Il genio e la circostanza

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di Pier Paolo Tarsi

Una delle costruzioni più dure a morire è l’esistenza del genio individuale, di qualunque natura: scientifico, filosofico, militare, politico, artistico… Ci sono scoperte, invenzioni, imprese e conquiste che identifichiamo con questo o quell’individuo a cui le attribuiamo strettamente solo perché prescindiamo dalla situazione, di fatto questa è una mera semplificazione, un’astrazione. “Io sono io e la mia circostanza”, e con ciò Ortega Y Gasset disse sostanzialmente tutto.

Se guardiamo una regione dall’alto vedremo forse dal principio il profilo addensato e unitario di una città, un agglomerato a cui possiamo dare un comodo nome: una diremo che è Darwin, l’altra Einsten, una Dante, l’altra Cartesio o Steve Jobs e così via.

Tutto questo può essere molto utile e sbrigativo, permettendoci di prescindere dalle circostanze. Ma ovunque ci prendiamo cura di fare l’ingrandimento, se scendiamo per terra e mettiamo i piedi nella storia, ci accorgeremo che non esiste alcuno che possa portare legittimamente da solo il nome di quella città, frutto del contributo di molti uomini che in varie epoche edificarono una via qua, una piazza là, elementi che poi uno trovò il modo soltanto di unire facendone un percorso unitario, quando i traffici intorno a lui premevano per quella soluzione.

È questa propriamente che consideriamo l’atto creativo, la scoperta. Per dirla con Poincaré: “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. L’uomo non è un dio creatore ma un demiurgo che plasma il mondo e con ciò se stesso. Se davvero pensiamo, per porre un caso, che della “selezione naturale” ci abbia parlato di bello e buono Darwin è solo perché siamo a digiuno dei discorsi tra gentiluomini dell’epoca o trascuriamo le pratiche umane di allevamento che esistevano da millenni prima del nostro, o ancora molto semplicemente non abbiamo mai aperto “L’origine delle specie”.

Con ciò non si vuole negare il merito ad alcuni individui, si vuole solo restituire questi ultimi al tempo e alla storia, ossia a una data relazione e circostanziata interazione con altri simili che propriamente li ha abilitati, li ha resi più o meno capaci in questo o in quello.

Mitigare l’idea del genio e demistificarla non è un atto di invidia ma è un atto liberatorio per le forze cooperative dell’umanità, un atto con una portata etica che dovrebbe informare sempre l’educazione in quanto pone di fronte alla verità che si deve restituire all’umanità nella misura in cui ogni atto creativo è disporre con fatica della circostanza, ossia degli elementi creati dalle fatiche altrui.

Ciò significa che tutto appartiene all’umanità in generale, che tutto ciò che si è fatto dal principio dei tempi si è fatto almeno in due, o non sarebbe mai venuto alla luce.

Pertanto il bene, la fama o la ricchezza che potrebbero conseguire per l’individuo che vogliamo – giustamente – libero e intraprendente per sé stesso, padrone dei frutti della propria iniziativa e fatica, sono piantate nelle fatiche degli altri, dell’umanità tutta, e per definizione sono crediti di questa comunità che vanta interessi.

Decidere il loro ammontare è il fatto politico della giustizia sociale.

 

Il salentino non è che un’identità irrisolta…

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di Pier Paolo Tarsi

La fantasia, si sa, regala infiniti criteri per guardare nuovamente alle cose e agli uomini; nelle sue giocose combinazioni e negli intrecci possibili talvolta illumina aspetti propri del reale altrimenti invisibili, ad esempio qualcosa del carattere degli abitanti di questa terra. Allora, proviamo, immaginiamo due stirpi che convivono, la prima piantata nella terra, la seconda approdata dal mare e come destinata a tornarvi. Il salentino non è che un’identità irrisolta che si riavvolge senza posa tra questi due caratteri, tra un legame con la terra ed uno fatto di speranze e timori con i due mari. Non è gente di mare questa, sta e vive sulla terra, ma come in attesa che il mare non porti sventure, oppure si calmi e il vento sia favorevole per andare non si sa dove. L’ulivo ci dice il suo primo modo di essere, il suo radicarsi, il suo progettarsi nei millenni in un matrimonio con una terra a cui giura fedeltà. Ma fra i tratturi e le fronde si intravede sempre un orizzonte azzurro che cova una minaccia pronta a scompaginare tutto o, altrimenti, promette un’altra esistenza, un’altra occasione.

L’Università del Salento al tempo della Buona Scuola

immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/
immagine tratta da: http://www.oldsite.unile.it/ateneo/ateneo/sedi/

di Pier Paolo Tarsi

Il nostro ateneo al tempo della Buona Scuola: alcune domande che il Magnifico Rettore dell’Università del Salento dovrebbe porsi urgentemente.

