Acquarica e Caprarica: acqua e capre a volontà (un tempo …)

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da GoogleMaps
immagine tratta ed adattata da GoogleMaps

 

È noto che molti toponimi traggono origine dall’abbondanza in loco di certe risorse, non escluse specie animali e vegetali. Per quanto riguarda il Salento, la cui economia è stata fino a pochi decenni fa se non esclusivamente almeno prevalentemente agricola, le capre non sono mai mancate1, alimentando anche astrattamente, la saggezza popolare come, per esempio, in uno dei tanti proverbi che sottintendevano un rapporto affettivo molto più stretto e, direi, complice tra l’uomo e la bestia, lontano anni luce da  quell’atteggiamento sprezzante che scomoda analogie col mondo animale per stigmatizzare, con un’ignoranza pari alla presunzione, l’infinita gamma dei nostri difetti: ti ddo’ zzumpa la crapa zzumpa la crapetta (alla lettera: dove salta la capra salta la capretta, corrispondente al più lapidario italiano tale madre tale figlia, con particolare riferimento, e ti pareva!, alla vivacità sessuale.

E sul fuoco del sesso getto, è il caso di dire, acqua. Non c’è bisogno di ricordare il siticulosa Apulia2 di Orazio (I secolo a. C.), la quantità di acqua scorrente in superficie è estremamente modesta, direi trascurabile, al contrario dei fiumi sotterranei che scorrono sotto il nostro territorio. Laddove la falda non è molto profonda è stato possibile da sempre sfruttare questa importante risorsa, tanto importante da vivere in due toponimi: Acquarica del Capo e Acquarica di Lecce.

Ecco cosa sull’una sull’altra scrive Giacomo Arditi in La geografia fisica storica della provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1879-1885:

(Acquarica del Capo)  “Ricco è di acque sorgive, potabili e basse nella zona occidentale, dove sono eccellenti specialmente nei pozzi Longhe e Nocita, non così perfette o a breve profondità nella zona opposta” (pp. 6-7); “Qualcuno l’ha dato come sorto nel IV secolo dell’era volgare pel bisogno delle acque, ma senza fondamento storico …”3 (p. 9). L’Arditi contesta solo la data, tant’è che più avanti (pp. 9-10) afferma: “Le ruberie, i macelli, e le distruzioni dei Saraceni arsero nella nostra Provincia più cruente e feroci dal secolo IX all’XI. Allora, tra tanti altri, credo da quei Barbari invaso e spento anche Pompignano, da cui qualche fiotto di raminghi e miseri avanzi spintosi fin qua e vistasi la bontà ed il profluvio delle acque, che gli antichi consideravano come il quarto elemento, indispensabili quali sono ai bisogni domestici ed industriali, vi si fermarono ed eressero la nuova patria, che da quella specialità appellarono Acquarica, nome composto di due bisillabi, che son acqua ricca. La certezza istorica delle devastazioni barbaresche che, secondo la frase di un dotto amico sono capitoli leggendarii della nostra storia provinciale; la preesistenza e la rovina completa di Pompignano; l’adiacenza e la parte del territorio che colà vi posseggono ancora gli Acquaresi; l’acqua scarsa in quel luogo originario e perciò naturalmente vogliosi di averla abbondante in quest’altro, la tendenza simpatica che essi nutrono ancora per quella contrada quasi arcana radice di affetto per l’antica madre patria, le concordanze topografiche, l’emblema, ed altri dati ed elementi di coerenza, mi han tratto a quella congettura; la quale non mi vien guasta dalla desinenza italiana del nome, perché nei secoli X e XI il volgare italiano si era di già affacciato. Più tardi, poi, i Casali Ceciovizzo e Gardigliano, i loro abitanti vennero ad ingrossare la comunanza di Acquarica, che nelle vecchie carte trovo contrassegnata con l’aggiunta de Lama, voce che nel latino come nell’italiano idioma significa laguna, ristagno d’acqua. Ma se ciò avveniva forse anticamente nel fondo confinante tuttavia denominato Lame, lo sconcio disparve affatto dopo la formazione della Vora che vi sta in mezzo. Chiamossi eziandio Centellas dal cognome del feudatario che n’era il padrone nel 1669, ma cessato appena il breve dominio di costui, ei ripigliò l’avito nome di Acquarica con l’addiettivo del Capo, per distinguersi da una Frazione omonima in Circondario di Lecce. Il paese adunque nacque con la morte di Pompignano, verso il IX e X secolo; crebbe con la caduta di Cecivizzo e Gardigliano; e si chiamò prima Acquarica, poi Acquarica de Lama, indi Centellas, e finalmente Acquarica del Capo”.

