Per non dimenticare Antonio Verri

di Paolo Vincenti

Fate fogli di poesia, poeti, vendeteli per poche lire!”.

Quella di Antonio Verri è una figura centrale nel panorama della cultura salentina degli ultimi anni. Personaggio eclettico, brillante ed attivissimo sul fronte della promozione culturale, animatore instancabile di varie iniziative, voce dissonante, personaggio “contro”, per usare una espressione forse abusata, poiché Verri non era “contro”, ma, se mai, “ a favore” della cultura e della rinascita salentina, attraverso la poesia, la scrittura, l’arte in genere.

Era nato a Caprarica di Lecce, nel 1949, e fin da giovanissimo aveva manifestato un grande amore per la sua terra ed al tempo stesso una certa insofferenza per la cultura accademica, per i circoli asfittici di quegli intellettuali aristocratici che intendono la cultura come “elitaria”, riservata a pochi eletti.Verri odiava quella immagine quasi macchiettistica che si dava del Salento con i suoi riti, usi e costumi, che da folklorici diventano folkloristici, ed odiava quella operazione di marketing con cui si voleva e si vuole vendere il nostro Salento ai turisti, con poca anima e poca attenzione alla nostra storia ed identità vere. Egli non accettava che la letteratura diventasse anch’essa merce di scambio, sottoposta alle regole della domanda e dell’offerta, alla legge del profitto, insomma. Per questo si diede da fare, autofinanziandosi, con iniziative che potevano sembrare folli, ma che folli non erano. Stampò da solo i suoi primi volumi e fece dei volantini con le sue poesie, senza nessun tornaconto economico ma, anzi, rimettendoci, come purtroppo assai spesso, oggi,  accade a chi voglia fare promozione culturale nel Salento.

Antonio Verri fu poeta, giornalista, romanziere ed editore. Molto forte il suo legame con Parabita, anche e soprattutto grazie all’amicizia con Aldo D’Antico, il quale, con la sua casa editrice “Il Laboratorio”, pubblicò, nel 1988, I trofei della città di Guisnes, e più volte ebbe Verri ospite a casa sua o alle varie manifestazioni culturali parabitane organizzate  dallo stesso D’Antico.

Verri spendeva tutto se stesso nelle iniziative in cui credeva  e,  purtroppo, un tragico incidente stradale lo ha  prematuramente portato via. Ebbe l’idea di distribuire, in numerose città italiane, un “Quotidiano dei Poeti”, che durò solo quindici giorni, e, vera rarità bibliografica, fece distribuire delle cartelle di cartone, chiuse solo dallo spago, in parte diverse l’una dall’altra,  contenenti fogli di poeti, pittori, giornalisti, fotografi, musicisti.

Fondò e diresse riviste, come “Caffè greco”, “Pensionante dè Saraceni”, che divenne anche un centro di cultura ed una casa editrice, e collaborò con la rivista “Sud Puglia”. Diresse la rivista “On Board” e aderì al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dodaro, una delle linee portanti del Salento europeo, insieme alla pittura di Edoardo De Candia, alla poesia di Salvatore Toma,  alle esperienze musicali di Cosimo Colazzo, estetiche di Salvatore Colazzo, letterarie di Carlo Alberto Augieri e teatrali di Fabio Tolledi.

Nel 1983, pubblicò  Il pane sotto la neve; nel 1985,  Il fabbricante d’armonia, trasmesso dalla Rai Puglia nel maggio dello stesso anno; nel 1986, La cura dei Tao, nel 1987,  La Betissa, da cui Fabio Tolledi ha tratto una versione teatrale.

Verri era molto legato ai suoi compagni di viaggio: Maurizio Nocera, autore di  Antonio Antonio- O dell’amicizia, poetico omaggio all’amico scomparso, pubblicato nel 1998 e poi ripubblicato nel 2003 proprio dal “Laboratorio” di Aldo D’Antico, Rina Durante, giornalista e scrittrice, il poeta Bruno Brancher, l’archeologo Cosimo Pagliara, docente dell’Università di Lecce, Antonio Errico, valente critico letterario, Vittorio Pagano,  grande poeta e traduttore, al quale Verri ha dedicato il volume Per Vittorio Pagano contenuto in “Pensionante de Saraceni”, Aldo De Jaco, scrittore e giornalista, i fratelli Cosimo e Salvatore Colazzo, Vittore Fiore, che ha definito Verri “battistrada storico dell’avanguardia culturale salentina”, ed altri.

Verri curò le collane “Spagine-scrittura infinita”, con F.S.Dodaro, “Abitudini-cartelle d’amore”, con M. Nocera, “Compact Type:Nuova narrativa”, “Diapoesitive-Scritture per gli schermi”, sempre con Dodaro e “Mascheroni”.

Nel 1988, pubblicò I trofei della città di Guisnes, nel 1990  Ballyhoo, Ballyhoo,  nel 1991, E per cuore una grossa vocaleIl naviglio innocente. A Cursi, istituì il Fondo internazionale contemporaneo “Pensionante dè Saraceni”, eccentrica ma preziosa biblioteca composta da più di tremila volumi, riviste, manoscritti, cataloghi, spartiti e audiovisivi.

“Mi sembrano così idiote queste mie rane, tirano e tirano, girano e girano, fino a scoppiare, sono davvero così idiote… Guizzano e non sono che abbozzi di parole, spettri, apparenze, birbe verdastre, non sentono l’arsura e corrono tutto il guscio, e si arrotondano; balenotteri sembrano, ballerine di fila, subrettine.” (da  I trofei della città di Guisnes).