Leggo spesso di una perdurante e avanzante crisi del nostro ateneo dovuta a varie e diversissime ragioni, strutturali e contingenti. Una di queste ragioni è la spesso menzionata carenza di una fitta ragnatela di connessioni stabili e produttive con il tessuto territoriale. Non oso minimamente addentrarmi nelle difficoltà che la delicata questione implica, basti qui il richiamo ad una relazione evidente sulla quale certamente converremmo tutti e che non necessita di ulteriori giustificazioni: ogni passo indietro, di qualunque tipo e natura, sia compiuto dall’Università del Salento, costituisce un passo verso il baratro per il nostro territorio. E viceversa naturalmente. La consapevolezza di questo condiviso destino è la ragione per cui bisogna guardare all’ateneo salentino se si tiene alla crescita continua di questo territorio: un progetto questo semplicemente impossibile senza un’operosa università che abiti e vivifichi il contesto con saperi e competenze utili. Proprio a tal proposito un modesto spunto dal punto di vista di un insegnante vorrei fornirlo, sperando di non risultare con ciò supponente. Faccio il docente in una scuola superiore ai “confini” del nostro territorio, Manduria, una cittadina che si sente “leccese” pur essendo “tarantina”. La scuola italiana, come noto, è stata recentemente riformata in molti aspetti, pessimamente a mio parere, ma qua soprassiedo e considero solo un elemento positivo: la formazione continua dei docenti. Ogni insegnante a tal proposito avrà annualmente una somma di 500 euro a disposizione per spese legate solo ed esclusivamente (pena la restituzione) alla sua formazione e all’aggiornamento: libri, strumenti informatici, corsi di formazione. 500 euro per tutti i docenti, di tutti gli ordini e gradi, di ogni disciplina, di ogni scuola del territorio! Mica bruscolini! Al di là di ogni valutazione sulla questione bonus che in questa sede tralascio, credo che questa possa essere un’opportunità concreta intorno alla quale edificare una connessione costante tra università del Salento e insegnanti che operano sulle scuole del territorio. L’offerta di corsi, anche online, creati ad hoc da enti accreditati o altro, è praticamente già sterminata, la qualità degli stessi è spesso però discutibile. Alla luce di ciò, e andando subito al dunque, la questione da porre e affrontare quanto prima per il nostro ateneo è allora, credo, la seguente: cosa offre l’Università del Salento alla luce dei cambiamenti del contesto scolastico che interessa anche il nostro territorio? Cosa fa per intercettare il bonus di migliaia di docenti che vivono qua? Cosa offre l’ateneo alla massa di docenti che vogliono veramente approfittare dell’occasione di una cifra utile a formarsi? Cosa offre l’ateneo a quanti non vorrebbero soltanto comprare un pc all’anno oppure arricchire semplicemente un curriculum di titoli e relativi punteggi da esibire al prossimo dirigente scolastico che dovrà scegliere il suo staff? L’ateneo salentino sta organizzandosi per rispondere adeguatamente con un’offerta formativa pensata per quei docenti che, agendo in tutte (tutte!) le scuole del territorio, intendono innalzare il proprio livello culturale, premessa per meglio formare coloro che costituiscono il futuro del territorio? Non sono forse gli insegnanti gli unici che possono fortificare la preparazione di coloro che un giorno potrebbero rappresentare l’utenza stessa in ingresso dell’ateneo? Facciamo degli esempi concreti che solo chi lavora a scuola può fornire. Attualmente le aree di intervento del docente di sostegno sono di fatto abolite. Il che vuol dire che un docente di chimica impegnato sul sostegno potrebbe dover supportare un alunno con difficoltà di apprendimento in filosofia, o un docente di filosofia dovrebbe spiegare un circuito elettronico a un suo studente. L’Università del Salento, come ogni altro ateneo, offre corsi su singoli insegnamenti. Al momento sono un insegnante di sostegno in un agrario, mi piacerebbe allora molto – e tornerebbe molto utile sia a me che ai miei studenti – poter svolgere esami singoli di chimica organica, di zoologia, di biologia molecolare ecc. senza svenarmi e senza incappare in mille difficoltà organizzative per frequentare quei corsi. Non mi basta – e se mi bastasse non mi accontenterei comunque – quanto ascolto dai pur ottimi e collaborativi colleghi per aiutare i miei studenti in quelle materie: semplificare una lezione implica un possesso di conoscenze ulteriori, un orizzonte molto più ampio sulla disciplina di riferimento della quale si trattano specifiche nozioni o aspetti. Infatti, se c’è qualcosa che è difficile realizzare e richiede padronanza di una materia, è proprio il render semplice un contenuto, il riformularlo in mille maniere agevolando il processo stesso di apprendimento! E se domani passerò in un tecnico industriale? Quali nuove sfide dovrò attrezzarmi ad affrontare sul piano dei contenuti per far meglio il mio mestiere? Magari vorrò e dovrò impratichirmi in elettronica, mai studiata però all’università e nemmeno al liceo, avendo fatto lo scientifico! E quale miglior luogo dell’Università per colmare le mie lacune conoscitive? Così, ad esempio, mi domando: l’Università sta pensando a convenzioni con i docenti e con le scuole in questo senso? Fare un esame singolo attualmente ha un costo di 25 euro a CFU a Lecce, un esame da 9 CFU mi costerebbe 225 euro, poi dovrei acquistare i libri per studiare ecc. Che sia troppo dispendioso per un docente chiamato a formarsi continuamente e su molti, diversissimi, saperi? A Milano mi costerebbe meno, dal secondo insegnamento in poi quasi nulla! Che si possa pensare a convenzioni specifiche per i docenti delle scuole del territorio? Ancora, ammesso che il prezzo mi paia alla portata del mio bonus (lo stipendio è già impegnato, mi serve per sopravvivere ahimé!), come faccio a frequentare quei corsi se non vengono coordinati con le attività mattutine della scuola e spostati nel pomeriggio? Cambiamo esempi, e domande. Oltre ai corsi disciplinari già esistenti, è possibile che l’Università non possa concepire pacchetti formativi interdisciplinari, eterogenei e specifici per singoli aspetti della professione dei docenti, ossia organizzati tanto nei contenuti quanto nei tempi e nell’organizzazione per le particolari esigenze formative di chi opera in una scuola in continuo cambiamento? Perché, per esempio, per un corso di aggiornamento sulla dislessia o sulla valutazione nella programmazione per competenze devo affidarmi a questo o quell’ente formativo, a questa o quella Università online, quando l’ateneo salentino potrebbe predisporre – tanto in presenza quanto online – sulla base di personale e competenze di ogni disciplina di cui dispone, un’offerta formativa costantemente aggiornata, puntuale, mirata, concordata magari con le scuole stesse, meticolosa nella risposta ai bisogni formativi del contesto territoriale, delle scuole e delle reti già costituite fra queste? Perché università e scuole non si incontrano in queste forme di condivisione e scambio dei saperi e delle competenze, della programmazione formativa oltre che sul piano della ricerca sperimentale e persino degli spazi? Perché l’Università non si fa itinerante, non va incontro al territorio, per esempio non pretendendo che i professionisti vadano nelle sue strutture ma inviando le proprie risorse umane nelle strutture altrui per formare in loco, dove opportuno e richiesto? Perché questi steccati così vetusti e limitanti che qualunque ente di formazione ha già superato? In un mondo ormai fondato sulla formazione professionale permanente, cosa offre il nostro ateneo per i professionisti del territorio, a cominciare dagli insegnanti? Perché un’anziana signora che si laurea fa ancora prima pagina nel nostro territorio? Perché l’Università del Salento è organizzata solo intorno al cliché dello studente giovane e disoccupato? Siamo sicuri che un’utenza del genere è l’unica immaginabile o quella su cui primariamente puntare in un paese a natalità zero e in un mondo in cui la formazione si conclude con l’inumazione al camposanto? Le risposte operative a queste domande configurano delle possibilità a mio avviso realizzabili, aprono ponti percorribili, in breve, possono rappresentare spunti in grado di innescare un circolo virtuoso a vantaggio di tutti coloro che intendono vivere, formarsi e credere nel futuro di questo territorio.

Cultura e peperoncini

peperoncini

di Pier Paolo Tarsi

Vi racconto una storiella che vi fa capire cosa sia veramente cultura, e intendo tutte le declinazioni immaginabili della parola cultura, quella dell’homo economicus, dell’homo faber, l’humanitas in generale, la cultura pratica come quella teorica, quella spirituale come quella materiale, la cultura che dà forma a un uomo nella sua totalità.

Questa storia vi mostra dove queste dimensioni intrecciate in quel che siamo si manifestino davvero, non nei convegni, nelle aule, nei simposi, ma nei comportamenti minuti e quotidiani, azioni che ci dicono quanto un individuo sappia o meno riconoscere un valore (etico, economico, qualitativo, materiale, ecc.) nelle cose che incontra. Vedo da questa veranda mio padre coltivare per mesi con passione e fatica un orto nutrito solo di acqua e sole.

