Gli Arcadi di Terra d’Otranto (13/x): Domenico De Angelis di Lecce (1675-1718)

di Armando Polito

Dato il taglio documentario di questa raccolta relativo ai componimenti sparsi in raccolte altrui1, per la vita ed altri dati rinvio alla biografia scritta dal tarantino Francesco Maria Dell’Antoglietta (anche lui arcade col nome pastorale di Sorasto Trisio2) ed inserita in Notizie istoriche degli Arcadi Morti , Antonio de’ Rossi, Roma, 1720, tomo II, pp. 94-100 ed a quella scritta dal gallipolino G. B. De Tommasi ed inserita in Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1818, tomo V, s. pp. Da quest’ultimo volume riproduco il ritratto che segue.

Arato Alalcomenio era il suo nome pastorale. Se Arato fa pensare al poeta greco Arato di Soli (IV-III secolo a. C.) certamente Alalcomenio contiene un riferimento ad Ἀλαλκομένιον (leggi Alalcomènion), antica città della Beozia. Risulta iscritto all’Arcadia il 3 agosto 16983.

Un madrigale è in I giuochi olimpici celebrati dagli Arcadi nell’Olimpiade DCXX in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI e pubblicati da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Monaldi, Roma, 1701, p. 80:

Ghirlanda di Gigli, e di Viole. Madrigale d’Arato Alalcomenio

Di bei candidi Gigli, e rugiadosi

colti dal verde piano,

e di vaghe Viole

colte dal vicin Fonte

priaa che nascesse il Sole,

del glorioso ALNANOb

circonderei la sacra augusta Fronte,

per adornar dell’immortal Pastore

con sì leggiadri Fiori, et odorosi

dell’Animo il candore,

e l’umiltà del Core.

__________ 

a prima

b Alnano Melleo era il nome pastorale di Clemente XI (Francesco Albani) arcade acclamato nel 1695, prima che nel 1700 fosse eletto papa.

 

Un sonetto è in Rime e prose di Francesco Maria Tresca in lode dell’Invittissimo edAugustissimo Imperadore Carlo VI e redelle Spagne, consacrate all’Augustissima Maria Elisabetta di Volfenputel  Imperadrice regnante da Fra’ Berardino Tresca Cavaliere Gerosolimitano fratello dell’auttore, Mazzei, Lecce, 1717, p. 276.

Del Canonico Domenico De Angelis Accademico degli Spioni4

O beati quei tempi, in cui l’alloro

passò de’ vati a coronar Regnantia

e con bel cambio si rendean tra loro

e questi e quelli eternità di vanti.

Servia di tromba allor plettro canoro

a rendere immortali i trionfanti,

ma del trionfo poi l’alto lavoro

tornava ai vatib, e fea felici i canti.

Per te eccelso cantor bram’io, che riedac

del’aurea etate il Secolo vetustod

e che al tuo mertoe egual mercèf conceda.

A me liceg sperarlo, e troppo è giusto,

che tua mercedef il Mondo ammiri, e veda

rinnovellatoh il secolo d’Augusto.

 

Non è raro in pubblicazioni del genere che ad un componimento encomiastico segua la risposta del celebrato. Così successe per il De Angelis e, se a rispondere era un papa, l’onore diventava doppio.5 

______

a passò dai poeti a incoronare i re

b poeti

c ritorni

d il secolo antico dell’età dell’oro

e merito

f conceda pari ricompensa

g è lecito

h rinnovato

 

Un sonetto è in Corona poetica rinterzata in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Chracas, Roma, 1701, p. 30:

 

D’Arato Alalcomenio. Uno de’ XII Colleghi.

Di tua mente uno sguardo almoa, e giocondo

render può sol felice, anzi beato

il nostro Pastoral ruvido stato,

ch’era a noi di gravoso inutil pondob.

L’umìl zampogna esiliar dal Mondo

volean l’Invidia, e ‘l fiero avverso Fato,

né più sentiasic il cantar dolce usato

(e s’ei fiad spento, qual sarà il secondo?).

Ma tosto si vedran d’Invidia a scorno

scortie da saggia, e gloriosa guida

far nel Parrasio Boscof al fin ritorno

dolce cantar, santa Amicizia,e fida,

di tuo splendore un gentil raggio adorno

se alle nostre Foreste avvien che arrida.

 

_______

a nobile

b peso

c si sentiva

d sarà

e scortati

f Così gli Arcadi chiamavano il luogo scelto per le loro adunanze prima che tale nome venisse assunto dalla suggestiva villa che si fecero costruire su progetto dell’architetto arcade Antonio Canevari (nome pastorale: Elbasco Agroterico) e dell’allievo Nicola Salvi (nome pastorale: Lindreno Issuntino), inaugurata il 9 settembre 1926. Parrasio è dal greco Παρράσιος (leggi Parràsios), che significa di Parrasia, regione della Grecia antica nella parte meridionale dell’Arcadia.

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (premessa)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/      

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/  

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/     

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/ 

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

_____________

1 Sue opere “autonome” furono: Della patria d’Ennio, Monaldi, Roma, 1701 e s. n., Firenze, 1702; Le vite dei letterati salentini, s. n., Firenze, 1710 (v. I) e Napoli, Raillart, 1713 (v. II); Orazione in morte dell’augustissimo imperadore Gioseppe Primo d’Austria, recitata nel duomo della città di Gallipoli, s. n., Gallipoli, 1711; Lettere apologetiche istorico-legali, nelle quali rispondendosi ad alcune scritture pubbliche in nome del Governatore di Lecce, scritte intorno alle differenze, che versano tra l’illustrissimo Monsignore Vescovo, e la medesima illustrissima Città di Lecce per la giurisdizione del Casale di S. Pietro di Lama, e di S. Pietro Venotico, si dimostrano vane le pretensioni della Città, e si stabiliscono le ragioni della Vescovil Chiesa di Lecce, s. n., s. l. s. d.

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

3 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 348.

4 Per l’Accademia degli Spioni vedi in Archivio storico per le province napoletane, Giannini, Napoli, 1878, anno III, fascicolo I, pp. 150-153.

5 Clemente XI gli rispose con questo sonetto: Trattai con dubia man plettro sonoro/strade tentando inusitate avanti/,ma quando alfin credea l’alto lavoro/conobbi i miei pensieri andar erranti./Felice te, che delle muse il coro/colmi di tutti i preggi onesti, e santi,/tal che eccelso cantor fusti per loro/e scrittor d’alme di virtuti amanti./Godi, che il tuo gran merto altro non chieda/,di pura lode e di due palme onusto/in ben sicura parte alberghi, e sieda./Ch’io se del calle faticoso e angusto/uscirò mai, dritto è che ognun ben creda/che il Real suo splendor mio stil fè augusto.

Nardò: quando la città era celebrata in versi e i poeti erano Agitati …

di Armando Polito

L’importanza di una città si misura attualmente più dalle iniziative di carattere economico che essa è in grado di prendere e, per lo più, visti i risultati, anche quelle culturali, pubbliche o private sono soggette alle prime, in ultima analisi non a favore della conoscenza, ma del profitto, per giunta di pochi; e per quelle pubbliche resta quanto meno il sospetto che il popolare, per non dire godereccio,  serva solo da comodo alibi per coltivare il consenso, nella più bieca applicazione dell’antico panem et circenses. D’altra parte nell’immaginario collettivo qualsiasi circolo culturale continua ad apparire come un ambiente esclusivo più che inclusivo,  come una nicchia elitaria. Le accademie, per entrare nello specifico, non nascono certo oggi e, comunque,  costituiscono la spia principale della vivacità culturale di una comunità, anche quando il loro nome non sembra essere indizio di serietà (un esempio pugliese: L’Accademia del lampascione di San Severo). La soluzione è facilmente intuibile: favorire un punto d’incontro tra un'”intellettualità” sovente schizzinosa, gelosa e narcisistica (quando non supponente) e una “popolarità” forse anche superficiale, ma per il cui innalzamento culturale si fa sempre meno, e non solo per colpa dell'”intellettualità” di prima.

Sotto questo punto di vista non saprei dire come Nardò stia messa oggi, ma mi piace ricordare con una punta d’amarezza da laudator temporis acti la sua situazione nel XVIII secolo.

Già agli inizi del precedente  il duca Belisario Acquaviva d’Aragona vi aveva fondato l’Accademia del Lauro e dopo la sua estinzione per iniziativa del vescovo Cesare Bovio nacque l’Accademia degli Infimi, che prosperò fino alla fine del secolo XVII.

Il post di oggi è ambientato nel secolo XVIII (più precisamente nel 1721), quando, per iniziativa della duchessa Maria Spinelli, nacque l’Accademia degli Agitati. Essa raggiunse l’apice della fioritura e della fama nel 1725, grazie al patrocinio di Cesare Michelangelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona, marchese di Pescara e del Vasto. Egli ne fu principe perpetuo col nome di Infaticabile, Console fu Francesco Antonio Delfino, soci furono Giovanni Giuseppe Gironda marchese di Canneto col nome di Audace, l’abate Girolamo Bados col nome di Ravveduto, Giuseppe Salzano de Luna col nome di Luminoso, Scipione di Tarsia Incuria col nome di Ardito, Domenico Parisi col nome di Intrattabile e Mattia de Pandis col nome di Nadisco.

Una rapida scorsa ai nomi (quelli originali) nonché ai titoli fa capire come non ci fosse un legame diretto tra la maggior parte dei personaggi citati e Nardò, fatta eccezione, forse, per Francesco Antonio Delfino, Domenico Parisi e Mattia de Pandis, i cui cognomi erano diffusi a Nardò in quel tempo (quelli degli gli ultimi due ancora oggi). Paradossalmente, però, c’è da dire che il loro interesse per Nardò non era certo casuale e, da qualsiasi sentimento fosse dettato, esso era una prova della considerazione, anche politica,  di cui la città godeva. Se il rapporto tra Maria Spinelli di Tarsia e Nardò (e, per via di una probabile parentela con lei anche quello di Scipione di Tarsia Incuria, casato diffuso a Conversano), era scontato e si intrecciava pure con la sua storia pregressa (la duchessa era moglie di Giulio Antonio IV Acquaviva, undicesimo duca di Nardò e ventitreesimo conte di Conversano), quello degli altri esige un discorso più lungo. Comincio da Cesare Michelangelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona (1667-1729), feldmaresciallo, oltre che principe del Sacro Romano Impero, con una collezione impressionante di ulteriori titoli nobiliari. DI seguito il suo ritratto (tavola tratta da Domenico Antonio Parrino, Teatro eroico, e politico dei governi de’ vicere del regno di Napoli dal tempo del re Ferdinando il Cattolico fino al presente, Parrino e Mutii, Napoli, 1692), un tallero del 1706 (immagine tratta da Simonluca Perfetto, Demanialità, feudalità e sede di zecca. Le monete a nome di Don Cesare Michelangelo d’Avalos per i marchesati di Pescara e del Vasto,  Vastophil, Vasto, 2012), in questo caso moneta di ostentazione, cioè di rappresentanza, poco più che una medaglia, che gli Asburgo gli avevano concesso di coniare dal 1704, quando si trovava in esilio a Vienna, e una medaglia del 1708 (immagine tratta da  http://www.tuttonumismatica.com/topic/3960-medaglia-di-cesare-michelangelo-davalos/).

Al dritto: busto di Cesare Michelangelo con parrucca, corazza e tosone d’oro al collo; legenda: CAES(ARDAVALOS DE AQUINO DE ARAG(ONIAMAR(CHIOPIS(CARAE) ET VASTI D(UX) G(ENERALIS) S(ACRI) R(OMANI) I(MPERII) PR (INCEPS) [Cesare d’Avalos d’Aquino d’Aragona marchese di Pescara e duca di Vasto principe generale del Sacro Romano Impero).

Al rovescio: stemma familiare con legenda: DOMINUS REGIT ME ANNO 1706 [Il signore mi guida anno 1706)

Al dritto: due fasci di spighe di grano legate da nastri svolazzanti, sui quali si legge: FINIUNT PARITER RENOVANTQUE LABORES [Le fatiche allo stesso modo finiscono e ricominciano] su quello di sinistra e SERVARI ET SERVARE MEUM EST [È cosa mia essere rispettato e rispettare] su quello di destra. Entrambi i motti fanno parte della storia del casato per la linea maschile e per quella femminile1.

Non è dato sapere quale motivo più o meno recondito rese Cesare Michelangelo mecenate a favore di Nardò, ma è certo che ben poco si sarebbe saputo dell’Accademia degli Agitati (come successo per tante altre della cui produzione poco o nulla fu pubblicato) senza la Compendiosa spiegazione dell’impresa, motto, e nome accademico del Serenissimo Cesare Michel’Angelo d’Avalos d’Aquino d’Aragona che Giovanni Giuseppe Gironda, come s’è detto, uno dei soci, pubblicò per i tipi di Felice Mosca a Napoli nel 1725 (integralmente leggibile in https://books.google.it/books?id=o3peAAAAcAAJ&pg=PA6&dq=compendiosa+spiegazione+michelangelo+D%27AVALOS&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwic9Z6L7_zkAhULjqQKHfTPDbgQ6AEIKDAA#v=onepage&q=compendiosa%20spiegazione%20michelangelo%20D’AVALOS&f=false).

Giovanni Giuseppe, figlio di Alfonso, fu il quarto marchese di Canneto dal 1708 (feudo ceduto nel 1720 alla famiglia Nicolai, mantenendone però il titolo), Patrizio di Bari, primo Principe di Canneto dal 1732.

Il volume ospita un nutrito numero di componimenti dei soci che ho citato all’inizio ed a breve leggeremo quelli in cui compare espressamente il nome di Nardò. Prima, però, intendo dire qualcosa sui soci fin qui trascurati. Girolamo Bados potrebbe essere colui che ebbe una controversia col lucchese Alessandro Pompeo Berti (1686-1752), che ne lascio memoria in Se fosse maggior dignità il Consolato,o la Dittatura nella Repubblica Romana. Controversia col Sig. Abate Girolamo Bados, opera manoscritta di cui è notizia in Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1760, v. II, p. II, p. 1038. Per Giuseppe Salzano de Luna (nel volume del Gironda è detto Cavaliere) null’altro posso ipotizzare se non l’appartenenza a quel casato napoletano. Nello stesso volume Domenico Parisi appare col titolo di Segretario di S. A. e Francesco Antonio Delfino come abate.

Siamo giunti, finalmente, alle poesie dedicate a Nardò, tutte del Gironda: cinque in lingua latina [quattro in distici elegiaci (nn. 1, 2, 3 e 5), una in strofe alcaiche (n. 4)] ed una in italiano (un sonetto, n. 6), rispettivamente alle pp. 64-66, 66-67, 67-68, 71-73, 74 e 75. Una nota filologica preliminare: del toponimo la forma adottata è, come vedremo, Neritos, con il derivato aggettivo Neritius/a/um, il quale, nel latino classico significa di Nerito (monte di Itaca citato da Omero).

Appare evidente l’ipotesi, a quel tempo dominante2, di un legame tra Ulisse  e Nardò, ipotesi durata a lungo ma poi abbandonata a favore della derivazione del toponimo da una radice indoeuropea nar che significa acqua. Nella trascrizione ho rispettato il testo originale, comprese le iniziali maiuscole e la punteggiatura, mentre nella traduzione, che mi sono sforzato di rendere quanto più letterale possibile (rispettando anche la corrispondenza del verso, tuttavia senza la velleità di fornire una traduzione poetica), ho fatto prevalere l’uso moderno. Per quanto riguarda le note di commento non mi illudo che esse (in particolare quelle con riferimenti alla mitologia) suscitino curiosità nel giovane lettore, ma non dispero che risveglino qualche ricordo, non necessariamente gradito se ha frequentato il liceo classico …,  in chi, più o meno, ha la mia stessa età.

1) (pp. 64-66)

2) ( pp. 66-67)

3) (pp. 67-68)

4) (pp. 71-73)

5) (p. 74)

 

6) (p.75)

___________

1 Finiunt pariter renovantque labores era stato già il motto dell’Accademia dei Pellegrini fondata a Venezia nel 1550 (Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica  da S. Pietro sino ai nostri giorni, Tipografia Emiliana, Venezia, 1858, v. XCI, p. 348 alla voce Venezia), ma esso nello stesso periodo risulta confezionato da Paolo Giovio (1483 circa-1552) secondo quanto si legge nel Dialogo dell’Imprese militari di Monsignor Paolo Giovio Vescovo di Nucera uscito postumo per i tipi di Antonio Barre a Roma nel 1555. Dall’edizione uscita per i tipi di Guglielmo Roviglio a Lione nel 1559 alle p. 103-104 si legge: Hora queste spighe del signor Theodoro mi riducono à memoria l’impresa, ch’io feci al Signor Marchese del Vasto, quando dopò la morte del Signore Antonio da Leva fù creato Capitan Generale di Carlo Quinto Imperatore; dicendo egli , che à pena eran finite le fatiche , ch’egli aveva durate per esser Capitano della fanteria, ch’egli era nata materia di maggior travaglio; essendo vero, che ‘Generale tiene soverchio peso sopra le spalle: gli feci dunque in conformità del suo pensiero, due covoni di spighe di grano maturo con un motto, che girava le barde e le fimbrie della sopravvesta, e circondava l’impresa nello stendardo; il qual motto diceva FINIUNT PARITER RENOVANTQUE LABORES ; vol end’io isprimere, che à pena era raccolto il grano, che nasceva occasion necessaria di seminarlo per un’altra messe, e veniva à rinovar le fatiche de gli aratori. E tanto più conviene al soggetto del Signor Marchese, quanto che i manipoli delle spighe del grano furono già gloriosa impresa guadagnata in battaglia da Don Roderigo Davalos bisavolo suo, gran contestabile di Castiglia. E a p. 102 compare l’immagine seguente.

Lo stesso Bovio risulta essere il creatore pure di Servari et servare meum est. AlLe pp. 100-101 della stessa opera si legge: E poi che siamo entrati nelle donne, ve ne dirò un’altra [impresa], ch’io feci all’elegantissima Signora Marchesa del Vasto Donna Maria d’Aragona, dicendo essa, che sì come teneva singolar conto dell’honor della pudicitia, non solamente la voleva confermare con la persona sua, ma anchora haver cura,che le sue donne, donzelle e maritare per istracuraggine non la perdessero. E perciò teneva una disciplina nella casa molto proportionata à levare ogni occasione d’huomini e di donne, che potessero pensare di macchiarsi l’honor dell’honestà. E così le feci l’impresa che voi avete vista nell’atrio del Museo, la quale è due mazzi di miglio maturo legato l’uno all’altro, con un motto, che diceva:SERVARI ET SERVARE MEUM EST, perche il miglio di natura sua, non solamente conserva se stesso da corruttione, ma anchora mantiene l’altre cose,che gli stanno appresso, che non si corrompano, sì com’è il reubarbaRo e la Canfora, le quali cose pretiose si tengono nelle scatole piene di miglio, alle botteghe de gli speciali, accio ch’elle non si guatino.

E a corredo a p. 100 la relativa immagine.

2 Giovanni Bernardino Tafuri in Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, Zane, Venezia, tomo XI, 1735, p. 33 scrive di un anonimo scrittore del quale cita un piccolo frammento trascritto da Bartolomeo Tafuri nel suo lavoro manoscritto dal titolo Mescolanze: Neritini, qui Chones etiam vocabantur ab Ithacae monte  ob magnam aquae penuriam  expulsi Salentinam Provinciam petierunt,  et inter alias Civitates, et loca Neritonem urbem aedificavere, et tale nomen  illi imposuere ob eorum relictam Patriam in monte Ithacae, de qua meminit Homerus, et Vergilius (I Neritini , che erano chiamati anche Coni, banditi dal monte di Itaca per la grande penuria d’acqua raggiunsero la provincia salentina e tra le altre città e luoghi edificarono la città di Nardò e le diedero tale nome per la loro patria lasciata sul monte di Itaca, della quale hanno lasciato un ricordo Omero e Virgilio). Per completezza riporto di questi due autori i passi relativi:

Omero, Iliade, II, 632-633: Αὐτὰρ Ὀδυσσεὺς ἦγε Κεφαλλῆνας μεγαθύμους,/οἵ ῥ᾽ Ἰθάκην εἶχον καὶ Νήριτον εἰνοσίφυλλον (Poi Odisseo comandava i coraggiosi Cefaleni, che abitavano Itaca e Neritoche agita le foglie)

Omero, Odissea IX, 21-22: Ναιετάω δ᾽ Ἰθάκην ἐυδείελον· ἐν δ᾽ ὄρος αὐτῇ/Νήριτον εἰνοσίφυλλον, ἀριπρεπές, ἀμφὶ δὲ νῆσοι (Abito la tranquilla Itaca; in essa lo splendido Nerito che agita le foglie, isole intorno)

Virgilio, Eneide, III, 270-271: Iam medio apparet fluctu nemorosa Zacynthos/Dulichiumque Sameque et Neritos ardua saxis (Già in mezzo al mare appare la boscosa Zacinto e Dulichio e Same e Nerito scoscesa di rocce).

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (12/x): Giovanni Battista Carro di Lecce

di Armando Polito

Fece parte dell’Arcadia durante la custodia (oggi si direbbe presidenza) di Michele Giuseppe Morei (1743-1766) ed è questo l’unico dato di orientamento cronologico. Il suo nome pastorale era Sillano Eurinomico. Come al solito il primo nome pone seri problemi per quanto riguarda la probabile origine, tant’è che, come successo per altri, qui non azzardo alcuna proposta per Sillano. Per quanto riguarda, invece, Eurinomico potrebbe trattarsi della solita forma aggettivale derivata da un nome greco, in questo caso Εὐρυνόμη (leggi Euriunome), ninfa figlia di Oceano e di Teti1.

Sappiamo che era abate dall’indicazione data dal sonetto reperito in Adunanza tenuta dagli Arcadi per la ricuperata salute della Sacra Real Maestà di D. Giovanni V Re di Portogallo, Antonio de’ Rossi, Roma, 1744, p. 136 :

Dell’Abate Giambattista Carro detto Sillano …2 sonetto

Poiché col guardo suo, che tutto vede,

Iddio mirò nella città di Ulissea

che tetra Morte tra sue nobil prede

volea GIOVANNI, a sé chiamollab e disse:

– Non sai tu già che nobil tron, e fede

nel saggio Core del gran Rege han fissec

Giustizia, Pace, Religione, e Fede,

or che l’Europa tutta è in arme e ‘n risse?

Non vedi Arcadia mesta al Tebrod in riva

quai votie m’offre, e come egraf sen giace

e Pace, e Religion, che i votie avviva?

Gridar non senti, s’egli a me pur piace,

e viva ARETEg, il Saggio ARETE e viva,

Arcadia, il Tebro, Religione, e Pace? –

_______________ 

a Lisbona. Il Carro sembra seguire l’interpretazione di alcuni commentatori di un passo di Pomponio Mela (I secolo d. c.), De situ orbis, III, 1: Sinus intersunt et est in proximo Salacia, in altero Ulyssippo et Tagi ostium, amnis gemmas aurumque generantis (Si frappongono delle insenature e in quella più vicina c’è Salacia, nell’altra Ulissippo e la foce del Tago, fiume che genera gemme ed oro) secondo i quali Salacia sarebbe l’odierna Alcácer do Sal e Ulyssippo, fondata da Ulisse (basta il solo Ulissi– per ipotizzarlo?), l’odierna Lisbona.

b la chiamò

c hanno fissato

d Tevere

e preghiere

f sofferente

g Arete Melleo era il nome pastorale assunto da Giovanni V al suo ingresso nell’Arcadia per acclamazione nel 1721 al tempo della custodia Crescimbeni (1690-1728). Nel 1725 grazie ad una sua donazione di 4000 scudi l’Arcadia si era potuta dotare di una sede tutta sua, cioè l’Orto dei Livi alle pendici del Gianicolo, che l’architetto arcade Antonio Canevari (nome pastorale Elbasco Agroterico) trasformò nel Bosco Parrasio. A proposito del per la ricuperata salute del titolo della raccolta va ricordato che fin dalla giovane età Giovanni V aveva mostrato una salute molto cagionevole e che il recupero in questione seguì una delle tante convalescenze.

Oltre che dell’Arcadia fu socio anche dell’accademia degli Speculatori di Lecce. Un suo sonetto, infatti, è inserito in Componimenti vari degli accademici speculatori di Lecce in rendimento di grazie alla maestà di Ferdinando IV re delle Due Sicilie per la concessione della sua real protezione e del Giglio d’oro, s. n., s. l., 1776, p. 73, dalla cui intestazione risulta essere archidiacono.

Agli Alessandri, ai Cesari, ai Pompei,

ch’ebber pronta alle stragi ognora la mano,

il bel titol di Eroe si diede in vano,

che ingiusti furo, micidiali e rei.

Saggio e giusto RE, il vero Eroe TU sei,

che a Pace in seno col tuo amor Sovrano

metti in catena ogni bel core umano,

e il gran trionfo solo a TE lo deib.

A Te s’alzinoc gli archi e a TE si ascrivad,

si ascriva a TE, se in più lontana parte

in avvenir la nostra fama arriva.

TU, che sei Padre d’ogni scienza, ed arte,

con lo splendor de’ tuoi GRAN GIGLIe avviva

le nostre menti nel vergar le carte.

___________

a sempre

b devi

c s’innalzino

d si attribuisca

e Lo stemma concesso all’accademia da Ferdinando IV.

 

_____________

1 Esiodo (VIII-VII secolo a. C.), Teogonia, vv. 907-908: Τρεῖς δέ οἱ Εὐρυνομη Χάριτας τέκε καλλιπαρῄους/ Ὠκεανοῦ κούρη, πολυήρατον εἶδος ἔχουσα(Eurinome, figlia di Oceano dal molto amabile aspetto, generò le tre Grazie).

2 Manca la seconda parte del nome pastorale (Eurinomico), che è presente, invece, nel catalogo del Morei. Probabilmente alla data in cui il volume uscì non gli era stato ancora assegnata.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

 

Cultura tradizionale contadina e fertilizzazione dell’oliveto

ulivi del Salento

di Colomba Gianpiero

In passato, la gestione della fertilità da parte dei contadini era una variabile fondamentale per la produzione agraria, svolgendo quindi un ruolo chiave imprescindibile nell’agricoltura preindustriale. La dipendenza dal letame (risorsa non sempre disponibile) o da altre forme di fertilizzazione (p.es. interramento materia organica) potevano essere una reale limitazione, soprattutto in contesti di forte competizione per l’approvvigionamento della materia organica o di carenza di manodopera.

Paradigmatico il caso dell’oliveto del Salento pugliese, dove i livelli produttivi sono stati sorprendentemente alti fino alla fine del XIX secolo (media di 13,5 q/et di olive nel decennio 1875/85), proprio quando l’agricoltura era di tipo biologica, ossia senza l’ausilio di fertilizzanti chimici di sintesi, all’epoca sconosciuti. In parziale controtendenza rispetto a quanto avveniva nel resto dell’Italia e in Spagna, laddove il letame fu utilizzato negli oliveti in modo massiccio solo a partire dal XX secolo, nel Salento abbiamo diverse fonti che ci informano sull’utilizzo del letame già dalla prima metà del XVIII secolo (Presta 1794; Moschettini, 1794). Abbiamo testimonianza di ciò, anche su documenti di contabilità della prima metà del XIX° secolo presenti negli archivi privati delle famiglie nobili Guarini di Poggiardo (Lecce) e Gallone di Tricase (Lecce), in cui si indicava esplicitamente l’uso del letame negli oliveti.

Ci sono poi numerose fonti che riferiscono l’utilizzo di altri prodotti organici per fertilizzare efficacemente l’oliveto. Parliamo cioè del residuo industriale della sansa o delle alghe marine. Infatti, nelle zone costiere si usava, non di rado, l’alga Posidonia Oceanica e ciò avveniva spesso in aggiunta al letame. Altre fonti documentano invece l’utilizzo dei rifiuti urbani e tra questi ritroviamo spesso l’uso degli “stracci di lana”, che fornivano una quantità significativa di azoto, potevano essere facilmente trasportati e avevano un costo relativamente basso. Abitualmente, la gestione consisteva nel gettare in una fossa profonda circa 40 centimetri preparata attorno ad ogni olivo, alghe, letame e l’immondizia prodotta nei centri urbani. Questa usanza fu poi gradualmente abbandonata nel momento in cui la manodopera disponibile iniziò a spostarsi verso la coltivazione della vite, vale a dire intorno alla fine del XIX secolo.

Tradizionalmente, dunque, le tecniche appena illustrate ebbero una notevole importanza strategica, in quanto consentivano la restituzione dei nutrienti al terreno aumentando la produttività. Senza dubbio, però, la più importante diventò il sovescio, che prevedeva l’interramento nel terreno delle leguminose (principalmente fave e lupini) tra i filari di olivo o finanche sotto la proiezione della pianta.

Nel XX secolo, progressivamente, queste tecniche che prevedevano l’utilizzo di materie organiche, lasciarono spazio a un nuovo modo di fertilizzare e di gestire il suolo, attraverso l’uso massivo di fertilizzanti chimici da un lato e di diserbanti dall’altro, creando problemi di contaminazione e disequilibrio all’interno dell’agro-ecosistema oliveto.

Da anni sono allo studio le cause del «Complesso del disseccamento rapido dell’olivo», fitopatologia meglio conosciuta con il nome del batterio Xylella Fastidiosa, che attacca la linfa della pianta e che ha già distrutto nel Salento migliaia di ettari di oliveto. L’eccessivo uso di diserbanti, l’abbandono delle colture, l’impoverimento della componente organica e la compattazione del terreno, sono alcune delle criticità che hanno determinato un ambiente sempre più ostile alla coltivazione e che si possono relazionare come concausa della fitopatologia segnalata.

 

Fonte: Colomba Gianpiero, Transición socio-ecológica del olivar en el largo plazo. Un estudio comparado entre el sur de Italia y el sur de España. (1750-2010), tesi dottorale, UPO Siviglia, 2017.

Melpignano: due epigrafi del palazzo marchesale

di Armando Polito

Dico subito che senza l’amico Alessandro Romano questo post non avrebbe mai visto la luce. Titolare dell’interessantissimo blog Salento a colori, Alessandro, forse troppo fiducioso nelle mie possibilità, chiede gentilmente ogni tanto il mio aiuto nella traduzione di una delle tante epigrafi che incontra nel suo intelligente ed appassionato “vagabondare” nel nostro territorio, attività della quale, ma non è la sola nelle sue corde, il blog segnalato è eloquente testimonianza. Così qualche giorno fa Alessandro ha sottoposto alla mia attenzione l’epigrafe che segue, da lui fotografata (insieme col resto visibile in https://www.salentoacolory.it/melpignano-nel-cuore-della-storia-del-salento/)  nel palazzo marchesale di Melpignano.

Nell’occasione, complice anche la fretta, potei passare all’amico solo i pochi dati che il lettore troverà all’indirizzo appena riportato, ma già allora mi ripromettevo di tornare sull’argomento, cosa che faccio oggi.

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS

EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

 

LABORANDUM UT QUIESCAS A(NNO) D(OMINI) 1548

La prima parte è costituita da una coppia di esametri, il cui contenuto utilizza la figura retorica dell’adinato (o adynaton, dal greco ἀδύνατον, che significa cosa impossibile), molto frequente nella lirica classica amorosa1.

Traduzione: Questa casa stia in piedi finché la formica non beva le onde del mare e la tartaruga non compia il giro di tutto il mondo.

La seconda parte, invece, come meglio vedremo più in là, ha tutta l’aria di essere una semplice sentenza morale (in prosa senz’altro, non fosse altro che per la brevità)..

Traduzione: Devi affaticarti per riposare. Più in là proporrò, motivandola, l’alternanza soffrire ad affaticarti.

Quando s’incontra un’epigrafe relativamente recente, dopo averla letta e tradotta, si cerca di capire se si tratta di qualcosa di originale o di già visto e/o di una citazione letteraria più o meno antica. Non mi vergogno di confessare che lì per lì nulla mi è venuto in mente di qualcosa di letto o visto prima. La cosa in sé non è grave (a meno che non sia il sintomo iniziale dell’Alzheimer), ma per me è grave il fatto che fino a quel momento fossi rimasto all’oscuro di una locuzione che poi, alla luce delle ricerche fatte e qui riportate, si è rivelata estremamente inflazionata. Naturalmente, senza la rete sarei rimasto nell’ignoranza.

Per la prima parte dell’iscrizione, infatti, riporto le più significative testimonianze reperite, sistemate in un ordine cronologico che spero attendibile (non sempre si hanno a disposizione dati certi per farlo).

XII secolo (?)

Sull’ingresso dell’abbazia di Inchcolm in Scozia si legge: Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem. Definita genericamente medioevale, l’iscrizione è verosimilmente la più antica che si conosca, anche se la sua datazione potrebbe non coincidere con quella della fondazione dell’abbazia (1123).

XIII-XIV secolo

A Fénis in Val d’Aosta in un angolo del cortile del castello si legge: MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET LENTA TESTUDO TOTUM PERAMBULET2 ORBEM

Rileviamo subito le differenze tra questo testo e quello di Melpignano: MANEAT invece di STET, AEQUOR invece di FLUCTUS e, in più, LENTA. Dal punto di vista grammaticale nulla cambia per maneat e stet (entrambi terze persone singolari del congiuntivo presente, pochissimo per aequor e fluctus (entrambi in caso accusativo, il primo singolare, il secondo plurale), sul piano semantico lenta obbliga ad aggiungerlo tal quale in traduzione come attributo di tartaruga. Le differenze rilevate, però, comportano un terremoto metrico, nel senso che non siamo certamente in presenza di esametri, mentre è vagamente rilevabile un ritmo giambico, non inquadrabile, però, in uno schema strofico ben definito, ragione per la quale giungerei alla conclusione che siamo in presenza di prosa e non di poesia.3 

XIV secolo

Urbino, palazzo Passionei: tra gli ambienti del primo piano dell’ala settentrionale  è il salone, caratterizzato da un lungo fregio con la scritta MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET TESTUDO PERAMBULET ORBEM.

Assenza di LENTA a parte, è tal quale alla precedente, con le conclusioni appena trattene.

XV secolo (seconda metà)

In F. Martinelli, Roma ricercata nel suo sito, nella scuola di tutti gli antiquarii, Tani, Roma,1644, alle pp. 25-26 si legge: … osservate nell’uscire à man dritta la modestia della casa di Domenico della Rovere Cardinale di Sisto IV sopra la quale fece scolpire li doi versi, che hora si leggono così. Stet domus haec, donec fluctus formica marinos/ebibat, et totum testudo perambulet orbem.

L’iscrizione risulta perduta già due secoli dopo lquesta testimonianza . Infatti in Il Buonarroti, serie II, v. IX, quaderno IV, aprile 1876, a p. 112 si legge: … ma questi versi [il testo riportato è quello del Martinelli] oggi sono andati perduti da un pezzo.

1490

August Schmarsow in Pinturicchio in Rom, Spemann, Stuttgart, 1882, pp. 32-33 segnala alcune pitture eseguite dal Pinturicchio nel palazzo del cardinale Domenico della Rovere che, alla fine dei lavori, fece apporre  l’epigrafe che che conosciamo.

1510

Francesco Albertini, Opusculum de mirabilibus noae et& veteris vrbis Romae, Mazzocchi, Roma, 1510, s. p.: Domus pulcherrima. s. Clementis a reveren. dominico constructa in qua sunt infrascripta carmina in lapide pario sculpta.

Stet domus haec donec fluctus formica marinos

ebibat et totum testudo perambulet orbem.

Quam postea R. Franc. de rio card. papien. exornavit. 

(Casa bellissima. Costruita dal reverendo Domenico di S. Clemente, nella quale ci sono i sottoscritti versi scolpiti su marmo di paro. Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat et totum testudo perambulet orbem. Successivamente il reverendo cardinale Francesco de Rio di Pavia la fece decorare)

Il cardinale in questione è Francesco Alidosi (Castel del Rio, 1455–Ravenna, 1511) più noto come cardinal del Rio (dal luogo natale) o cardinal di Pavia (città della quale fu vescovo dal 1505, prima di ricevere la porpora nel dicembre 1507. questi dati ci consentono di collocare la costruzione della fabbrica in questione nel XV secolo, certamente più di un anno prima dall’uscita del libro).  

1524

Arnoldus Buchelius, Traiecti Batavorum descriptio (manoscritto parzialmente pubblicato in rete dalla dbnl (digital e bibliotheek de Nederlandse letteren: https://www.dbnl.org/tekst/_bij005190601_01/_bij005190601_01_0007.php). Alle p. 167-168 si ricorda ad Utrecht: Domus angularis vici Jerosolimitani, juxta Axelium, de Hoolhorst dicta, aedificata anno 1524, habetque hanc inscriptionem in frontispicio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem

(Casa ad angolo del villaggio ebraico presso Axelio, detta di Hoolhorst, edificata nell’anno 1524 ha pure questa iscrizione sul frontespizio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem)

XVI secolo

Paggese (in provincia di Ascoli Piceno)  è noto come il paese delle pietre parlanti4 per via dei blocchi di travertino, usati nella costruzione delle abitazioni, oppure per gli architravi delle porte che recano epigrafi in latino. Una, parzialmente mutila, reca la nostra iscrizione: [ST]ET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS/[EBI]BAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM. Da notare l’errore dello scalpellino in ELUCTUS per FLUCTUS.

XVI secolo

A Briga (Cuneo) in Piazza del Municipio:

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

XVI secolo

In Lorenzo Manini, Memorie storiche della città di Cremona, Fratelli Manini, Cremona, 1820, alle pp. 137-138 si legge: Luogo Pio Mariani. Dà la medesima ospizio gratuito a varie povere donne, col patto di aversi a recare ogni gioeno al tramontar del sole nell’anzidetto tempio per recitarvi il rosario.Giovanni Francesco Mariani, che fu il fondatore di questo pio luogo verso la metà del secolo XVI, fece in esso porre il seguente distico: Stet domus haec donec fluctus Formica marinos/ebibat, et totum Testudo perambulet orbem.

XVI secolo

Il Codice Palatino 147 sulla membrana incollata dentro la coperta posteriore reca, della stessa mano, la scitta: Stet domus haec donec fluctus formica marinos/ebibat et toum testudo perambulet orbem.

XVI secolo (?)

A Roma nella Chiesa dei santi Nereo e Achilleo vi è una sorta di galleria di antiche lapidi provenienti da fuori. Tra loro ve n’è una che nella parte superiore contiene i dati di provenienza: LAPIS ISTE EXTABAT IN QUADAM DOMO/OB VALLICELLANUM AEDIFICIUM DIRUTA (Questa lastra stava in una casa crollata di fronte ad un edificio di Vallicella [zona di Moricone, paese vicino Roma]. Il resto contiene il testo che ormai conosciamo quasi a memoria:  STET DOMUS HEC DONEC/FLUCTUS FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM, con l’unica variante di scrittura di hec per haec.

1699

A Tarbes, comune francese, sulla facciata dell’antico liceo Théophile Gautier in rue Ramond, protetta da una grata.

STET DOMUS HAEC FLUCTUS/DONEC FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM/1699

Questa prima epigrafe, dunque, non appare come citazione classica, anche se l’incipit del primo verso potrebbe far pensare ad Ovidio (I secolo a. C.-II secolo d. C.), Fasti, IV, 949-954, dove, accennando alle feste del 28 aprile, ricorda l’accoglimento di Vesta, dea del focolare domestico, nella domus Palatina: Aufer, Vesta, diem! Cognati Vesta recepta est/limine: sic iusti constituere patres./Phoebus habet partem. Vestae pars altera cessit;/quod superest illis, tertius ipse tenet./State Palatinae laurus, praetextaque quercu/stet domus: aeternos tres habet una deos. (Prendi, o Vesta, questo giorno! Vesta è stata accolta dalla casa del parente [Augusto]: così hanno deciso i giusti padri. Febo [Apollo] ha una parte, l’altra parte toccò a Vesta; ciò che avanza a loro lo tiene per terzo egli stesso [Augusto]. State saldi, palatini allori e stia salda la casa coperta dalla quercia:  essa sola ha tre eterni dei)

È tempo di passare alla seconda.