Queste sono le parole, per Antonio Verri: incanti magici, lisce, ruvide, significanti e significati, elastiche, infinite.

Una scrittura continua, quella di Verri, che ricorda, per certi versi, lo “stream of consciousness”, il “flusso di coscienza” di joyciana  memoria. Burle, frottole buttate lì, gialle, nere, rosse, lanciate al galoppo. Come dice Antonio Errico, “motivi che si presentano, scompaiono, si ripresentano con valenza semantica accentuata. L’intenzione e l’ansia di trasmettere alla frase il proprio respiro, di far coincidere strutture profonde e strutture superficiali, il suono e il senso, i tempi della vita con i tempi del testo. E poiché la vita non ha niente di finito, niente di finito c’è nel testo.

Ogni frase, ogni parola, ogni fantasma, è sempre un ritorno ad altre frasi, altre parole, altri fantasmi, oppure rinvia ad un declaro. Il testo, insomma, è un ponte tra il già fatto e ciò che si deve ancora fare.” Verri somiglia al suo diavolo Zèbel in  Guisnes, “è come un camaleonte, sa così bene simulare, chiacchera a vanvera, splende. Oggi per lui va bene girare su se stesso, è così leggero, crede di vedere nell’invisibile, sa entrare in un corpo e ripetersi all’infinito… Il mondo è una immensa replica, è un libro in cartisella!”.

Verri morì nel 1993. La sua eredità artistica ed umana è stata raccolta, tra gli altri, da Mauro Marino, grafico e poeta, e Piero Rapanà, fondatore della compagnia teatrale Teatro Bliz, i quali, con il “Fondo Verri- Libero Cantiere”, portano avanti la grande lezione dello scrittore di Caprarica. E sul solco dell’esperienza del banco letterario che Verri inaugurò con “Caffè greco” e con “Pensionante de Saraceni”, ogni anno, a maggio, nel cortile del Convento dei Teatini a Lecce, si tiene la mostra mercato “Gran Bazar”, ovvero “Il libro in tasca, banco dell’editoria e della poesia salentina”, evento culturale organizzato dal Fondo Verri e dalla Libreria Icaro, che ottiene, ad ogni nuovo appuntamento, un crescente successo. Vi si tengono  presentazioni di libri, incontri con gli autori, readings letterari e concerti musicali; uno spazio aperto alla consultazione e alla ricerca, come del resto è il Libero Cantiere, con la sua collezione di circa 1500 libri, patrimonio di chiunque voglia approfondire ed esplorare, tendendo un filo fra l’esperienza letteraria e la realtà contemporanea, sempre più esposta al disagio e alle difficoltà sociali.

… Per non dimenticare chi era Antonio Verri.

Pubblicato su “NuovAlba”,  luglio 2005 e poi in “Di Parabita e di Parabitani”, di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore, 2008.

Libri/ Il grande sogno di Parabita

 

di Paolo Vincenti

Edito dal Laboratorio, è stato pubblicato Il grande sogno. Dalla vecchia cappella al nuovo tempio  di Daniele Greco (2007), nella Collana di studi e ricerche “La Meridiana”. Il libro, con Prefazione di Aldo D’Antico, fa luce su alcuni aspetti secondari, ma non per questo meno importanti, del culto della Madonna della Coltura di Parabita. Per l’esattezza, Daniele Greco, attraverso una analisi condotta nell’Archivio della Basilica Maria SS. della Coltura, nell’Archivio Storico del Comune e nell’Archivio Storico Parabitano, non trascurando le precedenti pubblicazioni che sono state fatte sull’argomento, come dimostra la “Bibliografia delle fonti consultate”, ricostruisce un periodo storico determinante per le sorti della devozione mariana a Parabita e forse per le sorti della stessa comunità parabitana che, ab antiquo, si stringe intorno alla propria venerata Patrona, in una osmosi raramente riscontrabile in altre micro-realtà municipali del nostro Salento.

“Il grande sogno” del titolo è quello del popolo parabitano dell’inizio del secolo scorso, che anelava dare alla propria amata protettrice un tempio  più degno

Rocco Coronese: manifesto all’arte

di Paolo Vincenti

Il Museo del Manifesto, a Parabita,  fondato nel 1982 ed unico in tutta l’Italia Meridionale, conta una vastissima collezione di manifesti raccolti nel corso degli anni, con sezioni di cinema, teatro, turismo, pubblicità, politica. Il suo fondatore, Rocco Coronese, voleva un museo aperto e dinamico, che potesse interagire con gli enti e le istituzioni pubbliche del territorio, soprattutto le scuole, per diffondere la cultura del manifesto in tutte le sue angolazioni. Rocco Coronese era nato a Parabita, nel 1931.

Aveva iniziato la sua attività come pittore, frequentando, negli anni Cinquanta, gli ambienti artistici romani. Dalla fine degli anni Sessanta, aveva iniziato l’attività di scultore che lo aveva portato ad esporre nelle maggiori città italiane. Sono numerose le manifestazioni organizzate da Coronese in spazi aperti, come a Roma, Lecce, Parabita, seguendo l’innovativo progetto di valorizzare, attraverso questi eventi artistici, anche i luoghi che li ospitavano e la loro storia. A Parabita, aveva realizzato, per il Parco Comunale, la grande Fontana centrale, i cancelli e la pavimentazione. Fin da quando era giovane studente, Coronese aveva fatto di Roma la sua patria d’elezione: qui, aveva conosciuto la moglie e con lei aveva messo su famiglia, ma il suo cuore era sempre a Parabita, l’amata Parabita.