L’ultima settimana l’ha trascorsa a raccogliere da quell’orto dei peperoncini piccanti, a comporli in mazzi a cinquantine (roba da mangiarne con un mazzo per due inverni), a legarli e riporli con cura in una cassetta da portare nel suo negozio. “A quanto li venderai, papà?” gli chiedo ieri. “A un euro e cinquanta” mi risponde. “Ma sei pazzo?” gli dico. “Perché?”. “Tanto lavoro, tanta cura, tanta acqua, hai dovuto tirare via i fili d’erba uno alla volta per mesi per non usare la chimica e li vendi a quel prezzo?”. “Eh, lo so, eppure la gente non dà valore, non li compreranno nemmeno a quel prezzo”. “Impossibile – gli dico io – se vado a comprare cento grammi di peperoncino triturato e confezionato industrialmente in una bustina lo pago già di più, e non è certo coltivato come questo”.

“Vedrai”, mi dice dall’alto di una esperienza scrutata attraverso un sorriso di chi la sa lunga, più lunga di me. Oggi a pranzo mi ricordo di questa discussione di ieri, e gli chiedo “Beh, li hai venduti i peperoncini?”. “Solo un mazzo”. “Uno?”. “Si, a un euro, perché un euro e cinquanta non ha voluto proprio darmelo, e non mi andava di discutere”.

Mio padre fa il fruttivendolo da una vita, la cultura della gente sa valutarla molto più di un rettore del migliore ateneo al mondo; non gli occorrono report pieni di cifre e altre stupidaggini, ti pesa una persona come fosse una cassa di pere: gli basta uno sguardo, o al più scambiarci due parole, senza nemmeno replicare – è un taciturno mio padre – perché comprenda senza margini di errore le dimensioni e lo spessore di chi ha di fronte. Mio padre è un tipo molto paziente, a volte mi fa persino incazzare per quanto paziente sia. La discussione è continuata tra un boccone e l’altro, arricchendosi di dettagli: quella stessa persona che ha preso in questione uno sconto di cinquanta centesimi, ottenuto ciò che voleva, è entrato nel bar vicino, dove ha speso – e gli saranno in questo caso sembrate poco – due euro almeno in una birra industriale fatta di acqua distillata e aromi aggiunti. Capite quanto valgono i nostri aulici richiami alle buone pratiche agricole, le nostre lezioni di economia sostenibile, i nostri lunghi discorsi sul concetto di salute, sul rispetto dell’ambiente, sulla qualità della vita, e così via, all’infinito? Non valgono un cazzo. E sapete perché non valgono? Perché non sappiamo attribuire valore alle cose nel loro rapporto e nelle proporzioni, perché il dato economico impera sullo spessore culturale e sull’utilità vera che le cose e il tempo hanno: le cifre dettano il valore, quando è la cultura che dovrebbe dettare le cifre.

E’ per questa ignoranza profonda se, al di là delle cartoline turistiche, siamo una terra e una cultura al tramonto, è per questa ottusità che svendiamo la storia, il paesaggio, il saper fare; è per questa grettezza mentale che svendiamo e prostituiamo la fertilità e le risorse. Siamo, in poche parole, ignoranti come capre, le quali, almeno, sanno a quale erba puntare, aiutandole in questo discrimine la saggezza millenaria dell’istinto. Sapete come si è concluso il pranzo con mio padre? Lui, come sempre sereno e sorridente, avvezzo a questi fatti del resto già previsti e messi in conto, ha concluso così: “se quel peperoncino ti fa tanto incazzare, non lo venderò più, lo regalerò a chi ne apprezza il valore”. E questa, signori, è CULTURA.

Il tedesco in vacanza

da amando.it
da amando.it

 

di Pier Paolo Tarsi

Lo noti il tedesco in vacanza, e non solo per i suoi calzini. Non appena varca i confini del suo Paese e frau Merkel non può più vederlo, il suo super-Io germanico allenta il consueto rigidissimo controllo o se ne resta addirittura in patria insieme al lavoro, traspare allora da ogni gesto o movenza sciapita un nuovo essere umano rilassato; non gli par vero a questo nuovo tedesco di poter svoltare in auto senza “freccia”, gli si stampa in faccia un sorrisetto da monello impunito quando parcheggia un po’ fuori dalle strisce, e quando non c’è nessuno nei dintorni son sicuro che getti anche carte per terra, anzi, sospetto se le porti ogni mattina appositamente in tasca per dar sfogo alla sua nuova libertà. Se ne vedete uno è facile riconoscerlo in genere dal sorrisetto beato e dall’occhio ridente; se non siete del tutto sicuri che sia un tedesco in vacanza potete ricorrere a un test immediato, divertente e semplice semplice: accostatevi al presunto tedesco in vacanza con discrezione e, nel mentre combina una delle sue marachelle, urlate a caso qualche tenera parola della sua madrelingua. Non c’è bisogno di andare a lezione di tedesco, basta un “achtung” o, per i più arditi, un “Sie sah sie“: se vedrete che si il tipo si impala sull’attenti nel tempo compreso tra 1 e 5 nanosecondi, se gli si intristisce immediatamente il volto e se infine la sua schiena diventa un obelisco piantato in mezzo alla strada, ebbene, avete beccato senza alcun dubbio il vostro tedesco in vacanza.

I treni scontratisi in Terra di Bari e la voce di Eliana

puglia

di Rocco Boccadamo

 

Provo una profonda tristezza, giacché, per l’ennesima volta, sia a livello dei massimi sistemi e vertici istituzionali, sia sul fronte dei vocii, ritornelli e sproloqui d’ogni genere attraversanti i canali d’informazione e/o dei fiumi d’inchiostro versati sulle pagine dei quotidiani, ci si è lasciati andare senza controllo e al di là dei confini, addirittura abbandonandosi, da più parti e pulpiti, a odiose spettacolarizzazioni e strumentalizzazioni della vicenda del gravissimo incidente ferroviario fra Andria e Corato, che ha causato ventitré vittime.

Ancora più amaramente, mi viene di temere che non è e non sarà l’ultima stazione di siffatto calvario comportamentale sul piano del pubblico e singolo dire e sentire.

Ma io, comune e povero pugliese, come mi devo porre al cospetto di quanto accaduto, quale contributo può venir fuori dal mio ragionamento, ancorché ispirato, almeno come tentativo, al massimo buon senso?

Beh, intanto non devo aggiungermi al coro di cui anzi e tenermi ancorato, invece, a pochi, chiari, semplici e inoppugnabili dati di fatto.

Con l’aggiunta, semmai, di sparuti suggerimenti, se e in quanto utili e, nello stesso tempo, all’obiettiva portata delle nostre finanze pubbliche.

Niente più: in fondo, non solevano già i nostri “antichi” tagliar corto con l’affermazione, evidentemente ultra sperimentata, che “le chiacchere stanno a zero”.

°   °   °

La mia regione, per buona sorte di tutti e in primis dei suoi abitanti, non si trova affatto ai margini o all’ultimo posto in classifica, come meglio piaccia dire, del tessuto economico – sociale italiano.

E’ chiaro, vi sono carenze (dove non ne esistono?) e, però, a fianco di molteplici risorse, ricchezze naturali o dell’ingegno, intraprendenze.