XIII secolo

Dicta Beati Aegidii Minorita. Vicesima tertia aprilis, 46: … si vis habere bonum, sustine malum; si vis esse in quiete, labora …5 ( … se vuoi avere il bene, sopporta il male; se vuoi essere nella quiete, lavora (o, meglio, se vuoi essere nella tranquillità, soffri). Sta qui il nucleo concettuale della nostra epigrafe, per la quale all’inizio avevo proposto un’interpretazione (Devi affaticarti per riposare), per così dire, laica (anche se vicina alla regola benedettina: ora et labora (prega e lavora). A questo punto ad essa si sovrappone, e probabilmente finisce per prevalere, quella religiosa, in cui laborare recupera il suo significato originario di soffrire e quiescere ha in sé un riferimento più all’animo che al corpo. Da notare come tutto il pensiero riportato del beato è giocato sugli opposti, espediente retorico antico6.

1485

Filippo Beroaldo (1453-1505) in una lettera7 inviata da Bologna il 30 gennaio 1485: In iuventa laborandum est, ut in senecta quiescas (Si deve lavorare in gioventù per riposare in vecchiaia).

1515

A Fabriano in via Persichetti al civico 2b vi è il portale ingresso attuale del Museo della stampa, già ingresso secondario di palazzo Orfini. La data (che prudenzialmente può essere spostata indietro di qualche anno) è desunta da un’altra iscrizione che recita: Petrus Orphinus de Orphinis a(nno) 1515. Nell’immagine che ho tratto ed adattato da Google Maps si legge distintamente LABORANDUM UT QUIESCAM.

1565

A quest’anno risalgono due progetti realizzati dall’architetto Francesco De Marchi per Ottavio Farnese, duca di Parma. Le tavole raffigurano due labirinti simboleggianti le tappe verso la virtù. Uno di essi era stato realizzato per la sistemazione del giardino del palazzo ducale a Parma e tale cammino era accompagnato “da iscrizioni latine esplicative come laborandum ut quiescas oppure est iter in primis durum sed magno vincitur ed al centro, a suggello della meta raggiunta, la scritta Virtus“.8

Debbo aggiungere che il concetto dell’importanza del labor ricorre pure nell’altra tavola (nell’immagine che segue tratta da Giambattista Venturi, Memoria intorno alla vita e alle opere del Capitano Francesco Marchi (sic!), Milano, Stella, 1816), dalla quale estrapolo le scritte che ci interessano (sono tutte citazioni, non senza qualche adattamento; ho sottolineato quelle in cui compare la parola-chiave): Non omnibus datum est adire Corinthum9 (Non a tutti è concesso di andare a Corinto); Nihil sine labore in vita10(Nulla c’è nella vita senza la fatica); (in settori separati) Labor omnia vincit improbus/et duris in rebus egestas11 (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vincono tutto;  Dulce est meminisse laborum12 (È dolce ricordarsi delle fatiche); (in settori separati) Perrupit Acheronta Herculeus labor./Nihil mortalibus arduum13 (La fatica14 di Ercole piegò l’Acheronte. Nulla è difficile per i mortali); Volenti nihil difficile15(Per chi lo vuole nulla è difficile); ai quattro angoli della parte centrale del labirinto: videtur/praeferre/humanae vitae/speciem (sembra offrire l’immagine della vita umana) e in basso a destra, volutamente al di fuori del labirinto stesso: Difficilem aditum spectantibus offert (Offre un difficile percorso  a chi guarda) e al suo centro: Laudem decusque parabit ([La virtù] preparerà lode e decoro)16; a sinistra, sempre fuori dal labirinto: Inextricabilis error17 (Inestricabile giro). In basso a destra un distico elegiaco (originale, non citazione), quasi a sigillo e ringraziamento ad entità pagane: Ingenium Pallas, dextram praeclarus Apelles, artificique artem Daedalus ipse dedit. (All’artefice Pallade diede l’ingegno, Apelle la mano, lo stesso Dedalo l’arte)

 

1615

In una cronaca belga18 si legge: MDCXV. Vicesimo nono mensis Maii, altera Ascensionis Dominicae, decessit prior … Secinda insequentis proxime mensis die ,pro secunda vice ad prioratus officium erectus fuit dominus Aegidius Christiaens,cuius divisio fuit: LABORA UT QUIESCAS (1615. Il 29 maggio, giorno successivo all’ascesa del Signore, morì il priore … Il 2 giugno per la seconda volta fu elevato all’ufficio del priorato don Egidio Christiaens, il cui motto fu: Lavora per riposarti).

Per concludere: dalle due epigrafi melpignanesi esaminate emerge una sottile rete di allusioni in cui è difficile separare nettamente l’ispirazione laica da quella religiosa. Da un punto di vista specifico della scrittura epigrafica appaiono decisamente anteriori alla data del 1636 che si legge sulla lunga epigrafe posta in alto sulla  facciata principale e che, d’altra parte, si riferisce all’ampliamento dell’edificio. Esse presumibilmente appartenevano alla fabbrica originaria, il che consente di dire che vennero adottate in tempi (il discorso vale soprattutto per la prima)in cui non era ancora esplosa la loro diffusione. in fondo essere alla moda significa, in un certo senso, arrivare in ritardo …

_____________

1 Se quello della nostra iscrizione è duplice, questo di Ovidio (i a. C.-I d. C.), Ars amatoria, I, 271-274, è triplice: Vere prius volucres taceant, aestate cicadae,/Maenalius lepori det sua terga canis,/femina quam iuveni blande temptata repugnet:/haec quoque, quam poteris credere nolle, volet. (Tacciano gli uccelli in primavera, le cicale in estate, il cane del Menalo [monte dell’Arcadia] volga le sue spalle alla lepre prima che una donna resista al dolce corteggiamento di un giovane).

2 Questa variante del testo campeggia, tal quale, a Roma nella parte alta della palazzina in stile rinascimentale in via Silvio Pellico 10. Con Google Maps è un po’ di pazienza (scrollando lentamente) la si legge perfettamente. Se mi fosse stato possibile,  l’avrei inserita, ma sarebbe venuto fuori qualcosa di mostruoso, perché sarei stato costretto ad unire troppi pezzi con diversa prospettiva.

3 Metto in guardia i fruitori di Wikipedia, dove si legge permabulet (!).

4 Tale appellativo, a buon diritto, avremmo potuto vantare, se non fossimo stati bruciati sul tempo, noi salentini per Giuliano di Lecce (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/16/giuliano-lecce-la-tormentata-lettura-sua-epigrafe/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/).

5 Acta sanctorum, a cura di Giovanni Carnandet, Palmé, Parigi, 1866, p. 233.

6 Publio Flavio Vegezio Renato (IV-V secolo)   ), Epitoma rei militaris, III, praefatio: … qui desiderat pacem, praeparet bellum. (Chi desidera la pace prepari la guerra), sintetizzato poi in epoca umanistica con si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Tuttavia va detto che il concetto era stato espresso già prima da molti autori: Tucidide (V secolo a. C.), Storie, I, 124: ἐκ πολέμου μὲν γὰρ εἰρήνη μᾶλλον βεβαιοῦται ( … infatti dalla guerra viene rinsaldata la pace); Cicerone (I secolo a. C.), Philippicae, VII, 6, 19: … si pace frui volumus, bellum gerendum est ( … se vogliamo godere la pace, bisogna scatenare la guerra); Gaio Sallustio Crispo (I secolo a. C.), Catilinaria, LVIII: Nam paritur pax bello (Infatti la pace è generata dalla guerra); Cornelio Nepote (I secolo a. C.), De viribus illustribus. Epaminondae vita): Nemo nisi victor pace bellum mutavit (Nessuno se non il vincitore trasformò la guerra nella pace).

7 Silvio Fabrizio-Costa e Frank La Brasca, Filippo Beroaldo l’Ancien, Lang, Berna, 2005, p. 46.

8 Roberto Venturelli, La corte farnesiana di Parma (1560-1570): programmazione artistica e identità culturale, Bulzoni, Roma, 1999, p. 100.

9 Orazio, Epistole, I, 17, 36: Non cuivis homini contingit adire Corinthum. (Non tocca a qualsiasi uomo di andare a Corinto). Il senso traslato è che non tutti possono permettersi spese esose, ma il significato originario è tutt’altro che edificante: Corinto era la meta prediletta per chi poteva permettersi le prestazioni di prostitute costosissime, come ci ha tramandato l’orazione Apollodoro contro Neera dello Pseudo-Demostene. La Suida (o Suda, enciclopedia di età bizantina) propone, invece, una interpretazione innocente, con riferimento alla pericolosità del viaggio. Se a quel tempo fossero esistite le relative agenzie,ci sarebbe scappata la querela, con relativo risarcimento del danno morale e materiale …

10 Orazio, Satire, I, 9, 59-60: … nil sine magno/vita labore dedit mortalibus (…nulla la vita diede ai mortali senza grande fatica …).

11 Virgilio, Georgiche, I, 145-146: … Labor omnia vicit/improbus et duris urgens in rebus egestas. (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vinsero tutto)

12 Petrarca, Ecloghe, III , verso finale.

13 Orazio, Carmi, I, 3, 36-37: Perrupit Acheronta Herculeus labor/nil mortalibus ardui est.

14 Allude alla dodicesima fatica, cioè alla cattura di Cerbero, il cane a tre teste posto a guardia dell’ingresso degli inferi.

15 Locuzione assente nei classici, di probabile origine umanistica.

16 Passim da un epigramma inserito nell’Appendix Virgiliana: Littera Pythagorae, discrimine secta bicorni,/humanae vitae speciem praeferre videtur./Nam via virtutis dextrum petit ardua callem/difficilemque aditum primis spectantibus offert /sed requiem praebet fessis in vertice summo. Molle ostentat iter via lata, sed ultima meta./ Praecipitat capto, volvitque per ardua saxa. /Quisquis enim duros casus virtutis amore/vicerit, ille sibi laudem decusque parabit./At qui desidiam, luxumque sequetur inertem,/dum fugit oppositos, incauta mente, labores,/turpis inopsque simul miserabile transiget aevum. (La lettera di Pitagora [la Y], separata da una divaricazione bicorne, sembra offrire l’immagine della vita. Infatti la via della virtù cerca una strada agevole e all’inizio offre un difficile percorso a chi la guarda, ma sulla vetta offre la quiete agli stanchi. La via larga ostenta un percorso facile, ma è l’ultima meta. Fa precipitare quelli che cattura e li fa rotolare lungo le rocce scoscese. Infatti chiunque avrà vinto con l’amore della virtù situazioni difficili, si preparerà la lode e il decoro. Ma chi seguirà la pigrizia e l’inerte lusso, mentre con l’incauta mente evita le fatiche che ha di fronte, trascorrerà una miserabile vita, turpe e povero nello stesso tempo ).

17 Virgilio, Eneide, VI, 27: hic labor ille domus et inextricabilis error (qui c’è quella fatica del labirinto e l’inestricabile giro).

18 Recueil des croniques de Flandre, Hayez, Bruxelles, 1837 p. 680.

La terra d’Otranto del XVII secolo nei versi di un autore coevo

di Armando Polito

Oggi l’Italia arranca disperatamente in Europa e nel mondo e le roboanti, giornaliere  dichiarazioni su un presunto riconoscimento altrui del nostro prestigio rappresentano solo un tentativo di gettare fumo negli occhi per avere consensi in cabina elettorale. Ancora più desolante è il quadro se lo sguardo per settori si sofferma sul profondo sud. Che la situazione, soprattutto sotto il profilo economico, per quanto territorialmente ci riguarda fosse radicalmente diversa quattro secoli fa, lo mostra non solo una vasta letteratura specialistica con le sue testimonianze del tempo, ma anche la produzione poetica. Prenderemo in considerazione, per quanto riguarda quest’ultima, Paolo Antonio Di Tarsia1 e la sua opera Europa pubblicata a Madrid nel 1659, prima edizione ormai introvabile. Una seconda uscì a Lione nel 1661 e ad essa farò riferimento2.

L’opera, tutta in latino,  contiene all’inizio ben tre dediche: due in prosa, rispettivamente di uno di coloro a spese dei quali l’opera fu pubblicata (C. Bourgeat) a Giovanni Clemente di Belle-Croix e del Di Tarsia a Pasquale d’Aragona; la terza, ancora del Di Tarsia, in distici elegiaci, a papa Alessandro VII, che già era stato vescovo di Nardò3. Seguono 14 elegie celebranti l’Europa. Alla fine il volume contiene note esplicative per ogni elegia (in questa seconda edizione, come si legge nel frontespizio, sono del fratello Biagio.

Appare significativo che nella parte dedicata al Regno di Napoli (Elegia V, pp. 19-22) sono ricordati, ognuno con una o più peculiarità, ben dieci centri di Terra d’Otranto. Siccome vi compaiono in ordine sparso nelle pp. 21-22, ne riproduco i dettagli dopo averli estrapolati (nota esplicative comprese, laddove ci sono), aggiungendo alla trascrizione la traduzione e qualche nota. Le elegie, superfluo dirlo, sono in distici elegiaci; di solito, però, ogni toponimo non occupa l’intero distico ma solo la prima o la seconda parte, cioè o l’esametro o il volgarmente detto pentametro. La E o la P in parentesi tonde accanto ad ogni toponimo hanno questa funzione indicativa. Anticipo che dominanti sono i riferimenti all’economia o al paesaggio, ad eccezione di quelli culturali di Rudie e Martina Franca.

 

                                                                          BRINDISI (E)

Brundusium commendant Castra, Via Appia, Portus. (Fanno apprezzare Brindisi i castelli, la via Appia, il porto)

                                                                           TARANTO (E)

Aequor ut immensum, extendit se fama Tarenti. (Come l’immenso mare si estende la fama di Taranto)

 

                                                                            GALLIPOLI (P)

Gallipolis cultros, vinaque, vela facit. (Gallipoli produce coltelli, vini, veli)

Gallipolis. Vela ibi fiunt ex bombacio sive xylo, aureis sericisque filis intexta, quibus Mulieres tegendis, ornandisque capitibus utuntur. (Gallipoli. Ivi si fanno veli di bambagia ovvero cotone, intessute di fili di oro e di seta, dei quali le donne si servono per coprire e ornare la testa)

E dopo? Si legge in Pietro Maisen Valtellinese, Gallipoli e suoi dintorni, Tipografia municipale, succursale della Tipografia Garibaldi in Lecce, Gallipoli, 1870, pp. 53-54: Uno sguardo retrospettivo di due o tre secoli, ci addita Gallipoli la città delle industrie e delle belle arti. Avevansi diverse manifatture come di mussolini e veli di finissima ventinella, fregiati di vari colori, ed altri travagli di cotone di cui era molto esteso il lavoro. Si fabbricavano guanti e calze di finissima ventinella, di cui i Maltesi, i Veneziani, i Genovesi e Siciliani ne facevano grande smercio; ma ora tali lavori decaddero in depreziamento per le esotiche manifatture che s’introdussero a prezzi mitissimi, di cui non ponno sostenere la concorrenza le indigene.

 

                                                                            LECCE (E)

Dulce domos ornent pelles, quas pingit Aletum. (Le pelli che colora Lecce, piacevole cosa, ornino le case)

Aletum. Vulgò Lecce. Provintiae Hydruntinae caput. Pelles ibi coccinei coloris ex Oriente delatas,auro et coloribus graphicè exornant, pinguntque,quibus sellas, mensas, scrinia, ephippia, caeteraque utensilia tegunt. (Aleto. Correntemente Lecce. Capitale della provincia otrantina. Ivi con oro e colori adornano e dipingono artisticamente le pelli di colore scarlatto importate dall’Oriente, con le quali rivestono sedie, tavoli, cofanetti, selle e altri utensili) 

Aletum mi appare come deformazione di Aletium (nulla a che fare con l’attuale Alezio) che il Galateo (XV-VI secolo) riporta come una delle tante varianti: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium, a Lictio Idomeneo, alii Liceam: omnia haec nomina idem sunt. (Alcuni chiamano questa città Lupie, altri Lipie, altri Lopie, altri Lupio, altri Lispia, altri Lipia, altri Alezio, altri Licio, altri Littio da Littio Idomeneo, altri Licea: tutti questi nomi sono la stessa cosa)

                                                                        GALATONE (P)

Vite, oleis, plena est Galata, melle, croco. (Galatone è piena di vite, di ulivi, di miele, di zafferano)

Quanto allo zafferano ancora oggi, nonostante tutto, fiorisce spontaneamente, almeno nella campagna in cui, a Nardò, ho la fortuna di vivere, ma la storia è vecchia. Scriveva, infatti, il già citato Galateo: Hic coelum salubre, ac tepidum, aurae salutares, et suaves, ager apricus semper vernans floribus, et bene olentibus herbis, thymo, thymbra, pulegio, serpillo, hysopo, melolotho, camomilla, calamentho, ubique abundans; unde et caseum nobile, et mel gignit, non deterius Hymectio, ac crocum laudatissimum. Itaque ut apud Marsos, et Pelignos Sulmonensis, sic et apud Salentinos Galatanensis crocus ceteris praestat. Temporibus patrum nostrorum in Salentinis hic, non alibi crocus habebatur. Unde huc venerit incompertum est: attamen videtur hoc solum sponte sua crocum gignere. Omnis ager, ubi sues non sunt, silvestri croco abundat; qui flore, bulbo, capillamentis, ortensi sive sativo similis est; tempore etiam conveniunt, uterque enim floret post ortum Arcturi.(Qui [nel territorio di Galatone] il clima è salubre e tiepido, l’aria salutare e soave, la campagna soleggiata che sempre si ricopre di fiori e di erbe profumate: timo, santoreggia, puleggio, serpillo, issopo, meliloto, camomilla, nepeta abbondante ovunque. Perciò produce pregiato formaggio e miele non inferiore a quello dell’Imetto [monte della Grecia famoso nell’antichità per la bontà del suo miele] e zafferano apprezzatissimo. E così, come presso i Marsi e i Peligni il croco di Sulmona, presso i Salentini lo zafferano di Galatone supera gli altri.Ai tempi dei nostri padri il croco c’era qui in Salento, non altrove. Da dove sia giunto qui, non si sa, tuttavia si vede che questa terra lo produce spontaneamente. Ogni campo dove non ci sono maiali  abbonda di zafferano selvatico, che nel fior, nel bulbo, nei filamenti è simile a quello dei giardini o coltivato. Concordano pure nel tempo: entrambi infatti fioriscono dopo il sorgere di Arturo [stella visibile in primavera guardando ad est])

 

                                                                         GROTTAGLIE (E)

Spumantes offert bibulis Cryptalla racemos. (Grottaglie offre ai bevitori spumeggianti vini)

Si legge in Vincenzo Corrado, Notiziario delle produzioni particolari del Regno di Napoli, Nicola Russo, Napoli, 1792, p. 128 : Produce di particolare il territorio di questa Terra [Galatone] grossissime e gustose mela granate; puranche saporite uve, per cui il vino delle Grottaglie vanta un’eccellenza superiore agli altri vini della Provincia.

                                                                               OSTUNI (E)

Ostuni Diana dedit sua munera sylvis. (Diana diede i suoi doni alle selve di Ostuni)

In Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Parrino, Napoli, 1703, parte II, p. 177: Nelle selve assai feconde di Salvaggina, e fra’ Campi fertili di odoroso, e gratissimo Vino, di Olio, di Formento, e di altro esquisito, siede questa [Ostuni ]

Sarebbe interessante sapere quanto esattamente è rimasto di quella selva e, questa volta, per colpa di quale dio o sedicente tale…

 

                                                                                   RUDIE (P)

Eversas Rudias Ennius erudiit. (Ennio erudì la devastata Rudie)

                                                                                   EGNAZIA (E)

Olim ignes factos, Equites nunc Gnatia gignit. (Egnazia ora genera cavalieri, un tempo fuochi fatti [senza che si vedessero4])

Gnatia. Nunc Monopolis, Urbs praeclara, et nobilis in Apulia Peucetia. Hic olim thura liquescere credebant Gentiles in primo templi aditu,sine igne, supero nimirum calore, de quo Horatius lib. serm. saty. 5. (Egnazia. Ora Monopoli, città illustre e nobile nella Puglia peucezia. Qui un tempo i pagani credevano che gli incensi si liquefacessero nel vestibolo del tempio senza il fuoco, senza dubbio per il calore celeste, della qual cosa [parla] Orazio, libro I, satira 5)

Ed ecco il pezzo oraziano (vv. 97-100):… dein Gnatia Lymphis/iratis exstructa dedit risusque iocosque,/dum flamma sine tura liquescere limine sacro/persuadere cupit. (… poi Egnazia dalle acque adirate5 diede occasione di ridere mentre vuol farci credere che sulla sacra soglia l’incenso si liquefà senza fiamma)

 

                                                                   MARTINA FRANCA (E)

Me iuvenem Martina dedit Grecumque Latinum. (A me giovane Martina diede il greco e il latino)

Martina. Alludit ad doctissimum Ludimagistrum Iosephum Caramiam in ea Urbe natum, à quo Auctor, Graecis Latin(is)que Litteris Cupersani imbutus fuit. (Martina. Allude al dottissimo maestro Giuseppe Caramia nato in quella città, dal quale l’autore fu istruito a Conversano nelle lettere latine e greche)    

 

                                                                          OTRANTO (P)

Ex Hydruntinis citria mala pete. (Agli otrantini chiedi cedri)

Oggi non so, ma questa caratteristica permane nel XVIII secolo; si legge in Francesco d’Ambrosio, Saggio istorico della presa di Otranto .., Giuseppe De Bonis, Napoli, 1751, p. 3: Questa Città ha breve il suo orizonte,per il sito basso che tiene, vedendosi per terra circondata da valloni; e però sarebbe di aria mal sana, se i molti arbori di cedri, e melaranci, de’ quali nelle sue vicinanze abbonda, non la purificassero col grato, e continuo odore. E in Francesco Antonio Primaldo Ciatara, Relazione di fatti che interessano la fedelissima città di Otranto, Stamperia Simoniana, Napoli, 1772, p. 6: Il terreno della Città di Otranto poi è molto atto agli aranci, cedri, e limoni per le acque, che lo bagnano.

                                                                               NARDÒ (P)

Stragula Neriti xylina lectus amat. (Il letto ama le coperte in cotone di Nardò)

Neriti. Urbs Neritonensis celebris est.
Texuntur ibi stragula, sive lectorum tegumenta lemniscata ex bombacio, sive Xilo, quae sunt in pretio. (Di Nardò. La città di Nardò è celebre. Vi si tessono coperte o coperture di letti decorate di nastri di bambagia ovvero cotone, che sono apprezzate)

Coverte di bombace di Nardò ricorre, quasi a mo’ di etichetta, negli inventari presenti in atti notarili fino alla fine del secolo XIX e riferentisi, è ovvio, a famiglia abbienti.

____

1 Nato a Conversano nel 1619 , morto a Madrid nel 1670, pubblicò anche: 

De S. Io. Baptistae humanae salutis prodromi laudibus oratio panegyrica. Ad illustrissimum, D. D. Iulium Aquavivam Aragonium, Francesco Savio, Napoli, 1643

Divae Virginis insulanae cupersanensis historia, Iuliano De Paredes, Madrid, 1648

Historiarum Cupersanensium libri tres, Iuliano De Paredes, Madrid, 1649

Memorial politico-historico, s. n., Madrid, 1657

Succus prudentiae sacropoliticae ex nonnullis r. Pp. Ioan. Eusebii Nierembergii, Societ. Iesu, operibus expressus, & per locos communes digestus, a spese di Claude Bourgeat e Michel Lietard, Lione, 1659

Vida de Don Francisco de Quevedo y Villegas, S. M. Redondo, s. n., 1663

Tumultos de la ciudad y Reyno de Napoles, en ano de 1647, En Leon de Francia: a costa de Claudio Burgea, mercador de libros, 1670

2 https://books.google.it/books?id=kJhf-zqGOCcC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/ . Credo che questa dedica e l’altra della prima opera indicata nella nota 1 a Giulio Acquaviva (marito di Caterina d’Aragona duchessa di Nardò) siano due dati non sufficienti ad ipotizzare un qualche rapporto tra il Di Tarsia e Nardò, tanto più che il futuro papa da vescovo non vi mise mai piede e la stessa Caterina dopo le nozze risiedette stabilmente nella città del marito, a Conversano.

4 Per comprendere il senso della traduzione e di questa integrazione è necessario leggere il seguito.

5 Questa è la traduzione letterale di lymphis adiratis, locuzione la cui oscurità ha propiziato fin dai tempi antichi una ridda di interpretazioni: chi vi ha trovato un’allusione alla penuria di acqua dolce, chi, quasi collateralmente, all’abbondanza di acqua salmastra, chi al potere distruttivo dei torrenti precipitanti dalle Murge (in questo caso la traduzione sarebbe “distrutta dalle acque adirate”.

 

 

Maestri della ceramica di Nardò tra fine ‘500 e inizi ‘700. I Bonsegna


I maestri della ceramica di Nardò (LE) tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘700

I Bonsegna e le produzioni compendiarie e tardo compendiarie

 

di Riccardo Viganò

Il ‘600 può essere considerato il secolo d’oro delle ceramiche smaltate prodotte dalle fornaci e dagli ateliers di Nardò. A partire dalla fine del ‘400, con produzioni “proto graffite”[1], e per il secolo seguente, i commerci di queste manifatture, successivamente specializzate nel decoro “alla porcellana”[2], ebbero una rinomata importanza tanto da essere regolamentate e presenti nel “corpus” dei regolamenti cittadini riportati dai “Capitoli della Bagliva” della città di Nardò[3]. L’importanza e la portata di queste produzioni è descritta minuziosamente nei documenti riguardanti alti prelati leccesi della fine del ‘500[4] dove essi prediligevano le produzioni compendiarie neretine, uscite dalle varie manifatture Manieri[5], Dello Castello (o di Castelli), Spata, a quelle di altri centri di Terra d’Otranto[6].

 

I Bonsegna il successo di un’immigrazione

Intorno al 1580, al seguito di quello che fu l’enorme movimento di manodopera specializzata in Terra d’Otranto[7], si inserì in questo tessuto produttivo il calabrese Jacopo Antonio Bonsegna, detto “lo scodellaro”. Originario della città di Bisignano, centro della provincia di Cosenza, sposa nella cattedrale di Nardò, Veronica “di Castelli” la quale porta in dote alcune botteghe, oltre alla casa. Queste, situate nel “pittagio dello Castello”, erano ubicate all’interno del centro abitato,“prope moenia fronte e vicino alla chiesa dell’Annunciata”; l’area che un decennio dopo sarà definita dai documenti “delli Piattari”[8]. L’evoluzione delle produzioni ceramiche dei Bonsegna sono soggette alle avventure finanziarie degli ateliers della famiglia Manieri, comunque a loro legati[9]. Difatti, Jacopo Antonio si vede costretto a vendere tra il 1592 e il 1600 alcune botteghe con fornaci al mastro costruttore proto barocco Giovanni Maria Tarantino[10].

I due ebbero per un breve periodo rapporti di padronanza/sudditanza nonostante il Bonsegna fosse associato nelle produzioni al mastro “pictor” laertino Santo Passarelli[11] che in quegli anni era attivo a Nardò.

Nel 1617 l’attività manifatturiera dei Bonsegna viene rilevata dal primogenito Donato Antonio che in un documento mutilo del 1658 viene classificato come “Piattaro”. Le abilità artistiche di questo Maestro erano tali da attirare alle proprie dipendenze vari cooperatori specializzati e maestri provenienti dai diversi centri di Terra d’Otranto e non solo, come dimostrano le collaborazioni avute con il “Mastro Paolo Nucci della Città di Ariano”[12].

Il forte carattere di Donato Antonio traspare in ogni documento che lo riguardi: conservò e trasmise le conoscenze tecniche ai figli, cercò di capitalizzare i risultati sia di fama che economici abbandonando il lavoro manuale a vantaggio dell’aspetto imprenditoriale finanziario tentando una scalata sociale che lo porterà a passare da Piattaro a rivoluzionario nel1647[13] e, infine, nel 1660 a rappresentante del popolo della città di Nardò[14].

Successivamente alla scomparsa di Donato Antonio (1662), le produzioni restarono nelle mani dei figli Giovanni Francesco (1643- 1693), Giacomo (1653 – 1705) e Donato Antonio[15] e dei nipoti Andrea (? – 1714) e Tommaso (? – 1704) di Giovanni Francesco. Essi, adattandosi alla crescente domanda di mercato e per una buona riuscita del loro commercio, probabilmente esibirono i forti legami sociali acquisiti nel tempo che dovevano essere decisivi come credenziali verso gli acquirenti più abbienti. Il prezzo di ogni singolo manufatto, forse, veniva adattato in base alla relazione tra venditore e compratore ed alla contrattazione economica del caso. Ad esempio, nell’eventualità di comande di corredi di stoviglie (le credenze nuziali, i corredi da spezieria, etc.), i ceramisti ricevevano comande su commissione soprattutto da privati cittadini, ambienti conventuali come il monastero di S. Chiara e il convento di Sant’Antonio della città di Nardò[16], nobiliari o magnatizi, la cui remunerazione doveva essere abbastanza sicura, seppur dilazionata nel tempo.

Difatti, venivano consentiti agli acquirenti prestiti rateizzabili nel tempo che venivano accordati non dal ceramista, ma da mercanti legati strettamente a loro da legami famigliari. Se una delle due parti veniva meno all’accordo verbale preso e/o registrato tramite atti notarili, ci si rivolgeva per crediti inferiori a due ducati alla corte giudiziaria del Mastro di Mercato, carica elettiva che veniva rinnovata annualmente durante la fiera dell’Incoronata nel mese di Agosto. Ad esempio, nella causa avvenuta il 3 agosto del 1707 tra il querelante Don Francesco Tocco e il “piattaro” Giacomo Bonsegna, il commerciante Domenico Rocca “Spontaneamente si offerse di pagare, carlini sette e grana sette per li quali ne consegnerà alla fin del mese presente tanti piatti, alias exequantur”[17]. Oppure due anni dopo dove il Mastro di Mercato decise che, il cugino materno di Andrea Bonsegna, Sabba Sicuro mercante, “Havesse da dare entro domenica, piatti otto, cioè mezzani quattro pittati con animali et alberi, e quattro piccoli a detto Tommaso Ruggiero”[18]

La frequente vendita a credito delle merci esponeva l’artigiano al rischio di fallimento e alla perdita di beni, come ad esempio le terre estrattive messe a pegno da Giacomo Bonsegna nel 1694 o come nella causa avvenuta nel 1705 dove Mastro Andrea Bonsegna nella lite contro Tommaso de Trane reclamava “carlini sei e grana quattro per tanti piatti con pittura di homini, fiori e alberi”[19].Ecco perché era fondamentale condividere con uno o più soci, ceramisti o meno,l’attività entro un preciso arco temporale e, parallelamente, poter indirizzare il proprio lavoro ed i propri investimenti anche in altri campi produttivi più o meno affini e proficui come la vendita del cotone e cenere[20].

Tommaso e Andrea furono ufficialmente gli ultimi interpreti della grande stagione del decoro “compendiario” o “tardo compendiario” fino ad allora prodotto a Nardò. Alla morte di quest’ultimo (1714), senza un erede maschio cui lasciare tale eredità ed economicamente al tracollo, questo ramo familiare di ceramisti si estingue lasciando alcune botteghe in mano al cognato Oronzo Papadia, che nel 1739 le vende, ormai dirute, ai figli dei loro ultimi associati di bottega, Domenico Rocca e il maestro Giovanni Battista Perrone[21].

 

[1] Viganò 2016, p.107.

[2] Queste manifatture erano ubicate tra via A Delle Masse, via colonna e via Pellettieri (Viganò 2016, p. 69).

[3] Le “disposizioni” disciplinano i rapporti tra gli abitanti di Nardò e la signoria degli Acquaviva in materia di esazioni fiscali, riscossioni di diritti e ammende esigibili nello stesso feudo (Salamac 1986, in Viganò 2016, p. 25, nt. 19).

[4] Viganò 2013, p. 58; 2016, p. 25.

[5] Detti anche maestri “M” o “M.L.” (Viganò 2013, p 75 scheda 9).

[6] Viganò 2013, p. 56.

[7] Manodopera specializzata proveniente da centri importanti come Ariano Irpino, Cutrofiano, Laterza, S. Pietro in Lama.

[8] Viganò 2013, p. 56.

[9] Viganò 2013, p. 27.

[10] Il maestro era legato per via matrimoniale alla famiglia Manieri da cui ebbe in dote alcune botteghe ceramiche.

[11] Il 26 febbraio del 1594 il Mastro Jacopo Antonio Bonsegna in qualità di Padrino partecipa, nella cattedrale di Nardò, al battesimo della figlia di “Mastro Santi Passarelli di Laterza e della moglie Anna Positano di Montescaglioso” (Viganò 2013, p.18).

[12] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1600-1630 busta 2, anno 1640.

[13] Nel 1647 partecipò ai moti rivoluzionari neretini: il 28 luglio dello stesso anno, mentre era in fuga nel territorio di Seclì, fu fatto arrestare dal duca d’Amato per ‘essere stato lui che disse, che si portasse il stendardo a castello’.

[14] 14 Vacca a 1954, op cit., p. 84; Matteo, Viganò 2008, p.52; Viganò 2010, p10; 2013, op cit.,p 27.

[15] Due mesi prima della sua morte, il 27 marzo 1687, assieme la socio Mastro Cataldo Manzo, chiede 20 ducati in prestito alla mensa vescovile di Nardò.

[16] Che fossero fornitori dei vari conventi è riportato nei libri contabili del Monastero di Santa Chiara redatti tra il 1674 e il 1704 per bocali pitti fatti da Bonsegna, ducati 1 carlini 50. AMSCN Libro dè conti di procure del venerabile Monastero di S. Chiara di Nardò [1674-1704].

[17] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708, busta, 4 F 69, anno 1707.

[18] ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708, busta, 4 F 71, anno 1709

[19]ASDN, Atti del Maestro di mercato anni 1688-1708 busta, 4 F 67, anno 1705.

[20] 20 AMSCN Libro dè conti di procure del venerabile Monastero di S. Chiara di Nardò [1674-1704]. anno 1694.

[21] 21 Nato a S. Pietro degli Imbrici il 10 agosto 1681, nell’isola dell’Amendole, G. B. Perrone due giorni dopo il matrimonio, nel gennaio del 1705, migrò a Nardò dove formò una vera e propria dinastia di ceramisti e capitani di industria che ben presto soppiantò in toto i Bonsegna per tutto il ‘700 e oltre.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto: Ignazio Viva di Lecce (11/x)

di Armando Polito

Giovanni Mario Crescimbeni, il fondatore dell’Arcadia nel 1690, ci informa che Verino Agrotereo. D. Ignazio Viva Leccese Barone di Specchiarosa Rap. Col. Clem. entrò in Arcadia il 17 marzo 16991 e che faceva parte della Rappresentanza Stravagante fondata nell’Accademia di tal nome composta di Convittori nel Collegio Clementino di Roma, che ha due luoghi, à 24 d’Aprile 16952.

Domenico De Angelis, in Le vite e’ letterati salentini, Raillard, Napoli, 1713 gli dedicò la Vita di Ascanio Grandi (pp.  135-165). Di seguito la p. 135.

E a p. 138 della dedica si legge: Di quanto godimento si riempiva spesso l’animo mio, e di tutti quei Leccesi, che gli anni passati dimoravano in Roma, mentre, trattenendovi voi per Convittore nel nobilissimo Collegio Clementino, eravate lo scopo di tutte le lodi de’ primi, e più ragguardevoli Personaggi di quella Corte; ed io mi ritrovai più d’una volta presente agli applausi, che da ogn’uno vi venivano  fatti, per l’incomparabile maestria, colla quale eravate solito di comparire pubblicamente in tutti gli essercizi cavallereschi, e in tutte le funzioni letterarie.

Per quanto riguarda i nomi pastorali: per Verino qualsiasi proposta è una pura illazione (come supporre che il riferimento sia a Maria Francesco de’ Vieri detto il Verino secondo, autore di Discorsi. Delle meravigliose opere di Pratolino e d’Amore uscito a Firenze per i tipi di Marescotti nel 1587); più probabilità di cogliere nel segno per Agrotereo, che pare ulteriore sviluppo aggettivale (con aggiunta di un suffisso latino) dell’aggettivo greco ἀγρότερος  (leggi agròteros), che significa campestre.

Di lui ho reperito solo tre sonetti.

Il primo è in Raccolta di componimenti in Lode di sua Eminenza il Cardinale D. Arrigo Enriquez per la di Lui Promozione al Cardinalato indirizzata al medesimo da Giacinto Viva Consolo dell’Accademia de’ Spioni di Lecce, Domenico Viverito, Lecce, 1754, s. p.3

 

Signor, per l’opre tue pe ‘l tuo gran cuore

corre superbo il Tago, e L’Ebroa e spande

ciascun tue glorie eccelse, e memorande

e contende all’Italia il sommo onore.

Era dover che Iberiaa il primo amore

di te godesse, e ch’ella alle ghirlande

guatassea come al fonte, onde quel grande

tuo Regio sangue trasse lo splendore.

Roma or ti vuol, deh! Vanne. Ivi è ben giusto

che tu coll’opre della dotta mano

d’onor, di palmed ne divenghi onustoe.

Ogn’un del Tebro fa un guardo tuo sovrano

diverrà Catog al senno, al cuore Augusto

e nuove glorie avranneh il Vaticano.

_______

a Il Tago e l’Ebro sono i due maggiori fiumi della Spagna, paese d’origine dell’Enriquez.

b la Spagna

c guardasse

d riconoscimenti

e carico

f ciascun cittadino romano (Tebro per Tevere).

g Catone; Marco Porcio Catone (III-II secolo a. C.) detto anche il Censore o il Sapiente per la strenua difesa dei valori tradizionali della romanità.

h ne avrà

 

Il secondo è in Romualdo Silvio Pascali, Per la felicissima venuta in Napoli dell’Invittissimo Carlo Borbone Re delle due Sicilie ecc. orazione ed una raccolta di vari componimenti poetici, Abri, Napoli, 1734, p. 7

 

Spuntò per Noi quel fortunato giorno,

in cui ti accolse, o CARLO, il nostro amore.

Ti precede la fama e ‘l tuo valore

la sparse poi con le Vittorie intorno.

Per te, Signore, or d’alti pregi adorno

sen va il Sebetoa al mar carcob di onore,

più del Tebro, e del Tagoc il suo splendore

or vanta, e alterod mostra il tuo soggiorno.

Per te l’Italia i prischi allorie suoi

rinnovati vedrà, Tu l’assecuri,

che in te ravvisaf i trapassatig Eroi.

Per te vedrem ancor con lieti auguri

surteh le glorie de grand’Avi tuoi,

e pieni di speranze i dì futuri.

________

a Antico fiume di Napoli.

b carico

c Vedi la nota a del componimento precedente.

d fiero

e le antiche glorie

f riconosce

g morti

h risorte

 

Il terzo è in Pompa accademica celebrata nel di primo d’ottobre natale dell’augustissimo imperadore Carlo VI re di Spagna per l’anno MDCCXXI nella sala del castello di Lecce da D. Magin De Viles preside di questa provincia consagrata all’eminentis. principe Michele Federico del titolo di S. Sabina Prete Cardin. de’ Conti d’Althann, Nuova stampa del Mazzei, Lecce, 1721, p. 52.

 

In così lieto avventuroso giorno

gioir l’Arcadia co’ i pastor si vede,

cheto ‘l Mar, chiaro il fiume, il colle adorno,

e si bacian tra lor Giustizia, e Fede.

Grida il Pastor: – Quel dì fa a noi ritorno

in cui nacque a noi CARLO; itea al suo piede

spargendo lauri, e palme, al sogliob intorno

ove Clemenza, e Maestà risiede -.

Io, poi ch’altro non posso, il più bel teloc

prendo di mia faretra, e – CARLO – esclamo,

e CARLO in ogni tronco, e foglia scrivo.

Così crescendo il nome al tronco, al ramo

di cedro, palma,platano, e d’ulivo,

col favor delle piante io l’ergod al Cielo.

_________

a andate

b seggio

c dardo; dal latino telu(m).

d elevo

 

_________

1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 348: Verino Agrotereo. D. Ignazio Viva Leccese Barone di Specchiarosa Rap. Col. Clem.

