono Francesco Puglio e Gennaro Giacomantonio, originari di Terlizzi. Addosso non hanno tuttavia la croce.

Di fronte alle domande di Palazzoli, i due negano di essere mai stati in chiesa, non fanno il nome di Spagnolo ed iniziano a contraddirsi. Il brigadiere non può che convalidare l’arresto per avviare le indagini. Intanto i carabinieri ed alcuni aradeini sono ritornati nelle campagne sulla via di Noha per cercare con maggiore cura la croce d’oro: è tutto inutile, il gioiello è sparito.

L’indomani, 7 dicembre, i due arrestati sono portati a Galatone per essere interrogati in pretura.

Puglio è un ebanista di 23 anni, originario di Terlizzi ma da fine novembre dimorante a Lecce, dove si è trasferito in cerca di lavoro. Il giorno 5 dicembre, passando per Galatina, ha incontrato Gaetano Spagnolo e Gennaro Giacomantonio che chiacchieravano in piazza e con loro ha deciso di andare ad Aradeo per divertirsi in occasione della festa del santo patrono. Giunti in paese, hanno trovato da dormire in una locanda e il mattino seguente, dopo aver assistito alle sacre funzioni, sono andati girovagando. A mezzogiorno hanno quindi mangiato nella taverna della Giuri e poi hanno ripreso il giro fino al rientro della processione in chiesa. Qui hanno assistito alle ultime funzioni e usciti dall’edificio sono stati avvicinati dallo Spagnolo, che si sarebbe rivolto a loro dicendo: ‘Partiamo che qui non stiamo più bene’.

La versione di Giacomantonio, anch’egli ebanista di cinque anni più giovane, differisce in parte da quella del compaesano. Il ragazzo dichiara di aver conosciuto Puglio e Spagnolo in una taverna di Galatina e non in piazza, inoltre non ricorda la frase pronunciata dal tipografo all’uscita della chiesa, dopo la processione. Comunque, entrambi si dichiarano innocenti, cercando di stornare i sospetti sul terzo compagno. Interrogati sul perché della fuga nelle campagne, la motivano con la paura di qualche sinistro da parte di sconosciuti del posto.

Nonostante i tentativi di discolparsi, le testimonianze contro di loro sono tuttavia incontrovertibili. In tanti li hanno visti affiancarsi al capo deputato della festa ed inoltre, il 6 dicembre, ad alcuni non è sfuggito il loro fare sospetto. Pantaleone De Tuglie, ad esempio, novantenne proprietario della stalla dove hanno alloggiato, dichiara di averli visti la mattina della festa nel bar Santoro: Giacomantonio faceva finta di giocare a carte con un terzo, probabilmente Spagnolo, mentre Puglio si guardava attorno lisciandosi i baffi. Per Giovanni Blago anche i due leccesi sono complici: mentre infatti i giovani falegnami di Terlizzi lo affiancavano, il commerciante Luigi Pedone ed il tipografo Gaetano Spagnolo complottavano in disparte. Per il capo deputato la croce, appena rubata, ‘passò tosto di mano in mano, e i primi a fuggire furono lo Spagnolo ed il Pedone‘.

Blago vuole assolutamente trovare un colpevole, per questo probabilmente accusa tutti e quattro. È lui la parte lesa di questa faccenda in quanto, come capo deputato della festa, è obbligato a rispondere del valore della croce, stimata per 229,50 lire [circa 850 euro dei nostri giorni, n.d.A.].

Alla luce delle dichiarazioni di testimoni e parte lesa, per il pretore non ci sono dubbi. Del resto gli incartamenti pervenuti da Terlizzi parlano chiaro: nonostante la giovane età, Puglio e Giacomantonio sono già considerati di ‘pessima condotta’ e sono stati più volte in galera per furto. Puglio inoltre è ammonito come ozioso, vagabondo e presunto ladro e quindi non si sarebbe potuto allontanare da Terlizzi senza il permesso delle autorità. Per i due si aprono le porte del carcere, mentre restano da chiarire le posizioni di Pedone e Spagnolo. Per la Camera di Consiglio gli elementi raccolti non sono infatti sufficienti per definire la dinamica dei fatti: viene quindi dato incarico al Giudice Istruttore di redigere un nuovo rapporto e soprattutto di prendere in considerazione le posizioni di Pedone e Spagnolo. I due vengono convocati per il 3 di gennaio presso il Tribunale di Lecce. Dalle deposizioni del commerciante e del tipografo e da accurate indagini, il giudice deduce chePedone è un onesto lavoratore, che non ha nulla a che vedere con gli altri tre. Ha avuto solo la sfortuna di imbattersi in loro recandosi ad Aradeo. Spagnolo, invece, è sicuramente coinvolto nella sparizione della croce. Anche lui, nonostante abbia appena 25 anni, ha numerosi precedenti penali per furto: la prima condanna risale al 1869, quando cioè aveva appena 13 anni, mentre gli ultimi quaranta giorni di carcere li ha scontati a giugno. La sua complicità con i due arrestati, il sue essersi dato alla fuga, come da lui stesso ammesso, sentendo arrivare gli aradeini sulla via per Noha, non depongono in suo favore. Per il giudice non ci sono dubbi e così, dopo averli rinviati a giudizio, il 3 marzo 1882 il Tribunale di Lecce condanna Gennaro Giacomantonio ad un anno di carcere, Gaetano Spagnolo a tre e Francesco Puglio a tre anni e quattro mesi(aggiungendosi la violazione dell’ammonizione). Spagnolo e Puglio ricorrono in appello.

La mattina del 6 marzo, Nicola Carallo, piccolo proprietario cinquantaseienne, si reca nel suo fondo, denominato Sciaccarea, per lavorare. Mentre sta zappando vicino ad un grosso ulivo, qualcosa si impiglia nella zappa. All’inizio pensa sia un serpente, ma tirando vede che si tratta di un laccio con appesa una croce. Immediatamente chiama il suo giovane amico Francesco Manco, che sta badando ai lavori di altri contadini in un fondo limitrofo. Manco identifica immediatamente la croce: è quella di San Nicola.

I due vanno di filato dal sindaco, Francesco Resta, per consegnare l’oggetto. Anche il primo cittadino la riconosce: ‘è d’oro, ha sette pietre, delle quali una grande e due piccole, tutte verdi nel lato maggiore, tre verdi grandi negli altri tre lati, ed un’altra pure grande, di color mele, nel centro. Questa croce è unita ad un laccio d’oro della lunghezza di un metro e centimetri sessanta circa, al quale laccio va unito un fiocco pure d’oro, e nel laccio stesso v’è un passante d’oro anche’.

Il sindaco prende quindi in custodia il monile e avvisa immediatamente il pretore, cosa che fanno anche i carabinieri con un secondo verbale. La notizia intanto passa di bocca in bocca; alcuni vanno a vedere il luogo del ritrovamento: l’albero sotto il quale è stato disseppellito il gioiello del santo è quello dove, la notte del sei dicembre, Anghelè ed i suoi avevano catturato Giacomantonio. Il caso si potrebbe dunque dire risolto, almeno per gli aradeini. Tuttavia un altro giallo si intreccia alla sparizione della croce.

Come detto, tre giorni prima del fortuito ritrovamento, Puglio e Spagnolo sono ricorsi in appello. Puglio lo ha fatto senza addurre novità alla sua posizione, sperando più che altro in uno sconto di pena. Spagnolo invece, per mezzo dell’avvocato Nicola Forleo Casalini di Lecce, ribadisce la propria estraneità al furto. A suo parere la corte ha pregiudizi nei suoi confronti a causa dei precedenti penali, ma con la sparizione della croce lui non c’entra. Ed infatti ha dei testimoni che possono dimostrare come, sin dalle tre del pomeriggio del giorno della festa (quindi molto prima dello scippo) lui abbia cercato un mezzo di trasporto per ritornare a Lecce; lo stesso Puglio, inoltre, che inizialmente gli ha attribuito la frase ‘Partiamo che qui non stiamo più bene’, in un secondo interrogatorio ha ritrattato; anche il frettoloso allontanamento da Aradeo era legato ad un’istintiva paura e non a correità; infine, se fosse stato veramente coinvolto nel furto, avrebbe potuto approfittare del suo essere a piede libero per recuperare la croce, cosa che invece non ha fatto, visto che il monile è stato ritrovato. Le argomentazioni di Spagnolo sono rigettate dal Corte d’appello di Trani: la condanna è confermata per lui e per Puglio. Anche la richiesta di libertà provvisoria avanzata dal tipografo viene respinta. Non gli resta che ricorrere in Cassazione. La pronuncia del tribunale di Napoli arriva nel luglio e ribadisce la condanna a tre anni stabilita nei precedenti gradi di giudizio. La sentenza, tuttavia, non può essere notificata al tipografo ‘attesoché il ricorrente non è in carcere né legalmente in istato di libertà provvisoria’ .

Che fine ha fatto dunque Gaetano Spagnolo?

Il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo

di Alessio Palumbo

 

Nell’accingersi a raccontare un evento, semplice o complesso, recente o remoto che sia, gli storici si sono da sempre confrontati con un problema o, per meglio dire, con “il” problema: le fonti. Edward H. Carr, nelle oramai classiche Sei lezioni sulla storia, sosteneva: “Ma che cosa ci dicono i documenti, i decreti, i trattati, i libri mastri, i libri azzurri, i carteggi ufficiali, le lettere private e i diari – allorché ci accostiamo a loro? Nessun documento è in grado di dirci di più di quello che l’autore pensa – ciò che egli pensava fosse accaduto […] o forse soltanto ciò che egli voleva che altri pensassero che egli pensava”[1].

Anche una storia di carattere prevalentemente locale, come quella sulla rivoluzione neretina del 1647 narrata in Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna, deve necessariamente fare i conti con il problema delle fonti. I racconti coevi, le ricostruzioni dei secoli successivi, le cronache e le storie generali utilizzati per ricostruire i fatti, rappresentano da un lato dei tesori informativi, dall’altro dei veri e propri nidi di insidie. Gli intenti che di volta in volta gli autori si sono posti nel descrivere la vicenda, il particolare punto di vista utilizzato, lo stesso contesto storico in cui queste fonti sono maturate rappresentano, per chi consulta i documenti, degli imprescindibili punti da attenzione.

Nel caso di Nardò Rivoluzionaria, tra tutte le fonti consultate, una in particolare ha rappresentato, per completezza, equilibrio e chiarezza, un vero e proprio cardine del racconto: il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città. Per quanto lacunosa sia la vicenda personale dell’autore, l’abate neretino Giovan Battista Biscozzi, nondimeno questo suo libro di “notamenti”, più cronaca che diario, ha rappresentato una miniera di notizie per tutti coloro che, dal settecento in poi, si sono confrontati con questa pagina di storia. Non siamo certamente di fronte ad una fonte “oggettiva” (ciò renderebbe questa opera, a nostro modo di intendere le fonti, non solo eccezionale, ma assolutamente unica), nondimeno la sua utilità è indiscutibile.

Nelle righe degli Annali l’abate Biscozzi appunta i principali avvenimenti avvenuti in città tra il 1632 ed il 1666, con un’eccezionale frequenza di notazioni negli anni della rivolta. La sua posizione è esplicitamente quella di un cittadino ostile al feudatario, pur non essendo un ribelle. Proprio per questo, la sua narrazione è distaccata: il prelato cerca di tenersi lontano da giudizi di valore e solo di tanto in tanto soccombe all’emozione, ad esempio nel racconto del martirio di altri sacerdoti; è una cronaca che non cede quindi a pretese di oggettività ed assolutezza, riportando le voci del popolo, dei protagonisti e, seppur raramente, dello stesso Biscozzi. Il risultato di tutto ciò è una fonte sicuramente affidabile e, in ogni caso, impareggiabilmente ricca di informazioni. Nessun’altra cronaca, tra quelle a noi pervenute, racconta così nel dettaglio i fatti che si svolsero a Nardò, soprattutto nel biennio 1647 – 1648.

Una ricchezza che purtroppo non può essere riportata totalmente in un volume dal carattere più generale e dal taglio critico come intende essere Nardò Rivoluzionaria. Ogni passo non citato è stato quindi il frutto di una scelta difficile e sofferta e, proprio per questo, si è deciso di promuovere una ristampa dell’originale per garantire al lettore di apprezzare a pieno l’eccezionale valore del testo del Biscozzi. In assenza dell’originale, purtroppo perso, si è deciso di ripubblicare la versione più completa a noi giunta, ossia quella curata da Nicola Vacca nel 1936 per la rivista Rinascenza Salentina e tratta da un manoscritto conservato nella Biblioteca Scipione e Giulio Capone di Avellino[2].

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[1] E. H. CARR, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966, p. 20.

[2] Per notizie sulle varie versioni dell’opera e sullo stesso autore si veda N. VACCA, G. B. Biscozzi e il suo “Libro d’Annali”, in «Rinascenza Salentina», A., n. XIV, 1936, pp. 1-25.

Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Premessa al volume di Alessio Palumbo

 

Agosto 1647. Le teste di sei chierici neretini sono macabramente esposte, come lugubre monito, sul sedile cittadino, accanto a quelle di due cittadini che hanno subito la medesima sorte. A pochi metri da lì, il corpo dell’ottantasettenne barone Sambiasi, appeso per un piede, è lasciato penzolare esanime dalla forca. È l’apice, non certo la conclusione, di una rivolta che per giorni ha infiammato le strade di Nardò, antica città della Terra d’Otranto, e ha spinto i neretini a serrare le porte urbiche, lottando disperatamente per difendere i propri diritti e le proprie libertà dai soprusi perpetrati dall’antico feudatario. Un evento eccezionale ma non unico, né tantomeno isolato.

La rivolta neretina è infatti contemporanea a tante altre che squassano, alla fine della prima metà del Seicento, Napoli, il sud Italia ed altri luoghi della cristianità. Nell’estate del 1647 in tutto il meridione serpeggia lo spirito dell’insurrezione: l’esempio della capitale spinge le città, i borghi e le campagne del viceregno ad insorgere. Contro le gabelle, contro la fame, contro i nuovi affaristi venuti da fuori, contro le angherie e le vessazioni dei propri signori feudali: il popolo, spesso spalleggiato (a volte manovrato) dal clero e dai nobili, si ribella. Non ci troviamo di fronte a scoppi di collera occasionali o contingenti, bensì a rivolte figlie del secolo e dei numerosi mali che lo tormentano.

Anche nei fatti di Nardò ritroviamo, seppur in scala ridotta, alcune delle principali ragioni che hanno indotto numerosi storici a definire il XVII secolo come l’età della crisi: il feudalesimo rampante, pronto a recuperare in maniera violenta un ruolo di prestigio ed una potenza che la crisi economica e le nuove dinamiche sociali hanno messo in serio pericolo; la povertà che attanaglia i popoli dell’area mediterranea, oramai lontana dai nuovi traffici oceanici; il fallimento della Spagna, gigante dai piedi d’argilla che, piegato su se stesso, trascina nel declino i suoi stati satellite in un vortice di corruzione, fiscalismo, squilibri sociali, carestie; i costi, non solo monetari, delle numerose guerre che insanguinano l’Europa.

Questi ed altri fattori, con diversa incidenza, interagiscono in modo alchemico creando, a Nardò come in altri luoghi della tormentata Europa seicentesca, una situazione letteralmente esplosiva. I moti di cui andremo a parlare deflagrano in un continente reduce da trent’anni di lotte intestine; in un regno, quello di Napoli, che sembra oramai incapace di slegarsi dal mesto tramonto della Spagna; in una provincia, la Terra d’Otranto, povera e lontana dal cuore dell’impero, ma allo stesso tempo ambita da vecchi e nuovi conquistatori.

 

Nei primi due capitoli di questo libro cercheremo di mettere in evidenza le principali cause internazionali, nazionali e locali, che portarono alla rivolta. In molti casi, si farà solo cenno ad eventi, congiunture e fasi storiche: ciò per evitare di annoiare il lettore con nozioni o notizie probabilmente già conosciute o che comunque potrebbero essere ricavate con maggiore completezza da altre opere. Nondimeno, in questo rapido excursus storico, saranno opportunamente rimarcati quei fattori che hanno avuto un influsso sicuramente preminente nella rivolta.

Il terzo e quarto capitolo saranno dedicati alla ribellione neretina. La ricostruzione degli eventi ruoterà attorno ad una data, il 20 agosto 1647, fulcro e punto di svolta dell’intera vicenda e si avvarrà del supporto di testimonianze coeve, quali i diari di Francesco Capecelatro e dell’abate neretino Giovan Battista Biscozzi, di opere storiche “classiche”, come l’ottocentesca Nardò e Terra d’Otranto nei moti del 1647-1648 di Ludovico Pepe, di ricostruzioni più o meno recenti e di fonti archivistiche. Una particolare attenzione sarà dedicata alle carte del processo condotto dal governatore Carlo Manca contro i rivoltosi: le deposizioni di questi ultimi si dimostreranno un utile spunto di riflessione sulla lotta di potere che si trova alla base della ribellione, sulle strategie poste in atto da vittime e carnefici, sullo stesso valore delle fonti documentali.

Infine, il quinto capitolo rappresenterà l’epilogo. Una lunga conclusione, che si protrarrà con fasi alterne per oltre un quindicennio e porterà gli accadimenti neretini all’attenzione della stessa corte di Spagna. La lotta armata lascerà il posto alle controversie giuridiche, ai ricorsi ed i controricorsi, fino a giungere ad un finale che, per molti versi, non accontenta nessuna delle parti in gioco.

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Prefazione al volume di Marcello Gaballo.

 

Una storia dimenticata

di Marcello Gaballo

 

La storia narrata in questo libro è, per molti versi, una storia dimenticata.

Dalla metà del diciassettesimo secolo ad oggi, cronisti, storici, studiosi e semplici appassionati hanno scritto pagine e pagine sulla rivolta di Nardò del 1647. Le angherie patite dalla città per decenni, la disperata ribellione contro il proprio signore, la vendetta di quest’ultimo ai danni dei cittadini a lui maggiormente invisi, gli omicidi senza processo, le persecuzioni che durarono per anni, l’impegno di alcuni neretini di fronte alle magistrature napoletane e spagnole sono stati raccontati in vario modo, a volte con dovizia di particolari a volte nel contesto di altre tematiche di carattere storico. Nondimeno questa vicenda resta, sotto molti punti di vista, una storia dimenticata.

Dimenticata dai neretini.

Forse non interessati alla storia dei propri antenati, forse non adeguatamente informati e sensibilizzati, i cittadini di Nardò non hanno certo una memoria consolidata e condivisa sull’argomento. Nelle scuole non se ne è quasi mai parlato, né se ne parla e, nonostante una tendenza diffusa negli ultimi anni a recuperare le tradizioni, le musiche, i canti dei nostri avi, gli antichi idiomi e le pagine di storia locale, la vicenda dei martiri di Nardò è rimasta (e tuttora rimane) fuori dalle aule, lontana dalla sensibilità comune, estranea agli interessi della città.

Dimenticata dalla Chiesa.

La rivolta vide tra i suoi fautori numerosi ecclesiastici. Sei di questi furono barbaramente uccisi, senza alcun processo e con la connivenza di monsignor Giovanni Granafei, a quel tempo vicario del vescovo di Nardò Fabio Chigi. La Chiesa dell’epoca non fece nulla o quasi in difesa dei propri figli e, per i secoli a seguire, la loro triste fine cadde nel più profondo dimenticatoio. Nella lunga teoria di vescovi, canonici, sacerdoti e chierici che si è dipanata dal 1647 ad oggi, nessuno ha mai pensato di dover “confrontarsi” con queste figure, nessuno ha mai ritenuto di dover garantire loro un riscatto morale e spirituale negato dalla storia.

Dimenticata dalle istituzioni.

Sfogliando l’elenco delle strade cittadine, ci si imbatte in “via Martiri Neretini”; consultando la mappa topografica, si può ritrovare questa via all’estrema periferia del paese: la penultima strada ad immettersi sulla statale 174 che porta a Galatone. È questo l’unico segno tangibile tributato al sacrificio del 1647: un segno che io stesso richiesi alla Commissione Toponomastica nella mia breve esperienza da consigliere comunale. Nessuna piazza o via del centro, nessuna targa commemorativa, nessuna stele, null’altro è stato dedicato alla memoria dei neretini che combatterono e morirono in difesa della propria città, dei propri diritti, della propria dignità.