Nella sua veste di esperto di grafica e comunicazione d’immagine, collaborava con diverse riviste nazionali, con aziende pubbliche e private ed anche, quando Sindaco della Capitale era Argan, famoso critico d’arte, con l’Ufficio Stampa del Comune di Roma. La stessa  città di Roma gli organizzò una mostra riassuntiva di sculture in Piazza Margana. Teneva anche prestigiose collaborazioni con la Rai, con il Coni, con diversi Enti Pubblici, Scuole statali e con la Finsider, le cui collezioni private espongono i suoi quotatissimi  lavori.

Aveva realizzato marchi per importanti aziende, tra cui la nostra Banca Sud Puglia, oggi Popolare Pugliese. A Roma fece molte amicizie, come quella con Vittorio Bodini, che scrisse delle pagine molto belle su di lui.

Un rapporto privilegiato aveva con Cesare Zavattini, con il quale condivideva la passione per il collezionismo di “mini quadri”. All’attività artistica, univa la sua professione di docente:  insegnante di grafica pubblicitaria all’Accademia di Belle Arti di Lecce e, in seguito, di Plastica ornamentale all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, di cui era anche Direttore.

L’idea di raccogliere dei manifesti e di creare uno spazio apposito per contenerli gli venne sul finire degli anni Settanta e, nel 1982, riuscì a realizzare questo ambizioso ed innovativo progetto, con l’apertura del Centro di attività per la comunicazione-Museo del Manifesto che, oggi, conta più di 70.000 pezzi. Nel 1984, venne tenuta una grande mostra: “ Il manifesto Polacco: Cinema Teatro e Musica”, in collaborazione con l’Ambasciata della Polonia in Italia.

L’attività del Museo, a Parabita, si arrestò nel 1987, a causa di problemi logistici, ma Coronese continuò ad organizzare eventi in altre località italiane.  Trovò nuovi stimoli ed interessi culturali a Ferentino, un piccolo ma significativo paese in provincia di Frosinone, dove nel frattempo si era stabilito, stanco del traffico e della frenesia dell’Urbe. In quel paese, grazie al grande interesse dimostrato dall’Amministrazione Comunale, si potè realizzare una nuova sezione del Museo del Manifesto, strettamente collegato a quello di Parabita, e le attività iniziarono già nel ‘96.

Nel  ‘97, presso l’Unione Industriali di Frosinone, in collaborazione con l’Ufficio Culturale Cinese in Italia, si tenne la mostra “Immagini dalla Cina”. Nel 2002, l’Amministrazione di Parabita,  ha destinato  finalmente al  Museo un’ala di Palazzo Ferrari, dove poter svolgere l’attività del Centro e, nel giugno di quello stesso anno, si è tenuta la  1° Mostra tematica  “L’Arte nei Manifesti”, di cui ha riferito tutta la stampa locale.Quella di Parabita è diventata, così, una sezione distaccata del Museo di Ferentino e questo ha portato ad un gemellaggio fra i due Comuni, nel nome di Rocco Coronese. Nel settembre del 2002, infatti,  una delegazione parabitana, guidata dal Sindaco Adriano Merico, è stata accolta, con tutti gli onori, dalla gemellata città ciociara. Rocco Coronese, per la sua attività di pittore e scultore, compare anche nella “Storia dell’Arte del 900” di Giorgio Di Genova (Bora 2000).

“Un’attività intensa, senza tregua, per la quale non risparmia energie né fisiche, né intellettuali”, dice di lui  Aldo D’Antico, suo parente ed amico, dalle pagine di NuovAlba, nel dicembre 2002, “ …la sua ricerca è costante, senza interruzioni: ma sempre il suo ritorno è a Parabita, il paese, la piazza, il centro storico, i contadini, gli artigiani, i giovani, gli operai, gli intellettuali”. L’artista è morto improvvisamente nel 2002. La figlia, Cristina Coronese, architetto, che oggi prosegue l’attività del Museo, nel solco tracciato dal padre, ci dice: “Quello che mi preme sottolineare è che il nome di mio padre è conosciuto in tutta Italia, per la sua  capacità creativa e per la grande innovazione apportata nel campo delle arti figurative. Mi rendo conto che, soprattutto a Parabita,  il Museo del Manifesto abbia finito per cannibalizzare la sua poliedrica attività e mettere un po’ in ombra gli altri suoi meriti artistici. Di lui hanno scritto Vittorio Bodini, Giuseppe Cassieri, Cesare Zavattini, Rosario Assunto, Sandra Orienti, Toti Carpentieri, ecc. Vivendo con Rocco Coronese, si respirava la sua tensione intellettuale di artista impegnato in una costante ricerca. Si condivideva la sua passione sociale e il rigore morale e con lui si inseguivano i sogni”. Nel 2003, si è tenuta la mostra “Il cinema nei Manifesti di Renato Casaro” e,  all’inaugurazione, Cristina Coronese , ha avuto modo di ricordare che molti erano i progetti che il padre aveva ancora in mente di realizzare.