(Acquarica di Lecce) “L’aria vi è mala, perché vicine le paludi della massaria Termitito in agro di Vanze, e le Cesine di Acaia … le acque sorgive a circa cinque metri di profondità potabili ma quasi crude” (p. 11); “Acquarica credesi così chiamata dalle acque che vi abbondano nell’abitato e nell’agro, e l’aggiunto “di Lecce” serve per distinguerlo da un Comune omonimo in circondario di Gallipoli. In tal nome stannovi accozzate due parole italiane, acqua ricca, ingentilito l’attributo in rica per togliere l’aspro delle due consonanti. Ciò mi fa credere sorto al secolo X od a quel torno” (p. 12).

Ora metto  da parte provvisoriamente l’acqua e passo alle capre.

(Caprarica del Capo) “… la impresa pubblica che rappresenta una capra con bandiera spiegata” (p. 102); “È vecchia tradizione che quivi in origine esisteva un ovikle di capre, le quali per l’aria ei i prati confacenti davano molto latte. Da ciò una certa agiatezza nei caprari; e perché il benessere invita all’essere e lo moltiplica ei vennero di passo in passo aumentandosi fino a formare un paesello, che dalla natura dell’industria chiamarono Caprarica (capra ricca), seguito poi dall’aggiunto “del Capo” per distinguerlo da un altro villaggio di simil nome sistente in Circondario di Lecce” (p. 103).

(Caprarica di Lecce) “L’impresa civica rivela la storia originaria del paesello, che nacque e fu così chiamato dall’industria che vi prosperava del latte  e delle capre” (p. 104).

Condivido pienamente tutto quello che l’Arditi afferma ma, pur non essendo nemmeno Politi, sono sufficientemente ardito per contestarlo in un solo punto: quel ricca come componente originario dei quattro toponimi (anche se non viene scomodato esplicitamente per Caprarica di Lecce). Oggi la parcellizzazione, per i miei gusti eccessiva, del sapere ha reso indispensabile il confluire di competenze diverse che ai tempi dell’Arditi erano appannaggio di una sola persona; perciò, oggi, un’indagine storica non può prescindere, tanto per risparmiare, dall’apporto, oltre che dello storico, anche dell’archeologo e del filologo; mi meraviglio, perciò, che quanto sto per dire non sia balenato a suo tempo nella mente dell’Arditi, il cui ricca ritengo improponibile per due motivi:

a) sarebbe quanto meno strano il passaggio da ricca a rica (cioè lo scempiamento di –cc-) proprio in un territorio caratterizzato dalla tendenza al raddoppiamento consonantico.

b) ammettendo per assurdo che Acquàrica e Capràrica derivino da Acqua ricca e Capra ricca, non si riesce a capire per quale motivo l’accento si sarebbe ritratto non dando, come ci saremmo aspettati, Acquarìca e Caprarìca, cioè due parole piane che non potevano rinunziare al loro accento perdendo così buona parte di quell’ingentilimento appena appena realizzato con lo scempiamento –cc->-c-. È intuitiva, infatti, la maggiore musicalità di una parola piana rispetto ad una sdrucciola, bisdrucciola o tronca.

È, invece, proprio l’accento sulla terzultima sillaba, a dirci chiaramente che le voci di base sono acqua e capra, cui si è aggiunto un doppio suffisso aggettivale, come per l’italiano coronarica (corona>coronaria>coronarica). Trafila per Acquàrica: acqua>acquàru4>*acquàricu> (terra) acquàrica>Acquàrica; trafila per Capràrica: capra>capràru>capràricu>(terra) capràrica>Capràrica.

Ricca, dunque, è fuori gioco, nonostante allora acqua e capra fossero la ricchezza, più che del capraio, del latifondista di turno …

Ora, per finire, esporrò, brevemente, con l’ausilio preponderante delle immagini (tutte tratte, tanto per cambiare …, dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia) ciò che potrebbe aver condizionato l’Arditi (lo storico …) a proporre quel ricca con la vaga giustificazione di concordanze topografiche e, forse, di vecchie carte.

Nel dettaglio di Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata dell’Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati di figura, tavola di Gerardo Mercatore, uscita ad Amsterdam nel 1589, toponimoAQUARICCA.