Una dimenticanza che affligge e mortifica. I popoli si fondano sulla propria memoria, sulla propria storia o, perlomeno, sulle pagine più importanti di essa. Perché dunque Nardò ha da sempre rinunciato a riscoprire, a fare propria e a preservare una pagina tra le più gloriose della sua vita ultramillenaria? Perché non è stata capace di far rivivere in una grande strada, in una piazza, in un segno concreto il ricordo degli uomini che, in nome della propria appartenenza ad una città, hanno combattuto, sono insorti, si sono impegnati in una lotta disperata che ha portato alla morte di tanti di essi?

Probabilmente non esiste una risposta per queste domande o forse è una risposta poco edificante. Ciò dovrebbe invitare ad arrendersi? A mettere da parte il ricordo, le emozioni che questa storia sa ancora suscitare, gli insegnamenti che da essa si possono trarre, solo per assecondare l’indifferenza che alberga in molti? Personalmente dico no!

Da più di due decenni, il far tornare alla luce queste gloriose pagine della storia cittadina è divenuto per me un impegno personale o, per meglio dire, un vero e proprio obbligo morale nei confronti dei protagonisti della ribellione. Circa vent’anni fa, visitando l’archivio di Simancas, ebbi modo di consultare alcune fonti di prima mano sulla vicenda: un fondo documentale all’epoca pressoché inesplorato. Nelle ore trascorse nella città spagnola, le lunghe controversie giuridiche, le cronache della rivolta, i resoconti sulle sanguinose gesta del duca di Nardò e la ribellione dei suoi sudditi, il ruolo del re, dei suoi ministri, dei viceré e delle autorità locali rivissero sotto i miei occhi, donandomi un’emozione tuttora viva.

Negli anni a seguire, parte di questa documentazione ha visto la luce grazie ad alcuni studiosi pugliesi, molti dei quali gravitanti attorno al Centro Studi Conversanesi, come Aurora Martino, che desidero ringraziare per la preziosa collaborazione fornita e per l’enorme mole di informazioni restituite con i suoi scritti. Molto restava tuttavia da dire sulle vicende neretine. Per questo ho ritenuto indispensabile continuare le mie ricerche: a Napoli, presso il fondo Brancacciano, dove ho raccolto altre cronache dell’epoca; presso la Biblioteca della Società di Storia Patria, dove ho ritrovato i manoscritti sul processo intentato ai ribelli; e ancora a Nardò, nell’archivio del Capitolo della Cattedrale e in numerosi altri scrigni di fonti. Per anni tutto il materiale raccolto, trascritto e conservato, ha rappresentato la base per articoli, come quelli pubblicati annualmente sul sito della Fondazione Terra D’Otranto[1] e per opere di divulgazione, come Nardò a fumetti,[2] una storia illustrata dedicata ai piccoli neretini affinché germogliasse in loro un desiderio di conoscenza sulla storia della propria città.

Nonostante questi miei interventi personali e la pur ricca bibliografia esistente sull’argomento, ritenevo tuttavia giunto il momento di elaborare un lavoro più organico sulla vicenda, un’opera capace di incastonare i fatti di Nardò in un contesto storico più vasto ed articolato. Per questo decisi di affidare il frutto di anni di studio, letture e ricerche a qualcuno che, per preparazione e sensibilità, potesse essere in grado di donare loro una nuova veste. Questo qualcuno è stato Alessio Palumbo, il quale ha aderito con trasporto ed entusiasmo al mio progetto e che per questo ringrazio. Quest’opera è, in sintesi, il connubio tra un’antica passione e l’entusiasmo di giovani studiosi. Essa rappresenta dunque un tributo scientifico ma anche sentimentale ai fatti del 1647.

Risvegliare nei suoi lettori un interesse, una passione, anche una semplice curiosità su quanto accaduto; far comprendere ai neretini vecchi e nuovi e, soprattutto, a chi ne cura la formazione sin dalle prime classi scolastiche, l’importanza di riscoprire e conservare gelosamente il proprio passato; inculcare, in chi ne ha il potere, l’obbligo morale di garantire un riscatto (conoscitivo, civile, religioso) alle vittime di quella che fu una vera e propria barbarie: sono questi i principali obiettivi che questo volume si pone. L’auspicio è che riesca ad ottenerli tutti e tre. Se così non fosse, nondimeno avrà rappresentato, per i suoi autori e per chiunque vi abbia contribuito, un gradito impegno personale per studiare, ricordare, ripercorrere e rivivere una vicenda esemplare.

 

[1]http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

Http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/20/20-agosto-1647-lolocausto-di-nardo-seconda-parte/.

[2] M. Gaballo, Nardò a fumetti. Pagine di storia, cronologia ed altre notizie, Lecce, Conte Editore, 1996.

 

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Mercoledì 19 agosto 2015 nel chiostro dell’ex Seminario verrà presentato, alla presenza del sindaco Marcello Risi e dell’assessore alla Cultura Mino Natalizio, il libro Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’Età Moderna, Congedo Editore. Interverranno don Giuliano Santantonio, direttore dei “Quaderni degli archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”, l’autore Alessio Palumbo e la dottoressa Maria Luisa Tacelli, docente di Diritto Canonico presso l’Università del Salento.

 

 Indice del volume

Una storia dimenticata. 4

Premessa. 7

Nota al lettore. 9

  1. ………. La crisi del Seicento e la fine dell’egemonia spagnola. 10

1.1.      Sotto il segno della depressione. 10

1.2.      Sull’orlo del collasso.. 15

1.3.      Il viceregno.. 19

1.4.      Il baronaggio rampante. 22

  1. ………. La vigilia della rivolta. 26

2.1.      Nardò e la casa Acquaviva.. 26

2.2.      Il Guercio.. 29

  1. ………. La Rivolta. 41

3.1.      La rivolta napoletana.. 41

3.2.      Viva Dio! Viva il Re et mora lo mal governo: Nardò si ribella.. 44

3.3.      Fe bando che si mettessero tutti in arme: i primi giorni della rivolta.. 50

3.4.      E principiarono a metter fuoco nell’aere: la battaglia.. 53

3.5.      Fé venire detto Vescovo, e incominciarono a trattare: la tregua.. 57

3.6.      E in quell’istante si vide oscurarsi l’aria: la strage d’agosto.. 62

  1. ………. Il processo. 70

4.1.      Il processo di Carlo Manca: una nuova arma nelle mani del conte. 70

4.2.      Il ruolo dei canonici71

4.3.      I nemici fuori da Nardò.. 76

4.4.      Strane coincidenze. 80

4.5.      Tracce di umanità.. 82

  1. ………. Epilogo. 86

5.1.      Lo clamavan rey de la Pulla.. 86

5.2.      Da Nardò a Madrid.. 90

5.3.      Giovan Girolamo e Giovan Pietro alla corte di Filippo IV.. 93

Conclusioni104

Appendice  109

 

 

 

 

Avevano simulato di temere il duca,

con il pretesto di difendere la città

dai soldati che il duca avrebbe inviato a loro danno.

In realtà si erano ribellati con il duca

 che era loro signore e principe legittimo,

 poiché si erano dati il diritto di prendere le armi contro di lui.[1]

 

 

[1] Archivio Segreto Vaticano, Archivium Arcis, Arm. E, 127 (Super Tumultis Populi Civitatis Urbini Anno Domini 1573), cc. 312 v – 320 v in A. DE BENEDICTIS, Tumulti: moltitudini ribelli in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 24.

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Premessa al volume di don Giuliano Santantonio

 

Nel leggere la prefazione a questo volume, a firma del dott. Marcello Gaballo, sono rimasto profondamente colpito dagli interrogativi, peraltro condivisibili, che egli solleva dinanzi all’inspiegabile e rattristante dimenticanza di un evento che, nella sua tragicità, ha invece del grandioso e dovrebbe essere motivo di orgoglio per la città di Nardò, che grazie ad esso è salita alla ribalta della grande storia con una originalità tutta sua propria, intorno alla quale occorre tuttavia stendere ancora un po’ d’inchiostro.

Non intendo minimamente sminuire le responsabilità di chi in quel preciso momento storico era a capo della Chiesa neritina, il cui comportamento è da stigmatizzare come gravemente deplorevole per più ragioni: perché in contrasto con i principi del Vangelo a cui avrebbe dovuto ispirarsi; perché lesivo della giustizia tanto umana quanto divina; perché abusivo nei confronti della suprema autorità ecclesiastica, di cui vanificò l’intervento censorio occultando il monitorio che preludeva alla scomunica dei colpevoli; perché privo, soprattutto nei confronti dei chierici, di quella paternità che è dovere primario per chi ha il compito della cura pastorale di una diocesi. Mai come in questo caso però si può dire che il pastore non espresse il sentire del gregge: ne è prova il fatto che le prime vittime delle efferatezze del conte-duca furono proprio esponenti tra i più illustri del clero locale.

Posto che è innegabile una certa contiguità, che caratterizzò il tempo di cui trattiamo, tra gli alti ranghi ecclesiastici e la nobiltà, alla quale comunque appartenevano, mi permetto di osservare che estendere la responsabilità del silenzio complice del vicario Granafei ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica appare francamente poco fondato: Fabio Chigi, vescovo di Nardò, risiedette in Germania quale nunzio dal 1636 al 1651 e quello che apprendeva dai suoi informatori non è detto che rispondesse alla realtà dei fatti; non sarà stato un caso se il monitorio di Innocenzo X fu emanato nel 1652, cioè pochi mesi dopo la nomina di Fabio Chigi a Segretario di Stato e il suo rientro a Roma, anzi lascia supporre che una migliore conoscenza degli eventi abbia spinto l’autorità centrale della Chiesa a compiere i passi previsti ai fini della comminazione di una eventuale censura; peraltro il monitorio non è l’atto di scomunica, ma l’ingiunzione a deporre su fatti meritevoli di scomunica, per cui la sua omessa pubblicazione di fatto impedì la resa delle deposizioni che avrebbero innescato il procedimento censorio; non vi sono prove che il Chigi, che ovviamente doveva fidarsi del suo vicario, avesse potuto sospettare comportamenti abusivi da parte dello stesso, che in tutta la vicenda si curò peraltro di apparire del tutto estraneo.

Per il resto il silenzio calato sulla vicenda si può interpretare inizialmente come espressione di comprensibile paura di fronte ad una prepotenza che sembrava non conoscere limiti: in situazioni di tal genere l’eroismo di un’opposizione esplicita non sempre è la scelta più saggia, soprattutto quando, come nel caso di cui ci stiamo interessando, poteva fomentare vendette e sofferenze ancora più atroci quanto inutili alla causa. Ma non si può tacere che qualcuno ebbe il coraggio, anzi l’ardire, di consegnare ad uno scritto, rimasto nascosto sotto la polvere del tempo, la memoria delle nefandezze vedute e patite: forse era tutto quello che in quel momento poteva essere fatto, e noi lo ringraziamo perché ci offre oggi la possibilità di apprendere da un testimone diretto e credibile i particolari e i contorni di una vicenda, che può essere così apprezzata in tutta la sua portata non solo storica, ma anche umana e cristiana.

Il silenzio successivo può essere dovuto al fatto, anch’esso istintivo e naturale, che l’uomo tende ad esorcizzare le esperienze che lo hanno ferito in profondità, stendendo un velo sopra il passato e volgendo di preferenza lo sguardo verso il futuro, in cui trovare motivi per risvegliare la speranza di un mondo migliore. Meno comprensibile invece è il silenzio dei posteri: bisogna avere il coraggio di fare sempre i conti con il proprio passato, perché solo così la storia, secondo l’insegnamento di Cicerone, diventa maestra di vita, antidoto al ripetersi delle nefandezze compiute, trampolino di lancio verso un futuro più promettente.

Questo lavoro, che compone egregiamente i fatti in maniera sufficientemente completa e critica e li rilegge in un contesto di più ampio respiro, consente ora ad un’intera Città di riappropriarsi del proprio passato, risvegliando la memoria intorpidita e soprattutto prendendo coscienza di valori imperituri, impregnati del sangue di martiri innocenti, che devono essere sventolati come una bandiera anche nel nostro tempo, esso pure insidiato da una congerie di morbose e destabilizzanti tentazioni, sempre sulla linea della prepotenza e della corruzione, da cui vengono ineluttabilmente partorite, come la storia dimostra, ingiustizie, violenze e ogni forma di prevaricazione della libertà e della dignità dell’uomo e dei popoli.

Un pensiero di gratitudine voglio indirizzare, tra le innumerevoli vittime della ferocia del Guercio di Puglia, ai sei chierici che, dopo aver intercettato il disagio popolare e guidato il tentativo di riscatto dall’insopportabile oppressione del dispotico feudatario, hanno affrontato la morte con commovente ed edificante coerenza evangelica, confermando con l’immolazione della vita la loro scelta vocazionale di dedicarsi, in nome di Dio, al servizio dei fratelli. A loro il Registro dei defunti alla data del 20 agosto 1647 dedica un laconico “morirono e si sepelirono nella Cathedrale”, naturalmente senza esequie. Mi auguro che a questo volume, dedicato al loro sacrificio, ogni neritino voglia aggiungere la propria memoria grata, che continui a farli vivere come fari luminosi di umanità e di civiltà da additare alle nuove generazioni.

 

 

Dalla parte dei giusti. Il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo

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Copertina dell’opuscolo che sarà distribuito gratuitamente il 19 agosto

Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città [*]

 

A… Luglio 1636, venne il Sig. Conte di Conversano, a pigliare possesso della città di Nardò, per la morte di sua Matre D. Catarina Acquaviva, il detto si chiama D. Geronimo.

A 26 Marzo 1638, venne avviso che nella Calabria per una scossa di tremuoto, aveva gettato a terra trenta luochi.

A 12 Agosto 1639  giorno di venerdì, la matina, ad ore 13, fu ammazzato Francesco Maria Manieri, nobile, con una archibugiata, sopra il Cemiterio della Chiesa Matrice, giusto la porta magiore, l’omicita fu un tal Prome Felice, uno che guardava la foresta del Sig. Conte, e si dice esser stato mandato da detto Sig. Conte, per causa che detto Manieri, aveva detto mentre era Sindaco che poco era che era cessato da detto officio, che il Sig. Conte non possedeva libero Nardò, mentre prima di lui, lo possedeva uno casa del Balzo, pignorata per 24 mila docati, fu levata dalla Corte, a detto Balzo, e ne investì detto Sig. Conte, per servigi avuti Sua Maestà, nella guerra, e avendo la Città detta somma di denaro, e pagandolo, restarebbe detta Città Regia; altri dicono che detta Città fu data a detto Sig. Conte, per i servigi fatti nella guerra, vita sua durante, e che se ne pigliasse carlini quindeci per fuoco, l’anno, e doppo morto, s’incorporasse al patrimonio Regio, che così li fu concessa dal Re Ferrante, in tempo che era Sindaco Roberto Sambiasi.

A… Maggio 1643, venne il Canzelliere Mugnes, per la morte di Francesco Maria Manieri, ed annullò il Governo, essendo Sindaco, Gio: Bernardino Massa, de Nobili, e Delfino Zuccaro del Popolo, e nella nuova elezzione fu fatto Sindaco de Nobili Dr. fisico Pietro Gabellone, e Cesare de Paulo del Popolo, detto Governo fu confirmato da S. E., il detto Mugnes sequestrò la giurisdizzione della Città al Sig. Conte.

A 22 Febraro 1646, andarono carcerati in Napoli, Notaro Alessandro Campilongo, Giandonato Ri, Scipione Puzzovivo, Nobile, e otto altre persone del popolo, per imposture fatteli dal Sig. Conte.

A 23 Febraro 1646, furono chiamati in Roma, Dr. Ottavio Sambiasi, D. Gio: Francesco Sambiasi, Cherico Carlo Sambiasi, D. Gio: Cola Sambiasi, Abate Gio: Filippo de Nuccio, Cherico Innocenzio de Nuccio nobili, D. Vitantonio Puzzovivo, D. Onofrio Nestore, D. Francesco Maria Gabbellone, Cherico Domenico Gabbellone, D. Diego de Vito, Cherico Pietrantonio de Vito, Abate Gabriele Nestore, Cherico Francescantonio Giullio, D. Gio: Antonio de Monte nobili; Gio: Francesco Demitri, Cherico Giuseppe Bruno, Cherico Scipione Querriero nobile, Cherico Giuseppe Manieri, Cherico Scipione de Nuccio nobile, Cherico Giullio Cesare de Pandis, Cherico Mercantonio di Vernole, Cherico Patonno Giannelli, tutti questi furono chiamati sotto pretesto che avessero levate certe esecuzioni fatte dal Governatore nelle bestiami de preti, che non volevano pagare il dazio, andarono dal Vicario Generale, che era l’Abate Giovanni Granafeo di Brindisi, il medesimo risposeli che su questo, non penzassero, che l’averebe da difendere, tutti i nominati costituirono procuratore in Roma, e non andarono.

A 21 Luglio 1647, Domenica ad ore 22 si rivoltò il popolo contro Gio: Ferrante de Noha Auditore de Nobili stando pro Sindaco, perché li Sindaci, erano in Lecce, la rivoluzione fu per mancanza del pane, quale portò pericolo della vita, si rivoltò anche contro il Governatore Dr. Geronimo Regina, per l’ingiustizie fatte nel suo governo, detto Popolo gridava che volevano per Sindici Stefano Gabellone de Nobili, e Cesare de Paulo del Popolo, e che cessino di Sindici, Gio: Bernardino Sabatino, nobile, e Francescantonio Bonvino del Popolo, tutti aderenti del Sig. Conte, condiscese detto Governatore, e firmò le scritture; in detto tempo si rivoltò Napoli, e tutto il Regno.

A 22 Luglio1647, vennero in Città detti Sindici, quali stevano rifugiati in Corigliano, essendo detto Marchese D. Giorgio delli Montii. contrario al Sig. Conte, e arrivati che furono, subito il popolo li dettero il Stendardo Reale in mano del Sindaco dei Nobili, che lo portasse nel Castello, e con tutto che detto Sindaco ricusava di farlo, fu necessitato a portarlo, mentre portava pericolo della vita.

A 22 Luglio 1647, il popolo ammazzò Giuseppe Sponziello tamborrino, havendoli scoverto, che voleva ammazzare il Sindaco de Nobili.

A 23 Luglio 1647, ruppero tutti li vasi, e cassette buttando tutte le robe che vi erano dentro della Spezieria di Antonio Corilli veneziano, per aver detto al popolo, che è ribelle del Patrone, sdegnato il Popolo di questo, s’aventarono sopra per ammazzarlo, e perché lo scampò dalle mani arrabiati di questo volevano sbarbicare detta Spezieria da fondamenti, ma perché non era da detto Corilli, si trattennero.

A 24 Luglio 1647, fu fatto capopopolo Patuano, il quale fe bando che si mettessero tutti in arme, come già si videro armati per la Città, andando in Casa di Gio: Lorenzo de Vito nobile, ed in casa di Luzio Zuccaro, Scipione Zuccaro, e dal Governatore, ed altre case, a trovare i Patroni per ammazzarli, come contrari della Città, e ad essi havendone avuto l’avviso, se ne fuggirono in Galatone, come anche fè D. Diego Acquaviva cugino del Sig. Conte.

A 26 Luglio 1647, fu ammazzato Giorgello, serviente del Sig. Conte, per aver sparlato contro la città.

A 26 Luglio 1647, volendo uscire dalla Città la Sig.ra D. Beatrice Acquaviva, con tre figlio il Popolo non la fè uscire.

A 28 Luglio 1647, passando per la vicinanza di Seclì Donatantonio Bonsegna, fu carcerato per ordine del Patrone di detto luoco D. Antonio d’Amato, come cugino del Sig. Conte, saputosi questo dalla Città, mandarono due Riformati, con imbasciate ad esso Barone, che se non scarcerava detto Bonsegna, farrebbero uscire sua sorella dal Convento di S. Chiara, e la brugiariamo, per detta imbasciata subito fu scarcerato; e la sua carcerazione fu per essere stato lui che disse, che si portasse il Stendardo a Castello.

A 29 Luglio 1647, venne ordine da Lecce, che lasciassero uscire dalla Città, D. Beatrice Acquaviva, moglie del Sig. D. Diego Acquaviva; il popolo ubitì.

A 1 Agosto 1647, ad ore diece arrivarono da settanta soldati a cavallo, che andavano scorrendo per la campagna, e attorno alla Città, pigliarono da settanta e più persone, e ne le portarono con essi, tutti questi stevano nell’aere pesando il grano, e chi guardava il fatto suo, e fra questi vi fu Pomponio Argentone nobile, D. Pietrantonio Fisio, nobile, ed altri; la gente a cavallo erano del Sig. Gio: Battista Cicinielli, e da D. Francesco Pignatelli, parenti del Sig. Conte, ed altri di Nardò aderenti del Sig. Conte, e questi andarono a Copertino ad aspettare il Sig. Conte, che veniva ad assediare la Città.