2 Giovanni Mario Crescimbeni, La bellezza della volgar poesia, Basegio, Venezia, 1730, pp. 433-434.

3 Nel volume è riportato pure un sonetto di un altro arcade leccese, Tommaso Perrone (Edisio Atteo), per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte(Gaetano Romano Maffei di Grottaglie): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Dialetti salentini: atu

di Armando Polito

È il varco che consente di entrare in un podere recintato, per esempio, da un muro a secco. Suo padre, etimologicamente parlando, è il latino vadum, che significa secca, bassofondo, acqua bassa del fiume, del mare, di un pozzo, fondale, letto, (in senso figurato) luogo sicuro ma anche insidia, pericolo, difficoltà, passaggio pericoloso,  (al plurale) onde, acque dei fiumi o del mare. Il corrispondente italiano, con lo stesso etimo, è guado. Da notare che, mentre quest’ultimo mostra il passaggio va->gua– (lo stesso che dal germanico werra ha portato al latino medioevale guerra, da cui la voce italiana). atu, invece, presenta solo l’aferesi di v-, fenomeno molto ricorrente, anche col coinvolgimento di b-, nel dialetto salentino: per esempio alire (valere) e attisciare (battezzare). A sua volta vadum è connesso col verbo vàdere, che significa andare con celerità, avanzare rapidamente, marciare, procedere, recarsi, (in senso figurato) andare in rovina, precipitare, (detto di legge, proposta ecc.) approvare, partire, morire. Quest’ultimo significato metaforico (sottintendendo da questo mondo)  lo ha pure il verbo italiano andare (se n’è andato), che da vàdere ha mediato le prime tre persone singolari e la terza plurale del presente indicativo  (vado, vai, va, vanno). Infine i composti di vàdere (evàdere, invàdere e pervàdere) sono passati, tali e quali, in italiano, come la locuzione vade mecum (vieni con me) in vademecum.

Nardò: Alberico Longo e Ursula

di Armando Polito

Confesso che questa volta ho esagerato più del solito col titolo, che sembra fatto apposta (lo è, lo è …) per stimolare la curiosità maliziosa dei miei concittadini e, platea molto più ampia, di chi ha ancora nelle orecchie la recentissima coalizione Ursula, cioè quella alleanza parlamentare tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Forza Italia ipotizzata sui giornali come soluzione per la formazione di un nuovo governo dopo la caduta del Conte I e che traeva la sua denominazione  dal fatto che quei partiti al Parlamento europeo avevano  votato a favore della nomina di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione.

La storia di oggi, però non vede, per fortuna …, come protagonista assoluto uno o più politici, ma, peraltro indirettamente, un letterato neretino ed un suo amore del quale finora nessuna notizia era trapelata e che richiede un salto nel passato di cinque secoli.

Voglio illudermi che alla curiosità maliziosa e pettegola di prima subentri quella che si definisce sana e, se già da questo punto il numero dei lettori dovesse dimezzarsi , resterei, comunque, soddisfatto.

Di Alberico Longo di Nardò  mi sono occupato tempo fa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/, link al quale rinvio perché si abbia preliminarmente contezza del suo spessore.

In fondo quello che oggi leggeremo su di lui può sembrare un pettegolezzo, il corrispettivo cinquecentesco di una pena d’amore di oggi  affidata alle pagine di una rivista scandalistica o a trasmissioni televisive che si occupano esclusivamente di argomenti di altissimo respiro …

Si tratta di un componimento di sedici  distici elegiaci di Ulisse Bassiano1 inserito nella cinquecentina Carmina poetarum nobilium Ioannis Pauli Ubaldini studio conquisita2, Antonio Antoniano, Milano, 1563.

Lo riproduco dalle carte 101r e v (da notare, fenomeno non raro all’epoca,  la numerazione delle pagine che ricalca quella dei manoscritti) con a fronte la mia traduzione ed in calce le mie note.

Se è facile immaginare che il neretino abbia letto questi versi, è difficile indovinare quale possa essere stata la sua reazione di fronte a quella che poteva apparire come una ruffiana intrusione da paraninfo.  Fossi stato io al suo posto, avrei invitato il Bassiano  a farsi, almeno per il futuro, i fatti propri …

Comunque, che Ursula non sia un’invenzione letteraria (pur potendo essere Ursula uno pseudonimo) lo farebbe supporre proprio il dettaglio della tristezza che invade il paesaggio trentino in seguito alla partenza della donna, che, dunque, doveva essere originaria di quelle terre. Di una terra vicina era Lazzaro Bonamico che era nato a Bassano del Grappa nel 1469. È autore, fra l’altro, di un Carminum liber, uscito postumo  per i tipi di Giovanni Battista Somasco a Venezia nel 1572.

Le carte 38v-39v ospitano un componimento in latino di Alberico dal titolo In Proserpinam Alberici Longi Salentini2. Il componimento è quello che con parola greca si definisce epicedio, cioè un canto funebre. Infatti qui Proserpina appare come la moglie di Plutone, il dio degli Inferi, accusata di crudeltà per non aver rinviato la morte di Lazzaro Bonamico4. In ordine sparso vi sono alcuni riferimenti che ci riportano, geograficamente parlando, al Nord e, più specificatamente, a due personaggi reali, contemporanei del nostro, e ad uno mitico. Al v. 25 lacrymans Campeggius illi omnium carissimus (Campeggio5 in lacrime, a lui il più caro di tutti), al v. 27 (urbs Antenoris (la città di Antenore6) e al  v.  42 decusque nostrum Lazarum (il nostro vanto, Lazzaro7).

Tenendo presente la terra d’origine del Bonamico e quella, non molto lontana, di Ursula, non è avventato supporre che anche il salentino avesse avuto occasione di soggiornarvi e che in tale periodo avesse conosciuto Ursula. Ci avrebbe pensato il Bonamico ad immortalare il ricordo di una sofferta storia d’amore. Per dare a questa ipotesi maggiore plausibilità bisognerebbe rinvenire altri riscontri, ma, almeno per il momento, e di questo chiedo scusa al lettore malizioso e non, ogni sforzo è stato vano. E così non mi è stato possibile superare il livello delle riviste e delle trasmissioni televisive che prima ho tanto vituperato …

­­­­­­­­­­­­­­___________

1  (1498-1550), umanista bolognese. Oltre gli altri suoi componimenti inseriti nella raccolta dell’Ubaldini, un suo sonetto (S’alcun pur fia del vulgo errante et stolto) è nella raccolta di Dionigi Atanagi, De le rime di diversi nobili poeti toscani, Ludovico Ananzo, Venezia, libro I, 1565, carta 192v.

2 Carmi di nobili poeti a cura di Giovanni Paolo Ubaldini.

3 Contro Proserpina del salentino  Alberico Longo.

4 Morì nel 1552. Per la sua biografia completa vedi Giovanni Battista Verci, De rebus gestis et scriptis Lazari Bonamici Bassanensis commentariolum, s. n., Bassano, 1770, pp. V-XXXII. In particolare, a p. XXV si legge: Multi fuere ii, qui poematibus mortem hanc conquesti fuerunt; in ter quos commemorari par est Albericum Longum Salentinum … (Molti furono coloro che piansero questa morte [del Bonamico] con poemi; tra loro è conveniente ricordare il salentino Alberico Longo …).

5 Dalla biografia citata in nota 2: Brevi tempore nominis huius celebritate et fama longe lateque diffusa Bononiam est evocatus ad Alexandrum Campegium, Sanctae Romanae Ecclesiae  postea Cardinalem amplissimum, totamque nobilissimam Campegiorum familiam  instituendam; quo in loco ac celebri illo et pervetusto Gimnasio primas partes obtinuit … (In breve tempo per la celebrità e fama di questo nome [del Bonamico] diffuse in lungo e in largo fu chiamato presso Alessandro Campeggio , poi cardinale di santa romana chiesa e per educare tutta la nobilissima famiglia dei Campeggio, nel qual luogo e in quel celebre e vetusto ginnasio ottenne posizioni preminenti …).

6 Padova che, secondo  Virgilio (Eneide, 1, 247-249), sarebbe stata fondata dal principe troiano Antenore.

7 Lazzaro Bonamico.

Brindisi. Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny, il Cavaliere della Sindone

di Marcello Gaballo

Il Salento è una terra ricca di tesori nascosti che attendono ancora di essere svelati e valorizzati. È quindi con grande piacere che riferiamo di una importante scoperta, fatta di recente dal nostro collaboratore Marcello Semeraro, studioso di araldica e sigillografia medievali, nella chiesa di Santa Maria del Casale in Brindisi.

In un corposo articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero, di imminente uscita, della qualificata Rivista di storia della Chiesa in Italia, lo studioso oritano analizza e attribuisce una parata di stemmi cavallereschi affrescata sulla parete meridionale del santuario brindisino, rimasta fino ad ora anonima (fig. 1).

Santa Maria del Casale, Charny
fig. 1

 

L’ipotesi avanzata da Marcello Semeraro, supportata da una serie di riscontri storici e araldici, è quella di un affresco votivo commissionato dal cavaliere francese Goffredo I di Charny – considerato il primo possessore dell’attuale Sindone di Torino – e dai suoi compagni d’armi in occasione della tappa brindisina del viaggio di andata o di ritorno dalla crociata di Smirne (figg. seguenti).

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

L’esame incrociato dei dati ricavati dalle testimonianze araldiche (stemmari e sigilli medievali) e dalle fonti storiche relative alla crociata smirniota consente, inoltre, all’autore non solo di ricostruire il contesto politico e devozionale della committenza, ma anche di circoscriverne cronologicamente l’esecuzione agli anni 1344-1346, a ulteriore dimostrazione dell’importanza dell’araldica quale scienza documentaria della storia.

Nella sua accurata indagine, alla quale ovviamente si rimanda per maggiori dettagli, lo studioso si dimostra abile nel tenersi alla larga da ogni scivolone nel quale sarebbe stato facile incorrere quando si tratta di Geoffroy de Charny, la cui storia personale è molto spesso mal raccontata in pubblicazioni dedicate principalmente alla Sindone di Torino, che qui rimane opportunamente sullo sfondo, sebbene non manchi chi, fra i sostenitori di una provenienza orientale della reliquia, ipotizza che il cavaliere francese l’abbia trovata proprio a Smirne, attraverso percorsi su cui esiste poca concordia e nessun elemento di certezza.

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

Il contributo di Semeraro – che si avvale, fra l’altro, della collaborazione di Andrea Nicolotti (fra i massimi studiosi della Sindone) e di alcuni fra i maggiori araldisti europei – mette insomma in luce un singolare aspetto della natura storica del Sud Italia in quanto snodo fondamentale della circolazione europea di uomini e idee, e cerniera tra Mediterraneo occidentale e orientale.

Sullo sfondo campeggiano la città di Brindisi, il suo porto e il santuario mariano costiero di Santa Maria del Casale, uno straordinario monumento tutt’altro che provinciale, la cui fortuna si giocò soprattutto nel più ampio contesto della politica euro-mediterranea del Trecento e delle ambizioni, mai realizzate fino in fondo, di conquista dell’Oriente da parte dei sovrani della dinastia angioino-napoletana e dei principi del ramo tarantino.

 Santa Maria del Casale e l’affresco di Goffredo I di Charny

L’auspicio, pertanto, è che questa importante scoperta possa offrire alla ricerca storica sul «cavaliere della Sindone» e sulla chiesa di Santa Maria del Casale un solido terreno per futuri e auspicabili approfondimenti.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (10/x): Tommaso Perrone di Lecce

di Armando Polito

In Prose degli Arcadi, Antonio de’ Rossi, Roma, 1718, tomo III, p. XIV si legge Tommaso Perrone Leccese, Avvocato Napolitano.  Se Leccese si riferisce alla terra d’origine, Napolitano è in rapporto con il diverso ambito culturale e professionale con il quale allora, come oggi, ci si doveva confrontare.

Edisio Atteo era il suo nome pastorale. Se per Edisio mi pare poco probabile che il riferimento sia a quell’Edesio che insieme con Frumentio evangelizzò l’India secondo il racconto di Rufino di Aquileia (IV-V secolo d. C.)1, Atteo è quasi sicuramente dal greco Ἀκταῖος (leggi Actàios), che significa dell’Attica.

Di lui ho reperito i componimenti che seguono.

In Michele Federigo d’Althann vescovo di Vaccia, cardinale di Santa Chiesa, Viceré di Napoli, ecc. acclamato in Arcadia col nome di Teadalgo Miagriano. Componimenti degli Arcadi della Colonia Sebezia, e d’altri non Coloni, Mosca, Napoli, 1724, pp. 77 e 121-124:

1) 

Più che d’auroa , e di gemme in fronte sparsi,

mostri que’ fregi, onde tua mente luceb:

com’il Sol, che veggiamc d’un vetro starsi

dall’altra parte, e in questa pur traluce.

E son fra gli altri i più sublimi apparsi

Senno, Valor, Giustizia e chi n’è Duce,

soave maestà, che cercan farsi

maggiori al tuo gran Nome, a la tua luce.

Felice Arcadia! Del tuo nome adorno

s’illustra; e i regi antichi, onde solead

vantarsi, obliae e tu la fai sì altera.

Ed or che t’ha nel grembo, un più bel giorno,

ne puref allor, che Augusto la reggea,

vide l’alta Cittàg, che al Mondo imperah.

_________

a oro

b dei quali la tua mente risplende

c vediamo

d dei quali soleva

e dimentica

f Sic, per neppure.

g Roma

h comanda

 

2)

O s’uguali al desio potessi l’ale

muover così, che de l’oscura notte

uscissi fuori e con altero volo,

per goder sempremai del chiaro giorno,

là mi fermassi ove s’accende il Sole,

senza mai paventara l’ira del tempo!

I’ non farei, ch’oltraggio alcun dal tempo,

e dal ratto volar di sue presteb ale

soffrisse, ma godendo eterno il Sole,

l’ombre fugasse de la cieca notte,

questo sì chiaro, e memorabil giorno,

in cui TEODALGO mi solleva a volo.

Ma come aver poss’io per tanto volo

penne ben degne se non basta il tempo

del viver mio, non che di questo giorno,

a farne inchiesta, e trasportar su l’ale

de la Fama il suo nome ove fa notte

quando l’altro Emisperoc illustrad il Sole

ed ivi ancor dove risplende il Sole

stanco non mai del suo mirabil volo?

Or se tanto non posso e pur la notte

mi tien fra l’ombre e m’è nemico il tempo,

a te felice Arcadia io drizzo l’alee

del mio vago pensiero in sì bel giorno.

Deh sorgi altera, e godi, e loda il giorno,

che i tuoi Campi feconda un nuovo Sole

maggior de l’altro, che spiegando l’alee

de’ suoi rapidi raggi, a Te col volo

giunse, recando ed ontaf, e scorno al tempo.

per far che non t’accechi invidag notte.

E quella, che ti copre, usatah notte,

sorga più lieta, e chiara al par del giorno,

e le vicende sue ti mostri il tempo

sempre felici e non ti turbi il  Sole.

E i tuoi Pastori, quasi cigni, al volo,

e al canto spieghin la lor voce, e l’alee.

E dican sempre dibattendo l’alee:

– TEODALGO è il Sole, che la notte a volo,

e ‘l Tempo fuga, e ne dà vita, e giorno.

__________

a temere

b veloci

c emisfero

d illumina

e ali

f offesa

g invidiosa

h abituale

 

3) 

Questa di puro latte opra gentile,

che poco dianzi il mio Capraro avvolse

fra questi giunchi, è il frutto che raccolse

dal gregge mio qui non tenuto a vile.

Questa, TEODALGO, in don ti porgo umìle,

poiché la nostr’Arcadia in Te rivolse

l’occhio ben saggia e nel suo sen t’accolse,

come suol vagaa donna aureo monile.

Qui ci vedrai, con tuo piacer, menareb

al verde prato il gregge, ed al ruscello

e cantar lieti al suon d’umile cannac.

Ma Tu, che ti orni d’opre illustri, e chiare,

alfin sarai più gran Pastor di quello

ch’or fatto sei né il mio pensier m’inganna.

_____

a graziosa

b condurre

c siringa

 

4) 

Come il raggio del Sol, che prima indora

di Pelioa, e d’Ossab le superbe cime,

scende poi ne le Valli oscure ed imec

ed esse ancor di sua presenza onora,

quivi pur chiaro, e pur benigno allora

ogni rozzo arbusceld, che non s’estimee,

e ogni altra gentil pianta sublime,

con sua rara virtù feconda, e infiora,

così TEODALGO, Tu de’ primi Eroi

l’alte Sedi rischiari ed or ne scendi

ad illustrar’i nostri bassi Campi.

Tu pien di nuovo almof splendor fra noi,

oltre l’usatog, il furor sacro accendi

e nel volto a ciascun la gioia stampi.

_________

a Monte della Tessaglia.

b Monte tra il Pelio e l’Olimpo. Quando i giganti Oto ed Efialte tentarono di scalare quest’ultimo misero l’uno sull’altro il Pelio e l’Ossa.

c profonde

d arbusto

e che non è degnato di alcuna considerazione

f nobile

g oltre l’abituale

 

In Vari componimenti per le nozze degl’Illustrissimi Signori il Signor D. Niccolò Parisani-Buonanni Marchese di Caggiano etc. e la Signora D. Emmanuele Erberta Vitilio de’ Marchesi dell’Auletta etc., Mosca, Napoli, 1717, s. p.:

5) 

Queste grandi Almea (che di chiaro semeb

trasser la spogliac) furon già criate

d’ugual pensiero e furo anco dotate

d’un pungente desìo d’unirsi insieme.

or Imene d le stringe e quella spemee,

che incerta fu, le rende omaif beate,

giunta nel suo bel fine, e avventurate

faralleg fin che chiudan l’ore estremeh.

Ei dunque scaldi e accenda in sì bel nodo

l’oneste voglie, sì che ERBERTA doni

della futura prole il certo segno.

Nascan figli, e nipoti; e in alto modo

di lor Fama quinci e quindi suoni,

com’è de’ cari Sposi ora il disegno.

__________

a anime

b stirpe

c il corpo

d Nell’antichità classica era il dio delle nozze e, come nome comune, l’ epitalamio, il canto nuziale  che si cantava in coro mentre si accompagnava la sposa alla casa del marito. La voce è dal latino hymenaeu(m), che è trascrizione del greco ὑμέναιος (leggi iumènaios), a sua volta da ὑμήν (leggi iumèn), che significa membrana, imene.

e speranza

f ormai

g le farà

h fino alla fine della vita

 

In Raccolta di componimenti in Lode di sua Eminenza il Cardinale D. Arrigo Enriquez per la di Lui Promozione al Cardinalato indirizzata al medesimo da Giacinto Viva Consolo dell’Accademia de’ Spioni di Lecce, Domenico Viverito, Lecce, 1754, s. p.2:

6) 

Poiché, Signor, giungesti all’alto segnoa,

ove il tuo sangue e tua Virtù sì rara

ti feanb  la via da molto tempo a gara

e ruppero il confin del tuo ritegno,

ben è dover che il nostro umile ingegno

mostri in questa occasion sì bella e cara

che tutto il lume, onde si rende chiara

nostra fama, divien dal tuo disegno.

Sì tu solevi un tempo in culto stile

con prose, e rime ornar nostra Adunanzac

e quinci nacque il ben che poi ne avvenne.

Or, perché sei tu sempre a te simile,

tì offre quei fior, che fare ha per usanza

in segno del suo amor, che in te ritenne.

____________

a alla carica cardinalizia

b facevano

c L’accademia degli Spioni di Lecce, fondata nel 1683. In  L’Accademia degli spioni di Lecce, sua origine, progressi, e leggi: dove si fa menzione nommen de’ viventi, che de’ morti accademici, fondata l’anno 1683 dedicata da Oronzio Carro vicesegretario della medesima al glorioso martire di Cristo, patrizio, e primo vescovo di Lecce, S. Oronzio, Chiriatti, Lecce, 1723, vi è un intervento dell’Enriquez dal titolo Ragionamento indiritto agli Accademici Spioni. Per altre notizie su quest’accademia vedi Archivio storico per le province napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli , 1878, pp. 150-153.

__________________

1 Historia ecclesiastica, libro I, cap. IX (nella Patrologia del Migne, s. n., Parigi, 1849, tomo XXI colonne 478-480).

2 Il sonetto reca l’intestazione: Sonetto dell’Arcidiacono Tommaso Perrone tra gli Arcadi detto Edisio Atteo. Nel volume è riportato pure un sonetto di un altro arcade leccese, IgnazioViva (Verino Agrotereo). Ricordo per analoga celebrazione Poesie toscane, e latine per la promozione alla Sacra Porpora dell’Eminentissimo, e Reverendissimo Principe il Signor Cardinale Arrigo Enriquez Principe di SquinzanoProtettore della Città, e del Ducato di Camerino, Gabrielli, Camerino, 1754.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/     

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

 Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Dialetti salentini: cacchiame

di Armando Polito

Il tempo dedicato al sonno ha visto utilizzare prima la nuda terra, poi  un semplice strato di foglie, più in là un rudimentale materasso costituito da un sacco riempito di paglia e detto perciò saccone, quindi  la sua evoluzione con la lana al posto della paglia e, via via, il materasso a molle, quello ad acqua, quello di lattice e, infine, quello al memory, un materiale speciale inventato dalla Nasa per gli astronauti.

Il cacchiame era il materiale del secondo modello descritto, cioè un insieme di steli di paglia di orzo contenuto in un sacco dalle giuste dimensioni. La voce, collettiva come  quelle in italiano terminante in –ame (cascame, cordame, cuoiame, fasciame, pellame, etc. etc.) è derivata da càcchiu, che, come l’italiano cappio, è dal latino capulu(m), che significa impugnatura, manico, a sua volta dal verbo càpere, che significa afferrare. Molto prima che  il gaucho argentino o il cow-boy nordamericano usasse il lazo (nome spagnolo, ma dal latino laqueum, lo stesso che in italiano ha dato laccio),  il ragazzino salentino1 esercitava il suo infantile, non so fino a che punto inconsapevole, sadismo catturando lucertole con uno stelo verde di grano o altro cereale, avente un’estremità piegata e annodata sul resto a formare un cappio. E questo non immediatamente individuabile rapporto concettuale tra càcchiu e cacchiame, sfuggito al Rohlfs che nel suo vocabolario non ne dà l’etimo, è destinato a diventare sempre più impalpabile, mentre cacchiame sopravvive ormai solo nei racconti dei vecchi o in qualche romanzo ambientato nel passato.

Com’è noto, càcchiu (e in italiano càcchio) è usato anche come sostituto eufemistico di cazzo. Siccome omnia munda mundis (tutto è puro per i puri; ma qui puro io sarei solo per l’intento divulgativo che in questa occasione mi anima) non posso non far rilevare come il decremento demografico sia stato direttamente proporzionale all’evoluzione del materasso: moltissimi figli quando c’era quello di cacchiame, pochissimi ora che c’è il memory. Direi, adattando un altro detto latino e chiedendo scusa per questa battuta finale forse più cretina che maliziosa, che col cacchiame similia similibus curabantur (le cose simili si curavano con cose simili). E lascio all’arguzia del lettore individuare i due elementi simili nella speranza che questa mia conclusione non sia sfruttata da qualche sociologo da strapazzo come base per qualche suo studio strapazzo …

______

1 Oggi pure qualcuno cresciutello che immortala in rete la sua impresa, una volta tanto incruenta, per fortuna della lucertola e ad onore della nostra umanità: https://www.youtube.com/watch?v=xkXp61VStfE

Nardò nelle cartoline di Antonio Mazzarella, il Cavaliere

di Armando Polito

A chi volesse saperne di più sul fotografo neretino rinvio a

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/18/anchio-ho-una-foto-del-cavaliere-antonio-mazzarella/

http://www.lavocedinardo.it/Voce12006/VOCE12006PDFBW.pdf

 

Le poche immagini che seguono, “rubate” ad eBay, rappresentano certo una minima parte delle foto del Cavaliere utilizzate per quelle che un tempo si chiamavano “cartoline illustrate” e ancor più di quelle sue aventi, direttamente o indirettamente, come soggetto Nardò.  Sarebbe bello se qualche collezionista o occasionale riempitore di cassetti integrasse questa breve documentazione con la riproduzione anche del verso (a garanzia della paternità dello scatto).

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (9/x): Giulio Mattei di Lecce

di Armando Polito

Salenzio Itomeo il suo nome pastorale. Abate, entrò nell’Arcadia il 20 giugno 17081. Per Salenzio non è azzardato supporre un riferimento al Salento, quasi una forma aggettivale sostitutiva di Salentino, anche in funzione distintiva rispetto al milanese Pietro Antonio Crevenna, entrato in Arcadia il 2 maggio 17042, il cui nome pastorale era Salento Elafieio. Ma non credo sia estraneo neppure il Salentium di Leadro Alberti (XV-XVI secolo), per il quale rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/16/tuttal-piu-me-lo-bevo-ma-non-me-la-bevo/, in linea con gli stessi moderni  equivoci  rilevati per Tommaso Maria Ferrari.  Per Itomeo il riscontro è con il monte Itome in Messenia. Riporto due passi di Pausania (II secolo d. C.)3:

Καὶ γὰρ τοῦ Διὸς τὸ  ἐπὶ  τῇ  κορυφῇ  τῆς  Ἰθώμης τέμενος

(E infatti il santuario di Giove sulla cima dell’Itome …)

Ἐς δὲ τὴν κορυφὴν ἐρχομένῳ τῆς  Ἰθώμης, ἣ δὴ Μεσσηνίοις ἐστὶν ἀκρόπολις, πηγὴ Κλεψύδρα γίνεται. Πάντας μὲν οὖν καταριθμήσασθαι καὶ προθυμηθέντι ἄπορον, ὁπόσοι θέλουσι γενέσθαι καὶ τραφῆναι παρὰ σφίσι Δία. Μέτεστι δ᾽ οὖν καὶ Μεσσηνίοις τοῦ λόγου. Φασὶ γὰρ καὶ οὗτοι τραφῆναι παρὰ σφίσι τὸν θεόν, Ἰθώμην δὲ εἶναι καὶ Νέδαν τὰς θρεψαμένας, κεκλῆσθαι δὲ ἀπὸ μὲν τῆς Νέδας τὸν ποταμόν, τὴν δὲ ἑτέραν τῷ ὄρει τὴν Ἰθώμην δεδωκέναι τὸ ὄνομα. Ταύτας δὲ τὰς νύμφας τὸν Δία, κλαπέντα ὑπὸ Κουρήτων διὰ τὸ ἐκ τοῦ πατρὸς δεῖμα, ἐνταῦθα λοῦσαι λέγουσι καὶ τὸ ὄνομα εἶναι τῷ ὕδατι ἀπὸ τῶν Κουρήτων τῆς κλοπῆς. Φέρουσί τε ἀνὰ πᾶσαν ἡμέραν ὕδωρ ἀπὸ τῆς πηγῆς ἐς τοῦ Διὸς τοῦ Ἰθωμάτα τὸ ἱερόν.

(Per chi va sulla vetta dell’Itome, che per i Messeni è la rocca, c’è la sorgente Clessidra. Cosa difficile anche per chi prende a cuore la questione è contare tutti quelli che pretendono che Zeus sia nato e cresciuto presso di loro. Il discorso riguarda pure i Messeni.  Infatti anche questi dicono che il dio è cresciuto tra loro, che nutrici sono state Itome e Neda, che da Neda è chiamato il fiume e che l’altra abbia dato il nome Itome al monte. Dicono che queste ninfe lì abbiano lavato Zeus, che era stato nascosto dai Cureti per timore del padre, e che il nome alla fonte sia derivato dall’inganno dei Cureti. E ogni giorno portano l’acqua dalla fonte al tempio di Zeus Itomata)

Di lui non ho notizia di opere singole pubblicate, ma della sua attività di poeta rimangono numerose tracce in varie raccolte.

Due sonetti sono in Michele Federigo d’Althann vescovo di Vaccia, cardinale di Santa Chiesa, Viceré di Napoli, ecc. acclamato in Arcadia col nome di Teadalgo Miagriano Componimenti degli Arcadi della Colonia Sebezia, e d’altri non Coloni, Mosca, Napoli, 1724, pp. 63 e 102: 

Signor, da l’uno a l’altro estremo Polo

andran di nostra Arcadia i pregi alteri,

e riverranno in lei que’ dì primieri, in

cui sublime ergean suoi cigni il volo.a

Se l’antico splendor tutto in Te solo

oggi riveste, e gli onorati, e veri

sentier riprende, onde un dì fia b che speri

girnec  più chiaro il nostro eletto stuolo,

or qual darem ghirlanda al tuo valore?

Ch’a sommi Eroi non basta il crin fregiarsi

di lauro, o palma, o d’altro pari onore.

Dee sol di tue Virtudi ‘l serto farsi,

onde splender vedremo ogni Pastore

più che d’auro, e di gemme in fronte sparsi.

_______

a e ritorneranno in lei quei primi giorni in cui  i poeti dell’Arcadia dettero splendida prova di sé. Michele Federico d’Althann era entrato nell’Arcadia nel 1722.

b sarà

c procedere

 

Spirti d’onor, che ‘n riva al Tebroa ancora

d’Arcadia amanti intorno a lei godete,

deh sul Sebetob a rimirar movete,

qual degno Eroe le nostre selve onora!

Quel, cha Virtude il Regno orna, e ristora,

il gran TEODALGOc, or non sdegnar vedrete

un serto umil, ch’in queste piagged liete

rozza man di Pastor tesse, ed infiora.

Vedrete ancor, come la fronda e ‘l fiore

pregio racquisti a la sua fronte intorno,

e prenda qualità dal suo valore.

Ma no, restate; e ‘l rivedrete un giorno

d’altro ben degno Ovil Sommo Pastore

sul Vatican di maggior serto adorno.e

________

a Tevere

b Antico fiume di Napoli.

c Come recita pure il titolo della raccolta, Teadalgo Miagriano era il nome pastorale di Michele Federico d’Althann.

d contrade

e Questi ultimi tre versi non furono profetici, perché Federico non fu papa.

 

Quattro sonetti sono in Rime degli Arcadi, Antonio de’ Rossi, Roma, 1717, tomo VI, pp. 283-285

Quell’io, ch’un tempo nell’età ferventea

vissi morendo al folgorar d’un guardo b,

che balenando ognor lume bugiardo,

fè d’impuro desioc l’anima ardente,

or d’altra etaded altro pensiero in mente

tepido accoglioe, e più d’amor non ardo,

che di ragione il moto lento, e tardo

contra il caldo d’amor fu sol possente:

così del van desio l’anima sciolse

il tempo, e fu dal tempo il fuoco spento,

che né forza, né luogo allor ritolse;

e alfin del lungo suo vaneggiamento

l’effeminato mio pensier raccolse

frutto sol di vergogna, e pentimento.

__________

a l’età giovanile

b sguardo

c desiderio

d dell’età matura

e accolgo

 

Il faggio è questo, in cui Serranoa incise

sotto il nome di Fillib i vari moti

del gran Pianetac, e i corsi a lui sol noti

delle stelle da noi tanto divised:

il sasso è questo, ove talor s’assise

cantando delle cose i semi ignotie,

come il tuon si formi, e come rotif

il fulmine sul monte in varie guiseg.

Or più nol veggioh, ch’a trovar sua stella

nel Ciel è gitoi, ove spess’io rimiro,

e chiamo Morte, che m’unisca a quella,

sovente al dolce luogo il passo giro,

e poiché non poss’io l’anima bella,

mi stringo al faggio, e al sasso, e poi sospiro.

___________

a Nome di pastorello inventato.

b Pastorella amata da Serrano.

c Giove

d lontane

e le origini sconosciute

f ruoti

g in vari modi

h non lo vedo

i andato

 

Di quell’ardor, che sparso in ogni parte

del petto mio, sì dolcemente appresi,

canto; e del bel, di cui forte m’accesi,

in amoroso stil vergo le cartea.

Quanto possibil sia l’ingegno, e l’arte

alzar vogl’io, per far chiari, e palesi

i raib, che dal bel volto al cor discesi,

fiamme, e dolcezze anc nel mio cor cosparted.

Ardito mio pensier dispiega l’ale,

passa le nubi omaie libero, e sciolto,

né ti sgomenti il volo, alto, e mortale,

poiché, quando da morte i’ f sarò colto,

forse avverrà, che viva, ed immortale

la mia fiamma ne resti, e ‘l suo bel volto.

____________

a scrivo versi d’amore

b raggi

c Sic per han.

d cosparse

e ormai

f io

 

Poiché di tristo umor gravida il ciglio,

la Real Donna, che in Liguria impera,

vide l’Italia in quella parte, ov’era

del proprio sangue il bel terren vermiglio,

– Qual fia – proruppe – quel più saggio figlio

di tanti, e tanti infra l’eletta schiera,

ch’or nel mio soglio asceso, a me l’intera

pace riserbi nel comun periglio! -.

Indi volgendo maestoso, e tardo

in quel, che la cingea, stuolo d’Eroi,

sovra di te, Signor, fermò lo sguardo,

e rimembrando i fatti egregi tuoi,

disse: – Le giuste brame, ond’io tutt’ardo,

tu solo, o Figlio, oggi  adempir  ben puoi.

La Real Donna potrebbe essere Genova e il Signor/Figlio Giovanni Antonio Giustiniani doge dal 1715 al 1717.

Della considerazione in cui il Mattei era tenuto da Giambattista Vico è prova nella raccolta da lui pubblicata nel 1721, della quale riproduco il frontespizio.

Alle pagine 109-146 si trova un lungo componimento del Vico nel quale (vv. 324-432) sono nominati i poeti4 il cui contributo fu inserito nella raccolta e ai vv. 401-402 si legge: il Mattei che valore/ha del nome maggiore. E, quasi a compensazione del valore senza notorietà, il Vico apre la raccolta proprio con un sonetto del nostro, che precede, addirittura, la dedica nuziale del grande napoletano. Non lascia adito a dubbi la nota che si legge in calce.

Ad un Ritratto dell’Eccellentissima Signora Marchesana di Sant’Eramo. 

L’altera fronte, il bel celeste aspetto,

e ‘l volto imitator dell’alta mente

sù questa tela a noi rendon presente

Donna, ch’eccelsi spirti accoglie in petto.

Ma il grave onor, l’Angelico intelletto,

l’almo valor del senno, e la possente

forza del brio chi mai sì degnamente

ritrar potria conforme al gran Subietto?

E pur qui l’Arte la Natura hà vinta,

s’ogni virtù di lei vive, e innamora,

e vera appar, non che adombrata o finta.

Tal forte Idea compone, orna e colora,

l’eroica Immago, che se ben dipinta,

maraviglia, e rispetto esige ancora.

 

Questo nobil sonetto giunto, già data fuori la Raccolta, si è stimato ben fatto qui collocarlo.

 

E alle pp. 59 e 104 due sonetti del leccese.

Il laccio, ondea furb presi i cori alteric

di questi Eroi, la su nel Ciel s’ordìo

per man d’Amor, sommo Signore, e Dio

di Giove istesso, e de gli Dei più ferid,

santa Onestà lo strinse, e i suoi severi

modi a’ vezzi d’Amor soavi unìoe,

e molcef intanto un nobile desìo

i degni affetti lor casti, e sinceri.

Vieni dunque Imeneog con lieti auspici,

e su l’almeh già strette in un raccolti

versa de’ tuoi favori il bel tesoro.

Quindi vedrem da nozze sì felici

nascere i figli, e rinnovare i volti,

e i fatti egregi de’ grand’Avi loro.

__________ 

a da cui

b furono

c fieri

d fieri

e unì

f delizia

g Nell’antichità classica era il dio delle nozze e, come nome comune, l’ epitalamio, il canto nuziale  che si cantava in coro mentre si accompagnava la sposa alla casa del marito. La voce è dal latino hymenaeu(m), che è trascrizione del greco ὑμέναιος (leggi iumènaios), a sua volta da ὑμήν (leggi iumèn), che significa membrana, imene.

h anime

Io veggioa in mezzo al bel talamob d’oro

sparger nembi di gioia, e far soggiorno

Amor, sua Madrec, delle Grazie il coro,

et Imeneod col vago cinto adorno,

et accese in festivo alto lavoro

mille facie cambiar la notte in giorno,

e Donne, e Cavalier con bel decoro

muover le danze, e cento applausi intorno.

Veggioa la pompaf in apparir fastosi

Eig vinto, et Ellah del trionfo alterai

i duo ben degni, e fortunati Sposi.

Odo al suon di più Lire, e in vaga schiera

cantar nobili Cignil: Eroi famosi

o qual Germem il Sebeton attende, e spera!

__________ 

a vedo

b stanza nuziale

c Venere

d Vedi la nota g del sonetto precedente.

e fiaccole

f sfarzo

g lo sposo

h la sposa

i fiera

l poeti

m discendenza

n Antico fiume di Napoli.

 

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (premessa): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

 

_______________

 

1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Roma, Antonio de’ Rossi, 1711, p. 371.

2 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, op. cit., p. 361; per completezza va detto che qualche decennio dopo  il pisano Carlo Lanfranchi Chiccoli assumerà il nome pastorale di  Salento Scopeo.

3 Ἑλλάδος περιήγησις, IV, 3, 9: Καὶ γὰρ τοῦ Διὸς τὸ  ἐπὶ  τῇ  κορυφῇ  τῆς  Ἰθώμης   τέμενος (e infatti il santuario di Giove sulla cima dell’Itome …)

4 Oltre a Giulio Mattei sono (per quelli che fecero parte dell’Arcadia aggiungo il nome pastorale): Nicola Capasso, Nicola Cirillo, Nicola Galizia, Giacinto di Cristofaro, Gioacchino Poeta (Clealgo Argeateo), Matteo Egizio (Timaste Pisandeo), Francesco Manfredi, Casimiro Rossi (Vatilio Elettriano), Giuseppe di Palma, Francesco Buonocore, Gennaro Perotti (Filomato Nemesiano), Agnello Spagnuolo (Fidermo Falesio), Niccolò Sersale, Niccolò Salerno (Pirgeo Libadio), Andrea de Luna d’Aragona (Varisto Pareate), Andrea Nobilione, Vincenzo Tristano, Francesco Valletta, Giuseppe di Cesare, Silverio Giuseppe Cestari (Salvirio Tiboate), Giuseppe Aurelio di Gennaro, Vincenzo Viscini, Andrea  Corcioni, Basilio Forlosia, Giulio Mattei, Marcello Vanalesti (Spimelio), Francesco Salernitano, Giovanni Maria Puoti, Casimiro Rossi (Vatilio Elettriano), Pietro Metastasio (Artino Corasio), Casto Emilio Marmi, Anton Maria Salvini (Aristeo Cratio).

Nardò: il duca Belisario può far celebrare messa nel suo palazzo

di Armando Polito

Su Belisario Acquaviva, ultimo duca di Nardò con tale nome, vedi Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò, in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli,1848, v. I, pp. 443-445.

Di seguito il documento di autorizzazione emesso dall’arcivescovo di Amalfi Paolo Emilio Filonardi (Roma, 1580 – Roma, 24 aprile 1624) su autorizzazione di papa Paolo V (1552-1621). È contenuto in un manoscritto del secolo XVII (Borg. lat. 67, carta 188r e v) custodito a Roma nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Esso, come si vedrà, non reca data, ma, siccome è seguito da altre licenze concesse ad altri nel 1618, è plausibile che risalga a quell’anno. Ad ogni buon conto non può essere anteriore all’aprile del 1618, data in cui il Filonardi fu nominato nunzio apostolico, carica ricordata proprio all’inizio.

Lo riproduco con, di mio, la trascrizione a fronte e  la traduzione in calce.

Paolo Emilio Filonardo di Roma, arcivescovo di Amalfi per grazia di Dio e della sede apostolica, e attualmente nunzio per il Regno di Napoli per conto dell’illustrissimo signore nostro papa Paolo V e commissario appositamente deputato a tutto ciò che dopo è posto. A tutti e ai singoli fedeli di Cristo che leggeranno la presente, nonché a quelli che la vedranno e alla quale siano pervenuti  o in qualsivoglia modo spetti, dichiariamo quale licenza concediamo al signore Belisario Acquaviva duca di Nardò in forza della facoltà concessaci dal signor nostro papa Paolo e con la presente disponiamo che al medesimo duca sia lecito e possa far celebrare il sacrosanto sacrificio della messa nella sua cappella o oratorio della medesima città di Nardò con i suddetti limiti e condizion, in modo che l’oratorio adeguatamente a ciò arredato, rimanga libero da tutti gli usi domestici, tuttavia dall’organizzazione del luogo anche da visitare e da approvare, affinché qualche messa

possa celebrare per mezzo di qualsiasi sacerdote secolare o regolare su licenza, tuttavia, dei suoi superiori, rispettati ed esclusi i giorni di Pasqua di Resurrezione, Pentecoste e Natività di nostro signore Gesù Cristo e in presenza del suddetto signor duca e della sua famiglia, così che si pensi che gli altri, oltre ai domestici necessari al medesimo duca, che qui partecipasseo alla messa nei giorni festivi non abbiano soddisfatto per niente il precetto dell’obbligo di ascoltare la messa in chiesa e che tuttavia sia celebrata una sola volta al giorno, finché non sarà stata concessa licenza di celebrarla nel detto palazzo. In questa dichiarazione di fede e testimonianza noi presenti abbiamo sottoscritto di propria mano e abbiamo ordinato che fosse corredata del solito sigillo. Emesso a Napoli nel palazzo apostolico1. Nel giorno

____________

1 Da intendersi palazzo della nunziatura apostolica.

 

Dialetti salentini: ceddhi e addoieddhi, due botte di ironia

di Armando Polito

Ci sono parole logorate nel loro spirito nativo dall’uso e dal tempo. È il caso delle due di oggi, la prima un pronome indefinito, la seconda un avverbio di luogo. Solo l’indagine etimologica è in grado di recuperare parzialmente il valore perduto, ma non credo che questo post sia in grado di farlo evocare nell’uso, se non, fugacemente, in chi per un motivo o per un altro si sia imbattuto nella sua lettura. Prima di iniziare sento il bisogno di ringraziare Giuseppina Cacudi, mia cugina, che recentemente su Facebook mi ha posto una domanda relativa all’origine della seconda parola. E, siccome lì la mia risposta è stata piuttosto lapidaria, mi è sembrato opportuno spendere qui qualche parola in più.