La Madonna della Coltura di Parabita e l’incendio del campanile

di Paolo Vincenti

La venerazione della  Madonna della Coltura di Parabita è una delle più forti e sentite nel Salento e da molto tempo impegna studiosi ed appassionati nell’inestricabile eppur affascinante ricerca storica, antropologica, linguistica sulle origini di tale culto. Ortensio Seclì, in un suo saggio del 2001, apparso su “La Madonna della Coltura”, pubblicazione annuale sulla fede, la storia e la tradizione, a cura del Comitato Festa Patronale, in collaborazione con la Pro Loco e l’Archivio Storico Parabitano, ci riferisce della più remota testimonianza della leggenda parabitana sul ritrovamento del monolito della Madonna della Coltura; leggenda che,modificata con l’aggiunta di alcuni particolari fantasiosi, fu stampata nel 1896 per i tipi di Luigi Carra in Matino: “E’ tradizione che nella spianata Le Pane della Corte del territorio di Parabita, nel sito detto Cutura fu trovata,arandosi,la mozza lapide, su cui è dipinta a fresco l’immagine della nostra Protettrice, che si chiamò della Coltura, perché rinvenuta coltivando nel Campo Cutura”.

Sul significato dell’intitolazione della Vergine a Cutura, ci viene incontro Aldo D’Antico che, in un suo saggio comparso sempre su “La Madonna della Coltura”, ci dice che il termine, secondo le due ipotesi che si sono affermate nel corso dell’ultimo secolo, potrebbe derivare da cuddhrura, relativo alla Madonna del Pane, alla quale diversi altri paesi dedicano un culto, oppure da cuddhrura inteso come antica unità di misura del terreno seminativo. D’Antico propone poi un’altra ricostruzione.

Nell’iconografia orientale, questa Madonna era detta Hodegitria, perché considerata protettrice dei viandanti. Ed anche la Madonna della Coltura di Parabita era inserita nel percorso dei pellegrinaggi mariani per arrivare a Santa Maria di Leuca, attraverso Alezio (Santa Maria della Lizza), Parabita, Casaranello (Santa Maria della Croce) e Taurisano (Santa Maria della Strada).

A ridosso delle mura dell’antica Bavota, sita in contrada della Corte, e distrutta nel 927 dai Turchi, era probabilmente situata una laura basiliana nella quale era affrescata una Madonna Hodegitria, appunto “vigilatrice dei viandanti”, presso la quale i pellegrini sostavano per guadagnare le indulgenze promesse. Con la persecuzione che i Bizantini subirono tra il 1000 ed il 1300, i monaci furono costretti ad abbandonare la laura.Questa venne col tempo completamente sepolta sotto detriti ed altro materiale, fino a quando il vecchio contadino della leggenda, arando con i suoi buoi, non la riportò alla luce. Il luogo in cui avvenne il rinvenimento si chiamava “contrada la corte seu la cutura”, ed all’immagine venne quasi spontaneamente dato il nome di quel posto, da cui Madonna ta Cutura. La Madonna, patrona dei viandanti, trovata in una cutura, diventa così la protettrice delle coltivazioni e del mondo agricolo in genere, della cultura e della civiltà contadina. Questo culto poi si espande anche nei paesi limitrofi e in tutto il Salento, partendo proprio da Parabita, che si identifica totalmente nel culto della sua Patrona.

La festa per la Madonna ta Cutura si svolge verso fine maggio a Parabita. La giornata più importante è la Domenica,quando, in  mattinata, si ripete la tradizione dei Curraturi: secondo la leggenda, il meravigliato agricoltore, come scrive Mario Cala, altro noto studioso di storia parabitana, nel volume sopra citato, dopo avere prestato le prime dovute cure all’immagine della Vergine con Bambino, corse verso il paese per annunciare il prodigioso ritrovamento e il sacro monolito venne portato in trionfo dagli eccitati concittadini nella chiesa matrice. E dal XIV secolo, ancora oggi, si ripete questa bellissima tradizione, la domenica mattina della festa civile della Madonna della Coltura, a ricordo della corsa che gli antenati avevano fatto dopo il ritrovamento del monolito. Da segnalare ancora il suggestivo incendio del campanile della basilica, grazie ad una felice intuizione che ebbe nel 1971 padre Carlo Viviani,rettore dei Domenicani di Parabita, mutuando questa iniziativa da Santa Maria dell’Arco a Napoli, sede centrale dei Domenicani. Questa tradizione è stata poi ripresa sei anni fa con grande successo. Viene chiamato appositamente un gruppo pirotecnico, specializzato in simulazioni d’incendi di strutture architettoniche, e il campanile sembra davvero bruciare, tra gli applausi e gli sguardi sbalorditi del foltissimo pubblico che riempie Piazza Regina del Cielo, e, quando il campanile sembra ormai essere divorato completamente dal fuoco al suo interno, ecco accorrere la Madonna a spegnerlo e a salvare la sua casa, tra i rintocchi delle campane che suonano a festa.

Anche il lunedì successivo sarà festa, con una processione in ricordo della traslazione del monolito dalla chiesa al Santuario.

Mofificato da: “Il Tacco d’Italia” maggio 2004 e poi in “Di Parabita e di Parabitani” di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

Libri/ “SOTTO IL PONTE DEL TEMPO” di Martin Andrade

di Paolo Vincenti

Martin Andrade e la moglie Susanna Degoy 1986 (da www.creattivaria.altervista.org/poesia)

Strani i percorsi che portano un poeta come Martin Andrade, cileno che vive a Buenos Aires, a scrivere di Parabita, della danza delle spade di Torrepaduli, delle tarantolate di Galatina, degli assolati e corrosi paesaggi del Salento, come solo un salentino saprebbe fare. Strani questi percorsi.