A 2 Agosto 1947, ad ore nove, di nuovo vennero li sopra detti a Cavallo, e principiarono a metter fuoco nell’aere, e fra le altre una si chiama Soleci, l’altra li Mangani, con questa occasione vennero molta gente di Galatone, e se ne portarono molto grano, scampato del fuoco; detta gente andarono per le Masserie d’intorno alla Città, e a quella di Arneo, e pigliarono tutte le bestiami, pecorine, e vaccine, le pecore furono 3000, le vaccine 200 e diverse giomente, e sommarrine, diverse altre Massarie non furono danneggiate, perché erano della partita del Sig. Conte; detta gente si avvicinarono sotto le Muraglie, e incominciarono a tirare archibugiate alla gente che steva sopra le Muraglie tutta armata, mentre avevano avuto l’avviso, che veniva il Sig. Conte, con molta gente armata, per assediare la città, in questo tempo si tirarono molte moschettate d’ambe le parti, ma non successe danno alcuno, la Città tirò un pezzo d’artigliaria, e perché l’artiglieri, non era troppo prattico, non offese nisciuno, doppo ciò la gente di fuora, nuovamente si ritirò in Cupertino.

A 2 Agosto 1647, venne avviso da Lecce, esser stato ammazzato il Dr. D. Ottavio Sambiasi, dentro il cimiterio de Patri Conventuali, perché era avvocato della Città.

A 3 Agosto 1647, ad hore nove arrivò la gente che portava il Sig. Conte con due suoi figli, D. Giulio, e D. Tommaso, e posarono mezzo miglio distante dalla Città, con questi andavano uniti il Principe di Presicce, il Duca di S. Donato, il Marchese di Cavallino, D. Gio: Battista Cicinelli, D. Tuglio di Costanzo, D. Diego Acquaviva, il Barone di Lizzaniello, il Barone di Seclì, ed altri Signori, ciascheduno con la sua gente, due compagnie di cavalli, una compagnia di fanteria, cento Picheri, trenta Gentiluomini di Lecce, con i loro servitori, ci furono anche gente d’Altamura di Monte Peluso, di Bari, di Brindisi, di Gallipoli, di Francavilla, di Casalnuovo, di Galatone, di Casarano, ed altri luochi, che in tutto furono 4000 persone, tutti bene armati, incominciarono a toccar tamburi, e trombette; inteso questo la Città, subito corse la gente alla difesa, e tirarono una cannonata verso l’inimico, proprio alla cavalleria, che li recò non picciol danno, la Città aveva trovato un artegliere inglese, molto pratico a tirare, e si vedeva che dovunque voleva tirava fra lo spazio di un quarto d’hora, vennero dietro la Porta della Città, tre cavalli, con le selle vuote; il nemico si portò vicino al Convento de Patri Paoloni, da dove ebero qualche fastidio i cittadini, quale incominciarono a tirare, quelli di fuora e quelli di dentro, portò il caso che un giovine salendo su una pergola per pigliare uva, li fu tirata una schioppettata, fu colpito nell’occhio, e se ne morì, della parte delli inimici, per relazione di quelli di fuora ne morirono 120 detta battaglia durò due giorni, e due notti, il Sig. Conte mandò due Capoccini, per l’accordio, i Cittadini rifiutarono il partito, nuovamente rimandò detti Patri, li fu risposto che mandasse il Vescovo di Lecce per necozziare, il Sig. Conte fè venire detto Vescovo, e incominciarono a trattare, la pretenzione della Città fu, che il Sig. Conte levasse tutte le gabbelle, e che la balliva sincome ab antico, era della Città, e presentemente la possiete detto Sig. Conte, la rilasciasse ad essa Cità, e in ricompenza di ciò, la Città si obbliga di pagarli 500 docati annui, mentre i cittadini sofrivano molto incommoto per detta balliva, mentre il Sig. Cote la vendeva in ogni anno docati 2000, e perché il compratore non podeva esiger tanto, accordava tutti quelli che avevano bestiami, come esso voleva, senza che nisciuno possa opponersi, e che per l’altre differenze che esistono tra la città, ed il Sig. Conte, se la vedessero di giustizia, tutto questo cercò la città, il Sig. Conte cercò, che li cittadini, nollo contrassero nelli suoi officiali, e che sia levato il Stendardo Reale dal castello, che haveva portato il Popolo.

A 7 Agosto 1647, andarono i cittadini, nelle loro Massarie, e le trovarono spogliate di bestiami, formagio, e di tutte le vettovaglie, e brugiate le case, le porte atterra, in vederle era pietà, si calculò il danno, ed arrivò alla somma di trentamila ducati.

A 9 Agosto 1647, un Massaro che steva nella Masseria nominata S. Elisa, era dell’Arciprete, ponendo fuoco alle ristocce, detto si attaccò alle rene, e abrugiò più di mille alberi, e sarebbe stato magiore il danno se non avessero corsa la gente dalla città, a smorzar detto fuoco.

A 10 Agosto 1647, venne il Sig. Gio: Battista Ciciniello, per causa che il Popolo si andava movendo, mentre si vociferava che i patti di levare le gabelle, e bagliva non si osservava, ma detto Ciciniello, queitò il popolo.

A 11 Agosto 1647, il popolo non si quietò affatto, ma diceva che per tutti i luochi non si pagava nisciuna gabella, ed in Nardò si, si pagavano due carlini a tumolo nella cartella della farina, volle il Popolo che rilevasse detta gabella, e per tal causa passò pericolo della vita il Sindaco de Nobili Gio: Bernardino Sabatino, quale fu di bisogno andare unitamente col Popolo alle Moline, è ordinare all’esattore, che lasciasse entrare tutte le persone, senza pagare cosa alcuna, così s’acquietò il Popolo.

A 13 Agosto 1647, l’aderenti del Sig. Conte, per tal mossa fatta dal Popolo, ne dietero avviso in Conversano al Sig. Conte, e usciti di notte detti aderenti, pigliarono tutta l’artigliaria della città, e dato di mano al Magazzeno della polvere, e altro, tutto trasportarono nel castello, la matina havendo inteso questo il Popolo, parte si ritirarono nelle chiese, e parte se ne uscirono dalla città ricuperandosi nei luochi circonvicini.

A 14 Agosto 1647, l’aderenti del Sig. Conte, pigliarono carcerati, il capo Popolo Patuano… Giuseppe Spatò Giov. Domenico Scopetta, e Gio: Francesco di Calignano, e li portarono carcerati nel castello, detti aderenti andavano per la città armati, intraccia di altri loro contrari, detti aderenti pigliarono informazione, benché falsamente, contro il Popolo, costandoli che volevano ammazzare tutti l’arderenti, detta informazione fu mandata in Utienza, quale la medesimo mandò due Auditori, con una compagnia di cavalli, che erano di D. Tiberio Garrafa, detta compagnia fu mandata ad allogiare nelle case de loro contrari, cioè in casa di D. Francesco Maria Gabellone nobile, Abate Gio: Filippo de Nuccio, nobile Abate Gio: Carlo Colucci, nobile, Pietro Spinelli nobile, Barone Pietr’Antonio Sambiasi, Barone Gio: Guglielmo Sambiasi, Dr. Abbate Benedetto Trono, Antonio d’Anili, ed altri, detti due Auditori dietero ordine che si esigessero le gabelle del Sig. Conte.

A 17 Agosto 1647, fu pigliato dalla chiesa di Casole territorio di Copertino, Cesare de Paolo, e li fu tagliata la testa, vicino la chiesa del Ponte, e pur anche fu pigliato Giuseppe Olivieri, che steva in Leverano, e li fu tagliata la testa, nelli patuli, e tutte due teste furono portate nel castello, dove stevano tutti l’aderenti, saputosi tal fatto dal Tenente de Cavalli, andò in castello lamentandosi, con dire che non havevan fatto bene a tagliar le teste a quelle due persone, quando che detta cavalleria, steva per ordine dell’Aditore Sarsale, per la quiete della città, promettendo, così l’aderenti, come i cittadini di posar l’arme sub fide Regia, e così si avevano acquietati, li fu risposto a detto tenente esser vero la parola data, ma questo successo, fu in campagna, e fu per inimicizie particolari de Cittadini, e perciò non sono incorsi a trasgressione d’ordine.

A 19 Agosto 1647, furono pigliati carcerati, l’abate Gio: Filippo De Nuccio, l’abate Donato Antonio Roccamora, nobili, Dr. Abate Benedetto Trono, Dr. Abate Gio: Carlo Colucci, Francesco Maria Gabellone, e il chierico Domenico Gabellone Fratelli, D. Giovanni Giorgino, Stefano Gabellone, Fratello dell’anzidetto Gabelloni, tutti questo stevano uniti in casa delli detti Gabelloni per sicurità, mentre in detta casa steva il Tenente della Compagnia, e detto Tenente li pigliò carcerati in poder suo, tutti questi furono che nella falsa informazione presa, che erano stati i fomentatori alla ribellione, e alla congiura contro l’aderenti del Sig.Conte; vetendo questo, molti del Popolo incominciarono ad uscire della città, andando per diversi luochi, ma la maggior parte in Gallipoli.

A 20 Agosto 1647, dalla gente del Sig. Conte furono tagliate tre strade, che uscivano al Castello, e incominciarono a trincerare detto castello, alzare la quarta Torrione, quale circondano tutto il castello, fecero anco il ponte, ed il restiglio nella prima entrata.

 

A 20 agosto 1647, fu tagliata la testa al Dr. Abate Gio. Carlo Colucci, d’anni 47; al Dr. Abate Benedetto Trono d’anni 70; Arciprete Gio. Filippo Nuccio, di anni 42; Abate Donato Antonio Roccamora, di anni 53; D. Francesco Maria Gabellone di anni 40; chierico Domenico Gabellone d’anni 37; prima furono archibugiati, e poi tagliate le teste, detto fatto fu dietro il convento di S. Francesco di Paola, e in quell’istante si vide oscurarsi l’aria in tal modo, che non si vedevano l’uno con l’altro, e finito che ebero tal carneficina, l’oscurità si risolse in pioggia così abondante, che era quasi un diluvio, detti sfortunati preti, dacché uscirono dal castello dove stavano carcerati, sino all’hora della loro morte, non mancavano di salmegiare, e dire diverse orazzioni, dandosi animo l’un con l’altro, e dicendo de continuo, Pater ignosce illis quia nesciunt quid faciunt, tra li quali D. Francesco Maria Gabellone, non cessò mai di dire, Conceptio tua Dei genitris Virgo gaudium annunciavit universo Mundo, e doppo morto anche flebilmente risentiva dire dette parole, questo fatto ad hore diecinnove;  nell’istessa notte fu ammazzato il Barone Pietrantonio Sambiasi a pugnalate, essendo questo d’anni 37[†], morto che fu l’appesero per piede alle furche mezzo della Piazza, e le teste delli reti furono posto su il Sedile, e li corpi de medesimi distesi nella piazza attorno le furche.

A 21 agosto 1647, entrò il Sig. Conte in città, con suoi figli, Cosmo, Giuglio, e Tommaso, e con altri Signori, in compagnia di 500 uomini.

A 22 agosto 1647, furono pigliati carcerati, il Barone Baldassarro Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, e Gio. Lorenzo Colucci, nobili, e furono portati al castello.

 

A 22 agosto 1647, si dette sepoltura alli corpi de preti, e di Pietrantonio Sambiasi, ma non alle teste.

 

A 23 agosto 1647, furono carcerati nelle carceri del Vescovo, D. Donato Antonio Pizzuto e D. Onofrio Mastore, sotto pretesto che havessero portato polvere alla città, in tempo che stava assediata, e che havessero accompagnati alcuni gentiluomini che fugivano dalla città.

A 25 agosto 1647, fu gettato a terra lo studio, e due altre camere dell’Abate Gio. Carlo Colucci.

A dì detto si diè il sacco nelle case di Vitantonio Falconi, con dire che s’avesse trovato nella congiura.

 

A 26 agosto 1647, fu pigliato carcerato da Copertino, e portato in questo castello di Nardò il Medico Francesco Maria dell’Abate.

A dì detto si dette il sacco nella casa di Gio. Pietro Giuglio nobile per haver pigliato il stendardo di Sua Maestà dentro la chiesa ove si conservava e datolo a Stefano Gabellone Sindaco de nobili fatto dal popolo, per portarlo nel castello.

A 4 settembre 1647, mercordì all’alba partì il Sig. Conte, con sui filli, et altri signori, portando con essi mille cavalli, e cinquecento petoni, nella città di Lecce, ed entrate alcune persone per la porta falsa del castello, pigliarono D. Francesco Boccapianola mastro di campo di questa provincia insieme con la moglie e figli, e tutta la famiglia, detto Boccapianola s’aveva ritirato nel castello perché il popolo lo voleva ammazzare, con dire che era contrario a detto popolo, e unitosi col sig. Conte, e Duca di S. Donato, e perché detto Duca era stato scacciato da S. Cesario suo luogo, ed essendosi dato il sacco al suo castello di detto S. Cesario, da suoi vassalli, insieme con gente di Lecce, e di Lequile, sdegnato di questo il sig. Duca, et havendosi trovato l’ocasione di questa comitiva, ordinò che si desse il sacco a detto casale di S. Cesario, a questo replicava il sig. Conte, ma il sig. Duca sdegnato quanto più si può, si diè alla fine il sacco, non lasciandoci né meno una paglia dentro delle case, in ultime gettarono tutte le porte a terra, e tirarono di queste anche li chiodi che in vederlo era una pietà, il sig. Duca havendolo visto ne restò molto mortificato, e questo lo visto io proprio mentre andavo a Lequile per vedere certi miei parenti per coriosità volsi andare a vedere detto luogo; in detto luogo fecero residenza tutta quella gente cinque giorni, trattando se andavano a dare il sacco alla città di Lecce, per haver commessa ribellione, havendo il popolo ammazzato il conzelliere Aracca, essendo venuto per aquietare il popolo, perché tumultuava, e perché li cittadini havevano inteso, che avesse venuto per mettere le gabelle, che serano levate, e perciò l’amazzarono. Tra pochi giorni venne ordine da Napoli da S. E., che siano aggraziati tutti i cittadini di Lecce per l’omicidio fatto in persona del detto conzelliere, e che detta città ricevesse per mastro di campo Boccapianola, quale non lo voleva ricevere, ma in luogo suo voleva il sig. Giacomo Spinola genovese, e perciò il sig. Conte, e detto Boccapianola si ritirarono in Nardò per consultare questo fatto.

A 5 settembre 1647, fu pigliato carcerato Andrea Zuccaro, e portato al castello.

A 7 settembre 1647, fu pigliato carcerato cherico orlando Spina di Gallipoli, e cherico Antonio Monittola di detta città, quali passando da S. Cesario per andare in Lecce, per loro affari, ed essendo stati visti dalla gente del Sig. Conte furono pigliati, il Monittola fu lasciato, ma il detto Orlando fu carcerato, per aver fatto imbarcare in Gallipoli il marchese della Caia, D. Francesco delli Monti per haver fuggito dal Regno.

A 8 settembre 1647, Orlando Spina fu trasportato dal castello di Nardò al castello di Taranto.

A 10 settembre 1647, Boccapianola, assieme col Sig. Conte, mandò in Lecce per provista del castello, duoteci carrette di grano, oglio, formaggio, e pietre di moline, i cittadini di Lecce riceverono dette carrette, ma non le consegnarono al castello, perché i cittadini stavano inimici, con quelli del castello, e detta città voleva essa darli la provista, quale il castello non voleva ricevere cosa alcuna dalla città, protestandosi che non voleva altro provveditore, che Boccapianola, saputosi questo da detto Boccapianola, spedì molti corrieri per la provincia, a tutti li Baroni che si conferiscano in Nardò, per andare ad assediare la città di Lecce, per aver incorso al ribeglione, negando di dare al castello quella provista, che si mandò dal Governatore dell’armi.

A 14 settembre 1647, fu carcerato Tomaso Spano nel castello, perché portava le lettere da Lecce in Nardò, mandate dal Dr. D. Ottavio Sambiasi avvocato della città.

A 15 settembre 1647, fu pigliato carcerato Gio. Francesco Bisci, villano, e portato al castello, per testimonio, tutti quelli che sono pigliati carcerato sono per costare il ribellione, per li preti morti, ed altri cittadini.

A 19 settembre 1647, furono pigliati carcerati dentro Gallipoli, avendono fuggiti da Nardò, Pietro Antonio Fiazzi, e Giuseppe Scopetta, detti sono stati presi da uno di Gallipoli, affezionato del Sig. Conte, per nome l’alfiero Annibale Calò, furono trasportati al castello di Nardò.

A 20 settembre 1647, partì per Conversano il Sig. Conte, portando con sé tutti li carcerati, quali furono, il Barone Baldassarre Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, il Dr. fisico Francesco Maria dell’Abate, Gio. Lorenzo Colucci, e Stefano Gabellone il capi popolo Patuano, Giuseppe Spata, Andrea Zuccaro, Pietro Antonio Facci, Giuseppe e Gio. Domenico Scopetta fratelli, D. Giovanni Giorgino, ed un altro villano.

A dì detto fu pigliato il Barone Totino, per ordine di Boccapianola, e fu carcerato nel castello di Nardò, e dopo fu portato nel castello di Gallipoli.

A 23 settembre 1647, partì da Nardò Boccapianola per ordine di sua eccellenza e andò a Munopoli, o a Trani, per far residenza, portando con sé due compagnie di cavalli.

A 26 settembre 1647, fu fatto il bando che tutti quelli che si trovavano fuori dalla città fuggitivi, che venissero a farsi il decreto del Governatore, e che passeggiassero per la città eccettuatone alcune persone, e quelli che non erano eccettuati, nemmeno venivano, perché si vedeva, che il Governatore, mastro d’atti, ed altri aderenti del Sig. Conte, mettevano nella lista tutti indifferentemente, la causa era per abuscar li decreti, o regali e per odi particolari, nuovamente si fe bando, che ognuno venisse liberamente senza decreto, riserbando però tutti quelli eccettuati, quali sono li sottoscritti.

Barone Gio. Guglielmo. e Gio. Francesco Sambiasi, padre e figlio, notaro Alessandro, e Muzzio Campilongo padre e figlio, Mariantonio e Gio. Lelio de Vito, padre e figlio, Antonio e Giuseppe Nociglia fratelli, Matteo e Luca Giorgini fratelli, Gio. Donato e Giacomo dell’Ardita fratelli, Vitantonio delli Falconi nobile, Geronimo Matera nobile, Giuseppe Gabellone nobile, Alessandro Zuccaro, Francesco Luzziano nobile, Virgilio Massafra, Francescantonio Biscozzo nobile, Lupantonio della Fontana, Antonio d’Anili, Aloisio Zuccaro, Donato Antonio Bonsegna, Ottavio Bruno, Gio. Pietro Giuglio nobile, il nome di tutti questi furono  fissati nella piazza.

Altra nota de preti, ma questa non fu fissata in piazza e sono i sottoscritti:

D. Gio. Bernardino Sambiasi nobile, D. Gio. Antonio de Monte nobili, D. Gio. Francesco Cristallo nobile, D. Giuseppe e D. Carlo Piccione fratelli, cherico Gio. Geronimo Carignano nobile, Abate Stefano Conca nobile, D. Alessandro Sambiasi nobile, D. Gio. Francesco Sambiasi nobile D. Alfonso Campilongo nobile, tutti questi notati, sì preti, come laici, si dice che siano incorsi nella ribeglione.

A 11 ottobre 1647, ad hore quattro della notte si levarono le teste delli preti dal Setile, e solamente restarono la testa di Cesare de Paulo, e di Giuseppe Olivieri; si dice che fusse venuto ordine dalla Congregazione al Vicario, che le desse sepoltura, ma detto Vicario prima di far questo, ne scrisse al Sig. Conte; e perciò si levarono dette teste.

A 15 ottobre 1647, venne ordine al Governatore da Sua Eccellenza che mandi il battaglione in Napoli, per soccorso di Sua Altezza D. Giovanni d’Austria, che era venuto per quietare la città di Napoli, per il tumulto accorso, e perché detta città voleva certi patti prima che entrasse Sua Altezza, e non volendo concederli, per tal causa la città si pose in armi, e non lo fece entrare, sdegnato di questo Sua Altezza unito con li tre castelli, esso per la porta del mare, con l’armata navale, sincominciaro a tirarsi con la città, e perciò Sua Eccellenza spedì ordine per tutte l’Università e baroni de luochi, che andassero in Napoli con le loro genti.