Nel dettaglio di Terra d’Otranto6 di Antonio Bulifon (seconda metà del XVII secolo), toponimi:

ACUA RICCA DI LECCE     ACQ. RIC. DEL CAPO

Nel dettaglio di Terra di Otranto olim Salentina & Iapigia di Giovanni Antonio Magini (1555-1617), toponimi: CRAPARICA   ACQUARICCA DI LECCIE   ACQUARICA DEL CAPO    CAPRARICCA DEL CAMPO

 

Da notare in CRAPARICA la metatesi capra>crapa (che è poi la forma dialettale salentina).

Nel dettaglio di Terra di Otranto, olim Salentina & Iapigia di Giovanni Giansonio (circa 1660), toponimi:

CRAPARICA  ACQUARICA DI LECCIE  ACQUARICA DEL CAPO   CAPRARICCA DEL CAMPO

Nel dettaglio di Terra di Otranto olim Salentina et Iapigia, tavola del Theatrum orbis terrarum sive Atlas novus di Joan Blaeu, pubblicato nel 16357, toponimi:

CRAPARICA    ACQUARICA DI LECCIA    ACQUARICA DEL CAPO   CAPRARICCA DEL CAMPO; in quest’ultimo toponimo la m si presenta sovrascritta:

L’ultimo toponimo con CAMPO invece di CAPO nelle tre ultime carte appena esaminate mostra la affidabilità non totale di documenti di questo tipo e come spesso il perpetuarsi dell’errore sia dovuto ad una sorta di copia-incolla ante litteram.

 Nel dettaglio della Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente e data in luce da Domenico De Rossi e dedicata all’Imparegiabile Virtù e Merito dell’Ill.mo e Rev.mo Sig.re Monsig.re Francesco Maria d’Aste Arcivescovo d’Otranto, Primate de Salentini, Prelato Domestico, e del Soglio Pontificio Vescovo Assistente. Data in Luce da Domenico De Rossi dalle sue stampe in Roma alla Pace con Priv. Del Sommo Pontefice l’Anno 1714, toponimi:

CRAPARICA    ACQUARICA DEL    CAPRA RICCA 

I dettagli che seguono sono tratti dall’Atlante geografico del  Regno di Napoli  di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra, uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale dal 1789 al 1808. Toponimi: ACQUARICA  CAPRARICA   ACQUARICA DEL CAPO  CAPRARICA

I nostri due toponimi hanno ormai raggiunto e stabilizzato la forma attuale.

 

__________

 

1 Varrone (I secolo a. C.), De re rustica, II, 3, 10: Contra in Sallentinis et in Casinati ad centenas pascunt (Invece presso i Salentini e nel territorio di Cassino pascolano in greggi di cento capi). Poco prima, parlando di capre, aveva detto che in altre zone le greggi contavano in media cinquanta capi.

2 Epodon libri, III, 15-16: Nec tantus umquam Siderum insedit vapor/siticulosae Apuliae (né mai tanta arsura del cielo calò per la sitibonda Puglia. Altri riferimenti, sempre per la Puglia: Satirae, I, 5, 86-91: Quattuor hinc rapimur viginti et milia raedis/mansuri oppidulo, quod versu dicere non est,/signis perfacile est: venit vilissima rerum/ hic aqua, sed panis longe pulcherrimus, ultra/callidus ut soleat umeris portare viator. Nam Canusi lapidosus, aquae non ditior urna [Da qui siamo trasportati velocemente in carrozza per ventiquattro miglia per restare in una piccola città che non è possibile nominare con un verso ma facilissimo con i dettagli: qui la più diffusa delle cose, l’acqua, viene venduta, ma il pane è di gran lunga il migliore, sicché l’astuto viandante suole portarne oltre in sulle spalle. Infatti a Canosa è duro come la pietra e (la città) non è più ricca di un’urna d’acqua]; Carmina, III, 30, 10-13: Dicar, qua violens obstrepit Aufidus/et qua pauper aquae Daunus agrestium/regnavit populorum … (Si dirà che io, per dove rumoreggia il violento Ofanto e per dove Dauno povero di acqua regnò su popoli agresti …).

 

3 In nota l’Arditi cita Alfano, Istorica descrizione del Regno di Napoli, p. 119.

 

4 Nel dialetto neretino (ma la voce è in uso anche a S. Cesario di Lecce, Galatone, Seclì e Spongano) lacquàru [per agglutinazione dell’articolo, forse per influsso di laccu, che è dal greco λάκκος (leggi laccos)=stagno, da cui il latino lacus e da questo l’italiano lago : l’acquàru>lacquàru>lu lacquàru) è sinonimo di pozzanghera. In provincia di Vibo Valentia c’è il comune di Acquaro.