In effetti, la vita è fatta di incontri e, in questo caso, decisivi devono essere stati gli incontri di Martin Andrade con Antonio Verri, Salvatore Toma, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Donato Valli, Franca Capoti e Aldo D’Antico, insomma un gran bel pezzo dell’ intellighenzia salentina degli ultimi anni.  Questi incontri e il debito di riconoscenza dell’autore nei confronti di questi intellettuali, che gli hanno fatto amare la nostra terra, ritornano nei suoi versi, nel suo ultimo libro, Sotto il ponte del tempo, edito da “Il Laboratorio”, piccola casa editrice indipendente di Parabita,di quell’instancabile scopritore di talenti, che non esiteremmo a definire geniale, che risponde al nome di Aldo D’Antico.

Martin Andrade è nato a Puerto Natales (Cile), nel 1937. In Italia ha pubblicato: I fuochi e la malinconia (Pensionante dei Saraceni, 1984),

Rocco Cataldi, l’uomo, il poeta

di Paolo Vincenti

L’anno scorso è scomparso Rocco Cataldi. Parabita ricorda un suo figlio devoto ed uno dei più rappresentativi poeti dialettali pugliesi degli ultimi anni. Uno dei temi ricorrenti nella sua poetica era il mondo degli umili, quella civiltà contadina alla quale egli si sentiva profondamente radicato e dalla quale mai volle staccarsi, rivendicandone orgogliosamente l’appartenenza in tutti i suoi scritti. Una civiltà contadina che era, però, al suo crepuscolo e questo determinava in Cataldi un senso di profonda nostalgia ed amarezza.

Il filo che lo teneva legato a quel mondo in dissoluzione era quello della memoria, del ricordo del buon tempo antico, un tempo fatto di semplicità di gesti e di parole, un tempo in cui bisognava certo tirare la cinghia per andare avanti alla meglio, ma in cui vi era una genuinità di sentimenti ed una bontà di intenti che, nella società ipertecnologica del 2000, Cataldi vedeva irrimediabilmente compromessi. Di qui, l’amaro sfogo contro le brutture e la tristezza dei tempi.

Poesia della memoria, la sua, quindi, e poesia pedagogica, cioè poesia che vuole insegnare, sul modello del Parini, che Cataldi amava, nel tentativo, da lui stesso dichiarato, di una restaurazione di quei principi morali ai quali era legato per formazione, come ad un “Pansieri fissu”. Quegli stessi valori che suo padre, uomo umile ed illetterato (che ricorda nella poesia “ Ci dici tà?”, una delle sue più belle), gli aveva trasmesso, e che lui voleva trasmettere ai suoi allievi, insieme alla “Speranza” di un domani migliore: “Quardati annanti… nu’ bbe scoraggiati! A rretu ‘lla nuveja, nc’è lu sule”.

Come ci riferisce la moglie, Signora Marisa, aveva paura di non riuscire a trasmettere ai suoi ragazzi il buon esempio, quei valori su cui, diceva, si costruisce la società. La scelta del dialetto ha questa valenza, quasi di una battaglia civile in difesa di quei principi di cui la sua storia era maestra (solo una raccolta, “Riflessi opachi” è in lingua italiana).

La sua, secondo Antonio Errico, è “poesia costruita sulle macerie di miti e deità che come ogni mito ed ogni deità esistono finchè esiste l’uomo che ci crede” (introduzione ad “Arretu ‘lla nuveja nc’è lu sule”).

La morale di Cataldi viene da Gino Pisanò, nell’introduzione ai suoi “Culacchi”, definita “esiodea”, “quindi millenaria come il messaggio dell’antico poeta greco, medesima epperò nuova, perché mai fuori tempo e fuori luogo: lavora e sii giusto”.
Rocco Cataldi era nato a Parabita il 9 gennaio 1927. Maestro elementare a Matino, Lecce, Racale e Parabita, dove era diventato una vera istituzione, nel 1985 era stato insignito dal Presidente Pertini dell’onorificenza di “Cavaliere al merito della Repubblica”, ma Cataldi non amava sbandierare ai quattro venti questo importante riconoscimento, anche se ne andava fiero e, ci confida Ortensio Seclì, nel privato amava condividere le sue gioie e gratificazioni con gli amici più cari, fra i quali lo stesso Seclì .

La prima raccolta di poesie risale al 1947, “Robba noscia” (Editrice Bruzia), poi “Storria t’à Madonna t’à Cutura” (Paiano Galatina, 1950, poi ripubblicata dall’Adovos di Parabita, nel 1987, con prefazione di Padre Giuseppe Parrotta). Nel 1956, è la volta di “Riflessi opachi” (Gastaldi Milano) e, dopo una lunga pausa, “Lu Ggiudizziu ‘niversale” (Adovos Parabita, 1975), con prefazione di Aldo D’Antico.

Da piccolo, Cataldi aveva conosciuto un poeta dialettale di Taviano, Oronzo Miggiano il quale, cieco dalla nascita, ospitava volentieri il giovane Cataldi nella sua casa, dove viveva solo; un giorno, il Miggiano ascoltò alcune composizioni di Rocco, che aveva trovato il coraggio di leggergliele e, dopo un lungo silenzio(come ricorda lo stesso Cataldi in un aneddoto raccontato a Guido Pisanello su NuovAlba, aprile 2001), il Miggiano disse: “E bravu lu scettu” e lo incoraggiò a continuare sulla strada intrapresa: quella frase divenne il titolo di una poesia di Cataldi dedicata proprio al Miggiano.

A proposito della poesia dialettale del Cataldi, Donato Valli, nell’ultimo numero di NuovAlba (aprile 2005), tracciando un profilo del grande amico perduto, precisa il posto in cui si colloca Cataldi nel panorama della poesia dialettale in generale; spiega Valli, “nell’ambito di quella che Croce chiamava poesia dialettale “riflessa”, esistono almeno due livelli: uno è quello della poesia dialettale dotta (è il caso del poeta di Ceglie Messapico, Pietro Gatti e del poeta magliese Nicola De Donno), l’altro è quello dei poeti che rimangono legati, nella lingua e nei contenuti, alla matrice originaria di una popolarità sentimentale ed espressiva (ed è il caso di Cataldi)”.