A 19 ottobre 1647, venne in Nardò il Sig. Gio. Francesco Basurto, il Sig. Gio. Francesco Pignatelli, il Sig. D. Fulgenzio di Costanzo, detti signori andarono uniti con il Duca di S. Donato, e il sig. D. Diego Acquaviva, che stavano in Nardò, ciascheduno di questi andava con la sua gente chiamati da S. E. in Napoli, come anche furono chiamati tutti li Baroni e cavalieri del regno, e anche la fanteria e cavalleria ordinando a tutte l’Università, che ciascheduno provvedesse li suoi soldati, con darli e i petoni un carlino il giorno, e alli cavalli tre carlini al giorno, e che li pagassero per un mese anticipato.

A 22 novembre 1647, fu pigliato carcerato D. Filippo Demetrio, per haver detto, che l’aterenti del Sig. Conte, toccava fuggire, perché si diceva che il Sig. Conte fusse stato ammazzato, nella guerra di Napoli, con tutti i suoi figli.

A 29 novembre 1647, venne avviso da Conversano della sig.ra contessa, al suo Perceptore, che facesse l’esequie per la morte del Si.g D. Emiglio Acquaviva suo figlio, essendo morto nella guerra di Napoli, a Frattamaggiore.

A 4 marzo 1648, avviso da Conversano che li carcerat che stevano in Conversano, stati ammazzati per ordine del Sig. Conte.

A 5 dicembre 1647, fu pigliata una donna dalla gente del Sig. Conte, e fu posta nel Segio, attaccata alla berlina, per lo spazio di mezz’ora, per haver detto che il Sig. Conte sia morto nella guerra di Napoli.

A 7 marzo 1648, sabato mattina si videro nel Segio le teste di quelle che stavano carcerati in Conversano, e furono il Barone Badassarro Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, Stefano Gabellone Gio. Lorenzo Colucci, Patuano capipopolo, Gio. Domenico e Giuseppe Scopetta fratelli, Giuseppe Spata, Andrea Zuccaro, Pietro Antonio Facci, Archilio, Gio. Francesco di Calignano; venne avviso, che detti morti furono strangolati da due schiavi, e dopo tagliate le teste.

D. Giovanni Giorgino ed il medico Francesco Maria dell’Abate, restarono carcerati, se bene furono passati al Civile, si dice che havessero havuto la grazia per mezzo di D. Francesco Pignatelli il sopra detto Stefano Gabellone s’aveva trattato di darli libertà con pagare mille docati, come già rimandarono in Conversano, e dopo ricevuti, in cambio di mandarlo libero in Nardò gli mandò la testa a sua madre.

A 25 maggio 1648, si levarono le teste che stavano al Sedile, cioè del Barone Baldassarro Carignano, del Dr. Gio. Filippo Bonomi, di Gio. Lorenzo Colucci e di D. Stefano Gabellone e li fu data sepoltura.

A 26 detto furono levate le altre teste, e furono sepolte.

 

[*] Tratto da «Rinascenza Salentina», A.4, n. XIV , 1936, pp. 7-26, pp. 9 -21. Trascrizione di Alessio Palumbo

[†] Si tratta di un errore: Pietrantonio Sambiasi aveva 87 anni

Nardò. 19 agosto 2015. Una notte di note per i giusti

 

 

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Dopo la celebrazione della Messa, presieduta dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, nel chiostro dell’ex Seminario (di fronte alla Cattedrale), ci sarà la presentazione del volume Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’Età Moderna, Congedo Editore. Interverranno don Giuliano Santantonio, direttore dei “Quaderni degli archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”, l’autore Alessio Palumbo e la dottoressa Maria Luisa Tacelli, docente di Diritto Canonico presso l’Università del Salento.

La serata si concluderà con l’evento Una notte di note per i giusti: la lettura da parte di Elio Ria e Roberto Tarantino di alcuni passi dell’opera del Biscozzi inframmezzerà l’omaggio musicale curato dal maestro Luigi Mazzotta, fondatore e direttore dei Cantores Sallentini. Prenderanno parte alla manifestazione il coro polifonico “Parrocchia S. Antonio di Padova” di Parabita diretto da Aurora Nicoletti, i musicisti Elisabetta Braga, Marcello Filograna Pignatelli, Paola Liquori, Alimhillaj Merita, Caterina Previdero, Andrea Sequestro, Giusy Zangari e Alessio Zuccaro.

 

 

PROGRAMMA

Marco Frisina   TRISAGHION

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita, diretto da Aurora Nicoletti

 

Marco Frisina   VERGINE MADRE (testo di Dante)

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

Ymer Skenderi           MELODIA POPOLARE ALBANESE

Merita Alimhillaj, violoncello

 

Charl Gounod             AVE MARIA – meditazione su un preludio di J.S. Bach per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

 

Maurice Ravel            La Vallèe del choches (da “Miroirs”)

Marcello Filograna Pignatelli, pianoforte

 

Ernest Bloch               PRAYER  –  per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

Robert Schumann      TRAUMEREI    per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

 

Paola Liquori               DISTORSIONI IV (su due temi di Chopin)

Paola Liquori, pianoforte

 

W.A. Mozart                AVE VERUM

Caterina Previdero, mezzosoprano – Paola Liquori, pianoforte

 

Franz Liszt                  ETUDE D’EXECUTION TRANSCENDANTE n. 3 “Paysage”

Alessio Zuccaro, pianoforte

 

Robert Schumann       dalle Scene Infantili op. 15: Da PAESI E UOMINI STRANIERI –

BAMBINO CHE S’ADDORMENTA

Andrea Sequestro, pianoforte

 

Brahms                       INTERMEZZO op.117 n. 2

Caterina Previdero, pianoforte

 

Giuseppe Verdi           “ADDIO DEL PASSATO” dalla Traviata

Elisabetta Braga, soprano – HongLin Zong, pianoforte

 

Giacomo Puccini         “ SI’, MI CHIAMANO MIMI’” dalla Bohéme

Elisabetta Braga, soprano – – HongLin Zong, pianoforte

 

Z. Kodaly                   STABAT MATER

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

M. Frisina                  REGINA  COELI

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

 

CORO POLIFONICO “PARROCCHIA S.ANTONIO DI PADOVA” PARABITA

Il coro polifonico “Parrocchia S.Antonio di Padova” di Parabita, nasce alla fine degli anni ’70, con l’intento di animare le celebrazioni solenni nell’omonima parrocchia. Nel tempo, il coro ha consolidato la sua attività, svolgendo il servizio di animazione durante le celebrazioni di tutto l’anno liturgico. I suoi componenti, animati da spirito di servizio coltivano l’amore per il canto polifonico, convinti che la musica sia capace di toccare il cuore del credente, aprendolo alla contemplazione e rendendolo capace di cantare la propria fede. Ha partecipato a diverse rassegne canore riscuotendo positivi consensi. Particolare momento di grazia, vissuto dal coro con entusiasmo e impegno è stata l’animazione della messa per l’inizio del ministero episcopale di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Fernando Filograna il 28 settembre 2013 a Nardò.

DIRETTORE Aurora Nicoletti

TASTIERA    Paolo Pasanisi       VIOLINO     Francesco Monteanni

SOPRANI                                                                    CONTRALTI

 

Antonazzo Cristina                                                   Fracasso Anna Maria

Corrado Lucia                                                           Fracasso Anna Rita

Garzia Vincenza                                                       Greco Francesca

Giaffreda Irene                                                          Greco Stefania

Giannelli Anna Rita                                                   Guglielmo Rossella

Giannelli Fernanda                                                    Leo Lucia

Grasso Cristina                                                          Monaco Katia

Guglielmo Anna Maria                                               Nicoletti Antonia

Latino Daniela                                                            Piccinno Gianna

Monteanni Maria Pia                                                  Piccinno Rosy

Nicoletti A.Franca

Nicoletti Rosalina

Rizzello Giuly

Russo Anna

Russo Fabia

Serino Lelia

 

TENORI                                                                       BASSI

Cataldo Luigi                                                             Fiorenza Giorgio

Fersini Antonio                                                           Gabriele Marcello

Fracasso Giuseppe                                                    Greco Sergio

Fracasso Roberto                                                       Leopizzi Biagio

Garzia Pierluigi                                                           Tarantino Giuseppe

Merico Salvatore                                                         Vigna Luigi

Russo Guido

Vigna Cesare

 

Elisabetta Braga

Nata a Nardò, si diploma brillantemente in canto presso il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma nel 2013. Comincia la sua attività concertistica esibendosi in vari teatri e sale da concerto Italia e all’estero, quali la Sala Accademica del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, il Teatro Politeama Greco di Lecce, la “Tchaikoskj Concert Hall” di Mosca. Debutta nel 2015 a Roma come Mimì ne “La Bohème” di G. Puccini e a Rieti nel 2015 come Gilda in “Rigoletto” di G. Verdi. Si è perfezionata partecipando come allieva effettiva alla masterclass del soprano Sumi Jo tenuta a Roma in aprile. Attualmente sta per conseguire il Diploma Accademico di secondo livello presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma.

 

Marcello Filograna Pignatelli è nato a Nardò (LE), il 19-03-1991.
Ha iniziato lo studio del pianoforte fin dall’età di 6 anni. Ha vinto numerosi primi premi e primi premi assoluti in concorsi pianistici nazionali ed internazionali.
Ha conseguito con il massimo dei voti il diploma del corso tradizionale di Pianoforte presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce sotto la guida del Mº Leonardo Cioffi.
Attualmente frequenta il biennio specialistico di 2º livello di Pianoforte con il Mº Pierluigi Secondi presso il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara e contemporaneamente frequenta la facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti.

 

Paola Liquori si è diplomata in pianoforte presso il Conservatorio di Lecce col massimo dei voti sotto la guida della prof.ssa Mariagrazia De Leo. Ha partecipato a diversi concorsi nazionali ed internazionali ottenendo il primo premio e nel 2011 è stata selezionata per suonare al Festival delle Murge in occasione del bicentenario dalla nascita di Liszt. Collabora fin da quando aveva 15 anni in formazioni cameristiche. Studia composizione col M° Gioacchino Palma presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce ed ha partecipato sia nel 2014 che nel 2015 alle due edizioni consecutive del Festival Del 18esimo secolo, in occasione del quale sono state eseguite alcune delle sue composizioni.

 

Luigi Mazzotta

Agli studi classici e giuridici ha affiancato lo studio del pianoforte con il m° Enzo Tramis e la prof.ssa Vittoria De Donno, lo studio dell’organo e composizione organistica presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce con il m° Nicola Germinario e a Padova con il m° Wolfango Dalla Vecchia.

E’ stato allievo effettivo del corso triennale di “Pratica corale e direzione di coro” alla scuola del m° Giovanni Acciai del Conservatorio “G.Verdi” di Milano, frequentando altresì i corsi di contrappunto vocale con Marco Berrini, di tecnica vocale con Marika Rizzo e Stew Woudbury, di canto gregoriano con Fulvio Rampi, Alberto Turco e Anselmo Susca. Si è perfezionato in polifonia vocale con Adone Zecchi e Bruno Zagni ed in musica barocca con Sergio Siminovich.

Dal 1984  opera nelle Stagioni Liriche del Teatro di Tradizione di Lecce, prima come artista del coro quindi come maestro preparatore e collaboratore del coro, maestro del coro di voci bianche, maestro alle luci. E’ stato maestro del coro e direttore musicale di palcoscenico in diverse opere liriche di cartellone eseguite in varie località del centro-sud d’Italia. Ha collaborato, come maestro del coro, anche con l’Orchestra ICO “Tito Schipa” della Provincia di Lecce sotto la direzione di Carlo Vitale, Aldo Ceccato, Marcello Rota e Carlo Frajese; ha svolto il ruolo di altro maestro del coro nel “Requiem” di Giuseppe Verdi sotto la magistrale direzione di Romano Gandolfi e nel “Requiem” di Mozart con il CORO LIRICO di Lecce con il quale ha effettuato,come direttore, numerosi concerti suscitando unanimi e positivi consensi di pubblico e di critica. Ultimamente ha fondato e dirige i Cantores Sallentini eseguendo la Petite Messe Solennelle di Rossini in versione originale per soli (C. Fina, soprano – A. Colaianni, mezzo soprano – F.Castoro, tenore – D.Colaianni, baritono), due pianoforti (P.Camicia e V.Rana) ed harmonium (R.Pastore); ed inoltre, Il Gloria, il Credo, il Magnificat, il Beatus Vir di Vivaldi ed il Te Deum di Mozart con l’Orchestra da Camera Salentina riscuotendo lusinghieri apprezzamenti.

Nel maggio 2012, a Lecce, in occasione della prima edizione del “Convegno Internazionale sulla Musica Sacra”, col patrocinio anche del Pontificio Istituto di Musica Sacra della Santa Sede, è stato invitato a dirigere brani corali a cappella con repertorio rinascimentale, barocco e contemporaneo.

 

Alimhillaj Merita

Cittadina italiana (pugliese) di origine albanese diplomata con il massimo dei voti in violoncello presso  l’Accademia delle Belle Arti di Tirana. Vanta numerose collaborazioni con diverse orchestre tra le quali:    l’Orchestra “Venus” di Monopoli, l’EurOrchestra da camera di Bari, l’Orchestra del 700 di Ceglie Messapica,  l’Orchestra della “Magna Grecia” di Taranto, l’Orchestra “S. Leucio” di Brindisi, l’Orchestra “Leonardo Leo” di Lecce, l’Orchestra “Terra d’Otranto”, l’Orchestra da Camera Salentina. E’ stata più volte membro di orchestre in programmi televisivi della Rai. Premio Barocco, Premio Regia Televisiva , collaborando con artisti di fama internazionale e nazionale: Paolo Belli, Riccardo Cocciante, Massimo Ranieri, Gianna Nannini, Antonella Ruggero, Ron, Gianni Morandi, Al Bano Carrisi, Gino Paoli, Renato Zero, Alessandra Amoroso ecc.  Attualmente è docente di violoncello presso l’Istituto Comprensivo “centro”, plesso Salvemini, di Brindisi.

 

Caterina Previdero è iscritta e frequenta l’ VIII anno della scuola di pianoforte presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce nella classe della prof.ssa Maria Grazia De Leo. Nel corso di questi anni ha partecipato a diversi concorsi pianistici classificandosi sempre trai primi posti. Nell’attività di canto del Conservatorio ha fatto parte in qualità di corista nel coro di voci bianche ‘’Sull’Ali del Canto’’ diretto dalla prof.ssa Tina Patavia, per i cui meriti ha percepito anche una borsa di studio. Scopre così di avere un’altra grande passione oltre al pianoforte: il canto lirico ed attualmente studia sotto la direzione del prof. Michael Aspinall.

 

Andrea Sequestro nasce il 25 ottobre 1994. La sua formazione pianistica inizia a 5 con la  Maestra Francesca Iachetta, a Cosenza, per continuare a Nardò con la Maestra Serena Caputo. Partecipa sin da bambino a numerosi concorsi e masterclass e attualmente continua i propri studi presso il conservatorio Tito Schipa di Lecce sotto la guida della professoressa Concita Capezza.

 

Alessio Zuccaro inizia lo studio del pianoforte col M. Ekland Hasa. Ammesso presso il conservatorio “Tito Schipa” di Lecce prosegue il cursus di studi col M. Corrado De Bernart. Affianco all’attività come solista, che lo ha portato ad esibirsi in prestigiose occasioni come il “Festival del XVIII secolo”, intraprende un percorso cameristico che lo porta a collaborare con l’Associazione “Tasselli Salentini” nell’esecuzione (come cembalista) delle “Quattro stagioni” di Antonio Vivaldi e con l’orchestra ICO di Lecce come pianista in orchestra. Nel 2013 vince ex-aequo una borsa di studio come “allievo più meritevole” indetta dal Rotary Club.

 

Aradeo. La truffa degli Olivetani

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di Alessio Palumbo

Aradeo è un paese pressoché privo di centro storico. Degli antichi monumenti, delle sedi dell’amministrazione civile e giudiziaria, delle vecchie dimore nobiliari e soprattutto delle numerose chiese[1] quasi nulla è rimasto, grazie soprattutto alla scellerata politica edilizia dell’ultimo secolo. Oltre a questa spiegazione legata alla storia contemporanea del paese, è necessario prenderne in considerazione un’altra, derivante dalla storia moderna. La Terra di Aradeo da fine Quattrocento fino al 1806 fu feudo di un ordine monastico (gli Olivetani) che per secoli la governò da lontano, ovvero da Galatina, sfruttandola come fosse una piccola colonia. Tale ordine non dimostrò alcun interesse ad arricchire il feudo con edifici ed opere d’arte di particolare rilievo, fatta eccezione, come vedremo, per un breve periodo intorno alla metà del Seicento, ovvero il periodo del “governatorato”.

Ad oggi, dunque, tra le testimonianze artistiche ed architettoniche più rilevanti del passato cittadino si possono segnalare la colonna dedicata a San Giovanni Battista ed il limitrofo palazzo baronale (attuale palazzo Grassi). Per ironia della sorte i simboli di uno dei momenti più bui della storia cittadina, ossia l’età della totale sottomissione di Aradeo allo strapotere feudale degli Olivetani. Una sottomissione che ebbe il suo momento di non ritorno in un determinato anno: il 1533, l’anno della “truffa”. Ma procediamo con ordine.

In età bizantina (ma anche normanna e sveva) Aradeo fu un chorion (ovvero un centro urbano con proprie mura) culturalmente attivo e vitale. Afferma Hoffmann: “Aradeo fu, a cavallo dei secoli XIII e XIV, un punto di riferimento per la coscienza nazionale dei Greci in Terra d’Otranto, sotto il duplice aspetto di fedeltà al culto bizantino e alla lingua greca, e di ritorno alla letteratura greca classica e profana”[2].

Come molte altre terre fu poi oggetto di spartizioni, cessioni ed infeudamenti. In particolare, ad inizio Quattrocento, Raimondello Orsini del Balzo donò il feudo di Aradeo al monastero ed ospedale di Santa Caterina in Galatina, allora retto dai francescani. Nel 1494 questi ultimi furono estromessi ed il controllo del monastero passò agli Olivetani. Sotto i nuovi feudatari iniziò per Aradeo un lento ma inesorabile declino.

Fino ad allora il “casale” di Aradeo aveva goduto di una notevole autonomia nei confronti dei propri signori. Il riconoscimento dell’autonomia giuridica ed amministrativa dell’Università[3] (concretizzatasi oltre che nella libertà di elezione di sindaci, uditori ed altri amministratori, soprattutto nell’operato di un vero e proprio parlamento cittadino), l’esenzione dal pagamento delle decime alla camera baronale (fatta eccezione per quelle relative al vino, grano ed orzo) ed una serie di altre franchigie avevano garantito lo sviluppo di una marcata coscienza civica e di un forte spirito libertario. Con gli Olivetani tutto ciò venne messo in discussione.

I monaci “servendosi dei loro ministri, si proposero di controllare l’Università, volendo fare riunire le assemblee non più nella chiesa maggiore del casale, ma nella «casa del ditto Monasterio» cioè nella dimora che i monaci possedeva ad Aradeo”[4]. Gli aradeini si opposero fermamente, ma siamo solo all’inizio della lenta opera di erosione delle autonomie cittadine posta in atto da quello che alcuni storici hanno definito lo “Staterello di Santa Caterina”. Ben presto, i monaci ottennero il controllo oltre che della giurisdizione civile (a loro spettante con l’infeudazione) anche di quella criminale (jus gladii) acquistandola nel 1530 dal duca di Galatina. I magistrati, prima dimoranti in Aradeo, ora iniziarono a risiedere nella stessa Galatina e anche la corte e le carceri, ben presto,  furono trasferite in questa città[5]. A queste ragioni di contrasto si aggiunsero infine dei motivi economici e fiscali: i monaci cercarono di abolire la libertà di pascolo fuori dalle mura, tentarono di imporre il pagamento dell’erbatico, cominciarono ad esigere dazi sulle strade e altri balzelli, richiesero prestazioni lavorative gratuite nelle proprie terre, ecc… Gli aradeini si opposero con decisione, ma la situazione degenerò nel 1533, annus horribilis per la storia di Aradeo.