Ceddhi che,a quanto mi risulta, è in uso solo a Nardò, significa nessuno. Si può restare sorpresi all’inizio dalla desinenza tipica del plurale dei nomi maschili. Infatti ceddhi esiste come omografo, ma è plurale di ceddhu, sostantivo, corrispondente all’italiano uccello, del quale condivide l’etimo: dal latino tardo aucellu(m), a sua volta da *avicellus, diminutivo del classico  avis. L’originario dittongo iniziale au che in italiano ha dato u sembra essersi volatilizzato in ceddhu. Ciò è avvenuto per un fenomeno abbastanza diffuso, che si chiama deglutinazione (in latino deglutinare significa staccare), vale a dire la perdita all’inizio di una parola del suono originario inteso come articolo o altra particella. Nel nostro caso: l’uccello>lu cello>lu ceddhu>ceddhu.

È tempo di lasciar volare via l’uccello e di passare a ceddhi pronome. Chi direbbe che è ciò che rimane del nesso latino quem velles (chi tu volessi o vorresti)? E la cosa è ancora più chiara nella variante ciuveddhi , in uso in altre zone del Salento, in cui non si è verificata la sincope di –ve-.

Per comprendere l’ironia anticipata nel titolo basterà pensare a queste poche battute:

– Combà, ci n’c’era alla festa -? (- Compare, chi c’era alla festa? -)

– Nn c’era ceddhi – (- Non c’era nessuno -)

L’ultima battuta equivale a – Non c’era (nemmeno) chi vorresti tu -, come se il pensiero dell’interlocutore contasse poco o nulla.

Parente strettissimo di ceddhi è addoieddhi, che significa da nessuna parte, in nessun posto. È ciò che rimane della locuzione latina ad de ubi velles (alla lettera a da dove tu volessi o vorresti) attraverso un intermedio *addovieddhi (la variante dduveddhi è in uso a Salve); e qui l’ironia, che in ceddhi  era affidata a quem velles,  si condensa in ubi velles e s’incrementa nella contraddittorietà di ad che significa verso (complemento di moto a luogo) e de che significa da (complemento di moto da luogo), quasi a denunziare uno stato di confusione mentale che sfocia nel concetto di assenza insito nell’avverbio.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (8/x): Donato Maria Capece Zurlo di Copertino

di Armando Polito

Il suo nome pastorale era Alnote Driodio e, se nella scelta di Alnote  non ho idea a chi o a cosa si sia ispirato, per Driodio posso solo ipotizzare che si tratti di un nome composto dal greco δρύς (leggi driùs) che significa quercia e ὅδιος  (leggi òdios) che significa relativo alle strade, per cui l’allusione sarebbe alla predilezione per i percorsi boschivi, abitudine più che legittima per un pastore arcade che, come vedremo, nei suoi componimenti nomina spesso la quercia. In Arcadia era entrato il 9 giugno 17051.

Di lui mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/04/donato-maria-capece-zurlo-di-copertino-poeta-e-agente-del-fisco/,  dove il lettore potrà trovare più dettagliate notizie biografiche. Qui si intende integrare quanto lì già detto con la riproduzione del testo, con il mio commento, di tutti i suoi componimenti sparsi in raccolte e che sono stato in grado di reperire.

Un primo, cospicuo gruppo,  è in Componimenti in lode del nome di Filippo V monarca delle Spagne, recitati dagli Arcadi della colonia Sebezia il dì 2 di maggio 1706 nel Regal Palagio e pubblicati per ordine di Sua Eccellenza dal Dottor Biagio Majola De Avitabile, Vice-Custode della stessa colonia, Parrino, Napoli, 1706, pp. 40-46 e 59-62 (la numerazione romana è mia e continuerà  anche per i componimenti di altre raccolte).

I

Che merta1, e avrà di tutto il Mondo impero

dividendo il dominio egli2 con Giove,

giust’è, Lileia3; e a me forz’è, ch’approve

de la tua saggia mente il bel pensiero.

Vanti pur chi che sia superbo, e altero,

o le passate glorie, o pur le nove;

fiso è nel Ciel, che il gran Nome rinove

del primo Augusto i giorni; altro io non chero4.

E presso ‘l fonte, ove tu bella meni

l’armento ,teco assiso a l’aura fresca,

o qual nobil corona intesser voglio;

se delle antiche idee i’ non mi spoglio,

tra quercie, olivo, mirto, e lauri ameni

farò, che ‘l Giglio d’oro5 il pregio accresca.

 

1 meriti

2 Filippo V

3 Alle pp. 397-405 di Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi, Frediani, Lucca, 1709, vi sono alcuni sonetti di Biagio Maioli d’  (nome pastorale Agero Nonacride) , fra i qualia p. 403 quello in risposta ad uno di Teresa Francesca Lepoz (errore per Lopez; nome pastorale: Sebetina Lileia) per la tragedia Felindo.

4 chiedo; dal latino quaero.

5 Nello stemma di Filippo V compaiono gigli inquartati d’azzurro.

 

II

Farò, che ‘l Giglio d’oro6 il pregio accresca7

d’ambe l’Esperie8 a le famose genti;

e l’alloro real serto diventi

di gloria, e di valore, e seme, ed esca9;

e tanto del gran Nome il vanto cresca,

sin che foran10 del Sole i raggi spenti;

o che l’Arcade11 in fin del Ciel rallenti

l’asse12, che di rotar non già gl’incresca13.

E solcando lassuso ormai Boote14

le celesti campagne, anco rivolga

le bellicose, e le benigne stelle.

Da polo a polo separando quelle,

dal nostro ogni maligno influsso tolga,

e mandi pace chi n’è donno15, e pote.

 

6 Vedi la nota 5 di II.

7 In questo, come nei sonetti successivi fino al n. VII, viene ripreso il verso del precedente.

8  Ἐσπερία (leggi Esperìa), da ἐσπέρα (leggi espèra) che significa sera, occidente,  in latino Espèria, era il nome con cui i Greci definivano l’Italia posta ad occidente della Grecia. Qui (siamo in piena guerra di successione tra Spagna e Francia) la voce ha il significato estensivo di Europa.

9 alimento

10 saranno

11 il pastore d’Arcadia

12 Insieme con il precedente sin che foran del Sole i raggi spenti è la figura retorica (consiste nel subordinare l’avverarsi di un fatto a un altro ritenuto impossibile) detta adynaton, che è dal greco ἀδύνατον (leggi adiùnaton), che significa cosa impossibile.

13 rincresca

14 Una delle costellazioni.

15 signore, padrone (in questo caso è Dio); dal latino dominu(m)>*domnu(m) per sincope>donno per assimilazione.

 

III

E mandi pace chi n’è donno, e pote

a l’Europa, che giace oppressa, e geme

sotto ‘l gravoso d’armi incarco, e freme

più fiero Marte, e regni abbatte, e scote;

e la porti volando a genti ignote

ne le lungi dal Mondo isole estreme,

o dove il Sol non giunge, o dove preme

le fiere il ghiaccio, e le contrade vote.

Che dove di Filippo il Nome impera,

e va col dì girando a paro a paro,

deve il Mondo goder tranquilla pace;

qual’è16 lungo il Sebeto17, ove si giace

l’armento a l’ombra, e ‘l Pastorello caro

presso a l’amata Safirena18 altera19.

 

16 Sic, ma a quel tempo era forma regolarmente in uso.

17 Antico fiume di Napoli. La sezione napoletana dell’Arcadia Romana (Sebezia) prese il nome da esso.

18  Safirena è il nome dell’autrice del componimento che chiude la raccolta; non credo, però, che sia il nome pastorale parziale di una poetessa dell’Arcadia e perché non è presente in nessun catalogo di questa accademia e perché in Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi, op. cit., a p. 400 in un componimento di Biagio Maioli d’Avitabile si legge: Appressarsi vid’io dal lato monco/due Ninfe altere, Safirena, ed anco/Silvia, delle più belle, e più vezzose. Vedi anche la nota 20 di IV.

19 superba

  

IV

Presso a l’amata Safirena altera

cerca anco Agero20 pace, e intesse il serto

al gran Monarca Ibero21, ond’è, che ‘merto

maggior suo mostri, e la sua gloria intera.

Adorni il forte crin nuova maniera

di quercia, e alloro, che salito a l’erto

colle, ove per cammin dubbioso, e incerto

seco congiunse la gran donna fiera22.

Ond’è che ‘sacro olivo al capo augusto,

di perpetuo riposo i segni apporti,

e di feconda, e gloriosa prole23;

e così di trionfi e carco, e onusto,

dopo secoli molti a le sue sorti

cedendo no, ma vivo al ciel ne vole.

 

20 Dietro Agero si nasconde Biagio Maioli d’Avitabile , che pubblicò la raccolta, il cui nome pastorale, come s’è detto, era Agero (perché nativo di Agerola)  Nonacride, fondatore della colonia Sebezia. Pubblicò Lettere apologetiche-teologico-morali scritte da un dottor napoletano a un letterato veneziano, Offray, Avignone, 1709. Un suo sonetto  è in Rime e versi per le nozze degli Eccellentissimi Signori Giacomo Francesco Milano Franco d’Aragona, Principe di Ardore, ed Arrighetta Caracciolo de’ Principi di Santobuono, Ricciardo, Napoli, 1725, p. XXXIX.; un altro in Francesco Martello (a cura di) Laudi Mariane, Tipografia all’insegna dell’ancora, Napoli,  p. 84. In rapporto a quanto detto nella precedente nota 18 si ha la conferma che Safirena sarebbe un nome di fantasia, non arcadico e, dunque non corrispondente ad una persona reale.

21 Filippo V di Spagna.

22 Maria Luisa di Savoia con cui Filippo V si era sposato nel 1701 in prime nozze.

23 Dalla coppia nacquero  quattro figli (il primo, Luigi, il 25 agosto 1707 (la recita cui fa riferimento il titolo della raccolta era avvenuta il 2 maggio dell’anno precedente).

 

V

Cedendo no, ma vivo al ciel ne vole

dopo secoli molti il gran BORBONE,

e vincitor in fiera aspra tenzone,

scorra per quanto scopre, e gira il Sole.

Onde fia breve spazio l’ampia mole

per le sue glorie: e poche al paragone

del gran Nome saran l’alte corone

tutte, e quante pur darne il Mondo suole:

che maggior’è del gran FILIPPO il merto

emulator de l’Avo Re24, che Grande

poggiò sul colle faticoso, ed erto;

e giunse per sentier mai non impresso

col suo saper, con l’opre memorande,

ad altri, u’25 di salir non fu concesso.

 

24  Luigi XIV, di cui Filippo V era nipote.

25 dove

  

VI

Ad altri, u’ di salir non fu concesso,

fu Duce al gran NIPOTE26 il gran LUIGI27,

e segnando di lui gli alti vestigi28,

poggia su de la gloria un tempo istesso:

e con un marchio eternamente impresso,

a scorno del Danubio, e del Tamigi,

faranno i cuori tutti a’ lor piè ligi

per quanto mira il Sol lungi, e da presso.

Tornerà da per tutto il secol d’oro:

stillerà mele il bosco, e nutriranno

l’erbe fresche, a l’armento ora nocive.

Ed o qual de’ Pastor sarà il ristoro?

Qual sarà la mia bella? *29 e quai saranno

le Pastorelle ora ritrose, e schive? **

 

26 Filippo V

27 Luigi XIV

28 orme

29 Non riesco a comprendere la funzione di quest’asterisco e dei due successivi (che, fra l’altro, non compaiono nel verso iniziale del componimento successivo)

 

VII

Le Pastorelle ora ritrose, e schive

diverran tutte miti a’ lor Pastori,

e adorneranno co’ novelli fiori

le fronti sotto l’ombre a l’aure estive.

E pronta ogn’una al suon di dolci pive30

dirà l’istoria de’ passati amori;

spargendo a l’aria i suoi più cari ardori,

de’ fiumi innamorar farà le rive.

Benché tra duri affanni il forte Alnote31,

colpa d’empio destin, molto ha sofferto,

offre in tanto col cuor fido, e sincero,

bello vie più che mai quanto esser pote

d’olivo, quercia, lauro, e mirto il serto

tra gli aurei Gigli32 al gran Monarca Ibero33.

 

 30 zampogne

31 Alnote Driodio era il nome pastorale dell’autore.

32 Vedi la nota 5 del componimento I.

33 Filippo V di Spagna.

  

VIII

Spirto gentil, che da celeste soglia

per sentiero di luce a noi scendesti,

cui sol di fregio, onde t’adorni, e vesti

non già d’incarco34 è la corporea spoglia.

Non t’incresca or, che lungo stame avvoglia35

per Te la Parca36, e l’abitar fra questi

confini, a l’ampio ingegno tuo molesti,

soffri  anco a nostro pro37 con lieta voglia.

Ch’accio ti sia men grave, e no ‘l disdegne

diè il suo maschio fulgor Giove al tuo volto,

Marte alla man de la sua spada il pondo38:

così fornito di divine insegne

non Tu terrestre abitator, ma volto

fia39 per Te in nuovo Cielo il nostro Mondo.

 

34 peso

35 avvolga

36 In origine da sola, tutelava la nascita. Poi, sulla scorta delle Moire greche (Cloto, Lachesi ed Atropo, che, rispettivamente, filavano, misuravano e recidevano il filo della vita) divennero tre.

37 vantaggio

38 peso (latinismo, da pondus).

39 sarà

 

IX

Sebethe blandule, atque vos Sebethides

nymphae, et venusta collium cacumina,

quos alluit Thetis alma, Sirenum parens,

quis iste vos insuetus afflavit decor?

Ut nunc nitetis? Ut recens auctà acriùs

nunc dignitate, ac lumine ardetis novo?

Nempè ille vos invisit, à Gallia prius

Iberiam usque, et inde ab ipsa Iberià

ad nos reductus. Ipse vos, teneo probè,

collustrat, ipse nunc PHILIPPUS vos beat.

Utinam tuae illae, Urbs alma, Sirenes, quibus

alios morandi creditur canora vis

inesse, habenda si senum est dictis fides,

tam suave cantent, ille ut intellectum suae

iam postmodum incipiat pigere Hispaniae.

Neu forte probro id ille sibi verti putet,

ille, inquam, honori natus, atque gloriae

quem non voluptas frangat, illecebraque.

Hic namque virtus, atque deliciae simul

constant. Italiae proprium hoc nostrae est decus,

cui larga utrumque contulere sidera

mite solum, et acre ad inclyta ingenium. Haec domus

veraeque virtutis, voluptatumque; ut his

perfusa mens, non obruta, illi etiam vacet.

 

(Amato Sebeto e voi ninfe del Sebeto e vette leggiadre dei colli, che bagna la benigna Teti, genitrice delle Sirene, che cos’è questo inconsueto decoro che si è sparso su di voi? Come ora vi fate affidamento? Come da poco tempo ardete di una dignità ora alquanto fieramente accresciuta e di una nuova luce? Evidentemente vi ha visti lui riportato prima dalla Francia fino alla Spagna e poi a noi dalla stessa Spagna. Egli, ne sono giustamente convinto, vi onora, ora lo stesso Filippo vi rende felici. Alma città, voglia il cielo che quelle tue Sirene, nelle quali si crede, se bisogna dare fiducia alle parole degli antichi, che ci sia la forza canora di ammaliare gli altri, cantino tanto soavemente che egli subito dopo cominci a provare fastidio per il concetto di Spagna. E non per caso egli potrebbe pensare che ciò gli si rivolga a vergogna, egli, dico, nato per l’onore e la gloria, che non il piacere e le lusinghe potrebbero frantumare . Qui infatti ci sono nello stesso tempo la virtù e le gioie. Questo è l’onore proprio della nostra Italia, cui le stelle donarono l’una e l’altra cosa, il suolo mite e l’ingegno pronto a cose rinomate.  Questa è la casa della vera virtù e dei piaceri,  sicché la mente pervasa, non distrutta, da questi,  ha tempo anche per  quella)

 

X

Monarchia Hispana Galliam alloquitur 

Misella Gallia, heus, quid hoc tibi accidit?

Quem tu edidisti, quemque virtutum omnium

lacte imbuisti, iamque suspiciens, tuà

maturiùs spe videras adolescere,

nobis repentè vindicavimus, tuum

in nos decus transtulimus. Ἅλλοι μὲν κάμον,

ὥναντο δ’ἅλλοι, dicimus proverbio.

En ille nunc adultus in sino tuo,

magnique confirmatus exemplis AVI,

germen PHILIPPUS inclytum à stirpe inclytà,

nostras decoraturus advenit plagas.

Sed si qua nostri te invidia pulsat, malam hanc

iam mitte curam. Quidquid est, aequi, ac boni

consulere praestat. An absque praemio hoc putas

abire tibi? Foedus meherclè inibimus,

quo nemo arctius, iam animos iuvat,

sociasque vires iungere. Ecquidnam additis

posthàc, amabò, impervium nobis erit?

Iam iam trucesque Mauri, et omnis Africae

nefanda pestis, Odrysiique, et quisquis est

quem nulla iuris sanctitas, nulla, aut fides,

Deùmve tangit religio, poenas luent,

timidaque nostro colla subiicient iugo.

Utinam quod auspicatus est olim Deus,

cum et mi PHILIPPUM, tibique LODOICUM dedit,

perficiat ipse, et iusta si vota haec probat,

concipere quae nos iussit, his ille annuat.  

(La monarchia spagnola parla alla Francia

Misera Francia, che ti è successo? Colui a cui tu desti i natali40, che educasti col latte di tutte le virtù e già contemplante avevi visto troppo presto crescere con la tua speranza, lo abbiamo all’improvviso rivendicato a noi, abbiamo trasferito il tuo onore nel nostro.  Alcuni si affaticano, altri ereditano41, diciamo con un proverbio. Ecco quegli ora adulto nel seno tuo e rafforzato dagli esempi dell’avo42, Filippo, germe famoso di stirpe famosa, è giunto alle nostre terre per portare onore. Ma, se qualche nostra invidia ti turba, manda via questa cattiva preoccupazione. Checché ci sia di equo e di buono conviene decidere. O ritieni opportuno per te star lontano da questo premio? Per Ercole, daremo inizio ad un patto con il quale nessuno ancora è capace di unire più strettamente gli animi e le forze alleate. Cosa mai, per favore, sarà impervio poi per noi dopo che ci saremo aggiunti? Ormai ormai  i selvaggi Mauri ed ogni nefanda peste d’Africa e i Traci e chiunque c’è che non è toccato da alcuna santità del diritto o da nessuna fede o religione degli Dei, pagano le pene e sottomettono al nostro giogo i timidi colli. Voglia il cielo che ciò che un tempo Dio auspicò quando diede a me Filippo e a te Ludovico, lo mandi a compimento e se approva questi giusti desideri arrida a quelle cose che ci ordinò di pensare)

 

40 Filippo V era nato a Versailles.

41 Proverbio greco tramandatoci da Zenobio  (grammatico del II secolo d. C.) tratto da raccolte più antiche perdute.

42 Luigi XIV

 

Un gruppo ancora più cospicuo è in Rime scelte di poeti illustri de’ nostri tempi, op. cit., pp. 238-251

 

XI

Altri di Mida43 l’or, di Creso44 i regni

abbia, e serva45 Fortuna alle sue voglie,

altri in campo guerriero auguste spoglie

tolga, d’immortal gloria eccelsi pegni.

Ad altro Mondo alcun drizzi i suoi legni47,

e per fregiar l’antico, il nuovo spoglie48,

di Socratiche carte altri s’invoglie49,

e ‘l vanto involi50 a’ più sublimi ingegni,

altri canti di Marte i pregi, e l’armi,

e del fiato migliore empia le trombe,

e strider faccia il luttuoso Sistro51.

Degni il mio plettro52 di più molli carmi

Amore, e lieta al gentil suon rimbombe53

di Focide54 la sponda, e del Caistro55.

 

43 Mitico re della Frigia, cui Dioniso aveva dato la capacità di trasformare in oro tutto quello che toccasse, compreso il cibo. Per non morire, chiese ed ottenne da Dioniso di perdere quel nefasto potere.

44 Re di Lidia famoso per la ricchezza.

44 sottoposta

47 Per metonimia: navi.

48 spogli

49 Può stare tanto per s’avvolga (parallelo all’avvoglia della nota 35; in tal caso vale per si lasci circondare dagli studi filosofici) oppure per s’invogli (si appassioni).

50 elevi

51 Strumento musicale dell’antico Egitto.

52 Per metonimia poesia.

53 rimbombi

54 Antica regione della Grecia; la sponda è quella del fiume Cefiso.

55 Fiume della Lidia.

 

XII

Le corna al Toro, ed al Lion i denti,

al Cavallo le zampe, il corso56 a’ Cervi,

a’ Pesci il nuoto diè Natura, e servi

fe57 del mobile Augello58 e l’aria, e venti,

che ale diegli a cangiar i luoghi algenti59,

e dove, o Sol, co’ dritti rai60 più fervi,

all’Uom non l’unghie dure, o forti nervi,

ma fe57 sproni d’onor caldi, e pungenti.

Alla Donna per lancia, e per iscudo

diè61 ‘l vago62  viso, che sì il Mondo apprezza.

Così son le sue sorti a ciascun fisse.

E ‘n saldo marmo sì rea legge scrisse:

il ferro, e ‘l foco, non che un petto ignudo,

vinca, chi  armata sia d’alta bellezza.

 

56 la corsa

57 fece

58 uccello

59 freddi, latinismo da algentes.

60 raggi

61 diede

62 grazioso

 

XIII

Narri omai63 chi per prova intende Amore64,

qual’è65, come ci assale, e punge, e coce

quel suo dardo, che sì ratto, e veloce

entra per gli occhi, e si nasconde al core.

De’ sospir, dell’angoscie, e del dolore

dica, e del pianto, e d’amarezza atroce,

com’è ‘desio66, che qual 67 veneno68 nuoce,

se nell’Inferno sia pena maggiore.

Or’io bramo la vita, or di morire

son vago, or muto resto, ed ora sgrido

contro me stesso, e non incolpo altrui.

Scorrono tarde l’ore del martire,

e di godere un dì lieto diffido69,

perché, Donna, pietà non veggio70 in vui71

 

63 ormai

64 chi per esperienza sa cos’è l’amore

65 Vedi la nota 16 di III.

66 desiderio; desio è forse dal latino *desedium, da desidia, (da desidere, che significa stare seduto, composto da de+sedere) che significa ozio, inoperosità, accostato per il significato a desiderium, che è da desiderare composto da de+siderare; questo secondo componente (che significa essere colpito da un malore o da una paralisi, cioè da un influsso maligno degli astri) è in comune con considerare ed è da sidus=astro. Nel latino medioevale, poi, anche assiderare (da ad+siderare), da cui la voce italiana. Riassumendo il rapporto semantico con sidus:  in desiderare e considerare  è prevalso il concetto di osservare gli astri per trarne auspici, in assiderare quello dell’influsso malefico.

67 come

68 veleno, dal latino venenum.

69 non spero

70 vedo

71 voi

 

XIV

Amor vidi volar nelle tue gote,

Madonna72, e nido far negli occhi tuoi;

né degna ti credei di star fra noi,

ma del più alto Ciel sull’auree rote73.

Un’immago di sé forse far pote74

l’alma75 natura, e l’ha ritratta poi,

bella in te, qual cristal de’ raggi suoi

imprime il Sol, qualora in lui percote.

Se a rimirar di te mi volgo il vago76

lume77, che con sua luce ogn’altro oscura,

non ha, credo Beltà forme più belle.

E se poi quel rigor, che avare stelle

posero ne’ tuoi sguardi, anche m’appago,

non ha, dico, Onestà legge più dura.

 

72 Composto da ma (riduzione di mia) e donna, che è dal latino domina(m), che significa signora, padrona, è l’appellativo generico della donna amata particolarmente caro al Petrarca.

73 Viene ripreso il concetto stilnovistico della donna angelo (in particolare e par che sia una cosa venuta
8da cielo in terra a miracol mostrare del famoso sonetto dantesco), con inversione del percorso cielo>terra).

74 può

75 che dà vita; dal latino àlere, che significa nutrire.

76 grazioso

77 sguardo

  

XV

Poiché in dura prigion di ferro grave

ebbe quel Grande 78 il suo nemico avvinto,

gittonne in mar la chiave, e certo il vinto,

già del suo mal nulla più teme, o pave79.

Tal mentr’io di catena aspra, e soave

sento legato il core, e di duol cinto,

perché non esca mai dal laberinto,

ad Amor, chi l’avea, ne diè la chiave;

ed ei gl’impose legge assai più dura,

di quante a’ suoi prigion’ 80 unqua81 prefisse,

sicché ogni amante per pietà ne pianse

e ‘l mezzo, e ‘l fin della mia vita oscura

nel saldo marmo d’una fronte scrisse

col suo dorato strale82, e poi lo franse.

 

78 Difficile l’identificazione con qualche personaggio famoso, per cui quel Grande potrebbe essere nenericamente riferito ad un detentore del potere.

79 prova spavento; latinismo (da pavere, che significa aver paura).

80 prigionieri

81 mai; latinismo da unquam.

82 freccia

  

XVI

Al Sig. Niccolò Amenta83

Quando lo spirto uman per gran tragitto

dall’alto suo principio84 in noi discese,

sue rare doti in numeri comprese

di celeste armonia, siccome è scritto.

Ma poiché alla ragione il suo diritto

sentiero il van desio85 rivolse, offese

tosto, e sconvolse il bell’ordine, e rese

delle potenze discordi il conflitto.

Ma sia fortuna, o sia pur’arte, o incanto,

o portata dal Ciel la nobil Cetra,

Amenta, solo è tuo, non d’altri il vanto,

il di cui suon quella pietate impetra86,

qual non sper’io da un duro cor, e intanto

coll’ordin primo ci solleva all’Etra87.

 

83 Niccolò Amenta (1659-1719), avvocato, autore di numerose commedie (La Gostanza, Il Forca, La Carlotta, Le gemelle, La Fiammetta, La Giustina, La fante, La Carlotta, La somiglianza), fu arcade col nome pastorale di Pisandro Antiniano. Due sonetti e un epigramma in distici elegiaci sono in Pompe funerali celebrate in Napoli per l’Eccellentissima Signora D. Caterina d’Aragona, Roselli, Napoli, 1697, pp. 197-199. Fu autore anche di Capitoli, s. n., Firenze, 1721; ricordo qui, a riprova degli stretti rapporti di alcuni personaggi tra loro, che alle pp. 126-129 c’è un componimento (in pratica una lettera in versi) da lui dedicato a Francesco Capece Zurlo (a quest’ultimo Donato Maria dedica il componimento n. XXXVII).

84 da Dio

85 Vedi la nota 16 di III.

86 implora

87 cielo; dal latino aethra(m), a sua volta dal greco αἴϑρα (leggi  àithra), affine ad αἰϑήρ (leggi aithèr), da cui l’italiano etere, che significa aria.

 

Seguono cinque sonetti di tema amoroso:

 

XVII

Chiaro ruscello, ove la bianca mano

bagnò la bella fronte, ond’arso ho ‘l core,88

oh se temprar89 potessi in te l’ardore90,

per cui da morte vo91 poco lontano.

Ma rinfresco trovar io spero invano,

mentre al tuo dolce, e cristallino umore

arder sento nel cor foco maggiore,

che prima, e provo altro tormento strano.

Se dentro l’acque ancor foco ritrovo,

e ‘l foco l’aura accresce, onde respiro,

l’alma e qual mai più refrigerio attende?

Ma questo non è già miracol nuovo,

perché dovunque posa, e ovunque gira,

tutto Madonna92 del suo foco accende.

 

88 Riecheggia il celebre Chiare, fresche e dolci acque/ove le belle membra/pose colei che sola a me par donna/…  (Petrarca, Canzoniere, 126).

89 mitigare

90 il fuoco d’amore

91 vado

92 Vedi la nota 72 di XIV.

 

XVIII

Con piacevole, vago, e bello aspetto,

dolci parole d’accortezza piene

son l’armi, con cui Amor contro me viene

spesso leggiadro, e fere93 in mezzo al petto.

Ond’ardo, e agghiaccio insieme, e giungo a stretto

varco di morte, e vivo pur mi tiene

la doglia94 no, ma, che va per le vene,

non so che di soave, e di diletto.95

Or timore m’assale, e spero, ed amo,

e ‘l corso all’alma del desio sospende96

Così della mia vita i giorni vanno.

Or piango, or taccio, e gridar’alto bramo97:

Donna, quei dardi, Amor, che da te prende,

questi, e mille altri effetti al cor mi fanno.

  

93 ferisce

94 dolore

95 da mettere in costruzione così: la doglia no, ma non so che di soave e di diletto che va per le vene.

96 e sospende per l’anima il corso del desiderio

97 Riecheggia l’or muto resto, ed ora sgrido di XIII.

 

XIX

Sappia, chi del mio stato ha maraviglia,

non son questi miracoli d’Amore,

che vivo io sembri (avendo entro arso il core)

nella fronte, nel volto, e nelle ciglia.

E chi perciò di amor si riconsiglia98,

sperando non perir tra tanto ardore,

vo99, che conosca, come suol di fuore

lo stato mio al vivo si assomiglia.

Che come suol dal Ciel fulmine ardente

cenere far cadendo ovunque tocchi,

qual pria  ,lassando la sembianza esterna,

così riman la scorza, e quel lucente

raggio d’Amor, ch’esce di duo100 begli occhi,

e sol si strugge l’alma, ove s’interna.

 

98 riconvince

99 voglio

100 due; dal latino duo.

 

XX

Per vincer l’Onestà, che io tanto esalto,

ed aprir di sua rocca Amor l’entrata,

tre volte indarno101 della porta armata

percosse col suo strale102 il duro smalto.

Venne Pietà poi nel secondo assalto,

tutta del pianto mio molle, e bagnata;

ma perché le apra l’anima indurata,

non le val pianger forte, o gridar’alto.

Sicché lor vinti, io sol rimango assiso103

presso l’amato ostello104, e parto, e torno,

qual105 chi per via dubbiosa e tema, ed erri.

E invan nel mio pensier m’interno, e fiso106,

che, per entrare in sì dolce soggiorno,

è ancor chi batta, e non è chi disserri107.

 

101 invano

102 freccia

103 seduto, fermo

104 rifugio; è l’amata.

105 come

106 fisso, concludo

107 apra

  

XXI

O Rosignuol108, che tra quei verdi rami

spieghi i sospiri sì soavemente,

che l’acque fermi, e l’aure fai gir109 lente,

e a pianger teco il nostro mal ne chiami,

se110 l’aspra fiamma, ond’ardi, e quei legami,

onde forse sei preso, Amor rallente111,

né turbi il verno112con sua bruma113 algente114

quel lieto nido, ov’albergar più brami,

or che Madonna115 qui sospira, e geme

deh frena alquanto le amorose note,

e dal suo pianto altre dolcezze apprendi.

Sì vedrem poi per maraviglia insieme,

come meglio pietà destar si puote,

anche in rigido cor, de’ nostri incendi.

 

108 usignolo

109 andare, procedere

110 nel caso in cui

111 rallenti

112 inverno

113 nebbia

114 fredda

115 Vedi la nota 72 di XIV.

Il tre sonetti che seguono sono dedicati Al Signor Bartolomeo Ceva Grimaldi Duca di Telese.

Bartolomeo Ceva Grimaldi (1670-1707) fu arcade col nome pastorale di Clarisco Egireo; morì nel golfo del Leone per il naufragio di una nave inglese durante l’inseguimento di un vascello francese. Un suo componimento in esametri  è in Pompe funerali celebrate in Napoli per l’Eccellentissima Signora D. Caterina d’Aragona, Roselli, Napoli, 1697, p. 259-261.

 

XXII

In questa selva, ove fuggì sbandita

ogni noia, ove solo albergo v’hanno

dolci Amor, dolci paci, e dolce fanno,

e più tranquilla nostra fragil vita,

teco gioir potessi, ed in romita116

parte teco sgombrar l’alma117 d’affanno,

e ristorarla dell’antico danno,

onde visse, e vivrà sempre pentita.

Di un lauro all’ombra, e non di quercia o d’elce

udirei poi, come al bel suon s’accorda

il canto tuo dell’Apollinea118 cetra.

La mia pianse al rigor di dura pietra:

ma al flebil suon trovandola più sorda

rotta a piè la gittai d’un’aspra selce119.

 

116 solitaria

117 anima

118 di Apollo; la cetra, insieme con l’arco e le frecce, è un suo attributo.

119 roccia

  

XXIII

Dura è la morte, e dopo lei mi pare

di mal gradito amore il colpo rio120;

pur non son, se tu volgi al viver mio

l’estreme noie, come amore, amare.

E chi tien fisi121 gli occhi, e può mirare

quel volto, onde in me il dardo, e ‘l colpo uscio,

e la candida man, che mi ferio122,

e le bellezze assai più che ‘l Sol chiare,

certo direbbe, è ben ragion, che morte

chiami ei sovente, e di costei si doglia,

che troppo a darle aita123 indugia, e tarda,

che di lei stando sulle avare porte,

non trova chi lo scacci, ed entro accoglia124;

tanto in tal pugna125 ogni difesa è tarda126.

 

120 crudele

121 fissi

122 ferì

123 aiuto

124 accolga

125 battaglia

126 lenta, tardiva

 

XXIV

Spesso col suo pungente acuto strale

mi sprona a gir127 sopra l’alpestre calle

Amor, che al basso oprar volger le spalle128

sforza129 chi vince, e vince ogn’un, che assale.

Non era la Beltà cosa mortale,

u’ il dardo raffinò, che mai non falle.130

Io vinto seguo; ei quasi da ima131 valle

mi scorse in suso132, e al pensier mio diè133 l’ale.

Ed ora stanco del cammin sì lungo

non torno indietro, anzi il tardar mi dole,

così caldo è lo spron, che ‘l fianco punge.

E quanto più par, che mi affretti, e vole134,

tanto dall’alta meta errando lunge

mi trovo sempre, e non so, se vi giungo.

 

127 andare

128 fuggire, arrendersi

129 costringe

130 ove il dardo, che mai non sbaglia, rese più fine; u’ è dal latino ubi; falle per falla.

131 profonda, nascosta

132 su; da susum, variante di sursum.

133 diede

134 voli

Ancora quattro  sonetti sul tema dell’amore.

 

XXV

Ed ancor nuovo flutto al mar ti spigne135

o Nave senza vele, e senza sarte136?

Vacilla la ragione, e manca l’arte,

soffian per ogni lato aure maligne137.

Al Nocchiero il pallor ambe dipigne

le gote: rare stelle ha il Ciel consparte138,

onde il corso si guidi, e d’ogni parte

la procella139, e l’orror ne preme, e strigne140.

Tu sei sdruscita141, e ‘l mare entro ti bagna,

e l’ancora pur cede al cieco orgoglio,

che ti mena a perir fuor di speranza,

e più d’ogni soccorso ti scompagna142,

e ‘l porto, ove tu aspiri143, è un duro scoglio.

 

135 spinge

136 sartie

137 venti sfavorevoli

138 cosparse

139 tempesta

140 stringe

141 sdrucita, spaccata

142 separa, allontana

143 desideri giungere

  

XXVI

Or che più non mirate il vago144 viso,

occhi miei, il vago viso, il viso altero,

ove colui145, ch’ha del mio cor l’impero146,

piantò il suo trono, e vi si adora assiso,

frenate il pianto omai, poiché diviso

a parte a parte dentro il mio pensiero,

men bello il veggo no, ma più severo,

dolce nell’ira, or qual saria147 nel riso?

Ed or la rotta148 fe par, che rammenti149,

e150quel fatal per me funesto giorno,

quando già caddi in altri lacci151 avvinto.

Deh perché non finì152gli aspri lamenti,

che all’udir tai querele, a tanto scorno

poco mancò, che io non rimasi estinto.

 

144 grazioso

145 l’amore

146 dominio

147 sarebbe

148 rottura

149 ha fatto ugualmente che ricordi

150 anche

151 catene d’amore

152 pose fine a

 

XXVII153

 

Già mio dolce, ed amaro mio conforto,

occhi, che ‘l lungo e rio154 digiun pascete,

o fontane d’Amore, ove ascondete

quel rio152 veneno155, onde sarò alfin morto.

Che come suole Augello156 poco accorto

cader, cibo cercando, entro la rete,

mentre in voi bramo ore tranquille, e liete,

trovo lungo il penar, e ‘l piacer corto157.

Pur tal dolcezza in questo amaro io sento,

che da’ vostri bei rai158 nel cor mi piove,

che or godo del mio male, ed or mi pento.

Ma di quel, che altri scrisse, or mi rammento,

che, quando da principio il sommo Giove

creovvi, insieme unìo159 gioia, e tormento.

 

 

153 Vedi n. XXXIX

154 crudele

155 veleno; dal latino venenum

156 uccello

157 lungo il penar/il piacer corto: chiasmo

158 raggi; gli occhi.

159 unì

 

XXVIII

Spero dal tuo pennel nobil Pittore160

aver colei, che me fere161, e sovente

fugge, e seco ne porta audacemente

legata preda il tormentato core.

Via, mesci rose, e gigli, e dà colore

a fronte, a gote, a mento; ostro162 ridente

vivaci labbra esprima, e dolcemente

biancheggi il petto, ove risiede Amore.

Togli poi lo splendor di quella Stella

che gira163 il terzo Cielo, e poni a gli occhi

simile la pupilla, e questa, e quella.

D’oro il crin164, nero il ciglio, e in dubbio tocchi165

l’altro ferma ch’è dessa166. Ahi cruda, e bella

non fuggi, e più m’infiammi, e dardi scocchi.

 

160 Pittore immaginario al quale affida il compito di ritrarre la sua donna.

161 ferisce

162 porporaostro è dal latino  ostrum, a sua volta dal greco greco ὄστρεον (leggi òstreon), che oltre al significato  di ostrica, conchiglia aveva anche quello di porpora , perché essa veniva estratta da alcuni molluschi.

163 fa ruotare

164 biondi i capelli

165 in atteggiamento dubbioso tocchi

166 ferma com’è essa

Il sonetto che segue è dedicato Al Signor Giulio Cesare Cosma Nipote dell’Autore167

 

XXIX

Se quel desio168, con cui te stesso accendi

di far tuo nome eterno, e chiaro in rime,

e gir169 di Pindo170 sulle alpestri cime,

pel cui sentier già il passo affretti, e stendi,

durerà alquanto, finché etade171 ammendi172

alcun173 difetto con più sode lime174,

vedremti 175 col gran Tosco176 andar sublime

di par col volo, che pur’alto or prendi.

E allor le tigri in Pindo170 far177 pietose,

e romper potrai un sasso per dolore,

non che in Donna destar fiamme amorose.

Se impresso ivi vedrai ‘l mio dolce errore

su qualche tronco in rime aspre, e noiose,

bacia in mio nome l’esca178, ond’arso ho il core.

 

167 Difficile dire, oltretutto l’omonimia è sempre in agguato, se il dedicatario è colui che fu sindaco di Lecce negli anni 1681-1682.

168 Vedi la nota 66 di XIII.

169 andare

170 Monte della Grecia sacro ad Apollo ed alle Muse.

171 età; etade è latinismo da aetate(m).