Il nostro rientra, dunque, nel filone popolaresco della poesia in dialetto, ma non nel senso di poesia di origine popolare, come spiega ancora Valli, ma nel senso che essa muove da colori, umori e sapori che sono radicati nel popolo ritenuto, in una visione romantica e mazziniana, come depositario della bontà e della saggezza.

Nel 1977, viene pubblicato “Pale te ficalindie” dalla Editrice Salentina di Galatina, proprio con prefazione di Donato Valli. Nel 1982, è la volta di “Li sonni te li pòviri” (Congedo Editore), con prefazione di Luciano Graziuso e, nel 1989, “A passu t’ommu” (Congedo), introdotto e commentato da Gino Pisanò. Nel 1988, viene pubblicato dal Laboratorio di Aldo D’antico “A rretu ‘lla nuveja nc’è llu sule”, con introduzione di Antonio Errico.

Aldo D’Antico fa notare che, in un mondo colmo di “nu tumunu te moja e de mundizza”, rivolto solo all’interesse ed al profitto, “l’ironia, il sarcasmo, il paradosso sono le vendette morali con cui il poeta ripaga il mondo e gli altri della loro falsità” Nel 1996, esce “Culacchi”, con prefazione di Gino Pisanò, e il ricavato della vendita di questo libro, dedicato “Ai buoni perché si mantengano tali; agli altri perché lo diventino”, stampato in numero limitato, il poeta volle che fosse devoluto a favore dell’erigendo monumento a Padre Pio, a Parabita. E questo ci porta ad una altro aspetto del poeta Cataldi, cioè la sua forte religiosità; come conferma ancora la Signora Marisa, “avrebbe voluto fare il missionario”, ci dice “ e importantissimi erano questi sentimenti di umana pietà, senso del dovere e della famiglia, onestà intellettuale, che ha voluto trasmettere ai suoi quattro figli”. Si era adoperato per la costruzione di una piazza a Parabita dedicata a Padre Pio. A capo del Comitato Promotore, dovette combattere per anni contro la burocrazia, prima di vedere avverato il suo sogno: finalmente una piazza, all’interno della zona di espansione di Parabita, lungo la strada per Collepasso, con al centro una imponente statua bronzea di Padre Pio da Pietralcina, realizzata dai maestri scultori Donato e Carlo Minonni, grazie anche alla generosità di tanti parabitani e soprattutto del suo grande amico Raffaele Ravenna. “Un’occasione per contribuire alla crescita spirituale della nostra gente”, scriveva Cataldi in un articolo apparso su NuovAlba nel marzo 2002, “per guardare in alto”, “in un momento in cui si è assediati dal materialismo che costringe a guardare in basso” e pubblicava sulla rivista una poesia inedita che aveva scritto in onore del Santo, in occasione di una visita a San Giovanni Rotondo nel 1992, “Quell’unica, umilissima, campana…”.

L’ultimo libro, del 2000, è “Parole terra terra” (Congedo editore), con prefazione di Donato Valli e note esegetiche di Gino Pisanò. A questo bisogna aggiungere tutte le poesie scritte su cartoncini, per i suoi allievi, nelle più svariate occasioni dell’anno scolastico, come il Natale, la Pasqua, la festa della mamma, la festa del papà, sempre amorevolmente illustrate da Mario Cala e che si trovano ancora in molte case dei parabitani che sono stati allievi del Maestro Rocco. Rocco Cataldi- Mario Cala era diventato negli anni quasi un marchio di fabbrica: “la penna e il pennello”, come lo stesso Cala afferma in un commosso ricordo dell’amico e parente, “lu zì Rocco”, sull’ultimo numero di NuovAlba. Di prossima pubblicazione, è una raccolta di poesie inedite del maestro Rocco, a cura dell’Adovos di Parabita, “Mirando al cuore”, con una nota introduttiva di Aldo D’Antico. “E, òsci, ntorna sule. Comu ieri./ Comu nu stierzu. Sule Salentinu!/ Nù ‘ ccusta nensi, mancu te pansieri./ Cusì nc’è scrittu susu ‘llu bullinu…/ La mmane, s’aza prestu. E’ mattinieri./ E, gentirmente, s’offre pè spuntinu:/ ‘nu stozzu caddu caddu e ‘nnu bicchieri/ te Lacrima te Luna a mmatutinu./A cquai, lu sule è ffrancu. Nd’ave tentu!/ Lu poi truare, specie a mmenzatìa,/ mmiscatu a vere lacrime te chiantu/ te tanta ggente, ca nu’ ttròa la via/ pe ‘ nnu lavoru unestu e ssacrusantu./ E mangia sule, lu Salentu mia…/”.“

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI ROCCO CATALDI

Robba noscia , Bruzia Editore, Castrovillari 1949, con Prefazione di Francesco Russo

Storria t’a Matonna t’a Cutura, Paiano Editore, Galatina 1950

Riflessi opachi, Gastaldi editore, Milano 1956

Lu Ggiutizziu ‘niversale, Adovos Parabita, 1975, con Prefazione di Aldo D’Antico

Pale te ficalindie, Editrice Salentina, Galatina 1977, con Prefazione di Donato Valli

Li sonni te li pòviri, Congedo Editore, Galatina 1982, con Prefazione di Luciano Graziuso

Storria t’ ‘a Matonna t’ ‘a Cutura (ripubblicazione), Adovos Parabita, 1987, con Prefazione di P.Giuseppe Perrotta o.p.