Per capire cosa successe, dobbiamo fare un passo indietro di cinque anni. Nel 1528 un tentativo di invasione francese squassa il regno di Napoli: è la cosiddetta guerra di Lautrec. Nel corso delle operazioni belliche ad Aradeo vengono alloggiate delle truppe albanesi a spese del casale. Per far fronte a tali spese la comunità si indebita per 2.217,3 ducati con il notaio gallipolino Gabriele Nanni e per 228 ducati con Giovanni Staivario della Costa: debiti cui l’Università aradeina non può far fronte. È qui che scatta la “truffa” degli Olivetani. Nel 1533, di fronte ad un notaio leccese, i monaci si assumono l’onere del debito contratto dagli aradeini, ottenendo in cambio “la decima delle Olive, Grano, Orzo, Vene, Fructi, invernini, ed estivi, Fagioli, Dolega, Ceci, Cipolla, Agli, Zafferana, Olii, Vini, Musti, Lupini, Fichi, ed erbe, Borracana, ed altro”[6].

Con questo atto notarile gli aradeini di fatto firmarono la rinuncia alla secolare autonomia economica e fiscale nei confronti dei propri baroni. Un clamoroso gesto autolesionistico, insomma. Quando gli aradeini si accorsero dell’errore commesso era ormai troppo tardi. Dopo vani tentativi di recuperare alcune decime ed il controllo di trappeti e masserie, nel 1555, spinti dalla disperazione, decisero di intentare causa agli Olivetani.

Secondo gli storici la risoluzione dell’Università di adire alle vie legali contro i propri baroni è il sintomo di una situazione oramai insostenibile: “gli Aradeini accettarono dunque la lotta per salvaguardare il loro lavoro, per assicurarsi la libertà di commercio, per garantirsi il pieno possesso della terra e dei suoi frutti e per premunirsi dai danni provenienti dal sistema feudale. Essi inoltre agirono, perché la propria università liberamente continuasse a nominare i magistrati, perché la comunità non perdesse il possesso del demanio cittadino e perché non fosse privata di quelle franchigie economiche, che la consuetudine aveva garantite”[7]. L’avvocato nominato dall’Università giustificò la cessione delle decime come semplice donazione (e non vendita come sostenevano i monaci), causata delle incresciose conseguenze della guerra di Lautrec e, soprattutto, dall’opera di estorsione violenta posta in essere dagli abati. Gli Aradeini, quindi, “tentarono di invalidare il medesimo contratto, innanzitutto perché non avrebbe avuto le «solennità» richieste, in quanto non era stato stipulato nell’abitazione che l’ospedale galatinese possedeva nel casale, e poi perché gli olivetani, per estorcere il consenso ai contraendi, avrebbero pigliato «li homini et citatini de ditta terra et li amminaziavano che havessero fatto lo detto contenso Contracto de decime et li carceravano»”[8].

Nel processo che si svolse in territorio neutro, ossia a Parabita, i monaci ottennero che a testimoniare fossero uomini privi di proprietà immobiliari nella terra d’Aradeo, ciò al fine di evitare possibili conflitti di interesse. Nondimeno i testimoni provenienti soprattutto da Seclì, Soleto e Parabita accusarono i monaci di aver danneggiato in vario modo Aradeo, attentando alle sue tradizionali autonomie, minando la stessa economia, danneggiando la proprietà privata[9], maltrattando i cittadini, ecc. Nonostante la forza di tali testimonianze il processo si arenò, tant’è che nel 1753 la causa risultava ancora pendente presso il Sacro Regio Consiglio.

Gli Olivetani poterono quindi assoggettare completamente Aradeo. Essi misero “in atto il loro disegno: quello di ridurre le libertà amministrative e giudiziarie di Aradeo, inasprendo il sistema fiscale e attentando al piccolo Parlamento cittadino”[10]. Gli aradeini cercano di mantenere la propria autonomia politica edificando un sedile (sede del parlamento) fuori dalle mura, ma fu un successo effimero. Gli Olivetani rafforzarono il proprio controllo economico (acquistando tutti i mulini, trappeti e la gran parte della masserie[11]) e amministrativo. A tal fine, dal 1636, si avvalsero di una nuova figura: il governatore. A quest’ultimo il monastero di S.Caterina affittava, con contratto probabilmente biennale, i pieni poteri sul feudo.

Fu proprio il primo di questi governatori, padre Giovanni da Napoli, ad avviare un’eccezionale opera di rifeudalizzazione, che ebbe anche una sua veste artistica ed architettonica. La colonna di San Giovanni ed il palazzo baronale sono per l’appunto i simboli del baronaggio rampante degli Olivetani ad Aradeo. Giovanni da Napoli, infatti, “acquistò diverse abitazioni tra cui alcune dirute, che utilizzò come suolo edificatorio. Nel 1655 innalzò dalle fondamenta la nuova villa baronale, sede del governatorato olivetano, con la sala di rappresentanza, camere, magazzini, stalla, cucina, due cellari, uccelliere e una cappela. Nei pressi del medesimo stabile comprò anche diversi giardini, vigneti e altri terreni, che cinse con un muro di protezione, formando un unico grande giardino […] inoltre di fronte alla nuova sede baronale entrò in possesso di altri caseggiati, che poi fece abbattere per aprire una piazza, «et in mezzo ci hà eretto la statua di Santo Giovanne, et à torno, à fatto fare cornici di pietra di lecciso, et comprate tutte le case che s’includono in detta piazza»”[12]. Un grandioso piano di rinnovamento edilizio che portò anche all’ingrandimento del “vecchio castello” e all’innalzamento della chiesa dello Spirito Santo: un’eccezionale opera edificatoria volta a sancire il trionfo del baronaggio ecclesiastico sulla piccola e oramai completamente assoggettata università aradeina[13].

 


[1]Ad inizio cinquecento oltre alla chiesa parrocchiale intitolata a San Nicola, erano presenti edifici di culto dedicati a S. Antonio (due chiese), S. Stefano, S. Giorgio, S. Angelo, S. Maria dell’«Annunciata», S. Maria e S. Salvatore. Altre chiese e cappelle si aggiunsero nei secoli a seguire.

[2] P. HOFFMANN, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Aradeo in «Paesi e figure del vecchio Salento», vol. III, 1989, p. 65

[3] Per Università, in età medievale e moderna, si intende l’attuale “comune”

[4] B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, vol. II, Galatina, Congedo, 1980, p.74

[5] Una testimonianza aradeina del 1555 riporta “comu li ditti Abate cellari et monaci voleno che il capitanio et Mastro de atti de ditta terra facciano residentia in Santo Pietro in Galatina et voleno che per qual si voglia causa tanto civile come criminale in prima instantia li homini di detta terra vadano adligati in Santo Pietro dove voleno tenere li carcerati” (Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, Ms. 5503, f.169 r. in B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 77)

[6] B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 80

[7] Ivi, p. 84. La straordinarietà dell’atto del 1555 emerge anche dal modo in cui le fonti descrivono gli abitanti di Aradeo, mansueti e obbedienti ai propri signori: “li citatini et homini della ditta terra di Aradeo sonno stati et sono persone rustice, bonate, e da bene; persone che vanno alla bona et poco prattichi et experti de cautele et scritture persone obedientissime alli superiori loro che mai li contradicono a cosa alcuna” (Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, Ms. 5503, f. 175r, in B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 83).

[8] Ivi, p. 81

[9] Alcuni testimoni ad esempio accusarono i monaci di aver fatto pascolare le proprie mandrie sui terreni posseduti dagli aradeini senza risarcire i danni procurati dagli animali.

[10] G. PISANÒ, Aradeo dalle origini all’Unità d’Italia,  in Aradeo in «Paesi e figure del vecchio Salento», vol. III, 1989, p. 46

[11] Nel 1556 edificano la Corte, probabilmente una vecchia torre bizantina, riconvertita in azienda agricola

[12] Ivi, p. 111

[13] Il termine “piccola” non è casuale, visto che nel corso del seicento la popolazione cittadina diminuì considerevolmente passando dai 105 fuochi di fine Cinquecento agli 82 del 1648 e 80 del 1669. Una tendenza di certo in linea con il generale decremento demografico del sud Italia in questi anni, ma che spicca se paragonata ai flussi demografici di altri paesi limitrofi (le cifre relative ai fuochi di Seclì nelle stesse date sono 106, 132, 145). Ciascun fuoco contava circa 4-5 individui. Dati tratti da M. A. VISCEGLIA, Territorio Feudo e Potere locale:Terra d’Otranto tra medioevo ed età moderna, Napoli, Guida, 1998)

La notte de li lazzareni

Lazzareni a Sannicola (da: http://www.piazzasalento.it/)

di Alessio Palumbo

Nell’interessante articolo di Giovanna Falco, Lecce. Il sabato delle Palme e la chiesa di San Lazzaro (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/01/lecce-il-sabato-delle-palme-e-la-chiesa-di-san-lazzaro/), si fa riferimento al tradizionale canto del Santu Lazzaru o Lazzarenu, diffuso nell’arco ionico salentino. Mi piace collegarmi al discorso di Giovanna, per riportare alcune notizie in merito, non tanto legate a studi o letture sull’argomento, quanto all’esperienza personale.

Circa quindici anni fa, ad Aradeo, la tradizione del Santu Lazzaru era ormai data per morente. Una sola famiglia continuava a perpetuarla, portando le note e le voci della canto quaresimale nelle case di amici e parenti.

Avevo poco più di dieci anni e da non molto avevo preso a suonare la fisarmonica. Questo scatenò l’iniziativa di mio zio: perché non formare un gruppo per il Santu Lazzaru? Ci volle più tempo a dirlo che a farlo. La canzone è assai semplice, pienamente alla portata di un fisarmonicista alle prime armi. Come giustamente la definisce Giovanna Falco è una “lunga cantilena” con due strofe che si alternano. Dopo un paio di prove si era pronti.  Ed ecco come si svolgeva (e credo si svolga ancora) la notte dei lazzareni.

Intorno alle dieci ci si riuniva per l’ultima prova. Terminata questa e concordato il giro delle case, si usciva intorno alla mezzanotte. Mio padre e mio zio, le prime voci del gruppo, usavano preparare la gola mangiando pane, sarde e ricotta schianta. Non so se questa dieta avesse reali effetti benefici sull’ugola, ma, a memoria mia, i due non hanno mai preso una stecca nel corso delle varie serate.

Con le strade deserte e silenziose, parcheggiata la macchina un po’ lontano per non rovinare la sorpresa al destinatario della serenata, ci si appostava vicino all’ingresso o meglio ancora  sotto la finestra della camera da letto. La prima strofa era solo musicale, per permettere agli uomini e alle donne di disporsi ed accordarsi. Quindi partivano le parole. La cantilena si divideva in due macrogruppi: il primo con il saluto e la narrazione dell’ultima cena, fino al tradimento di giuda, il secondo con l’invocazione della protezione dei santi, le richieste di beni al proprietario di casa ed il commiato. Riporto il testo, forse non nella sua interezza, ma basandomi sui ricordi. La seconda strofa è quella ripetuta dal coro delle donne.

 

Bona sera a quista casa

a tutti quanti, mo l’abitanti (strofa ripetuta dal coro);

Gesù Cristu scia cu li santi,

ne dese aiutu e salvazione;

Sciamu a casa mo de Simone,

ca addhrai c’è Cristu pe fare la cena;

Addhrai cumpare la Madalena,

con le sue lacrime li piedi bagnava;

Con le sue  lacrime li piedi bagnava,

coi sui capelli ne li ssucava;

Coi capelli ne li ssucava,

ca addhrai purtava lu grande amore;

Giuda foe lu traditore,

tradiu Cristu nostru signore;

Trenta denari vindiu Cristu

cu sacerdoti e farisei;

Sacerdoti e farisei

ne lu minara mmienzu alli ulei;

Oci oci se fa  missione,

mo ci Lazzaru è suscitatu;

Santu Lazzaru essi qua fore,

ca si chiamatu de nostro signore;

Nui pregamu mo l’Annunziata,

mo cu te manda na bona annata;

Nui pregamu santu Trifone,

ci cu te carica, mo lu cippone;

Na bona sera, na bona Pasca,

ne dati l’ove de la puddhrascia

Compare Ucciu[1] nu fare mosse,

ca l’ove n’ha dare de le chiu grosse;

Nu dicu trenta, né na vintina,

ne bastane pur una quindicina;

Ci nu tieni cu ne le mandi,

te mandu doi de sti chiu grandi;

Ci nu poti cu ne le nduci,

te mandu doi de sti carusi;

Santu Lazzaru mo l’imu dittu,

e sia lodatu lu Gesù Cristu.

 

Il suono della fisarmonica, l’alternarsi cantilenante delle voci degli uomini e delle donne, creava un effetto molto suggestivo. Ricordo ancora la serenata fatta nei pressi di un istituto per orfani gestito da suore, con le sorelle affacciate alle rispettive finestre e con i fazzoletti agli occhi. La versione aradeina poi, a differenza ad esempio di quella cutrofianese, essendo in LA minore, ancor più si intona al clima quaresimale e alla narrazione della passione di Cristo.

Terminata l’esecuzione, il padrone di casa, che già nel corso della serenata segnalava il proprio gradimento accendendo le luci dell’abitazione, spalancava la porta, accogliendo i musicanti. Il fisarmonicista lo onorava con un’altra canzone, mentre i cantanti ricevevano i doni, consistenti in uova, farina, formaggio, pasta, liquori, vino, soldi ed altro, da spartire alla fine del ciclo di serenate. Salutato il parente o l’amico, si poteva partire alla volta di una nuova casa, fino a che gli occhi reggevano e la voce lo permetteva.


[1] Il nome cambia a seconda del destinatario

A proposito di soprannomi

il palazzo ducale di Seclì
il palazzo ducale di Seclì

di Alessio Palumbo

 

Leggendo, in calce alla poesia “L’innamorato imbranato”, lo scambio di commenti tra Armando Polito e Alfredo Romano sui nomignoli legati alla provenienza cittadina, mi è tornato alla mente un episodio riguardante il mio paese d’origine: Aradeo.

Da ragazzino irrequieto ed eccessivamente vivace qual ero, non di rado mi sentivo appioppare l’appellativo di “taratiaulu”. Il fatto che fossero più persone ad utilizzare quel termine mi incuriosì e, dopo un po’ di tempo, riuscii a risalire al motivo del soprannome, chiaramente frutto dell’unione tra la parola “taraddotu” (ossia aradeino) e “tiaulu” (diavolo). Tutto ha origine dalla inveterata rivalità tra aradeini, seclioti e nevianesi.

Vuoi la vicinanza reciproca, vuoi gli stretti vincoli parentali, vuoi le dimensioni demografiche non eccezionali, sta di fatto che Aradeo, Neviano e Seclì, da secoli, sono strettamente legati tra di loro. Tempo fa, un pescatore gallipolino in vena di canzonare, venendo a conoscere le mie origini aradeine mi chiese:

“Come ve la passate negli Stati Uniti?”

“Gli Stati Uniti?” chiesi io

“Si! Aradeo, Neviano e Seclì…gli Stati Uniti del Salento”

Insomma, tre paesi federati, con una cantina sociale comune, un frantoio comune, iniziative comuni ma, soprattutto, una stazione ferroviaria in comune. Un piccolo parallelepipedo giallo, come tanti altri in Terra d’Otranto.

Come ci insegna la storia e l’esperienza comune, le convivenze non sono mai facili: a dimostrazione di ciò, si potrebbero citare le vecchie poesie di scherno reciproco tra i paesi[1]; oppure vi sarebbe bastato assistere, qualche anno fa, ai derby Aradeo-Seclì ( “li ciucci contru li cavaddhri” diceva qualcuno, ma non sto qui a specificare quale delle due squadre fosse composta da asini) per capire come la federazione non avesse per nulla sminuito le rivalità campanilistiche. Ma torniamo al casus belli, la piccola stazione: proprio questo edificio è stato motivo di accese rivalità tra i tre paesi o perlomeno così tramandano alcuni.

Immediatamente dopo la sua costruzione, sorse un problema di enorme gravità: in quale ordine piazzare i nomi dei paesi? Ovviamente nessuno avrebbe accettato di venire dopo gli altri. Seclì pretendeva il primato in quanto la stazione ricadeva nel proprio feudo. Neviano portava a proprio favore la maggiore vicinanza del centro abitato. Aradeo, infine, cercava di far valere il maggior peso demografico ed il fatto che il terreno dove era sorta la stazione fosse stato espropriato ad un aradeino. Dopo mesi di discussioni, la decisione finale fu: Seclì, Neviano e Aradeo. Un tremendo smacco per gli aradeini.

Ma la faccenda non finì qui e, proprio dagli episodi che seguirono, derivò l’appellativo di “taratiauli” ancora oggi usato da qualcuno.

Tutto si deve ad un imbianchino di Aradeo, incaricato di pitturare sulla facciata dell’edificio i tre nomi. Memore dello smacco ricevuto, l’imbianchino preparò due miscele diverse: una indelebile e l’altra con uno strano composto (si dice con fuliggine). L’aradeino rispettò l’ordine dei nomi oramai stabilito, ma utilizzò la tinta alla fuliggine solo per Seclì e Neviano e quella indelebile per Aradeo. Bastarono le piogge di pochi mesi a smascherare il trucco: la stazione passò ben presto da Stazione di Seclì, Neviano, Aradeo a Stazione di…Aradeo. Una trovata diabolica, secondo i rivali di sempre: “roba de taratiauli”  insomma.

 


[1] Gli aradeini usavano ad esempio recitare: “Ssichijatu cciti patucchi/vai alla chiesa e nu te ngianucchi/ nu te cacci lu coppulinu/ ssichijatu malandrinu”

La notte de li lazzareni

Lazzareni a Sannicola (da: http://www.piazzasalento.it/)

di Alessio Palumbo

Nell’interessante articolo di Giovanna Falco, Lecce. Il sabato delle Palme e la chiesa di San Lazzaro (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/01/lecce-il-sabato-delle-palme-e-la-chiesa-di-san-lazzaro/), si fa riferimento al tradizionale canto del Santu Lazzaru o Lazzarenu, diffuso nell’arco ionico salentino. Mi piace collegarmi al discorso di Giovanna, per riportare alcune notizie in merito, non tanto legate a studi o letture sull’argomento, quanto all’esperienza personale.

Circa quindici anni fa, ad Aradeo, la tradizione del Santu Lazzaru era ormai data per morente. Una sola famiglia continuava a perpetuarla, portando le note e le voci della canto quaresimale nelle case di amici e parenti.

Avevo poco più di dieci anni e da non molto avevo preso a suonare la fisarmonica. Questo scatenò l’iniziativa di mio zio: perché non formare un gruppo per il Santu Lazzaru? Ci volle più tempo a dirlo che a farlo. La canzone è assai semplice, pienamente alla portata di un fisarmonicista alle prime armi. Come giustamente la definisce Giovanna Falco è una “lunga cantilena” con due strofe che si alternano. Dopo un paio di prove si era pronti.  Ed ecco come si svolgeva (e credo si svolga ancora) la notte dei lazzareni.

Intorno alle dieci ci si riuniva per l’ultima prova. Terminata questa e concordato il giro delle case, si usciva intorno alla mezzanotte. Mio padre e mio zio, le prime voci del gruppo, usavano preparare la gola mangiando pane, sarde e ricotta schianta. Non so se questa dieta avesse reali effetti benefici sull’ugola, ma, a memoria mia, i due non hanno mai preso una stecca nel corso delle varie serate.

Con le strade deserte e silenziose, parcheggiata la macchina un po’ lontano per non rovinare la sorpresa al destinatario della serenata, ci si appostava vicino all’ingresso o meglio ancora  sotto la finestra della camera da letto. La prima strofa era solo musicale, per permettere agli uomini e alle donne di disporsi ed accordarsi. Quindi partivano le parole. La cantilena si divideva in due macrogruppi: il primo con il saluto e la narrazione dell’ultima cena, fino al tradimento di giuda, il secondo con l’invocazione della protezione dei santi, le richieste di beni al proprietario di casa ed il commiato. Riporto il testo, forse non nella sua interezza, ma basandomi sui ricordi. La seconda strofa è quella ripetuta dal coro delle donne.