 

5 Non è da escludere per entrambi un’origine prediale, rispettivamente da Aquàrius e Capràrius, ben attestati nel CIL. I suffissi prediali sono –ànus (prevalentemente) e –icus (quest’ultimo dal greco –ικός (leggi –ikòs). Così si possono ipotizzare degli originari Aquàrica e Capràrica neutri plurali (rispettivamente: cose, possessi di Aquarius e di  Caprarius) o femminili singolari (in tal caso è sottinteso terra). Anche così, però, il ricca è fuori gioco e i nostri due toponimi avrebbero avuto una formazione analoga, giusto per fare un esempio, a Follonica, che molto probabilmente è da fullònica (sottinteso officina)=lavanderia; fullònica, a sua volta è aggettivo femminile singolare da fullo/fullonis=lavandaio. L’origine prediale, però, mal si concilia con la datazione di nascita piuttosto recente (X-XI secolo) proposta dall’Arditi.

 

6 Ecco l’intera tavola ed il dettaglio della dedica a Giuseppe Antonio d’Aragona d’Aijerbe Principe di Cassano, Duca di Alessano etc.

7 Ecco l’intera tavola e il dettaglio della dedica al vescovo di Nardò Fabio Chigi (sul quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/)

 

 

 

L’arte di intrecciare il giunco ad Acquarica del Capo (II parte)

di Tommaso Coletta

La raccolta

Che il giunco sia un’erba palustre dovrebbe essere noto un po’ a tutti, se non altro per averlo notato sulle dune o nei terreni a ridosso delle nostre spiagge. La pianta è formata da steli filiformi più o meno sottili, alti da un metro a un metro e mezzo, allo stato vegetativo di colore verde.

La raccolta, essendo un lavoro molto duro e all’epoca anche pericoloso per via della malaria, è stata da sempre riservata agli uomini. Questi, nel periodo estivo, partivano di notte, in bicicletta o con i traìni, per recarsi alli paduli che, se andava bene, erano situati nelle vicine attuali marine di Torre Mozza o Lido Marini, ma il più delle volte la destinazione era per i paduli molto più estesi e quindi abbondanti di materia prima, situati ad Avetrana, Laghi Alimini, Le Cesine. Quindi si trattava di fare dei viaggi da 100-150 km. considerando poi che al ritorno, dopo ore e ore di duro lavoro sotto il sole, portavano sulla bicicletta un carico fino a un quintale di paleddhu, si comprende benissimo la fatica bestiale di questi uomini.

Cestinaie all'opera, tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria
Cestinaie all’opera, foto tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria”

A tal proposito riporto un aneddoto che spesso mi raccontava mio padre il quale durante il ritorno da uno di questi viaggi in bicicletta, di notte, dovendo affrontare una lunga salita, staccò la dinamo dalla ruota per rendere meno faticosa la pedalata. Caso volle che quasi al culmine della salita fu fermato dai Carabinieri che gli contestarono il fatto di procedere sulla strada a luci spente e che pertanto dovevano fargli la multa. Mio padre cercò di chiarire i motivi della sua trasgressione spiegando che lui normalmente viaggiava con i fanali accesi ma che, dovendo affrontare la salita con un quintale di paleddhu sul portapacchi e stanco com’era, aveva fatto la furbata di disinserire la dinamo. I Carabinieri compresero la situazione (bontà loro) e lasciarono andare mio padre con la raccomandazione di riaccendere i fanalini una volta finita la salita !

Oggi i pochi che ancora si dedicano a questa attività utilizzano (e vorrei vedere!) quanto meno il mitico Apu. Le operazioni di raccolta potevano durare giorni e anche settimane; la raccolta vera e propria – in rapporto alla qualità del materiale, più o meno fine – poteva avvenire a mano, per estirpazione, oppure a taglio con l’ausilio di appositi falcetti. Per chi volesse approfondire lo specifico argomento, suggerisco il sito

http://www.bpp.it/apulia/html/archivio/2005/I/art/R05I151.htm

La bollitura e l’essiccazione

Arrivati al paese con la bicicletta o il traìnu, si procedeva a scaricare il raccolto, si slegavano i grossi fasci facendone dei mazzetti più piccoli che venivano poi immersi in un grande recipiente pieno d’acqua dove bollivano per circa un quarto d’ora. Quindi si toglievano e venivano adagiati per terra dove lentamente raffreddavano. Successivamente, in genere l’indomani, si riprendeva il tutto e lo si stendeva su un terreno oppure sulla terrazza (liama) dove lo si lasciava per una quindicina di giorni fino a che, da verde che era, lu paleddhu diventava color paglia. A questo punto si raccoglieva in fasci più grossi e veniva conservato in un luogo asciutto.