A rretu ‘lla nuveja nc’è lu sule (Antologia 1948-1982), Il Laboratorio, Parabita 1988, con  Introduzione di Antonio Errico

A passu t’ommu, Congedo Editore, Galatina 1989, con Prefazione di Gino Pisanò

Culacchi, Parabita 1996, con Prefazione di Gino Pisanò
Parole terra terra , Congedo Editore, Galatina 2000, con Presentazione di Donato Valli
e Note esegetiche di Gino Pisanò

Mirando al cuore (postumo), Adovos Parabita, 2005, con commento di Mario Bracci, Prefazione di Mario Cala e Presentazione di Aldo D’Antico

Sue poesie ed articoli sono stati pubblicati, fra le altre, sulle seguenti riviste: “A Parabita due notti d’estate” , “Il Donatore”, “Paesenuovo”, “Sagra della patata”, “NuovAlba”.

Pubblicato su “Anxa news”, ottobre 2005 e poi in “Di Parabita e di Parabitani”, di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

Lo Sturno e il brigantaggio meridionale

di Paolo Vincenti

Il brigante Giuseppe Schiavone

Sull’Unità d’Italia molte pagine sono state scritte, così come su quel gigantesco fenomeno sociale che va sotto il nome di Brigantaggio. All’indomani dell’Unificazione, si aprì una lunga fase di intensi dibattiti, che coinvolse moltissimi intellettuali del Sud, e che fu chiamata “questione meridionale”.

Quel che è certo è che, nel 1861, l’unificazione della penisola aveva lasciato molti nodi non sciolti, molte contraddizioni interne al Paese che, come una bomba sarebbero esplose e le cui conseguenze sarebbero state devastanti. Vennero uniformate la moneta, le dogane, i regolamenti di pubblica sicurezza e di sanità; un Governo centrale, con sede a Torino, governava per tutto il Paese ed un Parlamento nazionale legiferava erga omnes. Però, molti erano i problemi ancora da affrontare, sempre più forte il divario fra il Nord, avviato ad un futuro di ricchezza ed industrializzazione, ed il Sud, che invece si ripiegava su se stesso; miseria, analfabetismo e condizioni di vita molto precarie avevano esasperato gli animi e acuivano quelle tensioni sociali da cui, per buona parte della sua storia, la nuova Italia sarebbe stata dilaniata. Soprattutto nel Sud, si avvertiva una tensione sociale fortissima che da un momento all’altro poteva portare a dei conflitti non più domabili. E infatti, si arrivò ben presto all’inevitabile e il brigantaggio si trasformò in un grande sobillamento di masse, che scosse per alcuni anni a fondo la vita del Meridione d’Italia.

I vecchi governanti, i Borboni, erano stati destituiti e si era insediata una nuova classe dirigente che si apprestava a guidare il Paese in condizioni non facili. Vi era stato un processo di unificazione forzata, che non era partito dal basso, dal popolo, ma era stato calato dall’alto. Le plebi contadine erano affamate e chiedevano disperatamente una soluzione per il problema delle terre; il prelievo fiscale introdotto dal nuovo Stato finiva per oberare solo i ceti meno abbienti, che sprofondavano ancora di più nella miseria, mentre i “galantuomini” scesero subito a patti con i Savoia e si riciclarono nella nuova classe dirigente. La plebe non capiva e non si poteva adeguare ai modelli di vita imposti dai Piemontesi, i quali apparivano come dei nuovi “conquistatori”, con la conseguenza che il popolo era passato dai vecchi ai nuovi padroni. Si era aggiunta, cioè, la beffa al danno, perché gli arroganti e spocchiosi dirigenti piemontesi, pur parlando la stessa lingua, sembravano ancora più distanti dalla antica cultura del Mezzogiorno di quanto lo fossero stati i Borboni. Questi ultimi seppero coagulare, intorno alla disperazione e al malcontento, tutti i nostalgici dell’antico regime che si organizzarono in un vasto movimento di opposizione al nuovo Stato.

Molti di questi miserabili scelsero la lotta armata e si riunirono in bande che determinarono il triste fenomeno del brigantaggio.

Francesco II di Napoli

Francesco II, da Roma, dove si era rifugiato dopo la caduta di Gaeta, cercò di sfruttare a proprio vantaggio questo vasto malcontento delle plebi del Sud ed alimentare, anche grazie all’appoggio del clero reazionario, il brigantaggio, nel quale erano confluiti tutti coloro che erano rimasti senza lavoro dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico e che erano chiamati “sbandati”. I governi della Destra nazionale cercarono di reagire a questo fenomeno, ma i rimedi adottati per combattere quel male furono assai più dannosi del male stesso. Ma dato che “le parole sono pietre”, per dirla con Carlo Levi, anche il termine “male” non deve avere un valore assoluto con riferimento al fenomeno del brigantaggio.

Bisogna, infatti, tener conto che, il più delle volte, questi briganti agivano con l’appoggio popolare e con l’appoggio tacito delle amministrazioni locali; che non tutti i briganti erano dei malavitosi e commettevano delitti; e ancora delle attenuanti storiche che aveva il brigantaggio.