Credo che sia ora di finirla con le polemiche a tutto campo, occorre guardare e cercare di affrontare i problemi con decisione, uno per volta, secondo una semplice e ragionevole scala di priorità.

La realtà del binario unico, teatro del disastro di questi giorni, non è una grave anomalia della Puglia; al contrario, in base a una tabella diffusa dal “Corriere della Sera”, la presenza, qui, di strozzature nelle rotaie è sotto la media dell’insieme delle regioni italiane.

I controlli sulla marcia dei due treni non hanno funzionato perché obsoleti o inadatti o inefficienti? Bene, basta togliere le deroghe, sul punto, date alle società concessionarie private rispetto alle regole vigenti e operanti sulle linee gestite dall’entità pubblica Rete Ferroviaria Italiana e definite tra le più efficaci e sicure su scala europea.

Errori da parte di taluni addetti? Purtroppo, non è la prima volta che, a monte delle sciagure, ricorrono manchevolezze umane, ma, al riguardo, le autorità preposte devono occuparsene a riflettori spenti, con tutte le prove e disamine possibili, con estrema serenità di giudizio.

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Di fronte al dramma, si è arrivati finanche a lanciare una campagna mediatica regionale a tutto campo, da Lesina a S. Maria di Leuca, per la raccolta di sangue, certamente iniziativa lodevole e d’indubbia valenza, ma per niente da collegarsi, nello specifico, al numero dei feriti bisognevoli di plasma: lo stimolo a donare il sangue va seriamente proposto in ogni dove e durante l’intero arco dell’anno.

Si ferma a questo punto la penna del comune osservatore di strada e narrastorie, rendendosi del resto conto, nella circostanza, di essersi accostato più a una tragedia che a una semplice storia.

Tuttavia, in conclusione di queste note, si ritiene di trascrivere l’intervento, profondo e puntuale da par suo, oggi pubblicato sul proprio profilo Facebook dalla cara amica leccese Eliana Forcignanò, giovane filosofa, poetessa e critica letteraria:

 

“Non dobbiamo temere la morte, perché, quando noi ci siamo, essa non c’è e, quando essa c’è, noi non ci siamo”. Questo scriveva Epicuro, tuttavia mi riesce difficile credere che, nell’istante in cui i due treni si sono scontrati, le vittime non abbiano incrociato, sebbene per qualche istante, il volto della morte. Per loro non vi è stato silenzio: il clangore nefasto dei treni che entrano uno nell’altro, lo stridere delle rotaie, le sirene dei soccorsi, le urla dei parenti, l’inutile frastuono delle polemiche, il cordoglio di tutti noi espresso con parole veementi di sdegno e sofferenza. Eppure, sono questi i casi in cui la parola, per quanto necessaria a un’elaborazione del lutto e a una canalizzazione della disperazione, rimane tristemente impotente. Né potremo mai sapere ed esprimere per mezzo delle parole ciò che hanno provato le vittime, né, forse, riusciamo a esprimere quel che ci tormenta adesso. Da un lato, l’idea che su quel treno potevamo esserci noi o un nostro congiunto; dall’altro, la rabbia verso qualcosa che serba ancora contorni troppo imprecisi per essere assunta come capro espiatorio.

  1. La generica accusa che si può muovere contro la politica, infatti, non ha poi note così diverse da quella che noi abitanti del Meridione siamo soliti muoverle sempre: ossia, di averci abbandonati a un destino “di seconda classe” – è tristemente il caso di dirlo – del quale non possiamo più essere artefici, se non attraverso la scelta individuale di andar via, di lasciare questa terra in cui siamo nati e cresciuti. Ma questa è una vecchia storia: la tiriamo sempre fuori e sempre la guardiamo inabissarsi nel sopravvivere quotidiano, almeno per chi resta. Poi, ti colpisce alla radio il pianto disperato del familiare di una vittima che chiede giustizia e prega: “Non lasciateci soli!” Anche in questo caso ti accorgi di quanto la parola sia impotente a esprimere la sete di giustizia. Si fa supplica la parola, una supplica struggente da cui traspare la rabbia, perché la logica continuazione di quell’appello sarebbe: “Non lasciateci soli anche questa volta”, ma, nei fatti, un destinatario cui rivolgere l’appello non c’è: il potere cambia faccia, la gente riprende la sua vita seppur nello sconvolgimento generale, ma il dolore, acuto e lancinante, appartiene a chi sopporta la perdita di una persona cara e rimane a noi impenetrabile. Allora, la domanda è quella che i Fontamaresi di Silone rivolgerebbero anche a noi: che fare? Qualcosa d’importante lo hanno fatto i donatori di sangue; qualcosa, per quanto di poco conto, può farla ognuno di noi ascoltando quella stanchezza che ci viene dal profondo: la stanchezza di vederci compianti e immiseriti, la stanchezza di dover supplicare per ottenere giustizia, la stanchezza di udire polemiche tanto bieche quanto sterili, perché, se è vero che la parola è impotente, molto può la consapevolezza di essere stanchi: chi è stanco si ferma, rifiuta di portare oltre i pesi, recalcitra. Forse, dovremmo fermarci, rifiutare, recalcitrare dinanzi all’ovvietà di certe consolatorie promesse e pretendere che venga davvero restituita ai nostri morti la dignità di esser caduti in una terra in cui, da sempre, è più facile cadere che rialzarsi. “Gettate foglie sui morti – scriveva il poeta Salvatore Toma – poiché sono essi i veri vivi”.

Lu Torinu

illuminazione

di Pier Paolo Tarsi

Il giorno di San Pietro e Paolo era l’unico giorno dell’anno in cui vedevo questo anziano cugino di mio padre, lu Torino. L’omaccione si presentava alla porta verso l’imbrunire, scambiava due parole con i miei con quel suo vocione profondo, grosso e ruvido, dopo di che mi prendeva in braccio o per mano e mi portava nella sua macchina, una vecchia topolino. Per strada non diceva una parola ma fumava una nazionale dopo l’altro, rigorosamente senza filtro, ogni tanto si girava verso me e aggiungeva soltanto: “appostu Pietrupauluuu?”. Io annuivo e si procedeva così per qualche altro chilometro. Giunti a Galatina parcheggiava verso la stazione, tirava via la leva del cambio in legno (un sistema antifurto ante-litteram) e se la portava in una mano. Con l’altra mano trascinava me tra le bancarelle e le luminarie, fino alla piazza del paese, il centro della festa, dove a un angolo c’era il venditore di scapece. Appena ci vedeva sbucare, quello interrompeva ogni trattativa o vendita in corso e tirava fuori una bottiglia di vino con un pezzo di sedano che fuorisciva dal collo di vetro e tre fette di pane, una per me e le altre due per loro. Mangiavano la scapece accompagnandola con quel pane e si passavano la bottiglia, che ogni tanto finiva anche tra le mie mani, mentre parlavano forse di affari e altre faccende per me incomprensibili. La mia unica occupazione era tenere in mano la mia razione che puntualmente non riuscivo a mandare giù, fino a quando non trovavo il coraggio di dirlo a Torino. Lui allora borbottava qualcosa amaraggiato dal mio rifiuto, non riusciva proprio a capacitarsi che a qualcuno la scapece potesse non piacere; alla fine, sbuffando e alzando le spalle, accettava. Finito lui l’ultimo pezzo di pane, tornavamo alla topolino, infilava la leva del cambio al suo posto e ripartivamo. Sulla via del ritorno, tra una sigaretta e l’altra, la frase diventava “t’ha piaciuta la festa Pietrupauluuu”, io annuivo, e si procedeva così fino a casa. Sono passati più di trent’anni da quelle sere, ma io, ogni 29 di giugno, aspetto ancora che sbuchi la topolino di Torino da un momento all’altro.