 

Bona sera a quista casa

a tutti quanti, mo l’abitanti (strofa ripetuta dal coro);

Gesù Cristu scia cu li santi,

ne dese aiutu e salvazione;

Sciamu a casa mo de Simone,

ca addhrai c’è Cristu pe fare la cena;

Addhrai cumpare la Madalena,

con le sue lacrime li piedi bagnava;

Con le sue  lacrime li piedi bagnava,

coi sui capelli ne li ssucava;

Coi capelli ne li ssucava,

ca addhrai purtava lu grande amore;

Giuda foe lu traditore,

tradiu Cristu nostru signore;

Trenta denari vindiu Cristu

cu sacerdoti e farisei;

Sacerdoti e farisei

ne lu minara mmienzu alli ulei;

Oci oci se fa  missione,

mo ci Lazzaru è suscitatu;

Santu Lazzaru essi qua fore,

ca si chiamatu de nostro signore;

Nui pregamu mo l’Annunziata,

mo cu te manda na bona annata;

Nui pregamu santu Trifone,

ci cu te carica, mo lu cippone;

Na bona sera, na bona Pasca,

ne dati l’ove de la puddhrascia

Compare Ucciu[1] nu fare mosse,

ca l’ove n’ha dare de le chiu grosse;

Nu dicu trenta, né na vintina,

ne bastane pur una quindicina;

Ci nu tieni cu ne le mandi,

te mandu doi de sti chiu grandi;

Ci nu poti cu ne le nduci,

te mandu doi de sti carusi;

Santu Lazzaru mo l’imu dittu,

e sia lodatu lu Gesù Cristu.

 

Il suono della fisarmonica, l’alternarsi cantilenante delle voci degli uomini e delle donne, creava un effetto molto suggestivo. Ricordo ancora la serenata fatta nei pressi di un istituto per orfani gestito da suore, con le sorelle affacciate alle rispettive finestre e con i fazzoletti agli occhi. La versione aradeina poi, a differenza ad esempio di quella cutrofianese, essendo in LA minore, ancor più si intona al clima quaresimale e alla narrazione della passione di Cristo.

Terminata l’esecuzione, il padrone di casa, che già nel corso della serenata segnalava il proprio gradimento accendendo le luci dell’abitazione, spalancava la porta, accogliendo i musicanti. Il fisarmonicista lo onorava con un’altra canzone, mentre i cantanti ricevevano i doni, consistenti in uova, farina, formaggio, pasta, liquori, vino, soldi ed altro, da spartire alla fine del ciclo di serenate. Salutato il parente o l’amico, si poteva partire alla volta di una nuova casa, fino a che gli occhi reggevano e la voce lo permetteva.


[1] Il nome cambia a seconda del destinatario

La fascinazione nel Salento: una testimonianza

cupid_psyche Edward Burne-Jones
Edward Burne-Jones, Cupido e Psiche

di Alessio Palumbo

 

Sostiene Erberto Petoia: “il fenomeno della fascinazione, del malocchio, prima di essere trattato come fenomeno psicologico, e in alcuni casi psicopatologico, va analizzato dal punto di vista antropologico, come una delle numerose credenze e superstizioni cui è involontariamente sottomesso il genere umano”[1].

Al di là delle priorità nella trattazione, quanto sostenuto da Petoia testimonia, implicitamente, la poliedricità e complessità dell’argomento. Proprio per questo la relativa letteratura è vasta e composita e, sempre per la suddetta complessità, è particolarmente difficile operare qualsiasi tentativo di sintesi esaustiva in poche righe. Ci limiteremo pertanto, nel corso di questo articolo, a esporre un caso reale, cui abbiamo assistito personalmente, più e più volte, nel corso degli anni ‘90, raffrontandolo con le teorizzazioni e le osservazioni di altri autori.

 

Edward Burne-Jones, The tree of forgiveness
Edward Burne-Jones, The tree of forgiveness

Il tema della fascinazione, della malia praticata per il tramite degli occhi, è estremamente diffuso nelle culture tradizionali e ha avuto, nei popoli e nei secoli, interpretazioni, pratiche e cure estremamente diverse. Allo stesso Petoia dobbiamo il tentativo di una carrellata, nel tempo e tra le culture, sul tema. Volendo tuttavia “trovare nella storia dell’umanità, come sostiene il De Martino, una prima presa di coscienza culturale del fatto che la fascinazione non ha nulla a che fare con forze magiche in senso stretto, ma con fatti che appartengono alla sfera naturale profana, bisogna risalire al pensiero greco”[2]. Precisamente al pensiero sensista ed al materialismo democriteo. Il riferimento a De Martino può essere un ottimo stimolo per raffrontare il nostro caso reale, osservato in un comune del Salento e precisamente ad Aradeo, con quanto studiato e teorizzato dal noto autore de La terra del rimorso.

 

Edward Burne-Jones, Psiche e Pan (1874)
Edward Burne-Jones, Psiche e Pan (1874)

Fino a non molti anni fa, ad Aradeo era possibile curarsi dalla fascinazione o meglio dallo spascianu[3]. Tale guarigione era operata da donne del posto, che non avevano nulla di magico, ma erano semplicemente le depositarie di un sapere tramandato, fatto di pratiche mediche, paramediche e fitoterapiche che potremmo generalmente ascrivere alla cosiddetta “medicina popolare”[4]. Queste stesse donne erano quindi deputate alla cura di varie disfunzioni e patologie, come ad esempio quelle articolari, per le quali praticavano stuppate e cuppini. Il sapere delle guaritrici aradeine era (ed è) un sapere antico, ampio, sfaccettato, che non di rado superava il confine della medicina per sfociare nella superstizione. Un sapere che tuttavia, è bene ribadirlo, non richiedeva alcuna particolare dote o predisposizione magica.

Nel caso aradeino, dunque, siamo di fronte ad una concezione “greca” della fascinazione. Essa è intesa come una sorta di fenomeno naturale, una malattia come le altre che è possibile curare con una terapia ad hoc. Ma cos’è quindi lu spascianu? Quali sono i suoi sintomi? Quali le cure? La trattazione fatta della fascinazione da De Martino in Sud e Magia ci aiuterà a definirlo, anche se spesso in contrapposizione.

da calitritradizioni.it
da calitritradizioni.it

Sosteneva l’antropologo napoletano, “il tema fondamentale della bassa magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto: fascenatura o affascino). Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento, di inibizione, e al tempo stesso un senso di deviazione, un esser agito da una forza altrettanto potente quanto occulta”[5]

Nulla di tutto ciò nel caso aradeino. Sebbene il fattore scatenante dello spascianu sia quello classico della fascinazione, ossia gli sguardi invidiosi, gli eccessivi complimenti e piaggerie, non si parla di alcuna forza occulta, né si riscontrano fenomeni di deviazione ed inibizione. Le cause e le conseguenze dello spascianu sono esclusivamente fisiche. Mal di testa, spossatezza e nausea ne sono i sintomi[6] tipici.

Riscontrati questi ultimi, lo spascianatu, o il sospetto tale, si presentava da una delle donne del paese in grado di curarlo. Nel caso da noi osservato la donna metteva a sedere lo spascianatu e, dopo avergli imposto la mano sulla testa e aver fatto il segno della croce con il pollice, iniziava a recitare mentalmente le formule di rito[7]. L’espressione usata per indicare la terapia era passare lu spascianu o passare lu principiu. Ecco la formula recitata dalla guaritrice aradeina e a lei insegnata da una vicina di casa da giovane:
Sant’Antoniu tenìa nu gigliu

Vene la mamma e vene lu fiju

De do occhi spascianatu

De quattru angeli ‘ccumpagnatu

Su nu monticellu hia tre pignatelle

Una rutta, una sana e una scasciata

Ne pòzzane ssire l’occhi a ci l’ha spascianata.

 

Santu Cosimu e Damianu

‘Cchiara Cristu pe la via

De ddhru sta vieni Cosimu mia?

Sta vegnu de nu malatu

Ci gghe forte spascianatu

Ne passu lu principiu alla capu

Lu malatu ne llenta la capu[8]

 

Sant’Antonio aveva un giglio

Viene la mamma e viene il figlio

Da due occhi spascianatu

Da quattro angeli accompagnato

Sopra ad un monticello c’erano tre piccole pignatte

Una rotta, una sana e una scassata

Possano venir fuori gli occhi a chi l’ha spascianata.

San Cosimo e Damiano

Incontrarono Cristo per la via

Da dove vieni Cosimo mio?

Sto venendo da un malato

Che è molto spascianatu

Gli passo il principiu in testa

Al malato non fa male più la testa

 

Come sostenuto da Petoia è palese la commistione di sacro e profano in queste credenze. “Gli aspetti religiosi che compaiono nei rituali e negli scongiuri contro il malocchio non sono quelli appartenenti alla religione tradizionale cattolica, a quella dottrinaria, ma a quella parte dei pluralismi cattolici”[9].  La formula recitata dalla donna, con i richiami a Cristo ed ai santi guaritori Cosimo e Damiano, lo dimostra chiaramente.

Già durante la pratica il diretto interessato e gli astanti potevano capire, dagli atteggiamenti della guaritrice, se si trattasse o meno di fascinazione. Ciascuna donna aveva infatti un proprio modo di “somatizzare” il malessere della persona curata con sbadigli, conati, lacrime o eruttazioni[10].

Edward Burne-Jones, Perseo e le Ninfe (1877)
Edward Burne-Jones, Perseo e le Ninfe (1877)

Non sempre l’intervento della donna si rivelava sufficiente ed era essa stessa ad ammetterlo, indirizzando lo spascianatu verso altre donne capaci di curarlo, quantificando il numero di mani di spascianu necessarie per la guarigione definitiva. Il tutto prima del sabato, in quanto, se lo spascianu fosse sabbaticiatu, avrebbe potuto causare anche febbre alta.

Nel congedare lo spascianatu la guaritrice raccomandava tutti i rimedi esperibili per difendersi da future fascinazioni, come ad esempio indossare un ciondolo di “fede, speranza e carità” (croce, ancora e cuore) o mettendo la “mano a fica” (pollice tra indice e medio) nel caso di eccessivi complimenti o sospette invidie.


[1] E.Petoia, Il malocchio: note storico-antropologiche,  in  A. De Spirito e I. Bellotta (a cura di) Antropologia e storia delle religioni: saggi in onore di Alfonso M. di Nola, Roma, Newton Compton, 2000, p.260

[2] Ivi, p.261

[3] Nel termine, pressoché unico nel Salento, è chiaro il riferimento al fascino.

[4] Siamo dunque estremamente lontani dalle fattucchiere galatinesi descritte da Alessandro Tommaso Arcudi alla fine del ‘600 e capaci di guarire persino col proprio sputo (A.T.Arcudi, Anatomia degl’ipocriti, Venezia, G.Alberizzi, 1699)

[5] E. De Martino, Sud e Magia, Milano, Feltrinelli, 2004, p.15

[6] Per altro lo stesso De Martino riporta sintomi simili  parlando di “cefalgia, sonnolenza, spossatezza, rilassamento” (Ibidem)

[7]“ La rimediante comincia col tracciare col pollice un piccolo segno di croce sulla fronte del paziente” (Ivi, p.16)

[8] Le due strofe devono essere ripetute in coppia per tre volte, ogni volta cominciando con un segno della croce

[9] E.Petoia, cit., p.271

[10] De Martino parla di un’immedesimazione della fattucchiera nello stato di fascinazione che comporta il prodursi dello stato oniroide che porta a sbadigliare, o la condivisione del patire, che spinge a lacrimare

Alessio Palumbo

 

Alessio Palumbo, nato a Galatina nel 1983, residente ad Aradeo, ma “costretto” a vivere a Bologna, per lavoro.

Sono laureato in Storia, indirizzo contemporaneo (laurea triennale – 110 e lode) e Storia d’Europa, indirizzo contemporaneo (Laurea specialistica – 110 e lode).

Nel corso del triennio universitario ho svolto studi storici di diverso genere, con approfondimenti relativi alla storia dei totalitarismi, alle vicende belliche del ‘900 ed alla storia della stampa italiana. Titolo della tesi: “La campagna stampa del Giornale d’Italia a favore della Guerra di Libia”

Nel biennio ho approfondito la storia dello Stato italiano in età giolittiana, con un occhio particolare al sud ed al Salento.

Titolo della tesi: “Le elezioni politiche del 1913: apogeo e crisi del sistemapolitico ed elettorale del meridione. Il caso del collegio di Gallipoli” (Pubblicata poi come saggio sulla rivista “Società e Storia”, Franco Angeli Editore).

Sempre in merito alla storia politica e parlamentare italiana, ho pubblicato per il CEPROF un saggio dal titolo “I professionisti nel parlamento italiano”, visualizzabile sul sito http://www.ceprof.unibo.it/docs/palumbo.pdf

Carni d’altri tempi

carni

di Alessio Palumbo

 

Il recente “scandalo” sulla carne equina, oltre a problematiche quali la tracciabilità dei prodotti alimentari o la sicurezza dei cibi che quotidianamente ritroviamo sulle nostre tavole, ha posto in risalto un altro tema a tutti noto, ma ugualmente degno di riflessione: le diverse culture culinarie che caratterizzano l’Europa ed il nostro Paese.

L’articolo di Massimo Vaglio sul consumo della carne equina nel Salento ben descrive questo fenomeno che, evidentemente, è legato ad usi, tradizioni alimentari, abitudini contingenti, etc. Restringendo la nostra analisi alla sola Terra d’Otranto, è possibile notare come, nel corso di circa mezzo secolo, il cambiamento dei costumi e delle condizioni economico-sociali abbia notevolmente inciso sull’alimentazione. Di conseguenza, ad esempio, alcune carni, prima abbastanza comuni e diffuse, sono completamente (e vien da dire fortunatamente) sparite dalle tavole dei Salentini. Vi propongo a tal fine un piccolo “bestiario” che spero non urti la vostra sensibilità:

Volpe (Orpe)

La caccia alla volpe, non intesa come sport tipicamente inglese con nobili, cavalli e cani al seguito, è stata a lungo praticata nel Salento. Cacciato premeditatamente o ucciso occasionalmente durante le scorrazzate notturne nei pollai, l’animale dal caldo mantello ha rappresentato per lungo tempo una pietanza non poco diffusa sulle tavole di cacciatori e non. Cucinata principalmente al forno, richiedeva una particolare abilità e pazienza nella preparazione delle carni che dovevano essere a lungo frollate con vino (o aceto), erbe (alloro, rosmarino) e limone, al fine di eliminare lu crestu, ovvero il sentore tipico della carne selvatica.

carni1

Riccio (Rizzu)

Di piccole dimensioni ed innocuo, il simpatico riccio di campagna ha spesso rappresentato l’oggetto delle rare grigliate contadine. A Sannicola, ad esempio, alcuni carrettieri che trasportavano le fascine di sarmenti erano soliti catturare questi animaletti in campagna, gettarli nel cassone posto sotto la seduta e portarli in paese per venderli o regalarli alle famiglie che usavano mangiarli. Una rapida scuoiatura e la dovuta pulizia erano gli unici preparativi previsti prima della cottura su fuoco di legna. A detta dei testimoni il sapore era simile a quello del pollo

Tasso (Milogna)

La sorte culinaria della milogna è stata a lungo simile a quella della volpe (con cui non di rado condivideva le tane). L’unica differenza consisteva nella difficoltà di cacciare questo animale presente in zone quali Porto Selvaggio o Lido Pizzo. I cacciatori erano infatti costretti ad appostarsi lungamente in prossimità delle tane per sorprendere il grasso mustelide nelle notti illuminate dalla luna. Un manicaretto raro dunque, dal sapore simile al maialetto.

Fringuello (Frangiddhru)

Come per il pettirosso ed altri piccoli volatili, la sua caccia è da tempo vietata. Tuttavia fino a pochi anni fa era ancora diffusa la cattura massiva di frangiddhri: in particolare, in alcune zone ricche di boschi o frutteti, si ponevano dei grossi sacchi all’imboccatura dei pozzi abbandonati dove i piccoli uccelli erano soliti rifugiarsi per la notte. Accendendo una lampada nel sacco, i fringuelli si precipitavano verso l’uscita rimanendo intrappolati. La loro triste (ma molto saporita) fine era in umido, al sugo o al forno.

Povera Elvira!

 elvira

 di Alessio Palumbo


Bello non lo sono mai stato, nemmeno da giovane. Ricco men che meno. Mi sono rotto la schiena per più di cinquant’anni sulle paranze di mezza Gallipoli e tutto quello che sono riuscito a mettere da parte l’ho speso per tirare su una casa di tre stanze su un appezzamento di terra sulla via per Mancaversa donatomi da uno zio prete. Una casa senza pretese, piccola e con poche comodità. Una strada la separa dal mare e d’inverno è quasi come trovarsi all’aperto. La tramontana si infiltra fredda dalle fessure ed il mare ha da tempo divorato tutto l’intonaco. Tuttavia, vivendo per quasi tutta la mia vita da solo, mi sono adattato.

Non sono sposato, né lo sono mai stato. Non che non mi piacessero le donne. Anzi! Tuttavia, per un tipo brutto e senza soldi le occasioni non sono mai tante e, se non si è pronti nel coglierle, sfumano rapidamente.

Anche da vecchio, però, la compagnia di amici e conoscenti non è mai scarseggiata. Tutto il vicinato, da quando ho abbandonato la vita di mare, si è preso cura di me. Gli uomini, quasi tutti pescatori come me, mandavano le mogli o i figli per portarmi un pasto caldo, qualche primizia o il conforto di due chiacchiere. Per questo non ho sofferto mai la solitudine. Tuttavia la compagnia di una donna è un’altra cosa. Finché uno non ce l’ha non sa cosa sia…e io, a settanta anni suonati, ho avuto la fortuna di goderne le piacevolezze. “Fortuna” forse non è la parola più azzeccata.

Si chiamava Elvira e si era trasferita da poco nella casa del compare Franco, proprio accanto alla mia. Abitava una stanza che aveva preso in affitto con i pochi soldi che aveva portato con sé venendo via dal paese. Era fuggita, mi raccontò, per non sposare un vecchio ricco che la famiglia voleva imporle. Dovevate vederla cos’era. Bruna, con un viso liscio e gentile, gli occhi neri come la pece e un bel seno da balia su dei fianchi stretti stretti da ragazza. Aveva venticinque anni quando l’ho conosciuta.

Elvira non era solo bella: era onesta e lavoratrice. Fin da subito si era data da fare per cercare un lavoro che le consentisse di sostentarsi; tuttavia, meschina, la salute non glielo aveva permesso. Nonostante infatti quell’aspetto florido era spesso malata. E così finì presto i pochi soldi che aveva con sé, rischiando di trovarsi per strada. Me lo ricordo ancora, accadde esattamente cinque anni fa. Mancavano una decina di giorni al Natale. La poveretta venne a portarmi gli auguri in anticipo perché, da lì a pochi giorni, avrebbe dovuto abbandonare la casa. Compare Franco l’aveva sfrattata. Mi disse che sarebbe andata un paio di giorni da un’amica e poi, se non avesse trovato altro, sarebbe tornata dai suoi. Mi sentii stringere il cuore e le chiesi se avesse voluto accettare la mia ospitalità. Non volevo nulla in cambio, al massimo mi avrebbe aiutato a tenere in ordine la casa. Le avrei dato il mio letto e io mi sarei sistemato in una branda in cucina. La poveretta accettò subito, tant’era disperata. Venne quindi a vivere da me, in quella mia casa povera e fredda.

Io feci di tutto per non farle pesare quella situazione. La mia pensione e l’aiuto del vicinato non bastava per entrambi e così ripresi a darmi da fare presso qualche vecchio amico. Ricucivo le reti, pulivo le paranze, insomma per un annetto riuscimmo ad andare avanti. Ma Elvira, poveretta, era sempre triste. Qualcosa la tormentava e finalmente un bel giorno riuscì a confessarlo: al paese era rimasto un suo fratello, vedovo e disoccupato, che viveva di stenti insieme al figlio. Proprio in quei giorni i suoi li avevano sbattuti fuori di casa.

“E falli venire qui, perdio” le dissi “Dove si mangia in due si mangia in quattro. E poi posso presentare tuo fratello a qualcuno dei miei amici. Vedrai, glielo troveremo un lavoro”

Elvira saltò dal letto e mi strinse forte. Dovevate vederla com’era felice.

Da lì a due giorni si presentò il fratello, Renzo, con il figlio ma, come capii quasi subito, anche Renzo avrebbe potuto fare ben poco per il sostentamento di quella famiglia che stavamo formando. Come la sorella, infatti, era spesso ammalato, tanto che i due, poveretti, restavano spesso per interi giorni a letto, mandando via di casa anche il ragazzino per evitare che potesse ammalarsi stando con  loro. Non fosse stato per la nostra povertà, saremmo stati proprio una famiglia felice. Elvira ed il fratello si volevano bene come pochi. Si abbracciavano spesso; lei era persino gelosa di lui, perciò le rare volte che Renzo era in forze gli impediva di venire a lavorare con me. Chissà cosa le girava in quella testolina? Sta di fatto che nessuno sapeva dirle di no e tutti le volevamo bene. Anche il nipote l’amava talmente tanto che, a volte, la chiamava mamma. Le cose andarono avanti così per quasi due anni, finché un giorno non successe quel che successe. Al solo pensiero mi tremano le gambe.