Cestinaie alla Fiera dell’Artigianato che si tenne a Lecce nel 1956 (foto tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria). La prima ragazza a sinistra è la madre dell’Autore, di 19 anni d’età

La zolfatura

Man mano che serviva lu paleddhu per lavorare i cestini, si doveva procedere prima alla zolfatura dello stesso, allo scopo di ingiallire e rendere più malleabile il filo.

Per prima cosa occorreva far rinvenire nuovamente, tramite immersione in acqua di circa mezz’ora, lu paleddhu secco quindi, dopo averlo sgocciolarlo, se ne facevano dei mazzetti che venivano disposti lungo le pareti della “stufa” (una sorta di minuscolo stanzino di circa un metro). Intanto, in un recipiente metallico, in genere una vecchia pentola, si mettevano i carboni ardenti sui quali veniva versato lo zolfo.

Devo confessare che questa operazione mi affascinava moltissimo. Se ero presente durante queste fasi, dovevo per forza essere io a buttare lo zolfo sulle braci: subito si innescava una modesta fiammata, poi si sviluppava un fumogeno e tutta l’aria era infestata dal forte odore pungente dello zolfo.

Il recipiente così fumante lo si metteva al centro della stufa, quindi si chiudeva lo sportello di legno avendo cura di sigillare tutte le fessure intorno con stracci umidi. Si lasciava così fino all’indomani, a questo punto lu paleddhu era pronto ad essere lavorato.

Per piccole quantità di paleddhu, al posto della stufa, si utilizzava, con lo stesso procedimento, un grande recipiente di terracotta lu cofunu, (sorta di grande vaso utilizzato anticamente anche per il bucato).

Il processo di zolfatura poteva essere ripetuto anche sugli articoli già realizzati e finiti per renderli ancor di più di un bel colore giallo paglierino.

Cartolina di Aquarica con vedute e i caratteristici cestini

La tintura

Il processo di tintura non è fondamentale all’interno del ciclo di trasformazione, infatti lo scopo di questa procedura è quello di disporre di fili di paleddhu colorato in maniera da abbellire con motivi ornamentali di colore diverso i vari articoli di cestineria. Si arrivava perfino a inserire dei caratteri in modo da comporre un nome, una dedica e altro.

Con lo stesso procedimento che le nostre nonne adottavano in passato per tingere di nero i pochi capi di vestiario a disposizione in occasione di lutti, si coloravano i fili di paleddhu. In un pentolone pieno d’acqua bollente si versava una bustina dell’apposita polverina colorante, rossa, verde, viola; la si scioglieva e poi si immergeva un piccolo mazzo di paleddhu già secco che, dopo una quindicina di minuti di bollitura, era diventato del colore desiderato. Quindi si toglieva dall’acqua e lo si stendeva ad asciugare per poi essere utilizzato nella lavorazione.

Ho raccontato i miei ricordi legati alla lavorazione del paleddhu, ho descritto le principali fasi del ciclo di produzione, non mi resta che riportare alcuni cenni storici tratti dalla pubblicazione realizzata dagli alunni dell’Istituto Comprensivo Statale di Acquarica del Capo edita nell’anno 2001 da PrintLeader editrice di Tricase; il volume ha per titolo “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria”.

Non si sa quando gli Acquaricesi abbiano scoperto il giunco e iniziato a lavorarlo. La prime notizie documentate ci sono fornite da G. Arditi, nel 1879. L’autore scrive che le donne acquaricesi, oltre che collaborare con gli uomini ai lavori agricoli, si dedicano anche “all’industria speciale di tessere sporte, cestini e fiscelle di giunco (iuncus et fusus), che chiamano volgarmente Pileddu”.

Il giunco palustre, raccolto nelle paludi dell’Avetrana e in quelle di Ugento e Acaja, opportunamente trattato, veniva lavorato per ottenere “quelle utili e svariate fatture, alcune delle quali meritarono di stare all’Esposizione mondiale di Vienna nel 1873”.

Cosimo De Giorgi nel 1882 conferma la notizia dell’esposizione dei cestini acquaricesi a Vienna dove, aggiunge l’autore, “meritarono un premio”.