 

Sullo spettacolo di Taurino

di Pier Paolo Tarsi

(http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/26/antonello-taurino-e-lo-scherzo-del-secolo-a-gallipoli/)

Foto di scena 1

Non giriamoci attorno e andiamo subito alla domanda che il pubblico pagante si fa di fronte a uno spettacolo comico: fa ridere? Si, fa ridere eccome, fa ridere tanto davvero. E già questo, a molti, potrebbe giustamente bastare, sebbene non a Taurino, sospettiamo. Per chi non si accontentasse potremmo dire qualcosa di più intorno a questo far ridere, per esempio potremmo chiederci: fa ridere tutti?

Qua le cose si complicano, e come spesso capita nella vita è proprio la sfiga, quella che ci segue anche a teatro, a regalarci le risposte e le intuizioni migliori sulle cose: in sala (in realtà il meraviglioso Chiostro di San Domenico a Gallipoli) c’era un solo ragazzino, uno solo. Indovinate dove era seduto? Già, alle spalle di chi scrive!

Non era uno spettacolo per lui, tant’è che dopo mezz’ora il ragazzetto parlottava ormai solo, faceva acrobazie scomposte e rumorose sulla sua sedia e delirava preoccupantemente, rifiutandosi ormai anche sua madre di spiegargli perché lei e l’amica se la ridessero tanto. Certo, non pareva un tipo molto sveglio per dirla tutta, ma questo, in ogni caso, ci dice qualcosa sul “come” arrivi a regalarci risate Taurino, ossia qualcosa sulla sua specifica vena comica che non ne fa uno spettacolo per tutti, seppur decisamente per molti. Un limite questo? Niente affatto, una caratterizzazione semmai, da cui partire per qualificare i modi dell’arte di Taurino in questo spettacolo scritto, costruito e interpretato da lui.

Arte, e niente affatto solo arte comica. Anzi, di fronte alla coscienza chiara di questo fatto ci mette la costruzione che Taurino tiene in piedi per quell’ora e mezza che vola, letteralmente: far divertire il pubblico è una cosa molto seria e le competenze da mettere a frutto sono davvero tante, da ricercare anche laddove non ce le aspetteremmo mai. Nell’universo e nella cassetta degli attrezzi dello storiografo per esempio: Taurino, dal mare di Gallipoli, ci trasporta sin dai primi minuti nel porto di Livorno, e lo fa come fosse uno storico di professione, con rigore di fonti, dettagli, documenti di ogni genere, e con in più la capacità di far divertire mentre per mano ci conduce a rivivere il processo da cui, sin dal 1500, emerge un’identità corale, lo spirito, la forma mentis del popolo livornese.

Ci svela così il farsi storico di quella tipicità ridanciana dei livornesi, inconfondibile, provinciale e un po’ sboccata, quel loro sguardo “vernacoliere” sulle cose che alleggerisce tutto, l’origine di quello scarto che rende la vita meno greve, meno pisana per dire, ché con la gravità, si sa, i pisani hanno sempre avuto i loro problemi. Con tali premesse, con questo ricorso ai modi di uno storiografo sui generis, Taurino ci immette nella cornice giusta per rivivere fino in fondo quanto accaduto nei giorni di una noiosa estate dell’84, per comprendere cioè il capolavoro assoluto, il fatto storico per eccellenza dell’uomo livornese, l’apoteosi di quel suo modo di stare al mondo e prendersene gioco: sono i giorni in cui tre ventenni prenderanno in giro la città, la nazione, il mondo intero. Complice il caso, magistrale regista di una storia che si complica ad ogni snodo, si arricchisce di toni e sfumature (persino giallistiche a tratti), di protagonisti, attori e profili più o meno comici – e tragici; e complice un Black&Decker ovviamente, quello con cui i tre realizzarono una delle tre finte teste di Modigliani ritrovate nel canale, intaccando la pietra e la reputazione dei più illustri studiosi.

Quello che ne seguirà sarà “l’undici settembre” della storia e della critica dell’arte italiana e non solo. E se credete che non ci sia nulla di peggio dell’undici settembre, è solo perché non ricordate cosa accadde il 13 settembre dell’84 in quel di Livorno: ve lo spiegherà Taurino, se vorrete.

L’intreccio delle vicende, narrato con padronanza della scena, è complesso e ricco di colpi di scena fino all’ultimo, ma all’attore riesce una difficilissima semplicità e di quanto fosse contorto il mosaico non ve ne accorgerete nemmeno. Giovano alla riuscita anche costanti ausili: sul palco vengono proiettate foto, reperti, stralci di giornali, la voce di Taurino riporta altisonanti giudizi di critici d’arte e pomposi discorsi di assessori “alla scultura”, creando spesso dissonanze assurde e comiche con quanto intanto l’occhio vede o lo spettatore viene scoprendo sui falsi di Modì.

Alla fine vi alzerete molto divertiti, ma anche pieni di dubbi e domande che Taurino stesso sollecita e lascia volutamente aperte: chi ha veramente fatto lo scherzo a chi? Tutto ciò è un dramma, tessuto da un destino un po’ beffardo, o una commedia voluta almeno in parte da uomini? Il problema dell’arte (e non solo) è l’essere o il riconoscimento? Il vero autore di un’opera d’arte è colui che sa tenere lo scalpello in mano (o il Black&Decker) o è il corale tessere di un riconoscimento in cui tutti siamo artefici, più o meno credibili o smentibili?