Due sonetti del quale il primo sembra anticipare la concezione foscoliana di un’immortalità laica.

172 corregga

173 qualche

174 con un più solida revisione

175 ti vedremo

176 toscano; è il Petrarca.

177 fare, rendere.

178 la scintilla d’amore.

  

XXX

Quando dopo più secoli, se tanto

viver potrà del nome mio la gloria,

su nobil marmo leggerà l’istoria

alcuno del mio amor sì puro, e santo,

bagnerà forse di soave pianto

le gote, a sì dolente, e pia memoria.

E, o beato, dirà, per cui si gloria

Pindo179, e lieto risuona al tuo gran canto.

Forse e fia180 chi di dolce invidia tinto

dica, felice te, che in stil sì terso

vivi immortale di sì chiaro spirto181.

Della morte trionfi, e ‘l tempo hai vinto;

e intanto il sasso182 mio miri consperso183

di bianci184 fiori, e di soave mirto. 

 

179 Vedi la nota 170 di XXIX

180 pure ci sarà

181 spirito; spirto è per sincope.

182 la tomba; metonimia.

183 cosparso

184 bianchi

 

 XXXI185

Pietà, Signor, perdono al mio dolore,

onde tutt’ardo ,e al pregar mio dà loco186,

mira il mio pianto, odi i sospir, che infoco187

omai188 pentito del mio primo errore.

Di Musa giovanil mentito amore

(tu ben lo sai) fu sol trastullo, e gioco;

ma in vera fiamma presso un lento foco

poco mancò, che non ardesse il core.

Sulla tua Croce ecco il mio plettro189 appendo,

e intanto l’alma190 del suo pianto aspersa

si terge, e al vero Ben tutta si volta,

acciocché poi da quest’esilio uscendo,

dall’atro limo191, ove fu pria sommersa,

sen voli al suo Fattor192 libera, e sciolta. 

 

185 Questo sonetto è presente anche in Tesoro cattolico. Scelta di opere antiche e moderne atte a sanar le piaghe religiose e politiche che affliggono l’odierna società, A spese della Società Editrice, Napoli, 1854, v. X, p. 91.

186 luogo

187 do alle fiamme

188 ormai

189 Per metonimia poesia.

190 anima

191 fango

192 creatore; Dio.

Il sonetto che segue è dedicato al Sig. Biagio Maioli de Avitabile in morte di Scipione Avitabile suo cugino. Biagio Maioli de Avitabile, come abbiamo visto, pubblicò a sue spese la raccolta in onore di Filippo V ed era arcade col nome pastorale di Agero Nonacride.

 

XXXII

Quando su lance193 d’oro i fati appese

di nostre vite la Giustizia eterna,

onde parte i momenti, e giù governa

quanto ad occhio mortal non è palese194,

 Signor195 quei di Scipione a librar prese

sulla più alta region superna.

Con fisi occhi la Parca ivi s’interna196,

cui sol tanto mirar non si comprese197.

Di sua tenera età troppo era lieve198

il puro stame, onde accingeasi il fuso

di fil più lungo per far, che s’aggrave,

quando de’ suoi gran merti il pondo grave

si aggiunse, e piena di stupore in brieve

tremar vide la lance, e cader giuso.199

 

193 Piatti della bilancia; dal latino lance(m); non a caso bilancia è da un latino *bilancia(m), che è dal latino tardo  bilance(m), composto da bis=due volte e lanx=piatto.

194 manifesto

195 Dio

196 Con occhi fissi qui la Parca s’introduce. Per Parca vedi la nota 36 di VIII.

197 per lei era incomprensibile guardare un sole così grande

198 leggero

199 il puro filo, per cui il fuso si accingeva a fare un filo più lungo per fare in modo che fosse più pesante, quando si aggiunse il notevole peso dei suoi (di Scipione) meriti e (la Parca) piena di stupore vide in breve oscillare un piatto e poi cadere giù 

Questo sonetto  è scritto in morte del proprio Padre.

 

XXXIII

O selve, o fonti, o fosco aer, che accendo

co’ miei sospiri, o Ninfe, a cui sol noto

fu ‘l cantar mio, troppo or me indarno200 scoto201

dal grave affanno, e me stesso riprendo202.

Oimè , Spirto gentil, che te seguendo203

manca al desio ‘l vigor, la lena al moto,

onde io già torno204, e più lasso205 il mio voto206

a te consacro, e la mia cetra appendo207.

Tu alla vita mortal me generasti,

e tu all’altra immortal208  miei dubbi passi

scorgevi, u’ men periglio il corso spezzi.208

Or tu sei gito innanti, e me lasciasti

timido, incerto infra dirupi, e sassi.

O vita infausta, e pur v’è chi t’apprezzi!

 

200 invano

201 scuoto

202 rimprovero

203 torno indietro

204 nel seguire te

205 stanco

206 la mia preghiera

207 e smetto di dedicarmi alla poesia

208 Tu mi generasti alla vita mortale e tu per l’altra immortale (quella del poeta)tenevi d’occhio i miei passi dubbiosi dove minor pericolo potesse spezzarne il corso

209 andato

 

Segue un Epitaffio per S. Giovanni di S. Facondo morto di veleno appostogli nel  Sacro Calice.

 

XXXIV

Se chiedi, o Passeggier, di chi sia l’alma

spoglia, che miri in quest’urna compresa210,

è di Giovan, non che far morte offesa

ardì all’albergo di sì ben nata alma.211

Ma Dio chiamolla212, e disse: io questa palma

vo darti, andrem’insieme a questa impresa,

e partirem213 la preda infra noi presa;

mio sia lo spirto214,tua la mortal salma.

Stupì natura, e in breve coppa accolta

vide la vita in un giunta, e la morte,

e rise il Ciel del venturoso inganno.

La morte andò, ma la noia, l’affanno,

l’orror, l’angoscia, e ‘l resto di sua corte

dietro rimase in gran spavento involta215

 

210 sepolta

211 è di Giovanni, perché morte osò fare offesa al corpo di un’anima così ben nata

212 la chiamò

213 divideremo

214 spirito; sincope.

215 avviluppata

Questo è per l’elezione del Sommo Pontefice Innocenzo XI216.

 

XXXV

Piangea la Chiesa, e in lutto vedovile

i dì traea con ansia, e con affanno,

e ‘l Lupo empio217, che veglia al comun danno,

cingea tutto d’insidie il Sacro Ovile.

Della maligna Luna anco218 il sottile

corno ingrossar tentava il fier Tiranno.

Dio scorgea il tutto, e dal superno scanno219

reggeva Ei sommo il nostro stato umile.

Sorga pur dunque l’Innocenza220, e Duce221

in mia vece ella al ver scorga222 le menti,

e ‘l Greco Imperio sia ligio al Latino223.

Sì disse e voci elle non fur224, ma accenti

di luce, e sì con note anco225 di luce

riverente a’ suoi piè scrisse il Destino.

 

216 Innocenzo XI fu papa dal 1676 al 1689.

217 il demonio

218 anche

219 dal regno dei cieli

220 Gioco di parola tra innocenzo e l’innocenza divinizzata (anche per questo con l’iniziale maiuscola).

221 guida

222 illumini, metta in condizione di scorgere

223 E la Chiesa orientale sia obbediente a quella occidentale

224 e quelle non furono parole

225 anche

 

Questo è dedicato a S. Orenzio primo. Protettore di Lecce.

 

XXXVI

O di grazia celeste ornata, e chiara

alma226, il cui forte, e impenetrabil zelo

spunta, e rintuzza alla vendetta il telo227

che l’offesa Giustizia a noi prepara,

già non invidio il Ciel, che a questa amara

prigion228  ti tolse: era tua patria il Cielo.

Ma quel, che a noi lasciasti, il tuo bel velo,

perché ne asconde229 ancor la terra avara?

O marmo230 ancora ignoto, ancor negletto231,

ma prezioso del ricco tesoro,

che sì il nostro desio sforza, ed accende,

deh se il riveli a noi, fregiar prometto

il nome tuo di quel verace alloro232,

cui 233 nembo234 unquanco235, né saetta offende.

 

226 anima

227 dardo; dal latino telu(m).

228 il corpo, la vita terrena

229 ci nasconde

230 sepoltura; metonimia

231 trascurato

232 vera gloria; alloro è metonimia.

233 che

234 nube minacciosa

235 mai

 

Quest’altro è dedicato al Sig. D. Francesco Capece Zurlo236

  

XXXVII

Ne’ suoi volumi eterni il gran Motore237

quando alle umane vite i fati scrisse,

agli Avi nostri alto valor prefisse,

o Francesco di lor Germe238 migliore.

Senno, e vole magnanimo d’onore

fur le sorti a ciascun segnate, e fisse;

e volle di tal’un nel cor si unisse

a quel di gloria caldo spron d’Amore.

Onde se per più secoli la bella

Partenope239 diè leggi240, e trionfante

rise, e di lauro241 ornò la sua corona,

lor fu sol vanto, e in te discese quella

Virtù242, che ora risplende in guise tante243.

E Amor per le sue vie me solo sprona.

 

236 Non mi è stato possibile definire il rapporto di parentela con Donato Maria, ma di Francesco Capece Zurlo un sonetto è in Pompe funerali celebrate in Napoli per l’Eccellentissima Signora D. Caterina d’Aragona, Roselli, Napoli, 1697, p. 153 e un altro in Componimenti recitati nell’Accademia a’ dì IV di Novembre, anno MDCXCVI ragunata nel Real Palagio in Napoli per la ricuperata salute di Carlo II, Parrino. Napoli, 1697, p. 101. Questo, poi, si legge in Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II, p. 74: L’altra [accademia fondata a Napoli nel 1679] fu detta de’ ROZZI … fu per qualche tempo governata da D. Francesco Capece Zurlo Cavaliere stimatissimo per l’erudizione, e per la pratica delle cose del Mondo.

237 Dio

238 discendente

239 Napoli; era inevitabile che i “meridionali” lì facessero carriera.

240 fu la culla degli studi giuridici

241 gloria poetica, letteraria

242 Allusione alla sapienza giuridica di Francesco cui nel verso successivo Donato Maria contrappone la sua, che è poetica.

243 in tanti modi

 

Chiude la serie un sonetto Al Signor Cardinale Orsini Arcivescovo di Benevento244.

 

XXXVIII

Spiega, e spira, Signor, soavemente

oh qual vaghezza, oh qual gradito odore

santissima Virtù, quasi bel fiore

della tua ben purgata, e nobil mente.

Onde in rubella a Dio perfida gente245

maraviglia non sol, ma desta amore,

a cui l’alma ravviva246, e il grave errore

quella scote aveduta247, e omai 248 si pente.

Oh pur si avanzi sì, che lasci addietro

quella de’ tuoi grand’Avi, e pace apporte249

al Mondo, che dall’armi oppresso geme,

da cui Regnante sopra il Tron di Pietro

di riportarne avessi anch’io la sorte

al mio torto giustizia, e grazia insieme.

 

244 Vincenzo Maria Orsini (1649-1730), fu creato cardinale nel 1672, papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII.

245 per cui in perfida gente ribelle a Dio

246 l’anima torna in vita

247 ravveduta

248 ormai

249 apporti

Per ultimo, a riprova della considerazione in cui era tenuto il nostro,  un suo sonetto è in una pubblicazione francese: Raccolta di rime italiane, tomo II, Prault, Parigi, 1744, p. 77.

 

XXXIX

Esca mia dolce, ed amaro conforto,

occhi, che ‘l lungo e rio digiun pascete,

o fontane d’Amore, ove ascondete

quel rio veneno, onde sarò alfin morto.

Che come suole Augello poco accorto

cader, cibo cercando, entro la rete,

mentre in voi bramo ore tranquille, e liete,

trovo lungo il penar, e ‘l piacer corto,

Pur tal dolcezza in questo amaro io sento,

che da’ vostri bei rai nel cor mi piove,

che or godo del mio male, ed or mi pento.

Ma di quel, che altri scrisse, or mi rammento,

che, quando da principio il sommo Giove

creovvi, insieme unì gioia, e tormento.

 

È il n. XXVII con queste differenze; al primo verso Già mio dolce, ed amaro mio conforto e nell’ultimo unìo. Il testo del XXXIX, è quello già presente in Comentari del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni  custode d’Arcadia intorno alla sua istoria della volgar poesia, volume II, parte II, Basegio, Venezia, 1730, p. 263; esso dovrebbe essere quello definitivo soprattutto per l’immagine iniziale dell’esca mediata, come altre, dal Petrarca (Canzoniere, 37, 55, 90, 122, 165, 175. 181, 270 e 271). 

(CONTINUA)

 ______

1 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 365.

 

Per la prima parte (premessa)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/ 

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria, Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

S. Giuseppe da Copertino e un inno del XVIII secolo

di Armando Polito

Aggiungo quest’anno un altro tassello all’internazionalità del santo salentino. E così, dopo la californiana Cupertino, dopo la Germania (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/05/giuseppe-bono-diso-s-giuseppe-copertino/), dopo  il Belgio (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/09/san-giuseppe-da-copertino-in-due-medaglie-del-xviii-secolo-custodite-nella-biblioteca-reale-del-belgio/), dopo la Spagna (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/), è la volta dell’Austria. Nella traduzione ho conservato le iniziali maiuscole dell’originale ma ho adattato la punteggiatura all’uso moderno.

L’inno risulta composto, per la parte in versi, da strofe costituite ognuna da tre dodecasillabi seguiti da un ottonario.

Ho trovato il documento in https://books.google.it/books?id=7EZZAAAAcAAJ&pg=PP5&dq=Cupertino&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjnicr62avVAhVCLcAKHVzwDoA4FBDoAQgyMAI#v=onepage&q=Cupertino&f=false, ma son partito da https://www.google.com/search?q=Hymnus+in+honorem&source=lnms&tbm=bks&sa=X&ved=0ahUKEwjHvY3ildfkAhUBGewKHQsABD0Q_AUIGCgB&biw=1280&bih=827 e precisamente dalla seconda ricorrenza che di seguito riproduco.

Vi si legge come data di edizione il 1750, ma non so in base a quali criteri è stato registrato questo dato, visto che l’opuscolo non reca alcuna data, anche se appartiene sicuramente al XVIII secolo. Prima di giungere a questa conclusione ho fatto un’indagine sull’editore. Il testo più antico da lui edito che ho trovato (santa rete!) risale al 1589 e reca il nome di Giorgio.

Ancora il nome di Giorgio reca un volume del 1605.

In un volume di Philippe Alegambe del 1627 dal titolo A M D G illustrissimo et reverendissimo principi ac domino D.no Thomae Dei gratia episcopo Labacensi per Carniolam et Inferiorem Styriam … (frontespizio non disponibile) il nome dell’editore è Ernesto Windmastadio.

Quello che segue è del 1664 e, non comparendo il nome né di Giorgio né di Ernesto, è probabile che entrambi siano passati a miglior vita. A Graecii s’è aggiunto, come già nel volume precedente, Styriae (Graz di Stiria); Stiria è il nome di uno degli stati federati dell’Austria.

Facciamo un salto di quasi un secolo e siamo al 1742.

Non compare più Giorgio o Ernesto o il solo cognome ma gli eredi (che continuano la tradizione di famiglia specializzata, per così dire, nella pubblicazione di testi religiosi), così come per il nostro opuscolo. Debbo ritenere, dunque che il 1750 letto in rete sia solo una data presunta, per così dire prudenzialmente media.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (7/x): Antonio Caraccio di Nardò

di Armando Polito

Entrò nell’Arcadia il 2 maggio 16911 ed assunse il nome pastorale di Lacone Cromizio.  Per Lacone il riferimento potrebbe essere al greco Λάκων (leggi lacon), che significa della Laconia, spartano. Tuttavia, siccome è la seconda parte del nome pastorale che di regola contiene un riferimento toponomastico (e qui, oltretutto, sarebbe in ballo la Laconia e non l’Arcadia, anche se essa confina a nord con la prima), mi pare più probabile che Lacone evochi uno dei due protagonisti pastori del  quinto idillio di Teocrito [(IV-III secolo a. C.), l’altro è Comata], che si rimproverano vicendevolmente di furto, il primo della siringa, il secondo di una pelliccia. Quanto a Cromizio credo sia un a forma aggettivale di origine latina (Cromitius) dal greco Κρῶμι (leggi Cromi), una delle cinquanta città d’Arcadia che secondo la testimonianza di Pausania2 (II secolo d. C.) furono  fondate dagli altrettanti figli di Licaone. Cromo, appunto, fondò Cromi.

Per la vita e le opere rinvio alla biografia scritta dall’arcade Domenico De Angelis (di lui tratterò nella parte 12 di questa collana), dedicata all’altro arcade Tommaso Maria Ferrari (vedi la parte 5 di questa collana) ed inserita in Giovanni Mario Crescimbeni (a cura di), Le vite degli Arcadi illustri, Antonio de’ Rossi, Roma, 1708, parte I, pp. 141-168.

Per quanto riguarda la produzione arcadica (dunque successiva al 1690, data di fondazione dell’accademia; il Caraccio vi era entrato, come sappiamo, il 2 maggio 1691) riporto i versi iniziali dei componimenti inseriti in Rime degli Arcadi, tomo IV, Antonio de’ Rossi, Roma, 1717, pp. 147-174. Da un controllo effettuato, però, è risultato che essi erano già stati pubblicati tutti meno uno in Poesie liriche del barone Antonio Caraccio dedicate all’Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Pamphilio, Tinassi, Roma, 16893. Di seguito i versi iniziali con la doppia indicazione della pagina del volume del 1689 e di quello del 1717 e, evidenziato in rosso, quello dell’unico componimento nuovo del volume del 1717.

O degli affanni, e de’ piacer compagna (p. 164/p. 147)

Non spente già di due leggiadre gote (p. 165/p. 147)

Or che sen vien alla città del Taro (p. 248)

Libera già fuor del suo mortal pondo (p. 191/p. 148)

Qui, dove scoglio in mar sorge eminente (p. 192/p. 149)

Benché, Donna gentil. dal tuo bel viso (p. 122/p. 149)

In quella età, che al gioco intenta,  e al riso (p. 2/p. 150)

Poi che l’emula imago alfin compita  (p. 134/p. 150)

Al marmo, all’urna, or che fa il biondo Dio (p. 21/p. 151)

Due luci adoro, e un dolce irato sguardo (p.3/p. 151)

L’egro timor, che l’invisibil vede (p. 20/p. 152)

Non sentii fuoco allor, che un guardo, un riso (p. 3/p. 152)

Mentre a i zefiri molli il crin sciogliea (pp. 13-19/ pp. 153-156)

Celebre ancor sotto le sacre piante (pp. 183-187/pp. 156-158)

È d’antico romor fresca memoria (pp. 172-178/pp. 161)

Oltre le mete, che segnò del Mondo (pp. 54-79/pp. 161-1749))

Mi limiterò, perciò, a riprodurre ed a commentare il testo dell’unico componimento che, per motivi cronologici, può considerarsi arcadico. Non posso non precisare. però, che queste distinzioni sono fittizie, in quanto tutta la produzione arcadica del XVII secolo segue, sostanzialmente, le linee guida di quella barocca.

Or che sen viene alla città del Taroa

Donnab, dal cui real fecondo seno

nascer vedremo, quai  vide già l’Ismenoc,

i figli cinti di nativo acciarod,

mentre un letto raccoglie in dolce, e caro

nodo, quinci la Parmae, e quindi il Renof.

Miri i due Regi Sposi il Ciel sereno

con aspetto felice insieme, e chiaro.

Non già qual di Peleo fece, e di Tetig

ne gli imenei fatali al gran Pelide,

o pur d’Alcmena a i talami segretih.

Bastano quei, che il gran Concetto vide

d’Alessandro lor’Avo,almi Pianeti,i

né Achille a Grecia invidiarem, né Alcidel. 

a Parma.

b Dorotea Sofia di Neuburg, prima principessa e poi duchessa di Parma in quanto moglie di Francesco Farnese.

c Fiume della Beozia sulle cui sponde avvenne una celebre battaglia tra i Tebani e i sette Capi immortalata da Eschilo nella tragedia I sette contro Tebe.

d acciaio; sta in senso etimologico per arma: dal latino aciarum, a sua volta da acies=punta.

e Riferimento ai Farnese.

f Riferimento alla terra d’origine della sposa.

g non già come fece nei confronti di Peleo e di Teti dalla cui unione nacque Achille dall’infelice destino (tra una vita anonima e lunga ed una gloriosa e breve, possibilità di scelta offertagli dagli dei, Achille scelse la seconda).

h In occasione dell’assenza del marito Anfitrione, Giove ne assunse le sembianze e trascorse con lei una notte d’amore la cui conseguenza fu la nascita di Eracle.

i Basta la protezione di quei nobili pianeti che vide il concepimento del loro avo Alessandro

l Epiteto di Eracle; dal greco Ἀλκείδης (leggi Alchèides), che significa discendente di Alceo, del quale Eracle era nipote.

I sonetti che iniziano, rispettivamente, con In quella età, che al gioco intenta,  e al riso e con

Poiché l’emula imago alfin compita saranno inseriti, in ordine inverso, in Rime dell’avvocato Giovanni Battista Zappi e di Faustina Maratti sua consorte coll’aggiunta delle più scelte di alcuni rimatori del precedente secolo, Hertz, Venezia, 1723. A parte il fatto che quest’opera ebbe una serie infinita di edizioni fino a quella napoletana (manca il nome dell’editore) del 1833, il che contribuì, sia pure indirettamente,  a perpetuare la memoria del Caraccio arcade, va ricordato che Faustina Maratti (o Maratta) era la figlia di quel Carlo un dipinto del quale il Caraccio aveva celebrato nel sonetto iniziante per Poiché l’emula imago alfin compita, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/07/antonio-caraccio-di-nardo-e-le-sue-ecfrasi/?fbclid=IwAR1c54p-fX6hDfK46_im2yti5qOFwpe3YnQQC9OkD_rV-fWvh1tBEgIz444. 

 

CONTINUA

Per la prima parte (premessa) http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie) http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/   

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria, Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

_____________

1 L’Arcadia del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 331.

2 Periegesi della Grecia VIII, 3, 4.

3 L’opera reca l’imprimatur di Tommaso Maria Ferrari, altro arcade salentino, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/.

Celestino Cominale (1722-1785), l’uggianese che osò sfidare Newton

di Armando Polito

Isaac Newton in una stampa del XIX secolo (disegno di Joseph Théodore Richomme (1785-1849), incisione di Ephraïm Conquy (1809-1843) e Celestino Cominale in una incisione di P. Iore tratta da Domenico Martuscelli (a cura di), Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo IX, Gervasi, Napoli, 1822.

 

Probabilmente le giovani generazioni, salentine e non,  di Newton (1642-1726) non conoscono nemmeno il famoso aneddoto della mela, e non per colpa loro …

Taglio la testa al toro ricordando solo che Isacco Newton godette ai suoi tempi di tanto prestigio che, riferito a lui, si può benissimo usare l’ipse dixit (l’ha detto lui), che aveva sancito prima l’autorità di Pitagora (VI-V secolo a. C.) e, poi, nel Medioevo, quella di Aristotele (IV secolo a. C.).

Forse, e ripeto forse …,  la scienza è l’unico campo in cui il successo non suscita invidia e, con l’invidia, l’antipatia. Tutti, o quasi tutti, si rassegnano all’ipse dixit e si guardano bene dal dire la loro, anche quando, magari, sono attrezzati a farlo.

Con Newton, però, Celestino Cominale non si tirò indietro, attrezzato com’era, anche caratterialmente.

Nato a Uggiano la Chiesa (LE), aveva iniziato gli studi letterari e filosofici a Lecce nel Collegio dei Padri Gesuiti. Continuò poi con la fisica, la matematica, la botanica, l’astronomia e la medicina, studi che perfezionò a Napoli. Esercitò la professione di medico con maestria tanto da essere chiamato anche a Roma per ragioni professionali. Insegnò nelle Università di Roma, Bologna, Padova e Pisa. Nel 1770 ritornò ad Uggiano continuando i suoi studi fino alla morte.

La poliedricità del suo ingegno e l’ampio spettro degli studi fatti si riflettono nelle sue pubblicazioni:

Anti-newtonianismi  in quattro tomi pubblicati da Benedetto Gessari a Napoli nel 1754, nel 1756, nel 1769 e nel 1770.

Historia physico-medica epidemiae neapolitanae anni MDCCLXIV, Francesco Morello, Napoli, 1764

Nel frontespizio della prima, sulla quale torneremo subito, si legge Anti-newtonianismi pars prima, in qua Newtoni de coloribus sistema evertitur, et nova de coloribus theoria luculentissimis experimentis demonstratur opera ac studio Caelestini Cominale m(edicinae) D(octoris) in Regio Archi-gymnasio Neapolitano Philosophiae Professoris (Prima parte dell’Antinewtonianismo, nella quale a Newton in base alla geometria viene demolito a partire dai propri principi  il sistema sui colori e una nuova teoria sui colori viene dimostrata con eccellenti esempi dall’opera e dallo studio di Celestino Cominale Dottore di Medicina, Professore di Filosofia nel Regio Archiginnasio napoletano).

In quello della seconda: Historia Phisico-medica e pidemiae neapolitanae an(no) MDCCLXIV opera ac studio Caelestini Cominale in Regio Archi-gymnasio neapolitano Philosophiae, et Matheseos Professoris elucubrata ( Storia fisico-medica dell’epidemia napoletana nell’anno 1764 elaborata ad opera e cura di Celestino Cominale Professore di Filosofia e Matematica nel Regio Archiginnasio napoletano).

Il lettore avrà già capito che connessa col titolo di questo post è la prima opera nella quale già dal titolo traspare una coraggiosa vis polemica nei confronti delle teorie dello scienziato inglese.

L’ugentino appartiene alla ristrettissima schiera di antinewtoniani1, ma è l’unico a dichiararlo senza mezzi termini a partire dal titolo. Dovette vedersela, fra l’altro, anche con un conterraneo, Oronzo Amorosi di Galatone, newtoniano sfegatato, come all’epoca erano, l’ho già detto, i più. Dello scontro tra i due nulla sapremmo,  se nel 1821 Vincenzo Lillo non avesse copiato l’autografo del galatonese e se Gabriella Guerrieri non ne avesse curato la pubblicazione (titolo: Gara letteraria inedita tra i signori Oronzo Amorosi di Galatone e Celestino Cominale di Uggiano della Chiesa copiata dall’autografo di esso Amorosi da Vincenzo Lillo, 1821) per i tipi di Conte a Lecce nel 1999.

Bisogna dire, però, che pur nella marea di critiche2 al nostro basate sulla cieca fiducia nell’Anglo che tanta ala vi stese (Ugo Foscolo, Dei sepolcri, 163), si levò qualche voce più prudente, invocando per lui una sorta di beneficio d’inventario.

La più autorevole fu senz’altro quella dell’abate Giovanni Antonio Battarra3 di Rimini in una lettera del 22 luglio 16704: … Vengo in secondo luogo a dirvi, come nel Settembre del 1754 io mi ritrovava una mattina in Cagli presso Monsig. Bertocci Vescovo degnissimo di quella Città, e che, a dirvela senza adulazione, è uno di quei Vescovi , che mi piace, perché oltre molte belle sue doti , ha quella di esser molto portato per la buona letteratura, e stima molto le persone di lettere. Discorrendo pertanto insieme di cose erudite, in compagnia dell’Abate Agostini mio amicissimo, Prevosto di quella Cattedrale, presso del quale io mi trattenni alcuni giorni, esso Monsignore mi comunicò un articolo delle Novelle Letterarie di Venezia5, in cui si dava ragguaglio, che un certo  Dottor Celestino Cominale Lettor di Fisica nell’Università di Napoli aveva pubblicato il primo Tomo d’una sua Opera intitolata Anti-Newtonianismi Pars prima, in qua Newtoni de Coloribus systema ex propriis principis geometrice evertitur, et nova de Coloribus historia luculentissimis experimentis demonstratur, etc.

In questo articolo si riferivano tutti i Capitoli dell’opera, dove con mia maraviglia veniva attaccato il Newton nelle dottrine più sode e più sublimi, e corroborate anche colle più decisive sperienze, che ha nell’opere sue. A tale avviso mi voltai a quel Prelato sorridendo e dissi: -Potrebbe il Cominale aver addentato un osso più duro de’ suoi denti? -. Due anni dopo l’Autore pubblicò la seconda Parte di questa sua opera spiritosa, e con un cambio della mia operetta de’Funghi6 feci acquisto fra altri libri anche di quest’opera da me cotanto desiderata. La lessi, e rilessi, con attenzione; e se debbo dirvela schietta, è vero che l’Autore si conosce che è un giovane intraprendente e pien di fuoco, e un po’ troppo Metafisico, che non lascia nemmeno sulle spalle del Newton  fermar le mosche; tuttavia vi ho lette molte buone cose, et quidem7 molto ben ragionate, e se si fosse contentato di distruggere soltanto, e di non edificare altrimenti, avrebbe fatto miglior colpo. Io qui mi protesto in quanto al merito della causa di parlare in aria, perciocché, come sapete, io mi trovo in una Città, che è senza presidii di macchine fisiche,e non ho potuto aver il contento di rifar quelle sperienze, che son contrarie alle conclusioni del Newton. Ho tentato di farle rifare nelle più culte Università d’Italia, e toltone una, che a stento mi è riuscito di avere per la parte di Bologna, per cui il Cominale parmi che vada al di sotto, io non ho potuto aver altro. Anzi consultati vari Lettori primari di Fisica di queste più celebri Università d’Italia per opera de’ miei amici, quattro anni dopo che l’opera del Cominale era alle stampe, chi mi facea dire che il Cominale non l’avea incentrata, chi mi dicea che, avendo letto l’uno e l’altro Autore, non cessava d’esser Newtoiiano, e chi perfino ebbe il coraggio di asserire che ancorché le sperienze del Cominale fossero vere, tanto la dottrina del Newton non sarebbe a terra; ma a certi dubbi proposti a questa assertiva, da due anni in qua, ho ancora d’aver risposta.

Ora dico io: la nostra Italia, che è la madre della Letteratura Europea, che bella figura farà presso gli Oltramontani nel lasciar correre quest’opera ingiudicata? Io ho sempre creduto che fosse principalmente dovere de’ Professori delle Università nostre esaminare somiglievol causa, e riconoscendola trattata con imposture, e vaniloqui, castigarne l’Autore con la dovuta censura; e se il Sig. Cominale è veridico nelle sue sperienze, e non sono soggette a critica, perché non inalzarlo all’onor della palma8 sopra un Eroe, le cui dottrine vengono tanto venerate da tutto il mondo letterario? Vedete un poco di risvegliare questa premura in codesti vostri Fisici, che son quasi i soli, che mi restano da stimolare in Italia. Addio. 

Ci fu pure chi stigmatizzò in versi l’audacia di Celestino. Di seguito un sonetto del salentino Leonardo Antonio Forleo9, con cui chiudo questo lavoro.

 – L’Anglo paventia – ardito uomb dicea

 – che leggi imporre all’universo ardisce:

vedrà, vedrà se il labbro mio mentisce

e il gran valor di mia sublime idea -.

– Ferma! – disse ragion. Ma quei volgea

la penna incauta, che sistemi ordisce;

ma credendo ferir ei non ferisce,

creduto vincitor vinto cadea.

Quest’inutili assalti espose al riso:

segni di suo valor furono allora,

ma d’un valor dalla ragion diviso.

Musac abbenchéd perditore l’onora,

che ad Annibale ugual vinto, e conquisof,

nelle perditeg sue fu grande ancora.

 

a Newton tema

b Celestino Cominale

c la poesia

d sebbene

e perdente

f conquistato, sconfitto

g sconfitte

__________

1 Prima di lui Giovanni Rizzetti aveva pubblicato il De luminibus affectionibus (Gli stati della luce) per i tipi di Bergamo a Travisio e di Pavino a Venezia nel 1726; dopo di lui Ignazio Gajone il Nuovo sistema fisico universale per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1779 e Tommaso Fasano  l’Esame della compenetrabilità della luce esposto in dialoghi, per i tipi di Raimondi a Napoli nel 1870. Una recensione dell’opera del Fasano è in Efemeridi letterarie di Roma, tomo IX, Zempel, Roma, 1780, pp. 299-301, dove alla fine si legge: Ci giova sperare che la nuova Reale Accademia delle scienze dissiperà finalmente tutti questi filosofici sogni, de’ quali sembra che siansi un po’ troppo finora pasciuti i belli, e vivaci, ma alcune volte un po’ troppo fervidi ingegni Partenopei, e che farà un po’ meglio rispettare nell’avvenire le sublimi scoperte dell’immortale Newtono (sic), troppo indegnamente state finora attaccate dall’Anti-Newtonianismo del Sig. Cominale, dal Nuovo Sistema Fisico del Sig. Gajone, dalla nuova penetrabilità della luce, e da altrettali filosofiche stravaganze.

Solo il Rizzetti era stato difeso a spada tratta dalla voce isolata di Iacopo Riccati in due sue lunghe lettere (Opere del conte Jacopo Riccati, Rocchi, Lucca, 1765, pp. 109-122).

2 In Storia letteraria d’Italia, Remondini, Modena, 1757, v. X, le pp. 143-153 sono dedicate ad un’analitica recensione dell’opera del Cominale. Fin dall’inizio appare chiara la posizione decisamente newtoniana: Noi ci congratuliamo col dotto Professore del Collegio romano [Carlo Benvenuti, convinto newtoniano, autore di Synopsis physicae generalis, e di De lumine dissertatio physica usciti entrambi per i tipi di Antonio de’ Rossi a Roma nel 1754], a cui però non è ne’ sentimenti a Newton favorevoli conforme un professore di Napoli, il quale, anziché ammirare e seguire il Newton, impugnalo con tutte le forze sue. Seguono gli estremi bibliografici della pubblicazione del Cominale del 1754 e, punto per punto, la contrapposizione tra le tesi del Newton e quelle del Cominale (con prevalenza assoluta delle prime). Una nota (la 37 alle pp. 152-153), tuttavia, costituisce una sorta di riconoscimento delle potenziali (se indirizzate diversamente …) capacità del nostro: Preghiamo per ultimo il Nostro Autore che non voglia offendersi, se noi con filosofica libertà abbiamo alcune cose nel suo libro notate, e diciamo ingenuamente, essere presso noi di maggior peso le dottrine dei Newtoniani, che le sue impugnazioni, benché non siamo tra quelli, che credono impossibili  gli errori del Newton. Se non altro varranno a meglio rischiarare la verità, e a dare al fervido ingegno del Nostro Autore campo d’esercitarsi.  E Celestino nella prefazione della terza parte dei suoi Anti-newtonianismi (Morelli, Napoli, 1769) replicò allo Zaccaria (autore della Storia insieme con Leonardo Ximenes, Domenico Troili e Gioacchino Gabardi) dicendo che egli non poteva ergersi a giudice in questa materia e che non aveva letto neppure i titoli delle sue opere.

3 (1714-1789) Naturalista micologo, autore di Fungorum agri Ariminensis historia, Ballante, Faenza, 1755;  Pratica agraria distribuita in vari dialoghi,Casaletti, Roma, 1778; Naturalis historiae elementa, Marsonerio, Rimini, 1789.

4 In Novelle letterarie pubblicate in Firenze l’anno MDCCLX,  Albizzini, Firenze, 1760, tomo XXI, colonne 570-573.

5 Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCLV, Occhi, Venezia, 1755, pp. 260-263. Fra l’altro vi si legge: Se tanto romore fece il nuovo sistema Neutoniano circa la luce ed i colori, non minor grido ottener dovrebbe la nuova confutazione data al medesimo dal Sig. Cominale, il quale nulla paventando la gran turba de’ ciechi seguaci dell’Inglese Filosofo, si protesta di atterrar colle stesse macchine o arme Neutoniane  il preteso sistema de’ Colori.

6 È la prima opera citata nella nota n. 2.

7 certamente

8 vittoria.

9 Era nato a Francavilla Fontana (BR). Il sonetto è in Vari ritratti poetici storici critici di alcuni moderni uomini di lettere sul gusto di Agatopisto Cromaziano e per servire di prosieguo all’opera del medesimo di Leonardo Antonio Forleo, Raimondi, Napoli, 1816, p. 32. Agatopisto Cromaziano è il nome pastorale del monaco celestino Appiano Bonafede che fu socio dell’accademia romana dell’Arcadia a partire dal 1791. Il Forleo, che era socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli, fu autore prolificissimo. Si riportano qui solo alcune delle altre pubblicazioni: Amenità dell’etica, Rusconi, Napoli, 1827; 1827; Ragionamento critico intorno alla moderna comedia, Rusconi, Napoli, 1830; La lira Iapigia, Società Filomatica, Napoli, 1831; I politici, Cataneo, Napoli, 1832; Il manoscritto di Sterne, Cataneo, Napoli, 1832; Manfredi, Rusconi, Napoli, 1833; Certamen ad cathedram archeologiae, poesis Romamaeque eloquentiae in Regio Neapolitano Archigymnasio obtinandam perfectum, Russo, Foggia, 1834; Il Colombo, ovvero l’America ritrovata, Russo, Foggia, 1834; La statua del grande, Russo, Foggia, 1835; Il racconto di una vedova, Agianese, Lecce, 1836; L’arpa cristiana, Agianese, Lecce, 1839; Cause e ragioni che fanno classico il poema di Dante, Cannone, Bari, 1842; Liceo dantesco, Petruzzelli, Bari,1844; Napoli nel XVI secolo. S. Sebastiano, Migliaccio, Cosenza, 1846.

Libri| Ascesa e declino del rito bizantino in Terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi

sogno orientale

È in libreria dal 1 settembre l’ultimo libro di Vito Telesca “Il sogno orientale. Ascesa e declino del rito bizantino in Terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi”.

Edito da ManifestoCultura è distribuito dalla Feltrinelli e Feltrinelli Online. Vito Telesca, saggista storico locorotondese ma di origini potentine, con questo libro ha voluto approfondire un tema poco dibattuto come la parabola del rito bizantino nella Puglia meridionale e in parte della lucania. Un crepuscolo favorito dalla chiesa di Roma che decise con Papa Niccolò II, attraverso un accordo con il normanno Roberto il Guiscardo, di intraprendere delle azioni per cacciare i bizantini dal sud Italia, favorendo la nascita del Regno di Napoli da un lato e il primato del rito latino dall’altro. Un passaggio che non fu né rapido né indolore come lo stesso Guiscardo volle evidenziare, ammettendo la radicalità estrema della cultura e del rito bizantino da Monopoli in giù.

Il libro dedica i primi due capitoli alla conquista bizantina del sud Italia per poi concentrarsi su una figura chiave, quella del principe Marco Boemondo d’Altavilla, fondatore (o restauratore) del monastero greco di San Nicola di Casole in Otranto. Un cenobio che dall’XI al XV secolo raggiunse l’apice della sua importanza poiché dotato di un enorme scriptorium con biblioteca ricca di libri greci, anche di stampo laico, e che a Costantinopoli era considerato una sorta di avamposto bizantino in Italia, dove si traducevano decine di testi e si alimentava la cultura greca.

Una vera accademia. Un monastero che godeva di numerosissimi possedimenti, sparsi anche oltre la Terra d’Otranto. Questi vennero elencati in un documento del 1218 da Papa Onorio III che, scrivendo all’Abate di Otranto, Padre Nicodemo, confermava i possedimenti al monastero. Tra questi uno a Monopoli, uno a Brindisi, ben due in territorio di Locorotondo e uno, enorme, a Fasano. Possedimenti in cui i monaci poterono avere una sorta di mobilità (un network basiliano) e un collegamento costante con Otranto. I possedimenti vennero confermati a patto che ovunque si continuasse a rispettare la regola di San Basilio. Quindi il rito greco-bizantino era, sotto Onorio, ancora garantito.

Attraverso i documenti, gli strumenti della moderna ricerca archeologica che sfrutta le fotogrammetrie aeree, i rammendi filologici tra discipline diverse come la storia della Chiesa e non ultima l’antropologia culturale, il libro invita a riscoprire il nostro territorio, ricco di storia magari dimenticata o ignorata e, soprattutto, a riscoprire le chiese rupestri. Soprattutto quelle a noi vicine come Lama d’Antico a Fasano e le tante masserie, guardandole con un occhio diverso, simbolo odierno di quegli anni e di quei movimenti.