Una mattina, mentre riparavo le reti da Nino Persico, un amico che mi aveva dato del lavoro, si presentarono due carabinieri. Mi dissero che Elvira mi aveva denunciato per violenze su di lei e sul bambino. Mi sentii mancare. Non ve lo sto neanche a dire.

“Non ci credo” dissi “Fatemi parlare con lei”

Il maresciallo e l’appuntato mi portarono a casa e quando chiesero conferma ad Elvira delle accuse mi sembrò che anche lei ne fosse colpita. Ricordo che abbracciò il nipote e si mise a piangere violentemente. L’unica frase che riuscì a pronunciare fu: “Portatelo via, per favore”.

Poverina, doveva essere sconvolta. Non riuscì a dire altro e svenne.

Come sono andate le cose tutto il paese lo sa. Forse stanco per quel clamore che si era creato, per le malelingue che si erano messe a girare sul conto mio e di Elvira, ammisi la colpa che non avevo. In fondo in prigione non stavo così male: di inverno faceva meno freddo che a casa mia.

L’unico rammarico è non aver rivisto più Elvira. Sono due anni che non la vedo: prima in galera e poi in questa casa di cura non è venuta mai a trovarmi. Poveretta, malata com’è non avrà mai avuto modo di venire a farmi visita. Del resto non lo ha fatto quasi nessuno. Non perché si siano dimenticati di me, ma per mio volere. Dopo pochi giorni dall’arresto, venne in parlatorio compare Franco, il mio vicino di casa, e mi raccontò una storia incredibile. Mi disse che in realtà il fratello di Elvira era il marito, che stavano bene e vivevano tranquillamente in casa mia. Insomma mi avevano raggirato per impossessarsi della casa e per questo avrei dovuto denunciarli.

“Eh no” gli dissi “Tu la devi smettere di parlare così di Elvira. Quella ragazza non ti è andata mai a genio”

Franco me ne disse di tutti colori e se ne andò via bestemmiando. Da allora nessuno è più venuto a trovarmi. Perché vi ho raccontato questa storia? Per dimostrarvi la cattiveria della gente! Compare Franco è un uomo crudele. Prima mette alla porta una brava ragazza; poi, vedendo che questa ha trovato la felicità con me e con i suoi parenti, con qualche imbroglio mi mette nei guai. Sono infatti sicuro che dietro al mio arresto ci sia lo zampino di Franco. Come se non bastasse, cerca di danneggiare anche la brava ragazza accusandola ingiustamente di un fantasioso raggiro ai miei danni. Avete capito? Povera Elvira mia, che gente cattiva c’è al mondo!

Aradeo. La notte de li lazzareni

 

 

di Alessio Palumbo

 

Circa quindici anni fa, ad Aradeo, la tradizione del Santu Lazzaru era ormai data per morente. Una sola famiglia continuava a perpetuarla, portando le note e le voci della canto quaresimale nelle case di amici e parenti.

Avevo poco più di dieci anni e da non molto avevo preso a suonare la fisarmonica. Questo scatenò l’iniziativa di mio zio: perché non formare un gruppo per il Santu Lazzaru? Ci volle più tempo a dirlo che a farlo. La canzone è assai semplice, pienamente alla portata di un fisarmonicista alle prime armi. Come giustamente la definisce Giovanna Falco è una “lunga cantilena” con due strofe che si alternano. Dopo un paio di prove si era pronti.  Ed ecco come si svolgeva (e credo si svolga ancora) la notte dei lazzareni.

Intorno alle dieci ci si riuniva per l’ultima prova. Terminata questa e concordato il giro delle case, si usciva intorno alla mezzanotte. Mio padre e mio zio, le prime voci del gruppo, usavano preparare la gola mangiando pane, sarde e ricotta

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

In fuga dalla Terra d’Otranto: spunti sull’emigrazione salentina di inizio Novecento

 

di Alessio Palumbo

 

Con l’arrivo dell’estate le campagne tornano ad animarsi. La raccolta di pomodori, angurie e quant’altro, impegna una vasta manodopera, spesso immigrata. Povera gente che, in molti casi, fugge da condizioni sociali ed economiche terribili e cerca di allontanare lo spettro della fame lavorando nelle nostre campagne. Non di rado sono immigrati irregolari, pagati pochi soldi e stipati in alloggi di fortuna. Svolgono quei lavori spesso rifiutati dagli italiani, ma ciò non garantisce loro rispetto o solidarietà. Anzi, in molti casi sono esclusivamente additati come causa di disordini, come autori di atti criminosi. Sono degli indesiderati. Sono le “vittime” di chi ha una scarsa conoscenza delle proprie origini e della propria storia.

Troppo spesso, infatti, confusi da immagini edulcorate sul nostro passato, fermandoci alle rappresentazioni della campagna salentina come luogo sì di lavoro, ma soprattutto di feste contadine e di canti al ritmo dei tamburelli, dimentichiamo che anche i nostri antenati hanno vissuto l’emigrazione, lo sfruttamento, il disprezzo degli altri popoli.

da Come Eravamo: il mio Sud

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,  l’agricoltura del sud Italia attraversò un periodo di profondo regresso a causa sia di trattati commerciali dannosi per le colture del Mezzogiorno sia di periodiche crisi agricole, dovute tra l’altro alla diffusione di malattie parassitarie. A questa difficile situazione le popolazioni meridionali risposero, in molti casi, con l’emigrazione in Europa ed oltreoceano.

Nel Salento la crisi fu particolarmente grave, intaccando le due principali colture locali: la vite e l’ulivo. Dal 1892 in poi, interi uliveti furono colpiti da un’epidemia, la brusca, che costrinse i proprietari a sradicare numerose piante, facendole saltare in aria con la dinamite. Nel giro di pochi anni anche la vite fu infettata da una malattia parassitaria, la filossera. Ne derivò un terribile immiserimento per tutti coloro che vivevano del lavoro nei campi:la Terrad’Otranto divenne per molti una terra di disperazione.

Per tutto il primo quindicennio del secolo, una miseria terribile e diffusa impedì a gran parte del proletariato salentino persino di  racimolare il denaro necessario per emigrare oltre confine. Scriveva Francesco Coletti:

M’interessa segnalare una zona delle più disgraziate posta nel Subappennino (nei circondari di Lecce e Gallipoli), la quale ancora non fornisce emigranti: è gente isolata e denutrita, che ha paura dell’ignoto e persino stenterebbe a racimolare il peculio per il viaggio”[1]

Enormi masse di contadini cercarono quindi di sottrarsi alla fame e alla povertà spostandosi nelle campagne del brindisino, del Tavoliere e persino della Calabria. Nei borghi, flagellati dalla malaria e da periodiche epidemie di colera, rimasero le famiglie e quei pochi che potevano far a meno di emigrare. Come dimostrano le numerose inchieste dell’epoca e le denunce dei meridionalisti, gli immigrati dal basso Salento venivano alloggiati in posti di fortuna, costretti a lavorare dall’alba al tramonto, tra il disprezzo e l’astio dei contadini locali. Per i braccianti baresi e foggiani, spesso già organizzati in combattive leghe di lavoro, i leccesi erano soltanto degli affamatori che svendevano per nulla il proprio lavoro, causando così un abbassamento generale dei salari. Le carte prefettizie testimoniano le aggressioni ai danni dei contadini salentini:

“Queste immigrazioni […] danno luogo a incidenti fra gli immigrati e gli indigeni i quali temono ribassi nei salari. La cronaca deve registrare casi non infrequenti di violenze commesse a danno degli immigrati”[2]

“Gli operai giornalieri restano, di regola di notte alle masserie; le condizioni di ricovero variano da masseria a masseria. Nel migliore dei casi gli adulti maschi stanno in un locale, le femmine e i ragazzi in un altro. D’estate per molte masserie anche in siti malarici, si dorme all’aperto tutti quanti o tutt’al più in qualche capanna di paglia, nei cui angoli gli uomini si ammucchiavano”[3]

da Come Eravamo: il mio Sud

Chi rimaneva nei luoghi d’origine molto spesso viveva di stenti. Gli scarsi sussidi del governo, le cucine economiche per i più poveri, l’opera di alcune società di mutuo soccorso e di enti benefici, rimanevano semplici palliativi per una situazione drammatica. Alcune testimonianze dell’epoca possono rendere maggiormente l’idea:

“Prolungamento piogge e deficienza lavori campestri sindaco Cutrofiano invoca concessione sussidio per distribuzione generi alimentari famiglie povere e bisognose […] anche per evitare turbamento ordine pubblico”[4]

“Sindaco Alezio invoca sussidio per impianto cucine economiche a pro contadini disoccupati. Dalle informazioni assunte risulta che causa piogge abbondanti quei terreni sono tutti allagati e quindi effettivamente vi è assoluta mancanza di lavoro con conseguente miseria della classe dei contadini”[5]

“Comune Casarano ove giorno sei corr. verificansi caso accertato colera ed ove occorre intensificare profilassi così nel capoluogo come nell’importante frazione Melissano, essendo deficienti servizi come fu constatati da ispezione medico provinciale. Chiede sussidio”[6]

Fermiamo qui la narrazione. Sono solo degli spunti per riflettere su un passato spesso dimenticato. Volendo, potremmo interrogarci sul perché di questa dimenticanza: si tratta di un passato troppo remoto per essere ricordato? O forse  talmente duro da “dover” essere dimenticato?


[1]Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, 1911 in R. Villari, Il sud nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 1981

[2]Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini meridionali e della Sicilia – Puglie, vol III, tomo I: Relazione del delegato tecnico prof. G.Presutti, Tip. Nazionale di G.Berterio, Roma, 1909, p.170, in. F. Grassi, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Roma-Bari, Laterza, 1973

[3]Inchiesta sui contadini in Calabria e in Basilicata, in F.S. Nitti, Scritti, Bari, Laterza, 1968, p.182

[4] Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 04/03/1910, in Archivio Centrale dello Stato, M.I. Assistenza e beneficenza Pubblica, 1910-12, b.21

[5]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 28/02/1910, ivi

[6]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 10/01/1911, ivi

La Città Bella nei diari di alcuni viaggiatori

il castello di Gallipoli (ph Vincenzo Gaballo)

di Alessio Palumbo

Alla fine dell’800 la crisi del commercio e della produzione olearia in Puglia e l’affermarsi dei porti di Taranto e Brindisi mise in ginocchio l’economia di Gallipoli. I commerci, le attività artigianali ed industriali, come ad esempio la produzione di botti, subirono una drastica contrazione. Ciò pose fine al periodo di splendore e ricchezza vissuto dalla città tra il XVIII e il XIX. Di tale “età dell’oro” rimangono le affascinanti testimonianze di alcuni viaggiatori.

Nel 1789, agli albori della rivoluzione che avrebbe sconvolto le sorti di mezza Europa, così Carlo Ulisse De Salis Marschlins descriveva la città bella, nel suo Viaggio nel Regno di Napoli:

“Gallipoli è un paese di 7000 abitanti, con strade sporche e strette, e situato sopra una roccia che sporge nel mare […]. Quantunque non abbia né porto, né una sicura rada per le imbarcazioni, a Gallipoli si pratica il commercio più importante del Regno. Vengono di qui esportate annualmente 150.000 salme d’olio […] Gallipoli è certamente un fenomeno fra le città commerciali, ed è inconcepibile come questo fiorente commercio riesca a mantenersi” (C.U. De Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, Cavallino, L.Capone, 1979, pp. 148-149).

Una città inaspettatamente ricca dal punto di vista economico, dunque, ma non esteriormente. Le strade sono sporche, il porto è inesistente. Un giudizio non isolato, quello del De Salis.

Circa un secolo dopo infatti, nel 1882, Cosimo De Giorgi, esprimeva la sua ammirazione per il dinamismo della città, ma non per le sue bellezze artistiche ed architettoniche. Un vero e proprio nonsense per la città Bella:

“Il borgo di Gallipoli non ha nulla di artistico” scriveva De Giorgi “ma pure

La pirateria nel Salento

IL PIRATA BARBANERA. Edward Teach, conosciuto come Barbanera fu un pirata britannico che agì nel Mar dei Caraibi tra il 1716 ed il 1718. Egli nacque nel 1680, forse a Bristol o forse a Port Royal. Fu un uomo feroce e tutt’oggi rappresenta lo stereotipo del pirata cattivo. Scultore: Gianni La Rocca Copyright © 2009. Per gentile concessione di Romeo Models S.n.c., Via M.Lessona, 14 Catania (autorizzazione del 17/10/2009)

di Alessio Palumbo 

Premessa. In questo articolo verranno utilizzati, in maniera spesso indistinta, termini come “pirati”, “corsari”, “bucanieri”: si tratta di una necessaria semplificazione, dovuta alla brevità dello scritto.

 

Passeggiando lungo le nostre coste, le antiche torri di guardia che le punteggiano possono far sorgere, soprattutto nelle belle giornate di mare calmo, immagini lontane. Sono scene di piccole battaglie, scorrerie, assalti più o meno cruenti: in una parola, pirateria.

Se già in seguito alla crisi dell’impero romano d’occidente e nel corso di tutto il medioevo, le nostre coste erano state oggetto di assalti, spoliazioni e rapine da parte di  genti provenienti dal mare, la caduta di Costantinopoli e l’espansionismo turco nel Mediterraneo cronicizzarono il pericolo.

In particolar modo, dall’inizio del ‘500 fino al 1571, anno della sconfitta ottomana a Lepanto, non si contano gli attacchi dei pirati nel Salento. Nel 1537 Castro, difesa da Mercurio Gattinara, dovette arrendersi ai turchi del pirata Barbarossa e, nonostante le assicurazioni ricevute, subì saccheggi, rapimenti e violenze. In quegli stessi giorni, piccole squadre di pirati attaccarono villaggi e casali sulla costa jonica, penetrando sino ad Ugento, Gallipoli e Salve. Solo nell’agosto di quel terribile anno la nostra terra fu abbandonata dagli ottomani, che confluirono in altre zone del Mediterraneo per combattere veneziani e spagnoli.

Dopo le imprese del  pirata Barbarossa,  furono  bucanieri come Torghud e Dragut Bassà a tormentare le nostre coste con continui attacchi. Gli assalti si concentrarono spesso intorno a Leuca, al suo santuario e nei paesi vicini (Ugento, Salve, Gagliano,. etc.). Dal 1571, la sconfitta dei turchi a Lepanto, non indebolì l’azione dei pirati che, sentendosi ancora più liberi dai vincoli che li legavano ad Istanbul, ripresero le loro scorrerie, saccheggiando nuovamente Castro.

L’innalzamento di torri, la ricostruzione dei castelli di Lecce, Otranto, Gallipoli, il rafforzamento delle mura cittadine (ad esempio ad Acaya), l’organizzazione di truppe armate, furono delle buone soluzioni per contenere l’assalto dei pirati, che tuttavia continuarono a pungolare le nostre coste ancora per un paio di secoli.

Dalla fine del ‘500 la pirateria smise quasi del tutto di essere un arma a servizio della politica della Sublime Porta. Organizzati in bande spesso

In fuga dalla Terra d’Otranto: spunti sull’emigrazione salentina di inizio Novecento

da “Come eravamo”

 

 

di Alessio Palumbo

 

Con l’arrivo dell’estate le campagne tornano ad animarsi. La raccolta di pomodori, angurie e quant’altro, impegna una vasta manodopera, spesso immigrata. Povera gente che, in molti casi, fugge da condizioni sociali ed economiche terribili e cerca di allontanare lo spettro della fame lavorando nelle nostre campagne. Non di rado sono immigrati irregolari, pagati pochi soldi e stipati in alloggi di fortuna. Svolgono quei lavori spesso rifiutati dagli italiani, ma ciò non garantisce loro rispetto o solidarietà. Anzi, in molti casi sono esclusivamente additati come causa di disordini, come autori di atti criminosi. Sono degli indesiderati. Sono le “vittime” di chi ha una scarsa conoscenza delle proprie origini e della propria storia.

Troppo spesso, infatti, confusi da immagini edulcorate sul nostro passato, fermandoci alle rappresentazioni della campagna salentina come luogo sì di lavoro, ma soprattutto di feste contadine e di canti al ritmo dei tamburelli, dimentichiamo che anche i nostri antenati hanno vissuto l’emigrazione, lo sfruttamento, il disprezzo degli altri popoli.

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,  l’agricoltura del sud Italia attraversò un periodo di profondo regresso a causa sia di trattati commerciali dannosi per le colture del Mezzogiorno sia di periodiche crisi agricole, dovute tra l’altro alla diffusione di malattie parassitarie. A questa difficile situazione le popolazioni meridionali risposero, in molti casi, con l’emigrazione in Europa ed oltreoceano.

da “Come eravamo”

Nel Salento la crisi fu particolarmente grave, intaccando le due principali colture locali: la vite e l’ulivo. Dal 1892 in poi, interi uliveti furono colpiti da un’epidemia, la brusca, che costrinse i proprietari a sradicare numerose piante, facendole saltare in aria con la dinamite. Nel giro di pochi anni anche la vite fu infettata da una malattia parassitaria, la filossera. Ne derivò un terribile immiserimento per tutti coloro che vivevano del lavoro nei campi:la Terrad’Otranto divenne per molti una terra di disperazione.

Per tutto il primo quindicennio del secolo, una miseria terribile e diffusa impedì a gran parte del proletariato salentino persino di  racimolare il denaro necessario per emigrare oltre confine. Scriveva Francesco Coletti:

M’interessa segnalare una zona delle più disgraziate posta nel Subappennino (nei circondari di Lecce e Gallipoli), la quale ancora non fornisce emigranti: è gente isolata e denutrita, che ha paura dell’ignoto e persino stenterebbe a racimolare il peculio per il viaggio”[1]

Enormi masse di contadini cercarono quindi di sottrarsi alla fame e alla povertà spostandosi nelle campagne del brindisino, del Tavoliere e persino della Calabria. Nei borghi, flagellati dalla malaria e da periodiche epidemie di colera, rimasero le famiglie e quei pochi che potevano far a meno di emigrare. Come dimostrano le numerose inchieste dell’epoca e le denunce dei meridionalisti, gli immigrati dal basso Salento venivano alloggiati in posti di fortuna, costretti a lavorare dall’alba al tramonto, tra il disprezzo e l’astio dei contadini locali. Per i braccianti baresi e foggiani, spesso già organizzati in combattive leghe di lavoro, i leccesi erano soltanto degli affamatori che svendevano per nulla il proprio lavoro, causando così un abbassamento generale dei salari. Le carte prefettizie testimoniano le aggressioni ai danni dei contadini salentini:

“Queste immigrazioni […] danno luogo a incidenti fra gli immigrati e gli indigeni i quali temono ribassi nei salari. La cronaca deve registrare casi non infrequenti di violenze commesse a danno degli immigrati”[2]

“Gli operai giornalieri restano, di regola di notte alle masserie; le condizioni di ricovero variano da masseria a masseria. Nel migliore dei casi gli adulti maschi stanno in un locale, le femmine e i ragazzi in un altro. D’estate per molte masserie anche in siti malarici, si dorme all’aperto tutti quanti o tutt’al più in qualche capanna di paglia, nei cui angoli gli uomini si ammucchiavano”[3]

da “Come eravamo”

Chi rimaneva nei luoghi d’origine molto spesso viveva di stenti. Gli scarsi sussidi del governo, le cucine economiche per i più poveri, l’opera di alcune società di mutuo soccorso e di enti benefici, rimanevano semplici palliativi per una situazione drammatica. Alcune testimonianze dell’epoca possono rendere maggiormente l’idea:

“Prolungamento piogge e deficienza lavori campestri sindaco Cutrofiano invoca concessione sussidio per distribuzione generi alimentari famiglie povere e bisognose […] anche per evitare turbamento ordine pubblico”[4]

“Sindaco Alezio invoca sussidio per impianto cucine economiche a pro contadini disoccupati. Dalle informazioni assunte risulta che causa piogge abbondanti quei terreni sono tutti allagati e quindi effettivamente vi è assoluta mancanza di lavoro con conseguente miseria della classe dei contadini”[5]

“Comune Casarano ove giorno sei corr. verificansi caso accertato colera ed ove occorre intensificare profilassi così nel capoluogo come nell’importante frazione Melissano, essendo deficienti servizi come fu constatati da ispezione medico provinciale. Chiede sussidio”[6]

Fermiamo qui la narrazione. Sono solo degli spunti per riflettere su un passato spesso dimenticato. Volendo, potremmo interrogarci sul perché di questa dimenticanza: si tratta di un passato troppo remoto per essere ricordato? O forse  talmente duro da “dover” essere dimenticato?