La barchetta

barchetta

di Pier Paolo Tarsi

Erano due le ragioni per cui quello era divenuto il mio posto. La prima era la gravità. Uscendo da quella scuola che si affacciava su una strada in pendio si poteva procedere in salita o in discesa. In salita, verso destra, si andava verso un bar fighetto. Lì la musica di sottofondo era sempre quella del momento, i baristi e le bariste erano belli e giovani, sorridevano mentre servivano professionisti ben vestiti con le loro valigette 24ore. Tutto tintinnava e brillava là dentro, il corvino dei capelli di una ragazza alla cassa, i bicchieri, le tazze, le macchine per fare la cioccolata. Era tutto così pulito e armonico da vedere, persino le coreografiche decorazioni sulla schiuma di latte nelle tazzine erano impeccabili. Insomma, era tutto tremendamente insopportabile. Uscendo procedevo spedito a sinistra, spedito perché in discesa, non per altro. La mia ora buca, la mia ricreazione, le mie attese in vista di una riunione pomeridiana le trascorrevo con Battista, l’anziano barista dell’altro posto. La seconda ragione. Si stava soli nella sua bettola, e si chiacchierava o si stava in silenzio, a seconda della giornate. Ci si comprendeva al volo. La storia era semplice: quattro ripiani, un frigo, una macchina da cui quello, da secoli, mungeva come da una dea madre un caffè vero, nero, forte, una cosa che avrebbe steso almeno tre o quattro checche dell’altro bar in un solo sorso. Si poteva anche fumare là dentro, Battista le sue Muratti, io il mio mezzo toscano, tanto non sarebbe venuto nessuno a romperci i coglioni, a parte sua moglie di tanto in tanto. Eravamo a 30 metri dalla mia scuola e ancor meno dalla stazione, ma non sarebbe venuto nessuno, si poteva star tranquilli. Beh, oggi sono venuto io però, a trovarti Battista. Dopo tanti anni, costretto a passare dal tuo paese, mi sono poi spinto fin là per te. E tu mi muori così, senza nemmeno un ultimo caffè, senza una delle tue invettive su Berlusconi o un panegirico sulle fabbriche di scarpe che erano state la gloria del tuo paesino. E pensa, che ti ritrovo? Un bar fighetto, come quello là sopra, colorato e lindo, con una ventenne spalmata di fondotinta che sorride e serve birre alla moda a tutti. Per un attimo ho pensato fosse una tua nipote. Macché. Nuova gestione mi dice, e tu da un paio d’anni hai mollato tutto, pure la pelle. Va bene Battista, fatti questo viaggio se così deve essere. In discesa, mi raccomando, dove porta questa prima o poi ci si rivede. Arriverò su questa barchetta che ho fotografato per te, quando vorrà prendere il largo.

Gli echi della Magna Grecia e di Bisanzio nell’antologia dedicata al più antico dialetto del Salento

Recensione pubblicata sul Sole 24 ore del lavoro di Brizio Montinaro, Canti di pianto e d’amore dell’antico Salento, Bompiani, Milano 1994-2001.

Un eroico lamento cuore della <gricità>

di Dario Del Corno

A Calimera, un’amena cittadina della Terra d’Otranto che porta nel suo stesso nome il gentile augurio di una “buona giornata”, l’alloro è detto dafni. Così, secondo il mito, si chiamava la ninfa amata da Apollo, che per sfuggire al dio si tramutò nella pianta che incorona i poeti. Per entrambi i nomi, non si tratta di un prestito isolato dall’idioma greco. A Calimera, come in alcuni paesi circostanti ed in altri della Calabria, sopravvive un’isola linguistica dove si parla il <<grico>>, un dialetto che presenta una sostanziale affinità con la lingua della vicina Grecia.

Le tracce di questa derivazione si perdono addietro nel tempo: il Salento fu uno degli approdi privilegiati dagli antichissimi colonizzatori, che tradussero nel nome stesso di Magna Grecia la nostalgia della patria abbandonata e l’ammirazione per il nuovo territorio della loro vita.

Ma la penisola salentina fu anche uno degli epicentri più tenaci della dominazione di Bisanzio in Italia; e ancora nel XIII secolo D. C. i poeti bizantini di Terra d’Otranto, raccolti in una bella antologia da Marcello Gigante (Galatina, 1985), testimoniano la vitalità di una letteratura, che di fronte all’espansione della lingua romanza intendeva rimanere fedele ai modi di una lunga tradizione.
Si discute fra i dotti se il <<grico>> risalga a quei lontani albori della Grecità italica, o se le sue origini vadano piuttosto accostate all’epoca di Bisanzio e alla sua lingua. Per entrambe le ipotesi militano buoni argomenti; ma forse non è necessario ricorrere a una tanto drastica alternativa.

I bizantini sovrapposero un nuovo impulso a una cultura che non aveva mai smarrito il senso della remota ascendenza ellenica, e che proprio per tale

Nella magia del Salento: il viaggio di ricerca di Brizio Montinaro nelle tradizioni arcaiche di Terra d’Otranto

Brizio Montinaro e Massimo Ranieri

Una breve e insufficiente premessa

Sono tante, troppe e spesso immotivate le presentazioni che iniziano con una formula retorica e stereotipa del tipo: «è difficile raccontare, per gli svariati interessi e i tanti meriti, una personalità come…». Non avremmo mai voluto, pertanto, ricorrere a questo logoro topos della scrittura, eppure stavolta vi siamo davvero costretti. È infatti impossibile qui evitare un simile incipit, come francamente impossibile è tratteggiare adeguatamente la personalità di Brizio Montinaro in poche righe che siano, anche minimamente, sufficienti a cogliere la ricchezza che si riflette nei suoi contributi in campi e contesti così diversi, così fortemente eterogenei, al punto che – come si legge nel suo sito web – non sono stati pochi quelli che, prendendo un comprensibile abbaglio, hanno spesso creduto all’esistenza di più omonimi a cui attribuire le tante attività del medesimo individuo. Attore impegnato di cinema e televisione a livello internazionale, artista, uomo di teatro e di spettacolo in tutte le sue forme oltre che scrittore, etnografo ed antropologo raffinatissimo, tutto ciò è contemporaneamente e brillantemente questo salentino. Rinunciando allora, in coerenza, ad aggiungere altro a quanto ogni Spigolatore interessato non possa scoprire direttamente e liberamente dal suo ricco ed esaustivo sito personale  – www.briziomontinaro.it -, in questa sede ci limiteremo soltanto ad indicare, d’ulteriore, un unico tratto umano che abbiamo personalmente riscontrato in Montinaro e che teniamo dunque a testimoniare: la sua completa e generosa disponibilità, qualità alla quale dobbiamo la condivisione senza indugi dei suoi sforzi e delle sue affascinanti – quanto metodologicamente impeccabili – ricerche antropologiche in Terra d’Otranto a beneficio di tutti gli Spigolatori.
Proprio per invitare e approcciare questi ultimi a tali studi – di sicuro interesse per loro-, proponiamo di seguito un pezzo introduttivo al lavoro di ricerca più che quarantennale di Montinaro, un brano originariamente pubblicato su “Quotidiano” dallo studioso Ennio Bonea e qui riportato su gentile concessione del nostro nuovo, prezioso, compagno di spigolature, al quale offriamo così – a modo nostro – il più cordiale e sincero benvenuto.