Dal XV secolo la Terra d’Otranto subì l’invasione turca con la presa di Otranto nel 1480 e la distruzione del Monastero di Casole e della sua cultura. Ma, più del turco, fu Roma a dare il colpo definitivo al rito bizantino. Le chiese vennero riconvertite forzatamente al rito latino, i sacerdoti greci messi al bando (anche uccisi) e i libri bruciati. Soltanto l’immigrazione dai balcani riuscì a dare una certa continuità al rito greco-ortodosso con la creazione di quartieri in alcune città o la fondazione di paesi sorti grazie all’avvento di slavi e albanesi. I monasteri greci passarono ai benedettini. Il libro, nel suo ultimo capitolo, racconta in modo interessante come alcune usanze di oggi derivino proprio da quel periodo e da quella cultura. Siamo per certi versi e inconsapevolmente ancora bizantini.

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Titolo: Il Sogno orientale

Sottotitoli: Ascesa e declino del rito bizantino in terra d’Otranto. I possedimenti di San Nicola di Casole a nord di Brindisi.

Autore: Vito Telesca

Pagine: 206 patinate a colori

Editore: ManifestoCultura – Mantova – Ce.Di. S.p.A.

Prezzo di copertina: 25 euro

Anche e-book su Amazon, IBS e Mondadori Store

https://www.lafeltrinelli.it/libri/vito-telesca/sogno-orientale-ascesa-e-declino/9788892360693

 

Scheda dell’autore:

Vito Telesca, Scrittore saggista storico pugliese di Locorotondo, direttore di StoriaMeridiana e co-fondatore e consigliere Nazionale di ManifestoCultura, gruppo di studio per la valorizzazione e il recupero del patrimonio storico e artistico. In passato co-conduttore di “Sharing-Popoli che scelgono di incontrarsi”, promosso dal Consiglio d’Europa (programma Radiofonico). Ha collaborato con La Gazzetta del Mezzogiorno, e attualmente scrive articoli di storia e arte per la pagina culturale dei quotidiani “Il Roma – Cronache Lucane” e “Il Mattino” di Puglia e Basilicata. Collabora con il mensile Paese Vivrai. Insignito del Premio “Eccellenza Medievale 2014” assegnato da “Sguardo sul Medioevo” per il progetto di StoriaMeridiana.

Ha pubblicato: nel 2008 “Di padre in padre – viaggio nel rapporto tra padri e figli nella storia” (seconda edizione 2010), Francesco e Federico, due giganti allo specchio (2013), dist. Feltrinelli; una trilogia su Siponto e Monte Sant’Angelo per ManifestoCultura: Siponto e il Protoromanico (2017), Il Castello di Monte Sant’Angelo (2018) e l’abbazia di Santa Maria di Pulsano (2019).

Nardò: le cartoline di Ernesto Franchini

di Armando Polito

Su questo o quel social chiunque può immortalare, postando una foto, qualsiasi momento della propria vita per far sapere a tutto il mondo che, per esempio, ha trascorso le ultime vacanze ai Caraibi. Magari si tratta solo di un fotomontaggio, ma, in fondo, sotto questo aspetto le cose non sono granché cambiate. In passato la stessa funzione hanno svolto le cartoline illustrate, con la differenza che esse giungevano al destinatario (un familiare o, al massimo, gli amici più ristretti) quando il viaggiatore era già rientrato; quanto ai trucchetti, per millantare un viaggio mai avvenuto, era sempre possibile approfittare della compiacenza di qualche amico in partenza per una meta rinomata disposto, magari, a scrivere in stampatello l’indirizzo e gli immancabili saluti con relativa firma falsa.

Il tempo e la tecnologia hanno annientato la cartolina illustrata, facendone un oggetto da collezionismo e un documento per lo storico. Chi, come me, ha avuto la fortuna di conoscere la cartolina illustrata e il selfie non può restare insensibile al fascino della prima, anche se ingigantito dalla malinconica dolcezza del ricordo.

Nardò ebbe, addirittura un editore di cartoline illustrate vendute anche nella piccola libreria (nonché ricevitoria del Totocalcio e, se non ricordo male, rivendita di tabacchi), che gestiva sul corso V. Emanuele (poi subentrò la figlia): Ernesto Franchini. Nella foto di testa l’angusto locale.

Per quanto riguarda le sue cartoline invito il lettore a visionarne una bella collezione in http://www.nardoartt.it/edizioni-e.franchini.html.

Per il resto, in assenza di qualsiasi altro documento, riproduco quanto ho trovato in rete. Ernesto Franchini è in buona compagnia (anche se gli altri non furono editori): Delatti1 Giuri (Juvenilia), Raffaella Ronzino e Carlo Vernich (vedi ultimo documento).

Annuario della stampa italiana, volume 6, 1900, p. 248 (https://books.google.it/books?id=KdoRAAAAYAAJ&q=%22Ernesto+Franchini%22&dq=%22Ernesto+Franchini%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjonZagiLnWAhWMIsAKHTl_Dq8Q6AEIPTAF)

 

Giornale della libreria, della tipografia, e delle arti ed industrie affini, v. 30, 1917, p. 366 (https://books.google.it/books?lr=&hl=it&id=ux1TAAAAYAAJ&dq=editions%3AKtZI0iaN72sC&focus=searchwithinvolume&q=nard%C3%B2)

Giornale della libreria, della tipografia, e delle arti ed industrie affini, v. 32, 1919, pp. 163 e 286 (https://books.google.it/books?hl=it&id=n9RSAAAAYAAJ&dq=editions%3AKtZI0iaN72sC&focus=searchwithinvolume&q=franchini)

Giornale della libreria, della tipografia, e delle arti ed industrie affini, v. 33, 1920, p. 184 (https://books.google.it/books?hl=it&id=XRpTAAAAYAAJ&dq=Libreria+scolastica+Ernesto+Franchini&focus=searchwithinvolume&q=Franchini)

Giornale della libreria della tipografia e delle arti e industrie affini. Supplemento alla Bibliografia italiana, pubblicato dall’Associazione tipografico-libraria italiana, s. n., 1921, pp. 35 e 284 (https://books.google.it/books?id=IZmYcl78GVAC&q=%22Franchini+Ernesto%22&dq=%22Franchini+Ernesto%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjh6pKoibnWAhWhI8AKHQXmDRkQ6AEITzAJ)

Annuario della editoria, della libreria e delle industrie grafiche, v. I, Aracne, Milano, 1950, pp. 370 e 501 (https://books.google.it/books?id=lWIbAQAAMAAJ&q=%22Franchini+Ernesto%22&dq=%22Franchini+Ernesto%22&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjh6pKoibnWAhWhI8AKHQXmDRkQ6AEISDAH)

__________

1 Forse da correggere in Dell’Atti-Giuri.

Antonio Caraccio di Nardò e le sue ecfrasi

di Armando Polito

Inutile arrovellarsi il cervello per tentare di ricordarsi in quali fatti di cronaca cittadina più o meno recente potrebbe essere rimasto coinvolto il personaggio nominato nel titolo. Basta considerare le date di nascita e di morte: Nardò, 1625-Roma 1713. D’altra parte nemmeno io sapevo granché su di lui prima di occuparmene…1

Di seguito quattro suoi ritratti (dov’è la differenza tra il primo e il secondo? Per scoprirlo e per saperne di più anche sugli altri, vai al link segnalato in nota 1.

Barone di Corano2, il Caraccio fu uno dei letterati più famosi del suo tempo. Bisognerà, dunque, fare un salto di parecchi secoli, complici anche le sue ècfrasi3, termine tecnico con cui i retori greci etichettavano la descrizione o la celebrazione poetica di luoghi o di opere d’arte, fatte con stile elaborato in modo da gareggiare in efficacia espressiva con l’oggetto stesso.

Le tre ecfrasi sono in Poesie liriche, che il neretino pubblicò per i tipi di Tinassi a Roma nel 1689.

Le riproduco dal volume in formato immagine con la mia trascrizione (con adattamento moderno della grafia e della punteggiatura) e le note esplicative.

1) p. 134

Per la Diana, pittura del Sig. Carlo Maratta

Poi che l’emula imago al fin compitaa

Maratta offrì de la silvestre Divab,

e si vedea dipinta nò, ma viva

la tela che il pennello hà colorita,

coleic che de la fraled, humana vita

gli stamie avvolge e lor filando avvivaf,

gittò le roccheg,e dispettosa e schiva

per tutto il ciel fu querelarsi h udita.

-Deh, Giove, deh! De l’animar si cessi

più le lane quassùi: scorger tu dei

ch’anima han colà giuso i lini istessi l -.

Giove rispose sorridendo à lei:

– Cessi il timor, ch’à far le vite elessim

sol per gli huominin voi, luio per gli Dei -.

_____________

a compiuta

b Diana, dea delle selve

c Cloto. Era una delle tre Parche.  A lei spettava filare il filo simboleggiante la vita, Lachesi ne stabiliva la lunghezza e Atropo lo tagliava al momento giusto.

d fragile

e i fili

f dà la vita

g la conocchia; l’uso del plurale fa quasi capire che rinunziava al suo compito anche per il futuro. 

h lamentarsi

i si smetta per sempre quassù di dare la vita ai fili di lana

l tu devi vedere che anima hanno laggiù gli stessi lini

m scelsi, destinai

n huomini per uomini è una sorta di latinismo grafico (da homines).

o il Maratta

 

Il sonetto, dunque, celebra un quadro del Maratta avente come soggetto Diana. Nessun suo dettaglio trapela dalla poesia, se non quello, abbastanza generico, del realismo. Oltretutto la dea cacciatrice fu uno dei soggetti cari al nostro pittore (anche se certamente meno della Vergine, che gli valse l’appellativo di Carlo delle Madonne), come risulta dalle testimonianze che seguono.

Nell’Elogio di Carlo Maratti  inserito in Serie degli uomini più illustri in pittura, scultura, e architettura con i loro elogi e ritratti, Allegrini, Pisoni e C., Firenze, 1775, tomo XI, p. 157 si legge: Per il nipote poi d’Innocenzio D. Livio Odescalchi, oltre un Quadro con le due stagioni, Estate ed Autunno, poco diverse da altre due, che furono mandate in Spagna, figurò in un gran paese di boscaglia fatto da Crescenzio Onofri, una Diana, che difesa da una nuvola dà il segno della caccia, parlando ad una Ninfa, che si allaccia i coturni, mentre altre s’incamminano a rintracciar co’ cani le fiere.

Nella biografia che di Carlo scrisse Giovanni Pietro Bellori4 a p. 221 si legge:

Pel gran Contestabile Colonna D. Lorenzo dipinse le favole di Atteone e Diana in un bellissimo paese, di Gasparo in doppia altezza, e figure minori del naturale. Finse la Dea in piedi, che addita il giovine cacciatore, il quale mal cauto in rimirarla si trasmuta in Cervio spuntando le corna dalla fronte. Altre delle Ninfe si essercitano a nuoto, altre si ascondono, e si ricuoprono il seno, e le membra ignude, l’antro opaco, e selvaggio, ove soggiorna la Dea, è tutto ameno d’alberi, e d’acque cadenti, che stagnano in un lago. Oggi sì raro dipinto si trova appresso il Marchese Nicolò Maria Pallavicino, con gli altri, che qui andremo seguitando. Uno scherzo di Diana, e questo è compreso in una figura sola della Dea sedente in un bosco, e ad una fonte, ive si bagna le piante. Ma quasi di vicino senta strepito, o moto d’alcuno, che sopraggiunga, travolge la faccia, e s’inclina ascondendo con una mano il seno, ed aprendo l’altra per ripararsi, nel quale atto con raro effetto l’ignudo di questa figura soavemente si abbaglia all’ombra di un tronco, da cui pende sospeso l’arco, e la faretra, restando illuminata la spalla, il crine, e la fronte esposta al giorno.

Ipotizzo che il soggetto dell’ecfrasi sia proprio l’ultima Diana descritta nelle testimonianze appena riportate,  in virtù della sua esclusiva presenza che corrisponde perfettamente all’emula imago, che sarebbe stata meno emula se fossero state presenti altre figure, sia pure in secondo piano. Di seguito Diana al bagno che riproduco da http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/entry/work/52020/Maratta%20Carlo%2C%20Diana%20al%20bagno, indirizzo a cui rinvio per la relativa scheda.

Al di là del problema identificativo , però, questa ecfrasi ha una motivazione profonda, potrebbe essere quasi un gesto di gratitudine nei confronti del Maratta, per spiegare il quale debbo mostrare il frontespizio di un’altra opera del Caraccio e, quel che più qui interessa, l’antiporta.

In basso a sinistra si legge Carol(us) Marat(ta) Invenit, che, tradotto alla lettera, è Carlo Maratta escogitò. Invenit nelle tavole si alterna a delineavit (disegnò), per cui il Maratta fu il disegnatore. In basso a destra si legge Petr(us) Sanct(e) Bartol(i) sculp(sit), cioè  Pietro Sante Bartoli incise. Se quest’ultimo (Perugia, 1635-Roma, 1700) fu anche antiquario del Pontefice e della Regina Cristina di Svezia, il Maratta (Camerano, 1625- Roma, 1713) era considerato come il maggior pittore del suo tempo (di seguito due suoi ritratti, il primo a corredo della citata biografia del Bellori, il secondo dal citato volume del 1775).

Il Caraccio, dunque, aveva fatto ricorso sul piano editoriale (e le tavole fuori testo avevano allora un’importanza forse paragonabile a quella che oggi ha l’immagine, comunque erano un dettaglio irrinunciabile per un’edizione di pregio) a due autentici fuoriclasse. Il lettore deve sapere che nel 1690 era stata fondata a Roma da Giovanni Mario Crescimbeni l’accademia dell’Arcadia, sulla quale il lettore troverà le informazioni essenziali in http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/.  Qui basta ricordare che gli interessi dell’accademia erano letterari, ma ad essa aderirono anche letterati non in senso stretto, non esclusi i pittori. Perciò, se non desta meraviglia che pastore (così si chiamavano i soci dell’accademia) fosse il Caraccio col nome pastorale di Lacone Cromizio, non appare nemmeno strano che vi facesse parte pure il Maratta col nome pastorale di Disfilo Coriteo5.

Non ho elementi per ipotizzare che l’ecfrasi appena presentata fosse il frutto di uno sconto fruito sul costo della tavola, ragion per cui posso solo far riferimento ad una riconoscenza tutta intellettuale basata sulla stima reciproca e sulla frequentazione degli stessi ambienti culturali. Non mi rimane che sottolineare la felice invenzione del poeta, per cui, oltretutto, la risposta di Giove sembra contenere un riferimento al tema religioso, particolarmente caro al Maratta (anche se nemmeno la ritrattistica è da trascurare) e sancire una sorta di convivenza, più che di sincretismo, tra la religione pagana e quella cristiana, così ricorrente nella produzione dell’Arcadia.

2) p. 159

Mentre terra che ‘la copre, urnab che ‘la furac

del buon Natal (dico il mortal) ci ha privod,

in bei color qui effigiato al vivo

Arte ce ‘l rende ove il rapì Naturae.

E mentre stassif in ciel candida e pura

l’almag di lui, ch’ivi è beato e divoh,

gran simulacroi del suo spirtol vivo

la memoria di lui nel mondo duram.

Così tra sè come s’ei viva e come

qui segga e parli il mio pensier l’adombran

tra vera fama e simulateo chiome.

Né, morto, inver da questa vita ei sgombrap,

ché, se qui l’ombra sua resta e ‘l suo nome,

altro il viver non è che un nome e un’ombra.

______________

a lo

b tomba

c ruba, sottrae alla vista

d privato

e l’arte ci restituisce quello che la natura ci ha tolto

f se ne sta

g anima

h divino

i immagine

l spirito

m continua, sopravvive

n immagina

o rappresentate artisticamente, dipinte

p esce, va via

Se nel caso precedente il soggetto dipinto era tratto dal mito, qui, invece, il ritratto è quello di un personaggio in carne ed ossa (più che in carne, in ossa …), cioè Natale Rondanini (1628-1657), che fu segretario dei principi (sovrintendente ai rapporti epistolari con i principi) di papa Alessandro VII e uno dei membri di spicco dell’Accademia degli Umoristi, che era stata fondata a Roma il 27 marzo 1608 da Paolo Mancini e che rimase attiva fino al 16706 .

Di seguito lo stemma dell’Accademia tratto da Girolamo Aleandro, Sopra l’impresa degli Accademici Humoristi, Mascardi, Roma, 1611.

Nella cornice centrale una nube, da cui cade abbondante pioggia, e il motto REDIT AGMINE DULCI tratto da un passo di Lucrezio7.

 Se per l’ecfrasi precedente ho potuto avanzare un’ipotetica individuazione del dipinto, per questa posso solo fare le riflessioni che seguono. L’in bei color del terzo verso fa pensare inequivocabilmente ad un dipinto, per cui il che ne alzò l’accademia degli Humoristi dell’intestazione dovrebbe essere interpretato come il quale (monsignore, soggetto) elevò per noi  l’accademia degli Humoristi  (complemento oggetto) e non come il quale (ritratto, complemento oggetto) elevò (eresse) per lui l’accademia degli Humoristi (soggetto), anche se quest’ultima interpretazione, soprattutto per via di alzò potrebbe trovare riscontro nel monumento funebre al Rondanini, attribuito a Domenico Guidi (1625/ 1701), che si trova nella navata sinistra della chiesa di S. Maria del Popolo a Roma (di seguito nell’immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/74/Natale_Rondinini_tomb.JPG).

D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO)

NATALI RONDININO ROMANO/ALEXANDRI FIL(IO) PAULI AEMILII CARD(INALIS) FR(ATRI)/PIETATE INGENIO ERUDITIONE/ROMANAE IUVENTUTIS FACILE PRINCIPI/QUI XXVII ANNUM AGENS/AB ALEXANDRO VII P(ONTEFICE) M(AXIMO)/PRAEFECTUS EPISTOLIS AD PRINCIPES/OPERAM SUAM PONT(IFICI) SAPIENTISSIMO ITA PROBAVIT/UT MOX AB EO CANONICATU VAT(ICANAE) BASIL(ICAE) AUCTUS FUERIT/NOVA IN DOMESTICAS IMAGINES DECORA ILLATURUS/NISI MAIORA IN DIES DE SE POLLICENTEM/REPENTINA VIS MORBI IN IPSO ROBORE AETATIS/REIP(UBLICAE) ERIPUISSET/FELIX ZACCHIA FILIO DULCISS(IMO)/CONTRA VOTUM SUPERSTES P(OSUIT)/OBIIT ANNO D(OMINI) MDCLVII AETATIS SUAE XXX

(A Dio Ottimo Massimo. A Natale Rondanini di Roma, figlio di Alessandro, fratello del cardinale Paolo Emilio, senza dubbio primo della gioventù romana per religiosità, ingegno, erudizione, che a ventisette anni, nominato prefetto alle lettere ai principi dal pontefice massimo Alessandro VII, rese tanto accetta al sapientissimo pontefice la propria opera che subito da lui fu insignito del canonicato della basilica vaticana, destinato a portare nuovo decoro alle immagini di famiglia, se la violenza della malattia8 non avesse sottratto allo stato proprio nel fiore dell’età lui che di sé prometteva cose più grandi di giorno in giorno, Felice Zacchia9 , sopravvissuta contro il desiderio, pose al figlio dolcissimo. Morì nell’anno del Signore 1657 a trent’anni)

Felice Zacchia, madre di Natale, non aveva certo bisogno di qualsiasi aiuto, tanto meno di quello economico, per erigere il monumento al figlio, per cui escluderei senz’altro qualsiasi riferimento dell’ecfrasi ad esso. Si tratterebbe, insomma, di un ritratto di anonimo (a differenza delle opere nominate nella prima e, come vedremo, nell’ultima ecfrasi) e questo rende ancor più problematica l’identificazione.

3) p. 189

Santa Caterina martire. Pittura del Signor Daniel Saiter

Vergine io veggioa, anzi beata, e divab,

al fier supplicioc di gran rota avintad,

che, da la man di Daniel dipinta,

dipinta, no, non già di senso è privae.

La turba de’ ministri horrida e schiva,

vera ella ancor più che insensata e finta,

resta non so se dall’incendio vinta

o da stupor d’imaginarla viva.

Mentre io rimiro opre sì grandi e nove,

attendo d’hor’ in hor ch’entro il suo velo

ella s’accogliaf, e volga i passi altrove.

Ma colma il sen d’inalterabil zelo,

se pur man non ritira o piè non move,

v’è che col cor tutta è rapita in cielo.

______________

a vedo

b divina

c supplizio

d avvinta, sottoposta

e non ha ancora perso i sensi

f si ricomponga

A differenza delle ecfrasi precedenti qui i dettagli non mancano, anche se appaiono piuttosto scontati per l’iconografia della santa e, in particolare, del suo martirio. Daniele Saiter (1642 o 1647-1705), pittore austriaco, che dopo un apprendistato a Venezia, si spostò a Roma dove lavorò presso la bottega di Carlo Maratta. Questo dettaglio è più che una coincidenza se si pensa che esso potrebbe giocare a favore dell’agevole identificazione del dipinto in questione con il Martirio di S. Caterina (di seguito nell’immagine tratta da https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Daniel_Seyter?uselang=it#/media/File:SMP_Cap_Cibo_Martirium_der_Hl_Caterina.jpg) che, insieme col Martirio di S. Lorenzo, il Saiter dipinse nella chiesa di S. Maria del Popolo a Roma, nella Cappella Cybo nella navata destra.

Ricordo, per completare il quadro,  che la pala d’altare di questa cappella con l’Immacolata Concezione e i santi Giovanni Evangelista, Gregorio, Giovanni Crisostomo e Agostino è opera di Carlo Maratta.

_______

1 Vedi Armando Polito, Antonio Caraccio, l’Arcade di Nardò, in Nardò e i suoi: studi in memoria di Totò Bonuso (a cura di Marcello Gaballo), Fondazione Terra d’Otranto, 2015, pp. 41-66 e, su questo blog,  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/06/antonio-caraccio-nardo-1630-roma-1702-note-iconografiche/. Avverto che, sempre su questo blog, a lui sarà dedicata la prossima puntata, la settima, della serie Gli Arcadi di Terra d’Otranto.

2 Antico feudo nel territorio di Nardò.

3 Dal greco ἔκϕρασις (leggi ècfrasis), che significa descrizione.

4 In Ritratti di alcuni celebri pittori del secolo XVII disegnati ed intagliati in rame dal Cavaliere Ottavio Lioni, con le vite de’ medesimi  tratte da vari autori, Antonio de’ Rossi, Roma, 1731, pp. 146-251.

5 Il primo vi era entrato il 2 maggio 1691, il secondo il 2 maggio 1704. Anche la figlia di Carlo, Faustina, entrò nell’Arcadia contemporaneamente al padre col nome pastorale di Aglaura Cidonia. Sposò il poeta Giambattista Felice Zappi, pure lui socio dell’Arcadia col nome pastorale di Tirsi Leucasio dal 5 ottobre 1690.

6 Suoi componimenti in latino sono in Carmina illustrium poetarum italorum, Tartino & Franchio, Firenze, 1721, v. 8 pp. 87-96.

7 De rerum natura, VI, 631-638: Postremo quoniam raro cum corpore tellus/est et coniunctast oras maris undique cingens,/debet, ut in mare de terris venit umor aquai,/in terras itidem manare ex aequore salso;/percolatur enim virus retroque remanat/materies umoris et ad caput amnibus omnis/confluit, inde super terras redit agmine dulci/qua via secta semel liquido pede detulit undas. (Infine, poiché la terra è con corpo poroso e cingendo da ogni parte le distese del mare è congiunta con esso, l’umidità dell’acqua, come defluisce nel mare dalla terra, così deve diffondersi nella terra dal mare salato; viene filtrata infatti la salsedine, e la sostanza dell’umidità  rifluisce indietro e confluisce tutta per i fiumi alla loro sorgente e da lì ritorna con dolce corrente sulle terre, per dove ove la via una volta aperta fa scendere le onde con liquido piede)

8 Probabilmente si trattò di febbre terzana o malaria, stando ai sintomi descritti in Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII, Giachetti, Prato, 1840, v. II, p. 170.

9 La madre di Natale; suo marito Alessandro era morto nel 1639.

Dialetti salentini: ‘llitticare

di Armando Polito

Mi auguro che anche altri lettori seguano l’esempio di Tarcisio Vernich, che, dopo avermi proposto di occuparmi di ‘rrigghiare (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/01/dialetti-salentini-rrigghiare/), mi invita a farlo di ‘llitticare.1

Questa volta l’occasione è molto ghiotta perché la voce non è registrata dal vocabolario del Rohlfs2 e nel Garrisi3 al lemma llettecare si legge: intr.; pres. llìttecu, llìttechi, llìtteca, llettecamu, ecc.; impf. llettecàa, ecc.; p. rem; llettecài, ecc.; imper. llìtteca, llettecati; pp. llettecatu. Essere dinoccolato, diventare flessibile; vibrare; molleggiare.

Come si vede, non c’è nessuna proposta etimologica. Intanto preciso che a Nardò la voce è riferita solo ad un oggetto che oscilla non avendo un appoggio stabile per suo difetto congenito o acquisito; sostanzialmente, anzi esclusivamente, è il caso di una sedia o di un tavolo, su cui, esercitando una pressione più o meno leggera, s’innesca un fenomeno di oscillazione che, nel caso della sedia in particolare, denuncia la pericolosità del suo uso per motivi facilmente immaginabili.

Passo all’etimologia, che non mi è stato particolarmente difficile individuare. Partendo dall’assunto che tutte le nostre voci comincianti per consonante geminata hanno subito un’aferesi, cioè la perdita della vocale iniziale, bisognava anzitutto individuare tale vocale. Tra le cinque combinazioni possibili appare intuitivo che *ellitticare è l’unica ad avere una chance. La parola appare derivata dall’aggettivo ellittico, che a sua volta è da ellisse4, che è dal latino scientifico ellipsis, e questo dal greco ἔλλειψις (leggi èlleipsis), che significa mancanza.

A questo punto è chiaro il rapporto strettissimo esistente tra il concetto di mancanza e quello di ‘llitticare: llèttica (oscilla) tutto ciò che manca di stabilità.

Un’ultima nota: in greco esiste (derivato dal ricordato ἔλλειψις) l’aggettivo ἐλλειπτικός (leggi elleipticòs) e il nostro ‘llitticare potrebbe esserne direttamente derivato, senza passare attraverso il latino scientifico ellipsis; se è così, la sua nascita sarebbe molto più antica.

______

1 Ad essere sincero una sola volta sono stato letteralmente assalito e, ironia della sorte, tutto partiva da un post nemmeno a mia firma, in cui avevo avuto la malaugurata idea di inserire un mio commento (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/23/cognomi-e-soprannomi-di-origine-greca/). Ho dovuto bruscamente interrompere i miei successivi interventi non solo per la difficoltà di dare una risposta scientificamente attendibile ai quesiti posti ma anche, direi soprattutto, per la loro natura, per così dire, privatistica …

2 Gerard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976

3 Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990

4 Meno corretto elisse (entrambi riferiti alla figura geometrica o all’orbita descritta da un corpo celeste intorno ad un altro; manca qualcosa, rispettivamente,  in confronto alla circonferenza e all’orbita circolare), mentre la variante ellisse in linguistica indica la soppressione di una o più parole che si sottintendono.

Dialetti salentini: ‘rrigghiare

di Armando Polito

Tramite il comune amico Marcello Gaballo il concittadino dottor Tarcisio Vernich chiedeva qualche giorno fa chiarimenti circa l’origine della voce dialettale del titolo. Premesso che il padre di Tarcisio, Amilcare, è stato il mio maestro delle elementari e che di lui conservo un lucidissimo e grato ricordo, spero di essere chiaro, preciso ed esauriente. Se ci sarò riuscito, buona parte del merito sarà  da ascrivere proprio al mio caro maestro1.

‘Rrigghiare è usato come sinonimo di scostare, fare da parte in espressioni del tipo ‘rrìgghia ddha seggia!, cioè sposta quella sedia! (perché, evidentemente, dove si trova è ingombrante o, comunque, dà fastidio) o nella forma assoluta riflessiva, come nella locuzione ‘rrìgghiate, ca se no ti ‘rronzu!2 (scostati, altrimenti ti investo!) rivolta, per esempio, dall’automobilista comunque maleducato al ciclista o al pedone che, forse con un pizzico di strafottenza, ha invaso un po’ troppo della carreggiata.

La voce, come succede per tanti termini dialettali, trae origine dal mondo contadino, vale a dire è denominale da règghia (non in uso a Nardò, per cui rrigghiare sarebbe d’importazione), che in alcune zone del Salento (di tutte e tre le province) era il mucchio di grano trebbiato sull’aia, non ancora ventilato, in altre lo stesso mucchio ma separato dalla paglia. Règghia è dal latino règula (da cui l’italiano règola) attraverso la normalissima trafila règula>regla (sincope)>règghia, come tègghia (teglia) da tègula. Si tratta di una traslazione metaforica del significato di partenza in quanto ogni regola comporta una distinzione, un superamento della confusione precedente, o una discontinuità (come oggi i politici amano dire) rispetto ad una situazione precedente diversamente normata. In particolare qui si trattava di ammucchiare, mettere da parte qualcosa in un punto dell’aia. E la doppia r iniziale? La seconda appartiene alla radice, la prima è ciò che rimane della preposizione ad; trafila: adrigghiare>arrigghiare (assimilazione) \>‘rrigghiare (aferesi).

______

1 Attiva è stata la sua partecipazione alla vita culturale della nostra città. Basta ricordare i suoi numerosi contributi apparsi su La voce di Nardò e i tre nella Collana di cultura neritina diretta da Antonio Martano e pubblicata a cura del Circolo cittadino per le Edizioni Il Cittadino a Nardò nel settembre 1993 (http://www.nardoartt.it/files/Artisti-Neritini.pdf), pp. 27-29, 102-103 e 113-114 (in queste ultime pagine c’è una poesia del 17 febbraio 1945, esattamente un mese prima che nascessi io).

2 ‘Rrunzare ha il suo esatto corrispondente nell’italiano arronzare (probabilmente da ad+ronzare), il cui significato di base è quello di fare un lavoro in fretta e male, significato ereditato anche dalla voce dialettale. Il significato di investire, tanto in italiano che nel dialetto, deriva dall’uso gergale nella marina militare, nel quale corrisponde ad urtare in malo modo.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (6/x): Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria, Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto

di Armando Polito

Il lettore avrà già intuito che l’ammucchiata di autori citati nel titolo fa presagire una trattazione piuttosto breve. È andata proprio così a causa degli scarsi dati reperiti, ma la delusione maggiore, visto il taglio della collana,  è consistita nel fatto che di ognuno di loro non è emerso neppure un verso.

ORONZO GUGLIELMO ARNÒ

Il suo nome pastorale era Odelio Afrodiseo.  Mentre per Odelio non son riuscito a trovare alcun riferimento, per Afrodiseo vi è un rapporto certo con Afrodisia, in greco Αφροδισία (leggi Afrodisìa), città della Laconia.

A completare il quadro di difficile composizione della figura del nostro dico senza tergiversare che ben pochi sono i dati disponibili.

In Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, a p. 374 Odelio … Il Dottore Oronzio Arnò da Manduria risulta inserito nell’elenco di coloro che entrarono in Arcadia il 12 agosto 1710. I puntini di sospensione dopo Odelio indicano che a quella data non gli era ancora stata assegnata la seconda parte del nome pastorale, di regola legata ad un toponimo e perciò detta campagna.

Ancora da Giovanni Mario Crescimbeni (a cura di), Le vite degli Arcadi illustri, Antonio de’ Rossi, Roma, 1727, p. 220 apprendiamo che alla data del 1 luglio 1720 l’Arnò era deputato dell’Accademia.

 

In Giuseppe Carafa, De gymnasio Romano et de eius professoribus, Fulgonio, Roma, 1751, a p. 378 la notizia che l’Arnò era alla data del 1709 professore di medicina teorica e che fece parte degli archiatri (medici principali della corte pontificia) di Roma.

In Michel Giuseppe Morei, Memorie istoriche dell’adunanza degli Arcadi, De’ Rossi, Roma, 1761, p. 99 il suo nome appare tra i colleghi.

 

GIOVANNI BATTISTA GAGLIARDO

Igraldo Catinese il suo nome pastorale. Per Igraldo  sospetto che sia semplicemente l’anagramma, per quanto imperfetto, di Gagliardo. Per Catinese ipotizzo un riferimento a Gregorio di Catino (in latino Gregorius Catinensis), monaco benedettino, copista ed archivista vissuto fra l’XI ed il XII secolo.

Del Gagliardo s’ignorano le date di nascita e di morte, ma non è da identificare, per evidenti motivi cronologici, con l’omonimo e conterraneo famosissimo economo ed agronomo che visse dal 1758 al 1823. Oltretutto di quest’ultimo non si ha notizia di sua appartenenza all’Arcadia, mentre il nostro è citato come socio della colonia Sebezia in Giovanni Mario Crescimbeni, Prose degli Arcadi, Antonio de’ Rossi, Roma, 1718, tomo III, p. CLIII.   

ANTONIO GALEOTA

Evagrio Ciparisseo il suo pseudonimo. Evagrio è dal latino Evagrius, a sua volta dal greco Εὐάγριος ὁ Ποντικός (leggi Euàgrios o ponticòs)=Evagrio Pontico, monaco asceta e scrittore vissuto nel IV secolo. Ciparisseo è dal latino Cyparisseus=di Ciparisso, a sua volta da Ciparissus, che è dal greco Κυπάρισσος (leggi Kiupàrissos)=Ciparisso, giovinetto amato da Apollo e trasformato in cipresso per il dolore provocato dall’uccisione accidentale del suo compagno preferito, un cervo da lui addomesticato. Siccome, come s’è detto, il secondo componente dello pseudonimo (detto campagna) è, per lo più, un nome geografico, qui entra in campo la Ciparisso che che Stefano di Bisanzio, geografo bizantino del VI secolo, cita come città sul Parnaso nell a sua opera Ἐθνικά (leggi Ethnikà): Κυπάρισσος, πόλις ἐν Παρνασσῷ κατὰ τοὐς Δελφοὐς, ἡ πρὀτερον Ἔραννος. Ὅμηρος “οἳ Κυπάρισσον ἔχον Πυθῶνἁ τε πετρἡεσσαν”, ἀπὀ Κυπαρἱσσοου τοῦ Μινύοῦ. Οἱ δὲ ἀπὀ τοῦ πλήθους τῶν αὐτόθι  κυπαρἱσσων, ἣν Κυπαρισσοῦντά τινες καὶ Ἀπολλωιάδα φασί. Τὸ ἐθνικὀν Κυπαρισσεὑς (Ciparisso, città sul Parnaso lresso Delfi, prima Eranno. Omero dice: “Gli abitanti di Ciparisso e della sassosa Pitone”. Alcuni dicono che è da Ciparisso di Minia, altri dall’abbondanza di cipresssi in quel posto, che chiamano Ciparissia sacra ad Apollo. Il nome dell’abitante è Ciparisseo). Il latino Cyparisseus prima nominato è, appunto, trascrizione del greco Κυπαρισσεὑς (leggi Chiuparissèus), con cui Stefano chiude la sua scheda.

In Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, op. cit., p. 375 un  Evagrio … D. Antonio Galeota da Taranto è nell’elenco di coloro che entrarono a far parte dell’Arcadia il 9 marzo 1711. I puntini di sospensione dopo Evagrio indicano che a quella data ancora non gli era stata assegnata la campagna.

Il frontespizio che segue potrebbe essere fuorviante, ma, anche se l’autore dell’opera fosse stato il nostro, nulla avremmo saputo in più sul poeta, essendo scientifico l’argomento trattato.

La data che si legge (MDCCI) è un errore di stampa per MDCCXI, data riportata in calce alla dedica a Mario Petrarolo. L’opera, però è attribuita a Giovanni Battista Balbi, di cui il Galeota era discepolo in Giornale de’ letterati d’Italia, Ertz, Venezia, tomo VIII, p. 442. Fra l’altro rimane il dubbio che si tratti di un omonimo dell’arcade; ad ogni modo non son riuscito a reperire null’altro su di lui e, oltretutto, per evidenti motivi cronologici, sarà un omonimo pure del dedicatario Petrarolo l’autore del volume di cui riproduco di seguito il frontespizio.

FRANCESCO CARDUCCI 

Androcle Anemotide il suo nome pastorale. Per Androcle il riferimento è all’omonimo ateniese del V-IV secolo a. C., oppositore di Alcibiade. Per Anemotide il riferimento è a Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις (Descrizione della Grecia),IV, 35, 8: 

Ἐν Μοθώνῃ δὲ ναός ἐστιν Ἀθηνᾶς Ἀνεμώτιδος. Διομήδην δὲ τὸ ἄγαλμα ἀναθεῖναι καὶ τὸ ὄνομα τῇ θεῷ φασι θέσθαι. Βιαιότεροι γὰρ καὶ οὐ κατὰ καιρὸν πνέοντες ἐλυμαίνοντο οἱ ἄνεμοι τὴν χώραν. Διομήδους δὲ εὐξαμένου τῇ Ἀθηνᾷ, τὸ ἀπὸ τούτου συμφορά σφισιν οὐδεμία ἀνέμων γε ἕνεκα ἦλθεν ἐς τὴν γῆν.

(A Motone vi è un tempio di Atena Anemotide. Si dice che Diomede abbia dedicato il simulacro e abbia posto il nome alla dea.  Infatti venti piuttosto impetuosi e spiranti al momento inopportuno danneggiavano la regione. Dopo le preghiere di Diomede ad Atena, da allora in poi nessun danno si abbattè sulla terra a causa dei venti).

Unico dato in Giovanni Mario Crescimbeni, op. cit.,p. XIII: Androcle Anemotide. Don Francesco Carducci da Taranto, Archidiacono di detta Città.

Termina qui la serie degli Arcadi di Taranto e provincia; il lavoro continuerà con quelli di Lecce e provincia.

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/ 

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

 

S. Oronzo 2019: a Lecce sulle ali della nostalgia

di Armando Polito

Forse la mia è una maniera tutta laica di fare omaggio ad una memoria, quella del santo protettore,  che nella devozione popolare puntualmente si esprime  non senza clamorose contraddizioni e strizzando l’occhio, più che mai oggi,  al mercato.  Così ho pensato di presentare per l’occasione una serie di vecchie foto, le cartoline di una volta, della piazza a lui dedicata. Nell’era del selfie sarebbe già tanto se questo servisse a riflettere su  come siamo e su come eravamo; su come saremo, forse, conviene lasciar perdere …

 

 

Uno scherzo da prete, anzi da cardinale? No, un’idiozia made in web!

di Armando Polito

I lettori che mi seguono ricorderanno certamente che l’ultima puntata fin qui pubblicata della serie Gli Arcadi di Terra d’Otranto è stata dedicata a Tommaso Maria Ferrari (http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ ).

Lì con non poco disappunto notavo come di lui nulla sia rimasto a stampa. Stando, però, all’immagine 1 che segue, tratta dal profilo facebook di Honorine Ortiz, sembrerebbe che le cose stiano diversamente …

 

1)

ll post reca la data del 21 settembre 2018. Sorvolo sui titoli che chi l’ha inserito vanta, anzi millanta, e sul fatto che anche un cieco vede questa pagina 185 (di un testo del quale ci si guarda bene dal riportare i dati bibliografici) adagiata su un numero così alto di pagine per cui dovrebbe trattarsi di un volume la cui altezza costituirebbe un record mondiale. Quanto fin qui detto è l’aspetto meno grave della questione, se si tiene presente, per passare ai contenuti, che l’attribuzione a Tommaso Maria Ferrari (Philosophe-1649-1716)  rappresenta il sensazionale punto di arrivo di una faticosa elaborazione e, nelle intenzioni dell’autrice, di correzione  e integrazione (operate, stando sempre al titolo accademico …, durante il sonno) di precedenti contributi postati da altri anonimi contemporanei d’un colpo nobilitati con un salto temporale di secoli.

2) https://listspirit.com/citation-je-pensais-que-pour-la-seduire-je-devais-la-faire-rire-mais-le-pire-c/  (15/ 8/2017)

 

3) https://www.facebook.com/344151472370315/posts/1019231651528957/ (11/9/2016)

 

4) https://if-you–want.skyrock.com/3152846174-Pour-la-faire-tomber-amoureuse-on-m-a-dit-fais-la-rire-mais-le.html  (9/1/2009)

Anche se, pur non comparendo il nome dell’autore, le virgolette farebbero intendere che si tratta di una citazione altrui, tutto sommato, questo post è il più corretto, anche se poi il peccato originale si è trasmesso agli altri con progressive deformazioni: a parte qualche differenza nel testo, colpisce, poi, il passaggio dal penultimo  “Tommaso Ferraris” (lui sì virgolettato, non il testo …) al primo (in realtà l’ultimo cronologicamente parlando) Tommaso Maria Ferrari (Philosophe-1649-1716).