[1]Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, 1911 in R. Villari, Il sud nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 1981

[2]Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini meridionali e della Sicilia – Puglie, vol III, tomo I: Relazione del delegato tecnico prof. G.Presutti, Tip. Nazionale di G.Berterio, Roma, 1909, p.170, in. F. Grassi, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Roma-Bari, Laterza, 1973

[3]Inchiesta sui contadini in Calabria e in Basilicata, in F.S. Nitti, Scritti, Bari, Laterza, 1968, p.182

[4] Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 04/03/1910, in Archivio Centrale dello Stato, M.I. Assistenza e beneficenza Pubblica, 1910-12, b.21

[5]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 28/02/1910, ivi

[6]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 10/01/1911, ivi

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Aradeo. Un restauro contro la iattura

di Alessio Palumbo

Vi è capitato mai di desiderare profondamente qualcosa per poi, all’atto pratico, avere una gran paura per la sua realizzazione? È una sensazione strana, non semplice da descrivere, ma forse si può essere più chiari con un esempio concreto.

Il mio paese (Aradeo), come scritto da Giovanni Marchese “ha avuto, grazie a vecchi e nuovi vandali, la iattura di vedere distrutto quasi per intero il suo patrimonio storico e artistico [..] in quanto delle antiche chiese di San Nicola, SS. Crocifisso, Spirito Santo, Santa Caterina, Madonna di Costantinopoli, Madonna delle Grazie (nel palazzo D’Acugna), san Trifone […] non rimangono che sbiaditi ricordi tramandatici da antiche carte miracolosamente scampate a tale barbarie” (G.Marchese, Cento anni nella nostra storia, Galatina, Editrice-Salentina, 2009, p.10). Un paese, dunque, “artisticamente sfortunato”. Talmente iellato da non avere, in molti casi, neppure una memoria fotografica delle sue antiche bellezze. Della vecchia chiesa madre, tanto per fare un esempio, esistono solo alcune fotografie dei lavori di abbattimento oppure degli scorci da lontano.

Tra i pochi monumenti sopravvissuti alla furia devastatrice di alcune amministrazioni comunali ed al generico disinteresse degli aradeini per la propria

Elezioni… di oggi e di ieri

di Alessio Palumbo

Seguendo, distrattamente, il dibattito sulle ultime elezioni amministrative, si ha la sensazione di aver vissuto un evento del tutto nuovo, vuoi per la rilevanza politica di questa tornata elettorale, vuoi per i mille episodi che l’hanno caratterizzata.

Il confronto milanese è forse quello più ricco di spunti, con accuse al vetriolo, menzogne, finti rom assoldati per fingersi seguaci di Pisapia, spauracchi islamici agitati più o meno quotidianamente, promesse roboanti, eccetera eccetera. Anche a Napoli non sono mancati gli scontri, le minacce, i comitati elettorali incendiati. Un confronto elettorale senza precedenti, secondo molti… ma ne siamo proprio sicuri?

Ai nostalgici dei bei tempi passati, delle epoche in cui i candidati erano dei galantuomini, seri ed onesti, possiamo ben dire che questi tempi, forse, non sono mai esistiti. Giusto per darne una prova, riportiamo alcuni episodi, legati ad un confronto elettorale di circa un secolo fa. Perdonerete il parallelismo un po’ semplicistico, se non azzardato, ma è un modo come un altro per riflettere e “consolarsi” di fronte  alle tante brutture della politica contemporanea.

Nelle elezioni politiche del 1913, le prime a suffragio quasi universale maschile, nel collegio di Gallipoli si confrontarono due uomini, per molti versi agli antipodi. Da un lato Antonio De Viti De Marco, originario di Casamassella, deputato radicale ed economista di fama internazionale; dall’altro Stanislao Senàpe De Pace, rampollo di una nobile famiglia gallipolina, sindaco a più riprese della città ionica e socialista rivoluzionario.

La vigilia di queste elezioni fu caratterizzata da un coacervo di aggressioni, accuse reciproche, pratiche clientelari e stratagemmi elettorali: roba da far impallidire i Moratti ed i Pisapia.

Nello specifico, Stanislao Senàpe, inaspettato vincitore di questa competizione,

Aradeo. Sant’Antonio ed il prigioniero

 

 

di Alessio Palumbo

Giorni fa rileggevo con grande interesse il libro Trincee di Carlo Salsa (C. Salsa, Trincee. Confidenze di un fante, Milano, Mursia, 1982). In un passo relativo alla sua prigionia, l’ex tenente milanese scriveva: “I reclusi rimangono tutto il giorno coricati sulle brande che ingombrano le camerate basse come corsie d’ospedale per economizzare le energie succhiate alla fame. Alcuni raggomitolati come serpi, in silenzio, per reprimere i morsi delle budella: altri distesi in contemplazione, con una fissità maniaca negli occhi” (pp. 226-227).

Questo brano mi ha fatto tornare alla mente la storia di un prigioniero aradeino, raccontatami più e più volte da mia nonna. Un suo cugino, Luigi Pedone, subì la stessa sorte di Carlo Salsa, ovvero fu fatto prigioniero nel corso del 1918 e deportato in Austria, in uno di quei campi divenuti poi tristemente celebri per le condizioni di estrema indigenza in cui erano costretti a vivere i  soldati internati.

Luigi Pedone, tuttavia, trovò nella baracca un oggetto che lo aiutò ad affrontare i sei lunghi mesi di prigionia che lo attendevano: un piccolo Sant’Antonio di ceramica. La statuetta divenne il suo più caro compagno di prigionia. Avvoltala in un fazzoletto, la mise nella tasca interna della divisa. Per sei mesi la tenne lì dentro senza toglierla mai.

Molti mesi dopo la fine della guerra, Luigi riuscì a tornare ad Aradeo. Arrivato a casa, chiamò in disparte la madre di mia nonna e le donò il Sant’Antonio oramai frantumato. Donandoglielo le disse: «Durante la prigionia te l’ho conservato con tanto amore. Ora è tuo». La mia bisnonna lo riparò e poi lo regalò a mia nonna, che ancora lo conserva.

Quello appena narrato è soltanto un piccolissimo episodio, in un contesto storico infinitamente più grande. Tuttavia, anche un racconto così breve può risultare significativo per comprendere come la spersonalizzazione causata dalla guerra e il dramma fisico e morale della prigionia, potessero essere affrontati dai soldati solo con il ricordo della famiglia o con l’attaccarsi alle piccole cose che esulavano dal contesto di terrore, devastazione e morte che li circondava.

Un passato rivoluzionario

 

di Alessio Palumbo

 

In questi giorni, le notizie e le immagini sulle rivolte nel nord Africa rimbalzano da una testata all’altra, da un’emittente all’altra. Si tratta di proteste, manifestazioni e scontri legati spesso alla miseria, al bisogno di pane e diritti. Storie lontane, di paesi lontani? Non proprio.

Anche il Salento, insieme ad altre zone del paese, ha vissuto infatti periodi di ribellione spontanea, legata alla fame, al bisogno di terra, pane e lavoro.

Siamo nella seconda metà degli anni ’40. In un paese da poco emancipatosi dalla dittatura fascista, devastato dalla guerra e ridotto alla fame, tra le masse contadine si diffonde un forte sentimento di rivalsa. La Terra d’Otranto vive a pieno questi fermenti.

Contadini e tabacchine scioperano contro la povertà, l’assenza di lavoro, il caro viveri. Invocano l’applicazione delle leggi Gullo e delle leggi stralcio per la concessione delle terre incolte ai proletari. L’opposizione degli agrari, spesso appoggiati dalle autorità democristiane e  dalle forze dell’ordine, le lungaggini

Sei proprio cotto, Octo!*

di Alessio Palumbo

Il mio nome scientifico è Octopus vulgaris, ma in realtà di volgare ho ben poco. Appartengo alla classe dei Cefalopodi ma, rispetto al resto della classe, la mia famiglia è di un altro livello. Non ci sono paragoni.

Innanzitutto tra i cefalopodi siamo i più abili ad adattarci a qualsiasi condizione. Ci trovi nei porti, nelle acque limpide, nelle profondità abissali e, certe notti in cui sentiamo il bisogno di districarci ben bene i tentacoli, perfino sugli scogli o sul bagnasciuga. In secondo luogo siamo dei contorsionisti. Un pertugio, una spaccatura in uno scoglio, una lattina possono fungere comodamente da tana. Lo immaginate voi un calamaro o una seppia, con quello scomodo osso, rinchiusi in un buco di pochi centimetri cubi? Sicuramente no. Per non parlare poi dell’intelligenza e della preveggenza. Nei mondiali del 2010 un mio cugino tedesco, Paul, azzeccò tutti i pronostici sulle partite. E che dire delle doti mimetiche? Nessuno può competere con noi sopra e sotto il livello del mare. Uno scorfano lo becchi facilmente, un camaleonte solo un cieco non lo noterebbe. Noi no, sappiamo essere invisibili… a meno che tu non sia un pescatore sopraffino o non riesca a coglierci in un raro momento di distrazione.

Io poi, tra i polpi della zona tra Gallipoli e Santa Caterina, ero tra i più in gamba. Una massa di oltre due chili di soli muscoli: forte, agile, bellissimo, con un’abilità nel cambiare livrea degna di un’artista. Dovevate vedere le femmine della zona: si acquattavano tra i banchi di poseidonia per osservarmi con cupidigia. Andavano in visibilio nel vedermi mutare dal grigio perlato al bianco, dal rosso del corallo al verdone delle alghe morte. Le mie tane poi,

8 settembre 1943. King’s Italy

 

di Alessio Palumbo

 

L’8 settembre di sessantanove anni fa, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, pronto ad abbandonare Roma (o a trasferirsi, come ritengono alcuni), annunciò via radio l’armistizio stipulato 5 giorni prima a Cassibile.

L’Italia si spacca, l’esercito, abbandonato a sé stesso, si sbanda, si arrende ai tedeschi o, molto più raramente, oppone un’eroica, ma vana resistenza. All’alba del 9 il re fugge, con Badoglio e la famiglia, verso le province libere del sud, mentre di lì a poco, nelle regioni del nord Italia, nasce la Repubblica Sociale Italiana. Nel giro di pochi giorni il sud si ritrova diviso dal nord e nel paese riesplodono vecchie e nuove contrapposizioni: alleati contro tedeschi, fascisti contro antifascisti, partigiani e soldati inquadrati in quel che rimane del regio esercito contro giovani reclutati (o reclutatisi) nell’esercito repubblichino.

Una pagina fondamentale della storia nazionale, ma anche un momento cruciale per la storia salentina. In Puglia, prima meta della famiglia reale in fuga, continua

Una fotografia

di Alessio Palumbo

All’alba del natale di Roma del 1943, il generale Solmi passò in rassegna le truppe schierate nella piazza d’armi della caserma Antonio Cascino di Salerno. Nino, suo attendente da oltre due anni, ossia dal rientro dalla campagna di Francia, sfilò dietro lui, a cavallo.

Il fotografo del reggimento lo immortalò in una posa agile e sicura e, pochi giorni dopo, gli donò la foto, senza voler nulla in cambio. Era proprio venuto bene.

La sera stessa, dopo aver accudito il suo mezzosangue ed esser passato da Solmi per le ultime consegne, uscì dalla caserma e si diresse spedito verso il bar di via Candia, a due isolati da lì. Sedette comodamente, ordinò un’orzata e si mise a contemplare con soddisfazione la foto. Gustata la bevanda, rivoltò l’immagine e, con la grafia che i pochi anni di scuola gli permettevano, scrisse: “Tornerò. Saluti, Nino”.

L’indomani spedì la foto con la posta del reggimento.

Una mattina di maggio, nell’androne del nuovo tabacchificio, Concetta accostò Cristina, intenta a mangiare il suo pezzo di pane e sarde di metà turno. Dopo un lungo sorriso le disse: “Nino ha scritto” e cavò dal tascone del grembiule la foto. Cristina gliela strappò dalle mani e la fissò, estasiata. Avrebbe voluto mettersi a correre, a saltare… ma riuscì a trattenersi. Con Nino si conoscevano da quando lei era una ragazzina e lui quasi un uomo. Sette anni di differenza! Troppi, almeno per i rispettivi genitori, i quali avevano fatto di tutto per tenerli lontani l’uno dall’altra. La guerra era riuscita ad allontanarli ancora di più, ma poi Nino aveva trovato il modo di

Taranto. Breve storia del quarto polo siderurgico

 

di Alessio Palumbo

 

In questi giorni, la sentenza di chiusura di alcuni reparti dell’Ilva di Taranto e le proteste scaturitene, ha catalizzato l’attenzione di media, esperti e semplici lettori. Si è dipanato così un dibattito vasto e composito che, di volta in volta, anche su questo blog, ha posto il focus su alcuni problemi specifici: dall’inquinamento alle politiche del lavoro, dall’indotto ai danni apportati alla qualità della vita dei tarantini, etc. etc. Un rapido viaggio nella storia del centro siderurgico tarantino forse permetterà di avere una visione più vasta e completa dei problemi, dei retroscena, delle speranze e delle delusioni che per decenni si sono abbinati a questo “drago d’acciaio”.

Nel secondo dopoguerra, lo sviluppo in Italia della siderurgia pubblica si è legato, fondamentalmente, alla figura di Oscar Sinigaglia. È infatti alla sua mentalità fordista che si deve la nascita e la crescita di un’industria pubblica dell’acciaio basata sulla riduzione della dipendenza dal rottame, sulle grandi dimensioni degli stabilimenti e sulla produzione di lotti standardizzati[1]. Molteplici ragioni

Andata e ritorno

di Alessio Palumbo

“Dai Antonio non ci pensare”

“Sì sì, non ci penso”

“Ecco appunto. Stai allegro. Beato te che torni giù. Vedrai che le cose si sistemeranno e, alla fin fine, se proprio dovessero andar male, qualcosa te la trovo io qui. Tranquillo”

“Va bene, ma ora vai, tanto il treno sta per partire”

“Sì, va bene. Allora ciao e salutami tutti”

“Non mancherò”

Luigi si allontanò di corsa, senza voltarsi, sparendo rapido dalla sua vista. Lui poté abbandonarsi sul sedile, stremato, con un senso di angoscia che gli rendeva faticoso persino il respirare. Ma come aveva fatto a giocarsi tutto in un giorno? Tutto!

Appoggiò la testa al vetro freddo. Meglio non pensarci, magari provare a dormire, mentre il treno si lascia Monaco alle spalle e punta verso sud: Innsbruck, il Brennero, Bolzano, Bologna e poi ancora giù Ancona, Pescara, Bari e via via fino a Lecce. Ma come si può dormire quando si è perso tutto per un colpo di testa? E perché doveva capitare proprio a lui? Lui che per stazza e carattere poteva essere paragonato ad un bue: grande, grosso e pacifico.

Giù al paese, mai una rissa, mai una litigata, niente di niente. E invece qui, aveva voluto fare l’eroe e gli era andata male. Quel che più gli rodeva era che la scazzottata, in fin dei conti, c’entrava poco. Vinto o vincitore si sarebbe tutto risolto lì. Ed invece no! Era finita nel peggiore dei modi e a lui non rimaneva che andare via, tornare da dov’era venuto.

Il treno correva, mentre il sole si abbassava rapido sulla destra. Non poté fare a meno di pensare al viaggio di andata, tre mesi prima.

Era partito da Lecce con una grossa valigia, un piccolo dizionario in tasca e tanta rabbia in corpo. Mesi e mesi di lavoro sul cantiere, a rompersi la schiena

Fatta l’Italia, come fare gli Italiani?

 

di Alessio Palumbo

17 marzo 1861, nasce l’Italia unita. In realtà mancano ancora alcune regioni (per arrivare ad un assetto simile all’attuale bisognerà attendere la fine della Grande Guerra), ma soprattutto manca un fattore fondamentale: gli italiani.

Il nuovo Regno d’Italia è un coacervo di genti, lingue, storie, culture, sistemi metrici, monetari, economici. Realtà spesso agli antipodi sono ora ricondotte sotto un’unica corona, un unico governo. Fatta l’Italia,dunque, bisogna fare gli italiani: una frase mai pronunciata da Massimo D’Azeglio, ma quanto mai efficace.

Ed allora, in questi giorni di giusti festeggiamenti e doverose celebrazioni, è lecito chiedersi: quando sono stati “fatti” gli italiani? Quando il senso di appartenenza ad una nazione ha smesso di essere patrimonio di pochi eletti, per divenire coscienza comune? Ed infine, considerando il carattere principalmente locale degli argomenti affrontati in queste pagine: quando gli uomini e le donne della provincia di Lecce hanno cominciato a sentirsi veramente italiani?

In realtà non esiste una risposta univoca. Il concetto di nazione, il sentimento di

Una fotografia

 

 

di Alessio Palumbo

 

All’alba del natale di Roma del 1943, il generale Solmi passò in rassegna le truppe schierate nella piazza d’armi della caserma Antonio Cascino di Salerno. Nino, suo attendente da oltre due anni, ossia dal rientro dalla campagna di Francia, sfilò dietro lui, a cavallo.

Il fotografo del reggimento lo immortalò in una posa agile e sicura e, pochi giorni dopo, gli donò la foto, senza voler nulla in cambio. Era proprio venuto bene.

La sera stessa, dopo aver accudito il suo mezzosangue ed esser passato da Solmi per le ultime consegne, uscì dalla caserma e si diresse spedito verso il bar di via Candia, a due isolati da lì. Sedette comodamente, ordinò un’orzata e si mise a contemplare con soddisfazione la foto. Gustata la bevanda, rivoltò l’immagine e, con la grafia che i pochi anni di scuola gli permettevano, scrisse: “Tornerò. Saluti, Nino”.

L’indomani spedì la foto con la posta del reggimento.

Una mattina di maggio, nell’androne del nuovo tabacchificio, Concetta accostò Cristina, intenta a mangiare il suo pezzo di pane e sarde di metà turno. Dopo un lungo sorriso le disse: “Nino ha scritto” e cavò dal tascone del grembiule la foto.

Aradeo. Una minuscola, buffa guerra di santi ed idee

di Alessio Palumbo

Scriveva Verga nella novella Guerra di santi:

Tutt’a un tratto, mentre San Rocco se ne andava tranquillamente per la sua strada, sotto il baldacchino, coi cani al guinzaglio, un gran numero di ceri accesi tutt’intorno, e la banda, la processione, la calca dei devoti, accadde una parapiglia, un fuggi fuggi, un casa del diavolo: preti che scappavano colle sottane per aria, trombe e clarinetti sulla faccia, donne che strillavano, il sangue a rigagnoli, e le legnate che piovevano come pere fradice fin sotto il naso di San Rocco benedetto. Accorsero il pretore, il sindaco, i carabinieri; le ossa rotte furono portate all’ospedale, i più riottosi andarono a dormire in prigione, il santo tornò in chiesa di corsa più che a passo di processione, e la festa finì come le commedie di Pulcinella.

Tutto ciò per l’invidia di quei del quartiere di San Pasquale, perché quell’anno i devoti di San Rocco avevano speso gli occhi della testa per far le cose in grande; era venuta la banda dalla città, si erano sparati più di duemila mortaretti, e c’era

Elezioni… di oggi e di ieri

 

di Alessio Palumbo

Seguendo, distrattamente, il dibattito sulle ultime elezioni amministrative, si ha la sensazione di aver vissuto un evento del tutto nuovo, vuoi per la rilevanza politica di questa tornata elettorale, vuoi per i mille episodi che l’hanno caratterizzata.

Il confronto milanese è forse quello più ricco di spunti, con accuse al vetriolo, menzogne, finti rom assoldati per fingersi seguaci di Pisapia, spauracchi islamici agitati più o meno quotidianamente, promesse roboanti, eccetera eccetera. Anche a Napoli non sono mancati gli scontri, le minacce, i comitati elettorali incendiati. Un confronto elettorale senza precedenti, secondo molti… ma ne siamo proprio sicuri?

Ai nostalgici dei bei tempi passati, delle epoche in cui i candidati erano dei galantuomini, seri ed onesti, possiamo ben dire che questi tempi, forse, non sono mai esistiti. Giusto per darne una prova, riportiamo alcuni episodi, legati ad un confronto elettorale di circa un secolo fa. Perdonerete il parallelismo un po’ semplicistico, se non azzardato, ma è un modo come un altro per riflettere e “consolarsi” di fronte  alle tante brutture della politica contemporanea.

Nelle elezioni politiche del 1913, le prime a suffragio quasi universale maschile, nel collegio di Gallipoli si confrontarono due uomini, per molti versi agli antipodi. Da un lato Antonio De Viti De Marco, originario di Casamassella, deputato

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