Pier Paolo Tarsi


Dal tarantismo ai lamenti funebri della Grecìa (morolòja) fino al libro “San Paolo dei Serpenti

di Ennio Bonea

Il “viaggio di ricerca” di Brizio Montinaro, sulla realtà arcaica del Salento immutato per secoli e che oggi sta scomparendo, quello contadino, è iniziato negli anni Sessanta-Settanta da Calimera, suo paese natale, per toccare l’area della cosiddetta “Grecìa Salentina”, comprendente i paesi dove si parlava il dialetto indigeno, detto “grico”, una volta undici poi ridottisi a nove quindi a sette ed attualmente, con rari dialettofoni sopravvissuti alla cancellazione per

FLY SALENTO: salentini con le ali

di Pier Paolo Tarsi

Non è per nulla vero – come vanno i più pessimisti ripetendo – che qualche goccia di meraviglia e, per dir così, di sempre atteso seppur non preteso incanto, non possano senza sforzo alcuno pioverci addosso, dall’alto, senza nulla aver fatto per meritarle. Credetemi, persino i più pigri, arroccati nelle indolenti attese di eventi lieti non rincorsi, accomodati nell’immobilità più o meno quieta dell’accidia, hanno spesso le loro occasioni per rallegrarsi e smuoversi dall’apatico torpore.

Insomma, piccole gioie ci cascano talvolta in testa senza nemmeno cercarle,

Un geniale figlio di Terra d’Otranto: Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

di Pier Paolo Tarsi

Il travaglio inquieto che caratterizzò costantemente l’intensa vita di Salvatore Napoli Leone sembra contrassegnare persino il passaggio incidentato del suo ricordo nelle pagine più interessanti della nostra storia recente, meta fino ad oggi impedita e tuttavia spettante di diritto ad una così eccezionale figura.

I tentativi di consegnare alla memoria collettiva quanto qui è finalmente raccolto, narrato e rigorosamente documentato furono in ogni caso vari, al punto che possiamo tracciare una sintetica storia delle tentate biografie del Nostro.

Fu per iniziare egli stesso, negli ultimi anni della sua esistenza, il primo a cimentarsi vanamente con il difficile compito di una simile narrazione; successivamente toccò a Maria Teresa Napoli misurarsi con il tentativo di tramandare la complessa esistenza del padre e provare a illustrarne gli ingegnosi frutti.

Quell’unica figlia del Nostro non riuscì però mai ad andare oltre qualche pagina: non le giovarono infatti un profondo affetto filiale e una salda cultura ad arginare il prorompere delle emozioni e l’impeto dei ricordi che sopraggiungevano a fermare la sua penna ogni volta che si accingeva a consegnare la vita operosa ma sfortunata del padre alla scrittura, operazione che avrebbe implicato una distanza emotiva che le era naturalmente negata.

Tenacemente convinta, ad ogni modo, della rilevanza e della necessità di quel compito mai potuto portare a termine, Maria Teresa consegnò alle sue ultime volontà terrene il desiderio postumo della realizzazione, per opera altrui, di un’attenta e documentata biografia del padre. Tale volontà fu dunque raccolta dagli eredi della donna, i quali, nel fermo proposito di onorare il suo

Piccolissime porzioni di un’antica civiltà contadina. Prefazione a Volti di carta

di Pier Paolo Tarsi

 

Se un albero scrivesse l’autobiografia,

non sarebbe diversa dalla storia di un popolo

Kahlil Gibran

«Prendi una cosa qualsiasi e scoprirai che è legata a tutto il resto dell’universo». L’uomo che un secolo fa scrisse questa frase – così semplice eppur così densa di significati – si chiamava John Muir. Americano di origine scozzese, fu un attivo naturalista ed ecologista ante-litteram, abituato a esplorare paesaggi selvaggi e a lottare col pensiero e con l’azione per la loro salvaguardia da ogni contaminazione. Capace di comprendere gli elementi come inestricabilmente intrecciati e sussistenti solo in relazione l’un con l’altro, Muir voleva insegnarci con quelle parole come ogni cosa in natura si riveli legata all’altra e sussista in equilibrio dinamico solo come parte di un tutto, non potendo affatto esistere se non come elemento di un sistema che la trascende e la ricomprende. La vita, infatti, si genera e si sostiene ovunque solo nel mezzo di relazioni ininterrotte tra anelli e momenti tutti assolutamente essenziali: solo quando ogni frammento è interconnesso al resto di cui fa parte, e finché ne fa parte, siamo di fronte al meraviglioso fluire del complesso naturale vivente. Quanto fin qua accennato chiarisce anche la ragione fondamentale per cui alterare o, peggio ancora, annientare – come tuttavia l’animale sedicente sapiens continua imprudentemente a fare – un solo tratto di questo continuum, una sua sola infinitesimale parte, significhi in realtà mettere a repentaglio l’intero, il tutto, l’ecosistema, il cosmo organizzato. «Qualunque cosa tocchi, lo fai a tuo rischio e pericolo» chiosava appunto lo stesso Muir a conclusione del pensiero con cui abbiamo inaugurato queste nostre riflessioni: distruggere una qualunque porzione dell’esistente, anche quella più apparentemente ininfluente, significa offendere tutta la vita intera. In natura, allora, nulla è secondario, nulla è inferiore o, peggio ancora, inutile, inessenziale: nella parte – anche la più piccola – vi è sempre contenuta la dignità, la nobiltà e la stessa possibilità di esistenza del tutto.

Perché, si starà forse chiedendo il lettore, introdurre un libro di materia narrativa con questi accenni? Che attinenza hanno queste affermazioni sulla vita naturale con le pagine che seguono? Perché indugiare in tali argomenti? Proviamo di seguito a rispondere a tali legittime domande, mostrando come

Espiantiamo gli ulivi dalla terra o espiantiamo questi signori dalla poltrona?

di Pier Paolo Tarsi

Alcuni nostri politici regionali ci sorprendono con una nuova originalissima proposta di questi giorni, finalizzata a trarre finalmente la Puglia fuori dalla crisi economica che attanaglia la nazione e l’occidente tutto! Dopo attente e scrupolose analisi, questi geni non solo hanno individuato la causa frenante dello sviluppo nella nostra regione – ossia, tenetevi forte, gli ingombranti ULIVI SECOLARI – ma hanno, pensate, addirittura scovato la soluzione al problema: snellire le lungaggini burocratiche necessarie per espiantarli, proponendo il decentramento a livello comunale delle “competenze per il rilascio di autorizzazioni agli espianti e spostamenti di piante secolari”, oggi ancora di pertinenza della Regione. In quanto pugliesi ringraziamo sentitamente i detti signori per l’acume, lo sforzo ed il faticoso lavoro con cui mostrano di ricompensare le laute paghe ed i privilegi loro attribuiti: proposte come questa instillano serenità nei cittadini, accrescendo in loro la fiducia e la sensazione di essere in mani buone e sapienti, capaci di estirpare finalmente quelle radici secolari che ammorbano la nostra economia. Grazie signori, grazie di cuore!