Ora chi ha letto il mio post sul Ferrari comprenderà bene come sarebbe stato impossibile per lui scrivere (oltretutto né in italiano, né in latino ma in francese, per giunta scorretto …) un testo la cui traduzione sarebbe:

per il n. 1 Mi dicevo che per sedurla dovevo farla ridere. Ma ogni volta che ella rideva, sono (!) io colui che cadeva innamorato.

per il n. 2 Pensavo che per sedurla io dovevo farla ridere. Ma il peggio è che,ogni volta che essa rideva, sono (!) io colui che cadeva innamorato.

per il n. 3 Pensavo che per sedurla io dovevo farla ridere. Ma il peggio è che, ogni volta che essa rideva, sono (!) io che cadevo innamorato.

per il n. 4 Per farla cadere innamorata mi si è detto: “falla ridere”. Ma il problema è che ogni volta che essa rideva sono (!) io che cadevo innamorato.

Come ho dimostrato e a conforto del titolo : non solo si è perpetuato l’errore iniziale di c’est (è) per c’était (era) ma un autore sconosciuto è passato ad essere prima “Tommaso Ferraris”, poi Tommaso Ferraris e, infine, Tommaso Maria Ferrari con il tombale (soprattutto per  l’intelligenza …) Philosophe-1649-1716.

Visto tanto rigore scientifico, lascio immaginare al lettore cosa sarebbe in grado di combinare la nostra Hypnothéurapeute  Coach Ecoute Zen [Ipnoteurapeta Responsabile ascolto Zen (ma non posso non far notare pure Ecoute invece di  Écoute …)] con qualsivoglia dei suoi malcapitati eventuali clienti e qualche studente figlio della Buona scuola (coraggio, è in arrivo la Ottima!) alle prese con la tesi di laurea …

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (5/x): Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo

di Armando Polito

Va detto preliminarmente che dal punto di vista toponomastico l’attuale Manduria costituisce un caso curioso. Essa è Manduria in Tito Livio1 (I secolo a. C.-I secolo d. C.) e in Plinio2 (I secolo d. C.), Manduris nella Tabula Peutingeriana3, Μανδύριον (leggi Mandiùrion) in Stefano Bizantino4 (V-VI secolo d. C.), ancora Manduris nell’Anonimo Ravennate5 (VII secolo d. C.) e Amandrinum in Guidone6 (XII secolo d. C.). Distrutta dai Saraceni, fu rifondata nell’XI secolo con il nome di Casalnuovo. Tale nome conservò fino al 1789, quando con decreto di Ferdinando I di Borbone riassunse l’antico nome. Ecco perché nei cataloghi degli Arcadi si legge di Casalnuovo.

Il nome pastorale del Ferrari, che era entrato in Arcadia il 20 aprile 16927, era Filarete Nuntino.  Filarete è voce composta dal greco φἱλος (leggi filos)=amico e da ἀρετἡ (leggi aretè)=valore. Per quanto riguarda Nuntino, invece, ha tutta l’aria di essere una forma aggettivale, ma non riesco ad individuare la voce primitiva.

Il Ferrari era figlio di Francesco Antonio e di Vittoria Bruni, sorella del celebre Antonio8 . Per la biografia rinvio a Notizie storiche degli Arcadi morti, De’ Rossi, Roma, tomo I, pp. 59-62 (in cui si indica il 1692 come data del suo ingresso nell’Arcadia) e al testo del Concina che più avanti citerò.

A lui Domenico  De Angelis (nome pastorale Arato Alalcomenio) dedicò la Vita di Antonio Caraccio di Nardò detto Lacone Cromizio in Le vite degli Arcadi illustri, Antonio de’ Rossi,Roma, 1708, parte I, pp. 141-168. Per rendersi conto del suo prestigio è sufficiente dare una rapida scorsa ad un testo che è una sorta di relazione sui suoi funerali, del quale riproduco di seguito il frontespizio.

Non potevo da questo volume non riprodurre, traducendoli, alcuni documenti in latino.

(Iscrizioni elaborate dai padri dell’ordine dei Predicatori ad ornamento dell’apparato funebre. Davanti alla facciata del tempio. Per il fratello Tommaso Maria Ferrari, illustrissimo cardinale di Santa Romana Chiesa, maestro sapientissimo dell’ordine dei Predicatori, ascritto alla famiglia di questo sacro convento, vengono allestiti in questo tempio i trofei, non i funerali. Non parole di lutto, ma di plauso. Chiunque sia tu che entri, risparmia le lacrime, abbandonati all’ossequio: certamente la dottrina e la pietà immortale di un grande eroe a fatica devono essere celebrate dal pianto, a fatica possono essere eguagliate dalle lodi)

(Ai quattro lati del cenotafio. I Al cardinale Tomaso Maria Ferrari del titolo di S. Clemente sul monte Celio, tre volte mirabile per sapienza, avvedutezza, prudenza, tre volte famoso per carità, modestia, scrupolo religioso, Napoli resa famosa, Bologna edotta, Roma abbellita al tre volte massimo, la casa dedicata al divino spirito a quello che un tempo fu suo alunno celebra, adorna, dedica le esequie, il tempio, gli animi)

 

(II Al fratello Tommaso Maria Ferrari, uomo ugualmente illustrissimo e sapientissimo, nato a Manduria nella Iapigia, per aver onorato l’ordine dei Predicatori e il Collegio Apostolico con somma virtù e mirabile dottrina, per aver unito felicemente lo splendore insigne della dignità con l’umiltà insigne dell’animo, la città di Napoli, l’ordine dei Predicatori, la chiesa dedicata al divino spirito, onorata dai meriti e dalle virtù di tanto grande uomo, celebrano il rito funebre con animo grato, com’è giusto)

(III Ahimè, crudele furore della morte! Essa che ancora  con impeto eccessivamente frettoloso con un sol colpo ha sottratto l’eminentissimo fratello Tommaso Maria Ferrari, ha privato la città del dottore, la religione del decoro, le terre della luce. Ma state lontano, gemiti, lontano lamenti funebri: la morte non ha rapito queste dignità che non con un solo titolo l’eternità da tempo ha rivendicato a sé)

(IV A Tommaso Maria Ferrari, accolto dall’ordine dei Predicatori nel senato dei padri porporati per la sapienza unita alla mansuetudine, per la dignità alla modestia, per la povertà alla generosità, tutte con felice e straordinario legame, la religione cattolica, la chiesa romana, onorate dall’impegno, dalla fatica, dalle virtù di tanto grande uomo, posero per gratitudine in questo tempio questa testimonianza di lode ad immortale memoria dell’eroe di recente perduto)

(Emblemi ricavati dallo stemma gentilizio del cardinale Ferrari, collocati sulle parti più alte della piramide mortuaria. I Simbolo: un galero rosso insegna della dignità cardinalizia. Motto: Ha conservato la virtù per il decoro. II Simbolo: Tre stelle. Motto: Non con impari luce. III Simbolo: Tre monti. Motto: Alquanto emergente dall’ombra. IV Simbolo: Un compasso. Motto: Col peso e con la misura)

Per lo stemma vedi più avanti il primo dei cinque ritratti riprodotti.

Del Ferrari non resta alcuna pubblicazione, ad eccezione di Testamento fatto dalla chiara memoria dell’eccellentissimo, e reverendissimo signor cardinale frà Tommaso Maria Ferrari del titolo di S. Clemente dell’Ordine de’ Predicatori, consegnato, et aperto per gl’atti del sig. Francesco Antonio Paolini notaro capitolino nel dì 20 Agosto 1716., in cui rese l’anima à Dio, Conti, Roma, 1716.

Un catalogo delle opere manoscritte, tutte di argomento teologico, è in Daniele Concina, De vita ac rebus gestis P. Thomae Mariae Ferrarii Ord. Praed S. R. E. Cardinalis tit. S. Clementis libri tres, Eredi di Giovanni Lorenzo Barbiellini, Roma, 1755, pp. 107-109.

La sua firma è in calce ad una lettera del 18 dicembre 1700 (nell’immagine che segue tratta da http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AIT-PI112_MG.91.44-45&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU) diretta a Guido Grandi da Cremona, camaldolese, accademico della Crusca e lettore di matematica nell’Università di Pisa, socio della colonia camaldolese dell’Arcadia col nome pastorale di Dubeno Erimanzio.

 

Molto Rev(erend)o P(ad)re

Per rendermi V(ostra) P(ersona) più grata la notizia, che mi porta d’esser giunta in cotesta Città ad esercitarsi nella lettura destinatale da S(ua) A(ltezza)ha voluto accompagnarla con parzialissimi annunzii di bene p(e)le vicine s(an)te feste. Io resto molto tenuto alla P(ersona) V(ostra) che coll’unione di q(uan)ti uffici m’habbia confermato la sua bontà, il suo affetto; e mi allegro insieme vivam(en)te seco del campo, che se l’apre di palesare la propria virtù in un luogo reso celebre dal valore di tanti soggetti. Dell’elezzione poi di V(ostra) S(ignoria) hà essa motivo ben giusto di godere quanto fà; già che l’ottime parti, che sempre più s’ammirano nella s(an)ta sua ripromettono alla chiesa, ed al mondo ogni mag(gio)re bene. Mi raccomando alle orazioni sue, e resto con pregarle da Dio veri contenti. Roma 18 dec(emb)re 1700 Di V(ostra) P(ersona) Affez(ionatissi)mo  F(errari) Tom(mas)o M(ari)a Car(dinale) [di] S(an) Clem(en)te.

In basso a sinistra: P(er) D(on) Guido Grandi Pisa

 

Del Ferrari non ho reperito scritto alcuno inserito in qualche raccolta10, mentre, per quanto riguarda la documentazione iconografica, riproduco di seguito ben cinque suoi ritratti. Il primo è una stampa custodita nel British Museum a Londra (https://www.britishmuseum.org/research/collection_online/collection_object_details/collection_image_gallery.aspx?assetId=1613192980&objectId=3733761&partId=1).

In alto a sinistra lo stemma del papa Innocenzo XII, in alto a destra quello del Ferrari (vedi sopra l’ultima iscrizione tratta dal volume celebrativo dei funerali).  Al centro Presb(iter) (Presbitero; il Ferrari fu cardinale presbitero col titolo di S. Clemente). Nella didascalia si legge: Fr(ater) Thomas Maria Ferrari Ordin(is) Predicatorum, Sac(ri) Palatij Apost(olici) Magister. Manduriensis. Creatus S(anctae) R(omanae) E(cclesiae) Cardinalis die 12 Decembris 1695 (Fratello Tommaso Maria Ferrari dell’ordine dei Predicatori, maestro del Sacro Palazzo Apostolico. Di Manduria. Creato cardinale di Sacra Romana Chiesa il giorno12 dicembre 1695).

Nel margine inferiore, fuori campo, il nome dell’editore: Io(hannes) Iacobus de Rubeis Formis Romae ad Templum Pacis cum Privilegio S(ummi) P(ontificis)  (per i tipi di Giovanni Iacopo de Rossi a Roma presso il Tempio della Pace con privilegio del Sommo Pontefice). Mancano, dunque, i nomi del disegnatore/pittore e dell’incisore.

Meno anonimo è, invece, il ritratto presente in un volume (di seguito il frontespizio) dal titolo Effigies nomina et cognomina SD.N. Innocentii P.P. XI. et RR. DD. S.R.E. Cardd. nunc viventium custodito nella Biblioteca centrale di Lovanio (http://depot.lias.be/delivery/DeliveryManagerServlet?dps_pid=IE4793452).

In basso a sinistra: Cyrus Ferrus del(ineavit) (Ciro Ferro/Ferri lo disegnò); al centro: Aedit(um) a Io(hanne) Iacobo de Rubeis Romae ad Templum Pacis cum privil(egio) S(ummi) pont(ificis) (Pubblicato da Giovanni Iacopo de Rossi a Roma presso il Tempio della Pace con privilegio del Sommo Pontefice); a destra g(érard) Audran sculp(sit) Ro(mae) (Gérard Audran l’ha inciso).

L’editore, dunque, è lo stesso del ritratto precedente, cioé Giovanni Iacopo de Rossi (1627-1691); in più conosciamo il nome del disegnatore (Ciro Ferri, 1634-1689) e quello dell’incisore (Gérard Audran, 1640-1703).

Il volume  è datato nella relativa scheda al 1676. Credo che si tratti di un errore, giacché l’opera si presenta come una raccolta di ritratti, il primo dei quali è quello di Innocenzo XII (papa dal 1691), il secondo di Clemente XI (papa dal 1700); seguono i ritratti di cardinali, il primo dei quali è quello di Emmanuel Théodose de la Tour d’Auvergne (creato cardinale nel 1669) e l’ultimo di Vincenzo Grimani (creato nel 1697). L’errore dev’essere stato indotto proprio dal frontespizio e in particolare dal nome di Innocenzo XI, che fu papa dal 1676. Tale frontespizio, dunque, sicuramente non anteriore al 1676 (e non posteriore al 1691, anno di morte dell’editore) venne utilizzato anche per le raccolte pubblicate successivamente dai suoi eredi. Lo dimostra chiaramente proprio il ritratto del Ferrari.

Riecheggia strutturalmente il precedente. La didascalia appare meno dettagliata: FR(ATER) THOMAS MARIA  S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE) PRESBYTER CARDINALIS FERRARI ORD(INIS) PRAEDICATORUM MANDURIENSIS CREATUS DIE XII DECEMBRIS MDCXCV (Fratello Tommaso Maria Ferrari cardinale presbitero di Santa Romana Chiesa dell’ordine dei Predicatori di Manduria creato il giorno 12 dicembre 1695). Obiit anno1716 (Morì nell’anno 1716) è un’aggiunta fatta dalla mano se non di un vandalo almeno di qualcuno poco rispettoso dell’integrità del documento originale).

In basso a sinistra: L. David Pinxit (L. David l’ha disegnato) e a destra Benedictus Fariat Scul(psit) (Benedetto Fariat l’ha inciso). Sappiamo così che il disegnatore fu Ludovico Antonio David (1648-dopo il 1709), pittore nato a Lugano, e l’incisore il francese Benoît Farjat (1646 – 1724).

Fuori campo: Dominicus de Rubeis Haeres Io(hannis) Iacobi de Rubeis formis Romae ad Templum S(anctae) M(ariae) de Pace cum priv(ilegio) S(ummi) P(ontificis) et Super(iorum) perm(issu) (Domenico de Rossi erede con i tipi di Giovanni Iacopo de Rossi presso il tempio di Santa Maria della Pace con privilegio del Sommo Pontefice e col permesso dei Superiori).

La pubblicazione di questo ritratto, perciò, dev’essere successiva al 1691, data di morte di Giovanni Iacopo, di cui Domenico era figlio ed erede.

Il terzo è in Giacinto Gimma, Elogi accademici della società degli Spensierati di Rossano, A spese di Carlo Troise stampatore accademico della medesima società, Napoli, 1703, p. 269.

THOMAS MARIA FERRARI S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE) CARDINALIS ACADEMICUS INCURIOSUS

(Tommaso Maria Ferrari cardinale di Santa Romana Chiesa accademico incurioso)

L’accademia degli Spensierati era stata fondata da Giacinto Gimma (Bari, 1668-Bari, 1735) a Rossano nel 1695 e successivamente assunse il nome di Accademia degli Incuriosi. Il Gimma fu anche socio dell’Arcadia col nome pastorale di Liredo Messoleo.

A p. 281 il Gimma riporta tre testi encomiastici del Ferrari elaborati da accademici Incuriosi, i primi due da Simone Viglini, l’ultimo da Padovano Guasco.

Il primo è un anagramma puro, una prova di abilità secondo un gusto, si direbbe enigmistico, in voga in quel tempo. Di seguito la traduzione dei due testi: Tommaso Maria Ferrari dell’ordine dei predicatori/Qui, a Roma, presso le prime funzioni della vita pubblica rara dottrina per gli dei, sale della terra.

Il secondo è un epigramma in distici elegiaci. Traduzione (con correzione della punteggiatura originale): Perché per te il cognome Ferrari , quando l’aurea virtù e la sorte ti diedero grandi doni, mentre la porpora ti circonda e il tirio galero ti adorna, o rara gloria del nostro suolo? Qual è dunque il motivo? Lo dirò: certamente così chiamato per nulla insuperbito oltrepasserai i limiti, il che è tutto il bene di te.

L’ultimo è un distico elegiaco. Traduzione:  Sarai detto Ferrari dal ferro. Ma i nomi sbagliano. Ti dia il nome la calamita, mentre a te attrai i cuori.

Il quarto ritratto è in Vincenzo Maria Coronelli, Ordinum religiosorum in ecclesia militanti catalogus, eorumque indumenta iconibus expressa …, s. n., Venezia, 1707.

 

Nella cornice dell’ovale: F(RATER) THOMAS MARIA S(ANCTAE) R(OMANAE) E(CCLESIAE) PRESBYTER CARDINALIS FERRARI, ORDINIS PRAEDICATORUM MANDURIENSIS, CREATUS XII DECEMBRIS MDCXCV (Fratello Tommaso Maria Ferrari cardinale presbitero di santa romana chiesa, dell’ordine dei predicatori, di Manduria, creato il 12 di dicembre 1695).

In basso a destra il nome dell’incisore: Ant(onius) Luciani Scul(psit). Antonio Luciani fu attivo fra la fine del XVII secolo e gli inizi del successivo. Fu autore di numerosi ritratti di personaggi importanti e di antiporte di pubblicazioni di pregio, fra cui una raccolta di componimenti di poetesse dell’Arcadia, della quale riproduco di seguito il frontespizio.

Teleste Ciparissiano è il nome pastorale di Giovanni Battista Recanati, nobile veneziano.

Ed ecco l’antiporta del Luciani.

 

In basso: Antonius Balestra invenit (Antonio Balestra disegnò) e A(ntonius) Luciani sculpsit (Antonio Luciani incise). Antonio Balestra (1666-1740), nativo di Verona, operò prima a Roma e poi a Venezia.

Il quinto ritratto, di anonimo,  è in Domenico Martuscelli (a cura di) Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1828, tomo XIV. La biografia del Ferrari è di Giambattista Lezzi (vissuto nel XVIII secolo, originario di Casarano, fu primo bibliotecario della Biblioteca arcivescovile Annibale De Leo di Brindisi, designato dallo stesso fondatore).

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (Premessa)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/ 

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/    

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

 Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

___________

1 Ab Urbe condita, XXVII, 15,4: Q. Fabius consul in Sallentinis Manduriam vi cepit (il console Quinto Fabio prese con la forza Manduria in Salento).

2 Naturalis historia, II, 103: In Sallentino iuxta oppidum Manduriam … (Nel territorio salentino presso la città di Manduria …).

3 Copia risalente al XII-XIII secolo di una carta topografica romana del IV secolo d.C.

4 Ἐθνικά, al lemma Μανδύριον: πόλις Ἰαπυγίας. Ὁ πολίτης Μανδυρίνος (città della Iapigia. Il cittadino è detto mandyrino).

5 Cosmographia, IV, 31 e V, 1.

6 Geographia, 72.

7 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 340.

8 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/30/antonio-bruni-1593-1635-manduria-suo-campione-vendite/.

9 Nel 1700 Guido Grandi ormai è già in grado di competere con i maggiori matematici viventi e per questo il Granduca di Toscana  Cosimo III de’ Medici gli assegna la cattedra di filosofia straordinaria nell’Università di Pisa (diventerà ordinaria nel 1706).

10 Non così per atti ufficiali da lui emessi dal 1688 al 1714:

http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARMLE043362&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU&fulltext=1

http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARMLE043412&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU&fulltext=1

http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARMLE043384&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU&fulltext=1

http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARMLE043542&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU&fulltext=1

http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ARMLE043524&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU&fulltext=1

 

Il Salento è anche questo

di Rocco Boccadamo

Le ombre della bella sera estiva sono appena calate sulle ultime sinuosità a saliscendi della litoranea Castro – Leuca, itinerario fra i più fantastici e magici.

Accanto al porto di Finibus Terrae, alla base della cascata terminale dell’Acquedotto Pugliese, lo sguardo è portato a girarsi in alto per contare i fasci del faro e, già, s’aggiungono pensieri e poesia.

Poi, a un certo punto, proprio sulla cupoletta luminosa e ruotante del manufatto, amico di marinai e naviganti, giunge ad appollaiarsi la faccia della luna, lanterna di splendore caldo inondante la volta blu.

Così, la mente e il cuore hanno la sensazione di serbare dentro il mondo intero, a cominciare dalle risorse, la forza, le ansie e le emozioni della gente del Tacco d’Italia, umilmente semplice e in pari tempo grande.

Agli albori della fotografia a Nardò. Cosimo Greco (1875-1920), eccellente fotografo

di Gianpaola Gargiulo

Cosimo Greco nasce il 25 Agosto 1875 nel borgo antico di Taranto, in un luogo denominato “Scaletta Calò”. Si tratta di una delle tante postierle che uniscono la parte alta alla parte bassa dell’isola. Dalla Scaletta Calò si poteva infatti ammirare la zona bassa, la marina, abitata da pescatori, gente umile, in un intrico di viuzze, vicoli, passaggi, di chiaro impianto bizantino.

Cosimo nasce da Francesco Saverio Greco e da Elena Anna Brigante: il padre era un uomo modesto, indicato sia come bracciale che come tintore sui documenti di nascita dei figli. Gente semplice, ma piena di affetto per questi figli (in tutto 4) che allieteranno la loro vita. Elena, la madre, è la figlia di Grazia Ciura, appartenente alla facoltosa famiglia dei Ciura, originari di Massafra, che in città vecchia possedevano un maestoso palazzo che affacciava sul Mar Grande, simbolo del loro potere, e di un semplice contadino di Sava, che si chiamava Cosimo, proprio come lui.

Sicuramente, il racconto di questa storia d’amore dei nonni avrà riempito la fantasia di Cosimo, e forse il gusto per il bello, l’eleganza, i bei vestiti, Cosimo l’avrà ereditato dalla nonna Grazia, una donna facoltosa caduta in miseria ed ostacolata dalla sua famiglia nell’amore per il nonno Cosimo.

Ben presto, quando Cosimo aveva appena 6 anni, il padre Francesco Saverio muore, lasciandolo solo con le 3 sorelle più grandi e la madre.

Nulla sappiamo di lui, fino a quando nel 1905 Cosimo sposa una bella e facoltosa giovane donna di Nardò, Vita Maria Addolorata Giannuzzi, vedova da poco di un uomo molto più grande di lei, Giuseppe Ronzino, da cui ha avuto anche una figlia, Maria, e a cui Cosimo farà da padre, guadagnandosi un affetto incondizionato dalla figliastra. Cosimo, molto probabilmente, all’epoca era già famoso a Nardò nella sua attività di fotografo, ed anche richiesto, dal momento che la fotografia allora era agli albori, e costituiva un’incredibile novità per tutti coloro (esponenti della media ed alta borghesia, ecclesiastici) che volevano avere un loro ritratto stampato su carta, anzi su cartoncino. La stampa su cartoncino era infatti una prerogativa delle foto di Cosimo, che prestava una particolare attenzione per l’eleganza, la raffinatezza delle sue opere fotografiche.

Dal matrimonio, dopo pochi mesi, nasce Mario, nel 1905. Forse a causa degli innumerevoli impegni di lavoro, la coppia ebbe altre due figlie solo dopo molti anni (Elena nel 1913 e Maria Renata nel 1915). Ma qualcosa ha sconvolto la quotidianità di questa coppia che amava frequentare il teatro a Nardò, organizzare feste e cene grandiose per i loro ospiti. Forse il dovere di unico uomo della famiglia di origine, come allora si pensava, lo ha spinto a ritornare a Taranto. Cosimo, infatti, dovette molto probabilmente provvedere a fare da tutore ai figli di una delle sue sorelle, Maria Lucia, che aveva avuto 5 figli da un uomo sposato (allora non esisteva il divorzio).

Diventato adulto il primo figlio della sorella, Cosimo torna a Taranto, indirizzando il nipote alla fotografia, e facendo diventare famoso lo studio fotografico del nipote Francesco (Studio Marayulo), come solo un fotografo di mestiere avrebbe potuto fare.

Ed ecco che dopo il 1915 troviamo la famiglia di Cosimo Greco a Taranto. Purtroppo 5 anni dopo, nel 1920, Cosimo muore, a 45 anni, lasciando però un’importante eredità in termini di studio della fotografia, che all’epoca era ancora ad un livello pionieristico e di cui, a distanza di quasi cento anni dalla sua morte, abbiamo ancora qualche testimonianza attraverso le sue foto, spesso caratterizzate da un uso sapiente della luce, o dalla capacità di cogliere lo sguardo o le espressioni dei soggetti ritratti. Delle foto che ancora, dopo tanto tempo, destano in noi grande interesse ed ammirazione.

Nota della Redazione

Poiché si intende allestire una raccolta di foto del maestro Cosimo Greco, chiunque ne possegga qualcuna è pregato di segnalarcela, senza inviarci l’originale, ma solo una scannerizzazione in buona risoluzione. Potete scrivere alla fondazione.

Grazie per la collaborazione

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (4/x): Gaetano Romano Maffei di Grottaglie.

di Armando Polito

1697-1769 le date estreme della vita. Il suo nome pastorale era Onesso Boloneio, la forma più corrente; infatti è Onesso Bolonejo della colonia Mariana in Gennaro Ravizza, Notizie biografiche che riguardano gli uomini illustri della città di Chieti, Miranda, Napoli, 1830, p. 107; Onesso Bolimejo, sempre della colonia Mariana, in Gennaro Ravizza, Appendice alle notizie biografiche degli uomini illustri della città di Chieti, Tipografia Grandoniana, Chieti, 1834, p. 94). Al di là di queste oscillazioni, nulla sono in grado di dire circa l’origine di questo nome pastorale. Per quanto riguarda la colonia Mariana va ricordato che essa era stata fondata nella Religione dei Chierici Regolari delle Scuole Pie, cui il Maffei apparteneva, l’8 novembre 1703 col motto Hinc satur (Da qui sazio). di seguito lo stemma tratto dal frontespizio di Rime di Adalsio Metoneo pastore arcade della colonia Mariana, Stamperia di S. A. R., Firenze, 1738.

La produzione del Maffei, di carattere religioso e, prevalentemente, encomiastico, risulta imponente. Di seguito in ordine cronologico i titoli tratti dal volume citato del Ravizza (pp. 107-108) e, laddove è stato possibile reperirlo, qualche frontespizio.

Fasti antichi di Tarento, oggi Taranto. Sonetti del P. Gaetano di S. Margherita, grottagliese, cherico regolare delle Scuole pie, pastore arcade, consacrati all’illustrissimo signor D. Federico Valignani Marchese di Cepagatti, per S. M. C. C. presidente della Regia Camera di Napoli, fra gli Arcadi Nivalgo Aliarteo. In Chieti nella stamperia del Terzani, 17321

Componimenti poetici in occasione delle felicissime nozze di D. Pietro del Giudice, e D. Marianna Castiglione. Dedicati al merito del Marchese D. Saverio del Giudice P. A., e Vice Custode di detta colonia Tegea col nome di Olasco Panacheo. Chieti, per Ottavio Terzani, 1745

Componimenti poetici in occasione di prender l’abito Francescano nell’esemplarissimo Monistero di Santa Chiara di Lanciano la Signora D. Paola Ravizza col nome di Suor Maria Eugenia. In Chieti nella Stamperia del Terzani 1747

Componimenti poetici in applauso della professione solenne nel Monistero di Santa Chiara in Lanciano di Suor Maria Arcangela, già nel secolo Vittoria Guidotti. In Chieti per Ottavio Terzani 1747

Componimenti poetici in laude di F. Bernardo M. da Lanciano, Difinitore, Lettore Teologo, e Predicator Cappuccino. Dedicati al merito sovragrande del Sig. D. Paolo Minicucci. In Chieti MDCCLII. Nella Stamperia di P. Ferri

Caietani Romani a S. Margarita Cryptaliensis de clericis regularibus scholarum piarum carminum tomus primus. Teate. Ex typographia Petri Ferri, 17522

(Tomo I delle poesie di Gaetano Romano di S. Margherita da Grottaglie dei chierici regolari delle Scuole pie, Teate 1752 Dalla tipografia di Pietro Ferri) Teate era l’antico nome di Chieti.

Maria Assunta. Sonetti del P. Gaetano Romano di S. Margherita, Grottagliese, cherico regolare delle Scuole pie, all’Illustrissimo Signore D. Paolo Minicucci consacrati. In Chieti 1753, nella stamperia di Pietro Ferri3

Componimenti poetici fatti in lode di S. E. D. Raimondo di Sangro, Principe di S. Severo. Chieti, 1755, appresso Domenico Pachetti4

La virtù applaudita negli antichi Eroi Marrucini. Componimento Dramatico da cantarsi in occasione della solenne Accademia sul medesimo soggetto, rappresentato dagli studiosi delle Lettere umane nel Collegio de’ CC. Regolari delle Scuole Pie di Chieti. In Chieti MDCCLVIII

Relazione su la scoverta miracolosa, e tradizione antica della gloriosissima Vergine Maria delle Grazie, che si venera in Alanno, cui sono annesse le poetiche elucubrazioni del P. Gaetano Romano Maffei. In Chieti MDCCLXII

Componimenti poetici in morte di D. Giuseppe Aurelio di Gennaro, Regio Consigliere, e Lettore delle materie feudali ne’ studi pubblici di Napoli. Dedicati al Sig. D. Leopoldo Tutarini, Filologo, Pastore Arcade, Accademico Giureconsulto, ed Avvocato. In Chieti nella Stamperia del Pachetti, 17625 

Componimenti poetici per l’esaltazione di D. Filippo Paini al trono vescovile di Valva, e Solmona. In Chieti, 17636

Opella in Anniversario pro fidelium animabus inexcogitabilem Purgatorii ignem patientibus, D. Jacobo Baroni Tiboni, V. I. Doctori, Patritio, Camerario, ac Theatinae Civitatis Principi dignissimo humillime dicata. Teate, MDCCLXVI, ex Typographia Dominici Pachetti7

Componimenti epitalamici per le felicissime nozze di D. Niccolò Barra Caracciolo, e D. Epifania Ramignani (nel Ravizza senza nome, senza luogo e senza data; in realtà, rispettivamente: Chieti, Pachetti e 1767)8

Il catalogo del Ravizza va integrato con i titoli che seguono.

Il Mose nel ritorno dall’Orebbe alla reggia di faraone. Oratorio composto dal padre Gaetano Romano Maffei di Santa Margherita cherico regolare delle scuole pie per cantarsi nella metropolitana dell’ill.ma citta di Chieti solennizzandovisi la festa del glorioso S. Giustino vescovo, cittadino e principal suo protettore nel giorno 11 di maggio. In Chieti : [s.n.], 17589

Grandezze del rosario di Maria opera del p. Gaetano Romano Maffei di S. Margherita chierico regolare delle Scuole Pie. In Chieti appresso Domenico Pachetti, 176810

Non desti meraviglia il fatto che tutte le opere del Maffei furono pubblicate a Chieti, dove egli visse ed operò per moltissimi anni. Non aleggia in esse ricordo della terra d’origine, fatta eccezione per la prima (Fasti antichi di Tarento). Non è un caso neppure che poche copie risultano conservate in biblioteche salentine (sottolineate nelle note 1-10).

Siamo giunti alla parte finale, forse l’unica, in fondo, originale di questo lavoro (ma vale per tutti gli altri della serie), cioè l’individuazione di componimenti sparsi in varie raccolte. Poteva andarmi peggio (come più in là si vedrà con altri autori) ma chi si accontenta gode.

Si tratta di tre sonetti inclusi in Componimenti poetici di vari autori per la promozione alla Sacra Porpora dell’Eminentissimo, e Reverendissimo Signor il Signor Cardinale Domenico Riviera seguita a 2 di Marzo del corrente anno, raccolti, e pubblicati per ordine dell’illustrissima Città dell’Aquila, Campana, Foligno, 1733, pp. 48-50. Li trascrivo aggiungendo in calce ad ognuno le mie consuete note esplicative.

Cinto allor, che fu d’ostro a il gran Riviera b,

fra l’Aterno s’accese, e fra ‘l Metauroc

lite d’onor; di chi di lor mai era

l’alta gloria novella ornata d’auro.

Da me, quegli d diceva, ei la primiera

origin trasse; è mio dunque il tesauro e.

Questof allor: Gli died’io la cunag altera,

è mia la gloria, e l’Indo il dice e ‘l Mauroh.

Giunto in quel punto al suol dall’auree porte

Giove, il gran Giove, i suoi begli occhi fisse,

e sul Riviera udio le liti insorte.

Gridò ridendo allor: Cessin le risse;

è comune tra Voi per bella sorte

tutto l’onor che l’ Cielo a lui prescrisse.

a Domenico Riviera (Urbino 1671- Roma 1752), nell’immagine che segue tratta da Effigies nomina et cognomina S.D.N. Innocentii PP. XI. et RR. DD., De Rossi, Roma, 1730, fu fatto cardinale da Clemente XII nel 1733.

Il Rivera fu socio dell’Arcadia col nome pastorale di Metaureo Geruntino (per Metaureo vedi le successive note c ed f.; per Geruntino il riferimento è al fiume Gerunte che scorreva presso la città di Elea secondo quanto si legge in Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 273). In un’adunanza dell’Arcadia il Riviera lesse, scritta in latino,  la vita di Raffaele Fabretti (Urbino 1618-Roma 1700), famosissimo storico ed archeologo, che in seguito fu pubblicata in volgare da Giovanni Mario Crescimbeni (titolo: Vita di Raffaello Fabretti Urbinate detto Iasiteo Nafilio trasportata dal testo latino dell’Ab. Domenico Riviera da Urbino, detto Metauro Geruntino, nel nostro volgar toscano dal Can. Gio. Mario Crescimbeni Maceratese detto Alfesibeo Cario Custode Generale d’Arcadia) in Le vite degli arcadi illustri, I, Roma 1708, pp. 89-108, precedute dal ritratto del Fabretti che di seguito riproduco.

Il Riviera diede alle stampe De divo Joanne Evangelista oratio s Sanctissimum Dominum nostrum Innocentium duodecimum, Roma, Domenico Antonio Ercole, 1697 (era stato proprio Innocenzo XII a nominarlo prima coadiutore del Fabretti, poi suo successore nel 1700, nella custodia dell’archivio segreto); Per riconoscere lo stato del Reno, del Panaro, e del Pò, e l’accrescimento dei danni cagionati dal primo, Benacci, Bologna, 1719 e, sullo stesso tema, Alla santità di N.S. Clemente XI ed alla sagra Congregazione delle acque relazione, e voto di monsig. Domenico Riviera segretario della medesima, e visitatore appostolico l’anno 1716. Per riconoscere lo stato del Reno, del Panaro, e del Po, e l’accrescimento dei danni cagionati dal primo. Per la Congregazione delli 3 settembre 1717, Eredi del Benacci, Bologna, 1719; Sommario delle ragioni allegate nel Fatto/Dominicus Rivera Sacrae Congregationis aquarum secretarius, Tipografia della Reverenda Camera Apostolica, Roma, 1725; Resolutiones habitae a Sacra Congregatione aquarum in causa Bononien, seu Ferrarien. Aquarum Sper quatuor infrascriptis articulis inter interesse habentes ad dexteram fluminis Rheni in ejus parte inferiori Legationis Bononiae, et Civitatem Ferrariae, Principes Pios, & alios &cc. Die Ven. 24. Augusti 1725 / Dominicus Rivera sac. congregationis aquarum secretarius, Tipografia della Reverenda Camera Apostolica, Roma, 1725. Un suo contributo è in Nuova raccolta d’autori, che trattano del moto dell’acque, v. V, s. n., s. l., 1766.

b porpora cardinalizia. La voce è dal latino ostreu(m), trascrizione del greco ὄστρεον (leggi òstreon) che significava conchiglia e, per metonimia (la porpora era ricavata da alcuni molluschi, porpora.

c Aterno e Metauro sono i due maggiori fiumi, il primo dell’Abruzzo, il secondo delle Marche. A questo interesse per i fiumi non è estraneo quanto riporto alla fine della precedente nota a.

d L’Aterno. La famiglia Riviera era originaria de L’Aquila.

e Latinismo per tesoro.

f Il Metauro. Il futuro cardinale era nato ad Urbino.

g culla.

h L’affermano l’indiano e l’africano.

 

O fra gli Eroi più saggi Eroe migliore,

che sei di Storia, e di Poema degno,

gloria d’Aterno, e del Metauro onorea,

ed immortal di tutti due sostegno,

poiche te solo feo l’almo Fattore

Fenice altera nel divino ingegnob,

onde in te chiudi, e poi diffondi fuore

quanto contien delle virtudi il Regno,

la bell’almac Real del gran Clemented

cinger ti volle d’ostroe, e d’oro il Crine

per degno premio di sì eccelsa mente.

E al tuo mertof le glorie almeg latine

convengon sì, che in mirar l’ostro ardente

mira ciascun le tue virtù divine.

a Vedi le note c, d ed f del precedente componimento.

b poiché il creatore che dà vita (Dio) rese te solo superba Fenice (l’araba fenice era un mitico uccello che risorgeva dalle sue ceneri).

c anima. Da notare il gioco di parola tra questo sostantivo, che è da anima con dissimilazione (àlima) e caduta della vocale postonica e il precedente aggettivo almo, che, invece, è dal latino almu(m), che significa nutriente, che dà la vita, a sua volta da àlere, che significa alimentare.

d Clemente XII.

e Vedi la nota b del precedente componimento.

f Forma sincopata per merito.

g benefiche; si completa il gioco di parola di cui s’è detto alla nota c.

 

Và di Savoia a veder lieto i Figli,

disse Clemente al suo Riviera un giornoa,

Eroe fra lor vedrai d’alti consigli

famoso in guerra e di Pietade adorno.

Egli è il gran Duce Eugenio. Intanto digli,

che qualor di sue glorie il bel ritorno

da lui la Fede aspetta, omai si appigli

a quei pensier, che fagli fregio intorno.

Chinò il Riviera il ciglio a tai parole;

e d’ampie Idee già pieno alto Messaggio

partì dalla Romana augusta Mole.

Qual poi si fosse in compier con vantaggio

di Santa Fe sì belle cause, e sole,

chiedilo al Mondo, e ti dirà: Fu saggio.

a Allude alla missione diplomatica presso Eugenio di Savoia che Clemente XII gli aveva affidato nel 1707, sulla quale vedi Francesco Maria Ottieri, Istoria delle guerre avvenute in Europa e particolarmente in Italia per la successione alla Monarchia delle Spagne dall’anno 1696 all’anno 1725, tomo IV, Stamperia di Pallade, Roma, 1754, pp. 295-300.

(CONTINUA)

Per la prima parte (Premessa):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/ 

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/

 Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto):

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

_______________

1 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila, una presso la Biblioteca nazionale Sagarriga Visconti-Volpi di Bari, una presso la Biblioteca civica don Vincenzo Angelilli di Gioia del Colle (BA), una presso la Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo di Brindisi, una presso la Biblioteca comunale Francesco Trinchera senior di Ostuni (BR), una presso la Biblioteca comunale di Gallipoli (LE), due presso la Biblioteca provinciale Nicola Bernardini di Lecce, una presso la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, due presso la Biblioteca della Società napoletana di storia patria di Napoli, una presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, una presso la Biblioteca comunale Marco Gatti di Manduria, una presso la  Biblioteca S. Francesco di Sava (TA), una presso la Biblioteca civica Pietro Acclavio di Taranto, una presso la Biblioteca diocesana Beata Lucia Broccadelli,  sede centrale, di Narni (TR).

2 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila, una presso la Biblioteca nazionale Sagarriga Visconti-Volpi di Bari, una mutila presso la Biblioteca diocesana A. Sanfelice di Nardò (LE), una presso la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli.

3 Una copia presso la Biblioteca Calasanziana di Campi Salentina (LE), una presso la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, una presso la Biblioteca della Società napoletana di storia patria di Napoli, una presso la Biblioteca Melchiorre Delfico di Teramo.

4 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila.

5 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila, una presso la Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli, una presso la Biblioteca Melchiorre Delfico di Teramo.

6 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila.

7 Una copia presso la Biblioteca diocesana di Ripatransone (AP), una presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila.

8 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila.