Un tipico esempio di brigante galantuomo è proprio il nostro “Capitan Sturno”. Chi era lo Sturno? L’anno scorso, in occasione della terza Festa dei Briganti, organizzata a Parabita dalla compagnia teatrale Prosarte, in collaborazione con l’Archivio Storico Parabitano, diretto da Aldo D’Antico, è stata riscoperta la figura di questo leggendario personaggio parabitano, vissuto a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Questa figura di bandito gentiluomo era stata troppo a lungo dimenticata, probabilmente per un processo mentale imposto da fattori inibitori che avevano portato i discendenti di questo personaggio a rimuoverne la memoria. Molti briganti rubavano, uccidevano, assaltavano i municipi delle città, saccheggiando e depredando tutto quello che potevano. Ma quella dello Sturno è una figura che spicca, nell’ambito del brigantaggio salentino, perché del tutto originale.

Rosario Parata nasce nel 1831 a Parabita e, a causa dell’indigenza in cui versava la sua numerosa famiglia, decide di arruolarsi nelle file dell’esercito borbonico, giurando fedeltà alla Corona. Sciolto l’esercito borbonico dai Piemontesi, Parata ritorna nella sua Parabita che si trova in piena crisi, fra le tensioni opposte dei monarchici conservatori e i neo liberali di ispirazione sabauda. Il lavoro scarseggiava e i soprusi della borghesia locale, che aveva soppiantato la vecchia aristocrazia, erano evidenti. Parata si ribella a questo stato di cose. Egli, profondo conoscitore del territorio ed abile cavallerizzo, riunisce alcuni suoi amici, che condividevano il suo stesso disagio, e diviene il loro leader. Con il soprannome di “Capitan Sturno”, imperversa nell’entroterra salentino, negli anni fra il 1861 ed il 1864, e diviene molto famoso.

Il Governo ordinò una durissima repressione del fenomeno del brigantaggio e mandò la Guardia Nazionale, insieme alla polizia e all’esercito: una mobilitazione spaventosa per un totale di 120.000 uomini.

Fu presentata alla Camera, nel 1863, una Relazione, da parte della commissione parlamentare Massari, costituita per indagare sulle “ragioni sostanziali”, come si disse, e sulle “cause predisponesti” del fenomeno. Questa commissione, che dimostra la volontà da parte del governo centrale di andare a fondo al problema, additò le ragioni del brigantaggio nella distribuzione delle terre, che aveva penalizzato fortemente i contadini, nei patti agrari, onerosissimi per i contadini, e più in generale nelle tristi condizioni economiche e sociali del Meridione.

Purtroppo, sulla volontà di capire ed interpretare il fenomeno, prevalse la linea della fermezza e della repressione armata e il Parlamento votò, nel maggio del 1863, la Legge Pica – voluta dalla maggioranza moderata e duramente contestata dall’opposizione democratica- che prevedeva la competenza dei Tribunali militari a giudicare i briganti e i loro complici, mentre l’esercito andava compiendo la difficile opera di “normalizzazione” e di riduzione all’ordine dei ribelli.

Fra il 1 giugno e il 31 dicembre 1865, i briganti uccisi in combattimento o fucilati furono 5212, quelli arrestati e condannati 5044, quelli costituitisi alle autorità 3597. Le bande dei briganti erano costituite, in media, da 100-150 elementi ed avevano una organizzazione di tipo militare, una casacca comune e combattevano con la tecnica della guerriglia. Accanto a queste grosse bande, animate da un ideale politico, vi erano le piccole bande, che potevano essere composte anche da una decina di elementi, ed erano ladri ed assassini che praticavano il brigantaggio comune.

In occasione della riscoperta della figura di Rosario Parata, Aldo D’Antico ha pubblicato un opuscoletto, che fa parte della sua collana “Documenti” (Il Laboratorio editore), dal titolo Lo Sturno.

Il Parata, come scrive D’Antico, indossava la divisa dell’esercito borbonico e irrompeva nei vari centri sventolando la bandiera bianca gigliata dei Borboni. Molte furono le sue imprese, che gli fecero guadagnare la fama indiscussa di leader del brigantaggio salentino. Con la sua banda di 50-60 elementi, metteva lo scompiglio nei centri salentini. Egli si faceva annunciare da uno squillo di tromba e, al grido “Viva Francesco II”, dava la carica insieme ai suoi accoliti, lasciando spesso a bocca aperta la Guardia Nazionale. Egli era sì spavaldo, ma leale e coraggioso e non si macchiò mai di delitti. Nel 1864, viene catturato. Processato, viene condannato a sette anni di reclusione e a due di lavori forzati. Un anno dopo, a soli 34 anni, viene trovato morto in carcere: probabilmente avvelenato, come accadeva a molti briganti dell’epoca per essere eliminati silenziosamente.

In seguito alla atroce campagna di polizia voluta dal Governo Minghetti, vennero eliminati non solo i criminali ma anche tanti innocenti; vennero perfino bruciati molti ettari di boschi per scovare i briganti: questa giustizia sommaria coinvolse, oltre ai ribelli, anche i cosiddetti “manutengoli”, cioè preti, monaci e parenti dei briganti, gregari, insomma, che davano il loro appoggio, spesso solo ideale, ai ribelli. Insieme a questi straccioni affamati, vi erano anche le famiglie dei grandi proprietari terrieri che non di rado ispiravano clandestinamente il brigantaggio locale, pur chiamandosi ufficialmente fuori dai contrasti politici. Questi signori riuscirono sempre a farla franca e ad evitare le condanne che i tribunali dello Stato infliggevano invece ai “cenciosi”, come lo Sturno, brigante atipico, che Parabita ha ora riscoperto.

Pubblicato su “Città Magazine”, 7-13 aprile 2006 e poi in “Di Parabita e di Parabitani” di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

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