Riportiamo di seguito la proposta di legge ( Fonte: http://www2.consiglio.puglia.it/Giss9/9PubbGiss.nsf/0/6B09FD5B3764D3B9C1257920002DF1DF?OpenDocument) e vi invitiamo, dopo la lettura del testo riportato – ammesso che sopravviviate alle amare risate – a firmare la petizione con cui proveremo a bloccare l’iniziativa e salvare gli Ulivi secolari dalle mire di questi…gentili signori! Sommergiamoli di sdegno!

per firmare la petizione:

http://www.petizionepubblica.it/PeticaoVer.aspx?pi=ulivi

Libri/ Piccoli seminaristi crescono

 
Copertina del volume edito da Besa Editrice di Nardò

Dal libro di ALFREDO ROMANO, nato ad emozionanti puntate su Spigolature ed ora finalmente fresco di stampa in edizione integrale, proponiamo l’introduzione di PIER PAOLO TARSI

 

Le forme e i contesti della produzione letteraria contemporanea non potevano non risentire strutturalmente della evoluzione storica che direttamente ha riguardato i media e che, attraverso questi, ha interessato negli ultimi anni le nostre esistenze: la rete Internet, gradualmente e in misura sempre maggiore, è giunta in modo palese a coinvolgere le nostre modalità del fare e usufruire di informazione, arte, spettacolo e, appunto, della stessa letteratura. Così, se in passato molti grandi e celebri romanzi sono nati proprio dall’esigenza di sposarsi con i metodi, gli spazi e i dettami della stampa e del suo pubblico, oggi è soprattutto il mondo dei blog, dei forum virtuali e del web a incanalare e stimolare in molti casi la scrittura, incentivandone la spontanea condivisione e la scoperta, alimentando il piacere del raccontare che incontra, quando l’incastro riesce, il correlato piacere della lettura. La dinamica sopra tratteggiata riguarda proprio il caso di questo ultimo libro di Alfredo Romano, nato appunto nel blog www.spigolaturesalentine.it, scritto dall’autore nella veste di blogger per altri blogger, a piccoli passi o episodi. Il tessuto della narrazione e della rievocazione di ricordi qui riproposta andava dunque affiorando nei giorni stessi della sua scrittura su quel blog, senza forse una intenzione complessiva o una visione chiara e totale alle spalle, sorgendo nell’incubatrice della semplice voglia di raccontarsi e maturando pennellata dopo pennellata. Ogni tassello del mosaico che si andava così componendo in un senso gradualmente emergente, veniva incoraggiato nel suo rivelarsi e sospinto nella sua costruzione da un coinvolgimento autentico e sempre più appassionato dei lettori stessi, i destinatari ultimi che, per tale via, vedevano e vivevano l’opera nel suo farsi, nel suo creativo processo di generazione. Tale dinamica descritta sopra non riguardava solo il comporsi di un intreccio

L’Inferno di Capitan Black a fumetti: una possibile proposta formativa per le scuole medie salentine

di Pier Paolo Tarsi

Premessa

Qualche giorno fa, proprio dopo aver scritto sul Capitano il brano che potete leggere qui, intenzionato a prendere parte alla presentazione di un libro recentemente pubblicato da Lupo Editore, mi sono recato nello spazio espositivo appena inaugurato dall’editore stesso nel centro storico di Copertino. Neanche a dirlo, avevo sbagliato giorno: la presentazione si sarebbe tenuta il giorno dopo! Ho approfittato a quel punto per curiosare un po’ tra gli scaffali colmi dei tanti testi pubblicati dall’editore, accompagnato dalla voce narrante del disponibilissimo signor Lupo in persona che mi introduceva con entusiasmo al contenuto di ogni libro sul quale mi soffermavo. Tra i tanti lavori di grande interesse, la mia attenzione è ricaduta ben presto su un prodotto dal formato grande, dalla copertina colorata e attraente, avvicinandomi alla quale ho letto a grossi caratteri neri: Nfiernu!

Felice coincidenza: avevo appena scritto sulla necessità di far riscoprire nell’ambito della scuola dell’autonomia risorse come questo poeta dimenticato della nostra terra e lì, davanti a me, campeggiava una versione a fumetti di una parte della grande opera del Capitano, una concreta e

Etnomusicologia in Terra d’Otranto: esce il primo “Dizionario dei temi musicali della tradizione salentina”

Copertina del Dizionario

L’impegnativa ricerca etnomusicale condotta da Luigi Mengoli, rifluita nell’Archivio Etnografico  dell’Università Popolare della Musica e delle Arti “P. E. Stasi” di Spongano, trova in questo Dizionario una ricognizione accurata dell’ampio repertorio di canti che la memoria di una molteplicità di soggetti ha restituito e consegnato alla possibilità della pubblicazione e dello studio da parte di quanti vogliono approfondire la straordinaria ricchezza culturale del Salento.

Nella lunga premessa che precede l’importante lavoro e che siamo lieti di offrire interamente qui in anteprima  agli Spigolatori, scrive il prof. Salvatore Colazzo dell’Università del Salento: «Il lavoro che presentiamo, un incipitario dei principali temi della musica salentina, costituisce il punto di arrivo di una lunga ricerca, i cui inizi sono da collocarsi sul finire degli anni Settanta del

SALENTO, LU SULE LU MARE E L’INQUINAMENTO!

Le mine antiuomo che costellano il Salento

 

di Pier Paolo Tarsi

Il Salento è colmo e costellato ovunque di maledette mine antiuomo. Non ci credete, lo so, eppure è proprio così! Pensate forse che queste infernali trappole siano problemi non riguardanti noi abitanti del mondo “opulento”? Siete forse convinti che il nostro non sia un territorio di guerra? Sbagliato, tutto sbagliato! Non c’è in realtà posto al mondo in cui non vi sia una guerra in corso, poiché anche laddove si siano deposti i fucili e le divise, le guerre si devono condurre contro nemici ben più terribili di ogni esercito armato: uno di questi è l’ignoranza.

Grazie a questo mostro ognuno di noi è circondato da un numero incalcolabile di mine, pronte a scoppiare non una ma infinite volte, ovunque e per secoli, finché non si provvederà. Il problema riguarda TUTTI, nessuno escluso: nella vostra stanza da letto, nel vostro salone, nella vostra cucina, nelle lenzuola di vostro figlio, nel piatto in cui mangiate, nei panni che stendete al sole, ovunque si può nascondere una letale mina antiuomo. Se non avete ancora compreso di cosa sto parlando, basta semplicemente uscire di casa, fare due passi verso una qualunque periferia dei nostri comuni ed eccole là, quasi sempre, le trappole antiuomo, sul ciglio della strada, visibili a tutti: cumuli di amianto nella forma di Eternit, micidiale amianto abbandonato ad ogni angolo delle nostre campagne, in ogni sentiero, tra gli alberi, tra i cespugli, tra le pietre. Non scandalizzano più nessuno questi cumuli di morte. Forse ci siamo persino assuefatti a incontrarli nel corso delle nostre passeggiate primaverili, quasi fossero ormai elementi caratteristici del paesaggio tanto quanto gli ulivi, i fichi d’india, i fiori spontanei,  i muretti a secco…

Ma è davvero tanto pericoloso l’amianto? Non è forse esagerato ed allarmistico il paragone con le infami mine antiuomo? Per rispondere a queste domande bastano pochi dati scientifici su cui ragionare.

1) Lo IARC (International Agency for Research on Cancer), agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) cui spetta il compito di classificazione del rischio relativo ai tumori di agenti chimici e fisici,  include

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