Successivamente i cestini furono esposti alla Mostra Nazionale di Torino, in seguito alla quale si ebbero numerose commissioni. La mancanza nel paese di un opificio organizzato non consentì tuttavia un’adeguata risposta.

Una Casa londinese, che aveva ammirato i cestini nell’esposizione di Vienna, manifestò il suo interesse inviando un suo rappresentante in Acquarica. Questi, “raggruppando quelle poche lavoratrici del giunco in un solo centro, giunse a far rifiorire questa industria del panieraio. E i prodotti furono spediti in Inghilterra ed in Germania, e per tutto furono accolti con favore, anche per la tenuità del loro prezzo”.

Sul finire dell’800 l’industria decadde; continuò tuttavia la lavorazione del giunco a conduzione familiare. I cestini prodotti dalle spurtare (cestinaie) di Acquarica erano molto usati nella vita quotidiana della civiltà contadina del tempo ed erano venduti nei mercati paesani di tutto il Basso Salento da piccoli commercianti del luogo. Periodicamente arrivavano in paese anche rivenditori delle province di Bari e di Brindisi per ritirare i cestini ordinati.

Spesso, per le precarie condizioni i vita della maggior parte della popolazione e la limitata circolazione del denaro, i cestini venivano barattati con prodotti alimentari (legumi, formaggio, farina, olio, vino, taralli,…).

Nella prima metà del ‘900, il commercio dei cestini cominciò a rifiorire. A partire dal 1926 nacquero e si svilupparono piccoli opifici per iniziativa di alcuni imprenditori, come Vito Palese ed Eugenio Zonno col figlio Salvatore. Questi chiamavano a lavorare, presso le proprie abitazioni, le cestinaie, in gruppi di 15- 20. La giornata lavorativa iniziava alle 7 del mattino e terminava la sera.

Quando si dovevano preparare spedizioni urgenti, si lavorava anche la notte per terminare i cestini e apporre le etichette sui prodotti da imballare. Questi venivano spediti oltre i confini salentini (Bari, Rimini, Riccione, Milano, Firenze) e all’estero (Inghilterra, Svizzera e perfino in America).

Gli stessi imprenditori, durante l’estate, si recavano personalmente a Rimini e a Riccione per vendere lungo le spiagge borse e cestini vari, paglie e scarpe. Alcuni cestini venivano spediti all’isola d’Elba presso l’Istituto di pena dove i carcerati li usavano per portarsi il pranzo quando andavano a lavorare fuori dalle carceri. I lavori più belli, esposti presso le fiere nazionali e internazionali, ottennero vari riconoscimenti e venivano richiesti, su ordinazione, da commercianti del Nord Italia.

A partire dagli anni ’60, la lavorazione del giunco cominciò a subire un lento e graduale declino. Le cause di tale declino sono molteplici:

Prima fra tutte l’avvento dei materiali plastici che duravano di più ma soprattutto costavano meno, poi il ridursi dei territori paludosi via via bonificati, ed infine il fenomeno massiccio dell’emigrazione che a partire dagli anni ’50 ha spinto molti acquaricesi alla ricerca di un lavoro più redditizio nel nord Italia e all’estero.

Cestini Acquarica esposti Ecomuseo della civiltà palustre Villanova di Bagnacavallo

informazioni finali

Il 27 dicembre 2008 ad Acquarica del Capo è stato inaugurato il Museo del Giunco Palustre, per valorizzare un’arte che è peculiare della storia sociale ed economica di questo paese.

Il museo ospita una sezione dedicata alle varie fasi del ciclo di trasformazione, dalla raccolta al prodotto finale. Inoltre si possono apprezzare numerosi manufatti in giunco realizzati dalle spurtare di Acquarica che ancora oggi continuano ad intrecciare lu paleddhu. Di particolare interesse è poi la presenza del Presepe di Giunco, e di varie foto storiche di lavoratrici del giunco.

I prodotti delle spurtare di Acquarica possono essere ammirati anche all’ Ecomuseo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo in provincia di Ravenna (vedi mia foto 2) dove, oltre a innumerevoli oggetti di produzione locale realizzati con materiale derivato dalla vegetazione palustre, sono presenti analoghe testimonianze di varie civiltà provenienti da tutti i continenti.

 

La prima parte può leggersi cliccando il link in basso:

 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/08/larte-di-intrecciare-il-giunco-ad-acquarica-del-capo-patria-delle-sporte/

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