9 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila.

10 Una copia presso la Biblioteca provinciale Salvatore Tommasi de L’Aquila, una presso la Biblioteca nazionale Sagarriga-Visconti di Bari.

Grappoli di reminiscenze, senza tempo né confini

Fra compaesani, su una panchina in piazza

Grappoli di reminiscenze, senza tempo né confini

di Rocco Boccadamo

In una recente e differente narrazione, traendo spunto dal casuale incontro con due turisti/ospiti provenienti da S. Francisco, USA, mi soffermavo diffusamente su Marittima e più esattamente sul Rione dell’Ariacorte dove sono nato e , fra l’altro, annotavo: ”Attualmente, con il mio paesello, e specialmente con i residenti, non intrattengo più i rapporti di intimità e consuetudine viscerale a trecentosessanta gradi, che hanno, invece, caratterizzato le stagioni della mia fanciullezza, adolescenza e prima giovinezza”.

Non v’è, invero, contraddizione fra l’anzidetta puntualizzazione e quanto sto per raccontare qui. Semmai, la cronaca freschissima che segue, può considerarsi un’eccezione rispetto al ricordato e consolidato stato di interazione, in termini complessivi, fra me e la località natia.

°   °   °

Qualche giorno fa, transitando per la piazza del paese in sella al mio scooter color sabbia, ho visto, seduto su una panchina pubblica provvidenzialmente ombreggiata ed esposta a un benefico venticello, un “vecchio” marittimese, Costantino C., il quale vanta e si porta appresso, con disinvoltura, ben novantatré primavere già valicate, per di più guidando ancora, quando occorre, o un’autovettura o un motofurgone “Ape”.

Conosco la citata persona, è proprio il caso di dirlo, da quando sono nato e, lui, ragazzino, abitava, insieme con la sorella Maria, presso la nonna Costantina – i loro genitori erano mancati prematuramente – nell’Ariacorte, a cinquanta metri di distanza da casa mia.

Insomma, a Costantino C., mi lega un’intensa familiarità, sono edotto di tutte le vicende della sua esistenza, da alcuni lustri, in particolare, ho modo di incontrarlo sovente, giacché possiede un giardino, con annesso fabbricato (da poco, lo ha donato ad alcuni nipoti che vi stanno eseguendo importanti opere di ristrutturazione), situato proprio dirimpetto alla mia villetta della “Pasturizza”.

Arrestata d’istinto la marcia del ciclomotore, mi sono avvicinato e seduto accanto, chiedendogli, come approccio, notizie circa lo stato dei lavori edili.

Pochi minuti dopo, si è accostato a noi un altro compaesano, Santo C., appena più giovane di Costantino, e i due, all’unisono, come del resto mi aspettavo, sono immediatamente passati a rievocare un episodio assai lontano, sia come datazione che come luogo di svolgimento, evidentemente, però, rimasto indicativo e impresso nella mente, fatto in cui, insieme con loro, io stesso mi ero, in certo qual modo, trovato coinvolto.

Sarà stato il 1963 o il 1964 e lavoravo in banca, a Taranto, da tre anni circa, espletando le mansioni di segretario, oggi si dice assistente, di un vicedirettore settorista, il quale, per chiarire, gestiva un determinato portafoglio di clienti.

Insieme con il citato funzionario, compivo spesso visite agli utenti, sia per mera cortesia, sia e soprattutto per ricognizioni dirette sulle loro aziende e le loro attività.

Un giorno ci eravamo portati a domicilio di un operatore agricolo (grosso proprietario di terreni e produttore di vino e olio) di Francavilla Fontana, da tempo cliente affidato, vuoi con linee di credito a carattere ordinario e continuative, vuoi sottoforma di anticipazioni su giacenze di vino e olio, nelle more della loro vendita.

Guarda caso, io non ne ero minimamente a conoscenza, nell’azienda dell’operatore in discorso, da moltissimi anni, prestavano attività, sia pure a carattere stagionale, Costantino e Santo, unitamente ad altri due marittimesi, Peppino e Vitale.

Tutti i già menzionati, quindi, persone di massima fiducia dell’imprenditore francavillese, di casa, alla stregua di famigliari.

Orbene, il mio superiore si era determinato a recarsi nell’azienda di tale cliente, diciamo così, per accertarsi che esistessero effettivamente le giacenze di prodotto su cui era stato da poco concesso un finanziamento e, quindi, si era premurato di dare anche una sommaria occhiata alle apposite cisterne.

Ma giusto lì, come ebbero a confidarmi successivamente i miei concittadini, aggiungendo qualche abbozzo d’ilarità, si nascondeva un trucchetto, alquanto rudimentale e, tuttavia, valido a far apparire qualcosa che, in realtà, non esisteva.

E, però, anche io, dall’altra parte, cioè dall’interno della banca, avevo avuto modo di accorgermi che gli amici marittimesi, o, meglio, le loro firme, erano talora “utilizzati” dal datore di lavoro, per agevolare alcune sue operazioni di finanziamento da parte della banca.

Certo, stagioni non solo antiche ma, specialmente, dai contenuti totalmente diversi, allora la fiducia e la parola erano una cosa seria, nel lecito e anche ai limiti della norma o borderline per stare al linguaggio presente: così abbiamo, l’altro giorno, commentato concordemente, sulla panchina della piazza di Marittima, Costantino, Santo e io.

°   °   °

Di lì a poco, è arrivato ad aggregarsi alla comitiva un ennesimo “ariacortese”, Costantino N. e, quasi contemporaneamente, Uccio N., geometra in pensione e, indubbiamente, compaesano d.o.c., non essendosi mai allontanato, durante i suoi settantasette anni, dalla natia Marittima. A questo punto, a beneficio di quanti non ne fossero a conoscenza, mi soffermo su un breve inciso: fra i nomi maggiormente diffusi nella località, ricorrono quelli di Vitale e Costantino o Costantina, a motivo che, collegando i comuni mortali ai santi, S. Vitale, cavaliere nell’esercito romano ai tempi di Nerone, nato a Milano e martirizzato a Ravenna, è il protettore di Marittima, mentre, a compatrona, è stata da vecchia data proclamata la Vergine Maria Santissima di Costantinopoli o Madonna Odegitria.

Costantino, come ho avuto modo di accennare anche in precedenza, faceva parte, penultimo nato, di una famiglia numerosa, ma soprattutto antesignana e allargata, per vicende naturali, in senso laterale o di discendenza.

Difatti, la padrona di casa, ovvero sua madre, Rosaria, proveniente da Andrano, reduce dal primo matrimonio nel corso del quale le erano nati due figli, Andrea e Giuseppa (Pippina), rimasta vedova ancora giovane, aveva sposato in seconde nozze il marittimese Ciseppe (Giuseppe), reduce, anche lui, da una pregressa unione, già padre di tre figli e, parimenti, rimasto vedovo anzitempo.

Rosaria e Giuseppe, novella coppia, procrearono ulteriori quattro figli, Pompilio, Vitale, Costantino e Concetta.

Sì che, a un certo momento, venne a formarsi un nucleo o focolare di undici persone, fra i due coniugi e i nove discendenti arrivati dall’accoppiata di letti.

Molti i ricordi e le annotazioni snocciolati, approfittando della presenza di Costantino, riguardo ai componenti della famiglia di Rosaria e Giuseppe ‘u fusu.

Alla fine degli anni Trenta o agli inizi del decennio successivo, la scomparsa di Giuseppe, a causa di una rovinosa caduta mentre era intento a fissare, a un gancio del soffitto, un chiuppu (una sorta di grosso casco, facendo riferimento alle banane) di tabacco già essiccato.

Nel 1945, il matrimonio di Pippina nel canonico abito bianco, di cui, chi scrive, serba perfettamente il ricordo.

Nel 1947, esattamente il 22 gennaio, le nozze di Andrea (con Valeria), in un giorno in cui, Marittima, registrò il particolarissimo fenomeno di un’abbondante nevicata.

Nel 1951, una improvvisa e brutta traversia, fortunatamente finita bene, in capo a Vitale, sotto forma di un’infezione da tetano a un piede (precisa, adesso, Costantino, che, all’epoca, lui era assente da Marittima per il servizio militare in Marina, imbarcato su un dragamine di stanza alla Spezia).

Successivamente, infine, seri problemi agli occhi per l’altro figlio, Pompilio, invero mai risolti.

A un dato momento, Costantino, seduto nel gruppo e rivolgendo lo sguardo a Uccio N. che gli stava accanto, ha ritenuto di richiamare i legami di parentela fra lo stesso Uccio e me (le rispettive mamme, Nina e Immacolata, erano cugine di primo grado, figlie di due sorelle, Cristina e Lucia.  Aggiungendo, inoltre, che lui medesimo, a seguito del matrimonio, si era apparentato con l’ex geometra, posto che il suocero Giuseppe P. (in vita, operatore ecologico, attacchino e necroforo del Comune di Diso), era, a sua volta, primo cugino del padre di Uccio, Pippi ‘u scanteddra o mesciu Pippi ‘u barbieri, la cui madre, Pasqualina M. detta Nina, era sorella della genitrice di Giuseppe P., Maria Donata M.

I conti degli accostamenti fra parentele o famigliarità quadrano perfettamente, a prova di dati anagrafici e/o di battesimo.

Uccio N., il quale, al momento di aggregarsi, aveva domandato, sorridendo, se, in quella circostanza, fossi io a tenere banco nel gruppo, non ha successivamente rinunciato a intervenire, dicendo la sua a proposito di una sfaccettatura straordinaria insita nel desco domestico del suo nonno paterno, Vitale N. ‘u fiore.

Intorno a quel tavolo da pranzo (parolone esagerate), prendevano posto, ha raccontato Uccio suo nonno e sua nonna, insieme con un paio di ascendenti e i loro se figli (cinque maschi e una femmina) e, già così, si arrivava a dieci persone. Inoltre, quasi tutti i giorni, specialmente la sera, si aggiungevano anche sette nipoti di Pasqualina M., detta Nina, figli di due sue sorelle passate prematuramente a miglior vita e, quindi, rimasti orfani.

Dunque, diciassette “avventori”, alla fine, a intingere il cucchiaio nell’unico piatto posto al centro del tavolo, che doveva servire per l’insieme di commensali, con conseguenti difficoltà, per ciascuno, a far arrivare il cucchiaio alla minestra.

Dire che, l’appetito era tanto e non esistevano altre cose da mangiare, tranne, al caso, un tozzo di frisella o una piccola manciata di fichi secchi.

Eppure, sembra assolutamente inverosimile, si sopravviveva e, mette conto di sottolineare, negli stati d’animo della gente, albergava ben più serenità di adesso.

Dialetti salentini: ìgghiu

di Armando Polito

In uno dei suoi primi racconti del 1946, Balletto delle fanciulle del Sud,  Vittorio Bodini così lo definisce: “… frenesia infantile del riso femminile per nulla, detta igghiu, forse da illud, non da ictus: il pronome neutro latino ne renderebbe la cieca spinta d’un’indistinguibile sessualità.”

Posso condividere, per questo fenomeno che in italiano è chiamato ridarella, il riferimento (che può sembrare soggettivamente maschilista ma lo è oggettivamente, storicamente) alla sessualità femminile (nota antropologica che ha dei punti di contatto col fenomeno del tarantismo inteso come espressione particolare dell’isterismo1), ma per nulla la proposta etimologica. Lasciando da parte ictus (sia del Bodini o citazione da qualche studio letto o scambio di opinioni da lui avuto), che non sta né in cielo né in terra per motivi semantici e fonetici, debbo dire che illud (che significa quella cosa) è certamente suggestivo sul piano semantico con la sua generica allusività ma non regge su quello fonetico perché ha dato nel salentino come esiti iddhu nel Leccese e iddu nel Brindisino e non si capisce per quale motivo in questo caso avrebbe dovuto dare ìgghiu, se non interpretandolo come una sorta di deformazione eufemistica, fenomeno ricorrente nella terminologia sessuale (per esempio cacchio, e ancor più cavolo, per cazzo).

Secondo me ìgghiu deriva dal latino ìlium2, che significa bacino, fianchi, basso ventre, inguine. Il passaggio fonetico –liu->-gghiu– è lo stesso di filium>fìgghiu.

Credo che la mia proposta soddisfi entrambe le esigenze: la semantica (inguine conferma per altra via la mia condivisione, come formulata all’inizio, della valenza antropologica della proposta del Bodini) e la fonetica.3

______

1 La parola deriva da isterico, a sua volta dal latino tardo histericus, trascrizione del greco gr. ὑστερικός (leggi iustericòs), derivato da ὑστέρα (leggi iustera), che significa utero, per l’antica teoria che l’isterismo fosse tipico delle donne e causato da una malformazione uterina. Non a caso le nozze erano uno dei rimedi popolari suggeriti a colei che, nubile, ne mostrasse i sintomi, come se la causa fosse la, oltretutto presunta, inattività sessuale. Risulta non pervenuto il consiglio che veniva dato alla donna che anche dopo le nozze conservava gli spiacevoli sintomi.

2 Dalla variante ileum è derivato in italiano  ìleo (nome di un tratto dell’intestino tenue e anche di un osso del bacino).

3 Per completezza d’informazione debbo dire che in Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 per ìgghiu non è riportato l’etimo ma al lemma igghiare (di seguito riprodotto) viene messo in campo il solito incrocio (uno di quelli che ho avuto occasione più di una volta su questo blog di definire pericolosi …).

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (3/x) : Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto (1665-1721)

di Armando Polito

Ebalio Siruntino il suo pseudonimo1. Ebalio è dal latino Oebalius=relativo ad Ebalo, spartano, a sua volta da Oebalus=Ebalo, re di Sparta.2 Chiaro il riferimento alle origini spartane di Taranto. Ma si sente anche l’eco dell’episodio del vecchio di Corico celebrato da Virgilio nel quarto libro delle Georgiche (vv. 125-145):

Namque sub Oebaliae memini me turribus arcis,

qua niger umectat flaventia culta Galaesus,

Corycium vidisse senem, cui pauca relicti

iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis

nec pecori opportuna seges nec commoda Baccho.

Hic rarum tamen in dumis holus albaque circum

lilia verbenasque premens vescumquepapaver

regum equabat opes animis seaque revertens

nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis.

Primus vcererosamatque autumno carpere poma

et, cum tristis hiemps etiamnum frigore saxa

rumperet et glacie cursus frenaret aquarum,

ille comam mollis iam tondebat hyacinthi

aestatem increpitans seram Zephyrosque morantis.

Ergo apibus fetis idem atque examine multo

primus abundare et spumantia cogere pressis

mella favis; illi tiliae atque uberrima pinus,

quotque in flore novo pomis se fertilis arbos

induerat, totidem autumno matura tenebat.

Ille etiam seras in versum distulit ulmos

eduramque pirum et spinos iam pruna ferentis

iamque ministrantem platanum potantibus umbras.

Verum haec ipse  equidem spatiis  exclusus iniquis

praetereo atque aliis post me memoranda relinquo.

 

Infatti ricordo sotto le torri della rocca ebalia,

per dove il bruno Galeso bagna bionde coltivazioni,

di aver veduto un vecchio di Corico, che possedeva

pochi iugeri di terra abbandonata, infeconda ai giovenchi,

inadatta alla pastura di armenti, inopportuna a Bacco.

Questi tuttavia, piantando radi erbaggi fra gli sterpi,

e intorno bianchi gigli e verbene e il fragile papavero,

uguagliava nell’animo le ricchezze dei re, e tornando a casa

tornando a casa colmava la mensa di cibi non comprati.

Primo a cogliere la rosa in primavera e in autunno a cogliere i frutti,

quando ancora il triste inverno spaccava i sassi

con il freddo e arrestava con il ghiaccio il corso delle acque,

egli già tosava la chioma del molle giacinto

rimproverando l’estate che tardava e gli Zefiri indugianti.

Dunque era anche il primo ad avere copiosa prole

di api e uno sciame numeroso, e a raccogliere miele

schiumante dai favi premuti; aveva tigli e rigogliosi pini,

e di quanti frutti, al nuovo fiorire, il fertile albero

si fosse rivestito altrettanti in autunno portava maturi.

Egli ancora trapiantò olmi tardivi in filari,

e duri peri e prugni che ormai producevano susine,

e il platano che già spandeva ombra sui bevitori.

Ma impedito a ciò dall’avaro spazio, tralascio, e affido

questi argomenti ad altri che li celebrino dopo di me.

 

La seconda parte dello pseudonimo (Siruntino) mi pone un problema di non poco conto. Premetto che Il numero degli Arcadi col tempo aumentava e i nomi dei luoghi da scegliere o attribuire diventavano sempre meno; così il nostro Ebalio rimase senza campagna fino al 1711, quando Vincenzo Leonio da Spoleto (pseudonimo arcade Uranio Tegeo), incaricato di ridistribuire i nuovi “lotti” all’Arcadia, aggiornò il catalogo così scrivendo: Ebalio Siruntino, dalle campagne presso la terra di Sirunte in Acaia: d. Tommaso d’Aquino Tarentino. Fino ad ora non son riuscito a reperire in alcuna fonte antica il ricordo di questa fantomatica Sirunte, tanto meno in alcuno scritto posteriore al Leonio. So che la storia si fa con le fonti, ma anche, sia pure provvisoriamente, con le ipotesi di lavoro, che per definizione inizialmente potrebbero avere poca o nulla scientificità, proprio come quella che sto per formulare, non casualmente sotto forma di domanda: con la Sirunte d’Acaia del Leonio potrebbe avere qualcosa in comune la masseria Sirunte in località Battifarano, nel comune di Chiaromonte, in provincia di Potenza, in Basilicata?

Tommaso in vita3 non pubblicò nulla e potrebbe non estraneo alla sua scelta anche il fatto che non son riuscito a reperire di lui nulla in raccolte di altri autori, come spesso succedeva per gli Arcadi. Il suo Deliciae Tarentinae, il cui autografo risulta disperso, fu pubblicato per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 da Cataldantonio Artenisio Carducci (nell’immagine che segue tratta da Domenico Martuscelli, Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, tomo IX, Gervasi, Napoli, 1822), che lo corredò di traduzione e commento.

 

 

 

 

Nel 1964 il tarantino Carlo D’Alessio rinveniva a Roma tra alcuni manoscritti arcadici Galesus piscator Benacus pastor, ecloga del D’Aquino che venne pubblicata a cura di Ettore Paratore per i tipi di Laicata a Manduria nel 1969.

A riprova che l’omonimia è sempre in agguato, tanto più pericolosa quando ha la cronologia come complice, chiudo dicendo che il nostro non è da  confondere con il contemporaneo e quasi omonimo Tommaso D’Aquino di Napoli, principe di Feruleto, poi di Castiglione e grande di SpagnA, pure lui socio dell’Arcadia con lo pseudonimo di Melinto Leuttronio.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (Premessa): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la seconda parte (Francesco Maria Dell’Antoglietta di Taranto):  http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/ 

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/ 

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/  

__________

1 Assente nel catalogo del 1696 ed in quello in calce a Rime di Alfesibeo Cario, Molo, Roma, 1695, compare per la prima volta, ma privo del secondo componente, in Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p.  367.

2 Sulle fonti relative a questo nome vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/01/08/taranto-piazza-ebalia-le-origini-di-un-toponimo/.

3 Per la biografia vedi Francesco Sferra, Compendio della storia di Taranto, Latronico e figlio, Taranto, 1873, pp. 96-98.

 

 

Fra vele color amaranto, la globalizzazione ha raggiunto anche l’Ariacorte

di Rocco Boccadamo

Durante i decorsi quattro lustri di più o meno assidua ma comunque indicativa amicizia con la penna, una cesta di mie narrazioni (si, proprio una cesta) hanno avuto per ambientazione Marittima, il minuscolo borgo del Sud Salento in cui sono venuto al mondo nell’ormai remoto 1941.

La località in discorso è situata in corrispondenza del quarantesimo parallelo e a ridosso del tratto di costa a scogliera, esattamente nel punto di congiunzione fra il mare Adriatico e il mare Ionio.

Invero, attualmente, con detto paesello, e specialmente con i residenti, non intrattengo più i rapporti di intimità e consuetudine viscerale a tutto campo, che hanno, invece, caratterizzato le stagioni della mia fanciullezza, adolescenza e prima giovinezza.

Ciò, giacché, al completamento degli studi superiori, men che ventenne, sono partito per intraprendere l’attività lavorativa, rimanendo a vivere altrove, in pianta stabile, per circa otto lustri, salvo ritorni al paesello in estate o in occasione di qualche festa o ricorrenza.

Inoltre, a motivo che, dei miei coetanei e famigliari, ne residuano ormai pochissimi e, infine, i tempi e il modo di vivere in generale sono mutati radicalmente, pure all’interno della piccola comunità natia.

Tuttavia, accanto agli affetti più cari concernenti le persone, anche se mancate, che hanno conferito un segno e un senso alla mia esistenza, e la cui presenza ideale dentro di me non si cancellerà né affievolirà giammai, di Marittima – lo constato e lo confermo con piacere e gioia, anzi ne sono felice e orgoglioso – rimangono, tutt’ora, due precisi e definiti posti o luoghi che mi hanno incessantemente accompagnato nella mente e nel cuore, seguitando a esercitare anche adesso tale azione, con un carico di fortissimi e vividi ricordi.

Si tratta dell’Ariacorte, ossia a dire del rione o isola del centro abitato nei cui confini sono venuto al mondo, e dell’Acquaviva, l’insenatura di sogno che è il mare per eccellenza dei marittimesi sin da tempi remoti e, da alcuni decenni, è altresì il sito per i bagni prescelto e frequentato da considerevoli schiere di visitatori, turisti e villeggianti, provenienti da ogni regione d’Italia, da vari paesi d’Europa e pure dall’America.

Ebbene, l’Ariacorte e l’Acquaviva sono stati da me eletti a “luoghi dell’anima”, li “sento” con emozione anche quando mi trovo a distanza, con trasporto intenso, anzi con sentimenti di autentico amore.

Di riflesso, detti posti/habitat, durante tutto questo ventennio iniziale del terzo millennio, mi hanno dato lo spunto naturale per la stesura di narrazioni, abbraccianti vicende lontane e, specialmente, rievocanti volti, persone, famiglie, abitudini, costumi che li animavano allorquando io abitavo lì, nella casa dei miei genitori e in seno alla numerosa famiglia da loro formata.

Inserendo, sovente, negli scritti, puntuali e distintivi rimandi e confronti rispetto all’Ariacorte e all’Acquaviva quali appaiono e si presentano adesso.

 

°   °   °

Sul piano toponomastico, l’incipit dell’isola Ariacorte – in questo caso, isola, più realisticamente, a guisa di isolato – avviene accostando lievemente a destra nel primo tratto di via Convento, là dove viene così a formarsi un esiguo slargo, all’altezza della casa una volta abitata dal nucleo famigliare di Trifone Mariano e, quindi, si sostanzia percorrendo, su un approssimativo quadrilatero, le brevi vie Francesco Nullo, Leopardi, Piave, Pier Capponi e Isonzo.

Tutta qui, l’Ariacorte, una minuta bomboniera, eppure, un tempo, nido per circa cento persone, mentre, attualmente, i residenti stabili sono poco più di una decina, cui vanno aggiunti altrettanti abitanti “estivi”.

°   °   °

Qualche giorno fa, a metà mattinata, mi vado dirigendo verso la mia villetta del mare posta sul proseguimento di via Francesco Nullo, che, con la recente intitolazione di via Agostino Nuzzo, conduce dall’Ariacorte all’insenatura Acquaviva, quando, all’ improvviso, sono colto da un impatto visivo che mi colpisce particolarmente, mi coinvolge e interessa.

Al punto, da indurmi ad arrestare l’andatura del mio scooter e ad accostarmi alla scena.

Da premettere che, giusto sullo slargo sopracitato fra via Convento e via Francesco Nullo, esisteva nei tempi andati, e si affaccia pure adesso, sottoposta a lavori di ristrutturazione e rammodernamento per essere adibita a struttura ricettiva b & b, una modesta abitazione, già conosciuta come “casa della Saveria”, dal nome di battesimo della padrona di casa di un tempo.

Una cantina a piano seminterrato, in cui si scende attraverso una serie di scalini, e due/tre vani di casa vera e propria a livello rialzato, dove si accede grazie ad altrettanti scalini a salire, questi ultimi da poco impreziositi con ringhiere corrimano laterali.

Su quei gradini all’aria aperta, scorgo seduti due giovani, una coppia, chiaramente lì ospiti per vacanza, e, senza pensarci su, mi avvicino loro, presentandomi come un “curioso” e chiedendo da dove provengano.

Un istante, e mi accorgo che i due non parlano italiano; al che, tiro fuori la mia precaria e approssimativa conoscenza dell’inglese e apprendo che sono americani di San Francisco, California, USA, che sono arrivati in aereo a Roma e quindi a Brindisi e, da quest’ultima località, con un’autovettura presa a noleggio, hanno infine raggiunto Marittima, per due settimane di vacanza.

Nell’intento di apportare maggior senso e motivo alla mia invadenza, confido alla coppia che quegli scalini, sono a me conosciuti in maniera particolare, a prescindere dalla circostanza di essere nato e aver vissuto fino a diciannove anni d’età a pochi metri di distanza, per una ragione ben precisa.

Nel novero delle famiglie dell’Ariacorte della mia fanciullezza, rientrava anche quella di Fortunato Nuzzo, sposato con Giulia Contino, originaria di Vaste di Poggiardo, e comprendente, accanto ai genitori, la figlia Teresa, mia coetanea.

Con la signora Giulia, nonostante il nome di battesimo del marito, la natura, purtroppo, era stata tutt’altro che generosa, a voler dire che la donna, sebbene ancora giovane, soffriva di gravi disturbi respiratori, da arrivare, talora, a sentirsi quasi soffocare.

I giovani stranieri, malgrado il mio inglese arrangiato, seguono molto attentamente il racconto, accennando, a comprova, la parola “asma”.

Proseguendo e concludendo la storia, riferisco che Giulia, nei momenti di crisi più acuta, si spostava da casa sua a quei gradini nello slargo, vi si sedeva e si tratteneva, dicendo che almeno lì c’era più aria e aveva agio di respirare meglio.

Congratulazioni, da parte degli ascoltatori, per la mia acuta e fresca memoria.

Un approccio di relazione/contatto con ignoti, così occasionale ed estemporaneo, doveva, stranamente se non eccezionalmente, avere un imprevedibile seguito.

Nel pomeriggio, mentre mi predispongo, nel cortile della mia casa di vacanza, ad annaffiare le aiuole e le piante, transitano su via Agostino Nuzzo, verosimilmente diretti all’Acquaviva, i due ragazzi di prima e rallentando, forse per ammirare la mia villetta e la pineta adiacente, mi vedono e riconoscono immediatamente.

D’istinto, dischiudo il cancello, invitandoli a entrare e, in tal modo, prosegue, per un bel pezzo, il nostro colloquio. Chiedono quale sia il mio nome, pronunciando, quindi, Rocco senza difficoltà e, di rimando, mi è dato di conoscere i loro appellativi, Sam e Samantha (il femminile, si precisa, con la h, pronunciato “sementa”).

I due mi confidano, poi, di aver già sperimentato alcune bellezze naturali della zona, soprattutto l’incantevole mare di Marittima e dintorni e di essere intenzionati, nella restante parte della loro vacanza, a visitare anche l’interno del Salento, a cominciare dalla città capoluogo, Lecce.

Da ultimo, io credo opportuno di invitarli a parlar bene di questa terra ai loro conoscenti, parenti e amici, venendo a sapere, con gioia, che in realtà, almeno a San Francesco, il Salento è già abbastanza noto e c’è gente che lo sceglie per le vacanze al mare.

Scambi di saluti sorridenti chiudono e suggellano il cordiale e prospero incontro.

°   °   °

Recandomi ad Andrano per acquistare il pane, noto, seduta sull’uscio di casa, una donna di terza età, intenta a lavorare al ricamo su un panno di stoffa bianca. Anche in questo caso si verifica l’arresto del mio ciclomotore “Scarabeo”, dopo di che parte diretta la domanda alla signora: “A che punto sta ricamando?”.  La risposta: “Signuria (lei) non puoi sapere il nome, si tratta di cose antiche”.

E io, a replicare: “No, signora, da ragazzino, sono stato spettatore di lunghe stagioni di ricamo per mano delle mie zie e, lei si meraviglierà, serbo addirittura reminiscenza dei nomi di più di un punto: a giorno, Rodi, raso, ombra, erba, Palestina. Lei, adesso, quale sta usando, me lo dice?”.

Con un sorriso, la donna mi informa che sta eseguendo il punto a giorno, su un’asciugamani destinato a una nipotina (ne ha otto di nipoti, più due pronipoti).

°   °   °

Dopo aver atteso, per un pomeriggio, alla faticosa incombenza del taglio delle erbacce nella Marina ‘u tinente, mi avvio a risalire in macchina per rientrare a casa e, proprio in quel momento, vedo sopraggiungere lentamente, nella medesima direzione di marcia, una carrozzella sospinta da un motore a batteria.

Il mezzo è guidato da Toto Minonne, primo cugino di mia madre, giacché figlio di zio Michele, fratello di nonno Giacomo, e nello stesso tempo mio compare, avendo io tenuto a battesimo, una sessantina di anni fa, uno dei suoi due figli, Vittorio, il quale, attualmente, esercita la professione di medico a Marittima.

Ci scambiamo d‘istinto un saluto vocale a volo; però, non sentendomi appagato, mentre la carrozzella procede pian piano, la raggiungo, mi accosto, apro il finestrino e domando a Toto quanti anni abbia; un attimo di esitazione e il mio parente, nonché compare, pronuncia il numero novantatré.

Gli indirizzo un augurio di buona salute e accelero.

°   °   °

Mi sono appena concesso la prima veleggiata dell’estate 2019, notando, con soddisfazione, che la mia fedele barchetta “My three cats” continua a svolgere dignitosamente la sua parte, anche se mi è fedele compagna sin dall’anno 2000 e per di più, all’epoca, la comprai già usata.

Esperienza di mare breve ma gradevolissima, allietata da tenui refoli di tramontana che tonificano e vivificano il corpo e la mente.

Cosicché, penso e spero di poter effettuare numerose altre uscite, in compagnia, oltre che del mio amico Vitale, anche dei miei figli e nipotini.

Per mia buona sorte, si succedono i calendari, le stesse forze fisiche, ovviamente, ne risentono e però lo spirito si mantiene giovane.

Gli Arcadi di Terra d’Otranto (2/x) : Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto

di Armando Polito

Francesco Maria Dell’Antoglietta di Taranto (1674-1718) fu barone di Fragagnano. L’immagine di testa, tratta da Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, v. I, Milano, 1928, p. 402, mostra lo stemma di famiglia. Esso si presenta troncato nel 1° di azzurro ad un corvo di nero avente nel becco un anello di oro, accompagnato nell’angolo destro da un crescente d’argento avente fra le corna una stella di oro1; nel 2° di oro alla croce di rosso caricata nelle estremità da 4 stelle d’argento, e nel centro da una cometa del medesimo ed accompagnata nel lato destro superiore da un leone d’oro. Francesco Maria fu socio dell’Accademia degli Audaci di Taranto, degli Assecrati di Napoli e, infine, dell’Arcadia, in seno alla quale Arcadia, in seno alla quale, entrato il 24 ottobre 17072, ebbe lo pseudonimo di Sorasto Trisio. Nella premessa ho anticipato che non per tutti i nomi arcadici appare agevole individuare l’etimo. È il caso dello pseudonimo del nostro autore: se per Sorasto mi pare plausibile mettere in campo la radice di Σώρα (leggi Sora), con riferimento non chiaro alla cittadina laziale, in unione ad un suffisso –άστης (leggi –àstes), che, però, in greco integra una radice verbale, per Trisio confido nell’aiuto di qualcuno che abbia dimestichezza con simili problemi.

Fu autore di diverse opere, alcune delle quali molto rare:

Estri di gioventu o’ vero Entusiasmi del genio, Cavallo, Napoli, 16973

Silla in Atene, Raillard, Napoli, 17004

L’Arcadia coronata, s, n,, s, l., s. d.5

Vita di Antonio Bruni, Abri, Napoli, 17116

Poesie varie, Rosselli, Napoli, 17177

Orazione a’ sapientissimi, ed eruditissimi signori Accademici della Crusca, Chiriatti, Lecce, 17228

Vita di Antonio Caraccio (Lacone Cromizio) e Vita di Domenico De Angelis rispettivamente nel tomo I (pp. 331-336 e II (pp. 94-100) di Notizie istoriche degli Arcadi morti usciti per i tipi di Antonio De Rossi a Roma  nel 1720.

La sua produzione in versi comprende pure componimenti pubblicati in ordine sparso, tutti di carattere encomiastico, anche in opere di altri autori. Comincio proprio da quelli inseriti nella citata vita del Bruni (di seguito il frontespizio).

Alla fine del volume si legge: Se l’ozio, che mi si nega, e la mia giovanile età non permettono castigato un componimento, frà lo spazio di nove anni, supplirà alla debolezza della mia Penna l’eruditissimo Abate D.Domenico d’Angelis, nel Secondo Tomo delle Vite de’ Letterati Salentini9, mentre io divoto delle sue preclare virtù, venerando le ceneri illustri del celebrato Defonto, più col cuore, che con la mano, sospendo per orrevole ricordanza de’ Secoli avvenire questi lagrimevoli Aborti della mia Musa. 

Il lettore non si lasci ingannare da quel sospendo, qui sinonimo funebre di dedico. Seguono, infatti, i due componimenti che di seguito trascrivo (come per i successivi con le mie note in calce per renderne più agevole ed immediata la lettura) non prima di aver segnalato su Antonio Bruni http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/30/antonio-bruni-1593-1635-manduria-suo-campione-vendite/.

Seguono, dettaglio per me un po’ narcisistico in linea con quanto osservato nella nota a all’ultima poesia commentata, anche se normale per il gusto del tempo (comunque preziosi perché ci tramanda nomi che altrimenti non avremmo conosciuto), alcuni componimenti in lode dell’Antoglietta, che, a loro volta precedono l’elenco, con cui il volume si chiude, delle opere a stampa e manoscritte del Bruni.

Apro una parentesi dicendo che il tarantino si sdebiterà sei anni dopo dedicando a Virginia Bazani de Gilles Cavazzoni ed a Rosa Agnese Brunichelli di Orvieto le Poesie varie, in cui inserì di ciascuna di loro un sonetto a lui dedicato. Li riporto entrambi nell’ordine.

Chiudo la parentesi su queste lodi al Dell’Antoglietta riproducendo le due ultime inserite nella Vita d’Antonio Bruni. Sono entrambe di Baldassarre Pisani, letterato napoletano di vent’anni più grande del tarantino.  La prima, un sonetto, è una prosopopea del Bruni sulla falsariga di quella dell’Antoglietta (VENERI armoniose), la seconda, un epigramma in distici elegiaci, accomuna nella fama il Bruni e l’Antoglietta.

Archiviata la Vita d’Antonio Bruni, continuo con la documentazione dei componimenti del Dell’Antoglietta sparsi qua e là.

Due sonetti dedicati ad Aurora Sanseverino sono in Alcuni componimenti poetici di Don Giuseppe Baldassare Caputo detto fra gli Arcadi Alamande per le faustissime nozze degli Eccellentissimi Signori Pasquale Gaetano d’Aragona Conte d’Alife e la Principessa Maria Maddalena di Croy de’ Duchi d’Aurè sorella della Serenissima Principessa Darmstatt dedicati alla Eccellentissima Signora la Signora D. Aurora Sanseverino de’ Principi di Bisignano, Duchessa di Laurenzano, ecc., Muzio, Piedimonte, 1711, pp. 19-20:

Un’ode epitalamica è in Vari componimenti per le faustissime Nozze degli Eccellentissimi Signori D. Niccolò Arrigo Loffredo Conte di Potenza, Marchese di Trevico. etc. e D. Ginevra Grillo de’ Marchesi di Chiarafonte, etc. raccolti dal Dott. Giuseppe Sorge Napoletano, Manfrè, Padova, 1712, s. p.:

Un sonetto è in Componimenti per le felicissime nozze degl’Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori il Signor D. Andrea Imperiali Simiana Principe di Montefia, etc. et la Signora D. Anna Caracciolo de’ Principi della Torella, Felice Mosca,Napoli, 1717, p. 26:

Di D. Francesco Maria dell’Antoglietta Marchese di Fragagnano, Accademico Gelato10, e fra gli Arcadi Sorasto Trisio

No, che non sei, qual già la gente vana

ti chiama a suo voler Signore, e Dio;

ma crudel mostro, inesorabil, rio,

che cuopri ad ingannar fattezza umana.

Tu spesso cagion sei d’opra villana

e c’huom traligni dal valor natio.

Ahi, quanti illustri ingegni in nero obblio,

giaccion per la tua legge ingiusta e strana!

Così cantai: ma dal sublime scanno

Ragion mi disse: han decretato i Dei

che pio s’appelli Amor, non più tiranno.

Pon mente, come in dolci alti Imenei

due grand’Alme egli accoppia, onde usciranno

degni d’eroica tromba i Semidei. 

Quattro sonetti sono in In Rime degli Arcadi, tomo VIII, Antonio de’ Rossi, Roma, 1720, pp. 320-322:

Un sonetto è in Francesco Maria Tresca, Rime, e prose in lode dell’invittissimo ed augustissimo Imperadore Carlo VI, Mazzei, Lecce, 1717, p. 262:

Un sonetto è in Francesco Maria Tresca, Rime, e prose in lode dell’invittissimo ed augustissimo Imperadore Carlo VI, Mazzei, Lecce, 1717, p. 262:

Il Tresca a p. 263 gli risponde con questo sonetto:

 

Un sonetto è in Domenico De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, parte II, Raillard, Napoli, 1713, p. 269:

Il componimento appena riportato appare come un attestato di riconoscenza nei confronti del De Angelis, che gli aveva dedicato nella prima parte uscita a Firenze (manca il nome dell’editore) nel 1710 la vita di Scipione Ammirato di Lecce (pp. 62-116)  e in questa seconda parte quella di Bonaventura Morone di Taranto  (pp. 103-134).

Un sonetto è in Agostino Gobbi, Rime d’alcuni illustri autori viventi aggiunte alla scelta d’Agostino Gobbi, parte IV, Baseggio, Venezia, 1727, p. 278:

 

Non potevo non integrare la serie degli elogi espressi in versi nei riguardi dell’arcade tarantino  con un sonetto in vernacolo. Il contrasto con gli altri che abbiamo avuto occasione di leggere è evidente per lo stile tutt’altro che aulico e paludato e sorprendente per la persona da cui proviene, cioè Niccolò Capassi (1671–1744), poeta, teologo, letterato e giureconsulto. Qualcuno nel leggere il suo sonetto11 storcerà il naso ma bisogna riconoscere che il suo autore, una sorta di Sgarbi ante litteram …, ha scritto un pezzo di critica letteraria in cui stigmatizza il manierismo petrarchesco-marinista che contraddistingue la produzione arcadica:

 

Più composto, invece, sullo stesso tema e con lo stesso destinatario, quest’altro sonetto, sempre del Capassi:

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/ 

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/ 

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto) : http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

 Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

   

__________

­­­­­­­­­1 Secondo quanto si legge in Domenico Ludovico De Vincentiis, Storia di Taranto, Latronico, 1878, v. IV, p. 22, era questo lo stemma originario concesso nel 1477 a Donato Dell’Antoglietta ed a suo zio D. Antonio d’Ayello arcivescovo di Bari dal re d’Ungheria Mattia, presso il quale erano stati inviati come ambasciatori di re Ferrante.

2 Giovanni Mario Crescimbeni, L’Arcadia, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 369.

3 Esemplari 2: Biblioteca statale del Monumento nazionale di Montecassino a Cassino e Biblioteca provinciale Nicola Bernardini a Lecce.

4 Esemplari 1: Biblioteca provinciale S. Teresa dei Maschi-De Gemmis, Bari.

5 Esemplari 2: Biblioteca provinciale Nicola Bernardini a Lecce eBiblioteca comunale Giosuè Carducci a Città di Castello.   

6 Esemplari 3: Biblioteca nazionale centrale a Firenze, Biblioteca provinciale Nicola Bernardini a Lecce e Biblioteca della Società napoletana di storia patria a Napoli.

7 Esemplari 2: Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi e Biblioteca provinciale Nicola Bernardini a Lecce.

8 Esemplari 2: Biblioteca nazionale centrale di Firenze e Biblioteca comunale Giosuè Carducci a Città di Castello.

9 Nello stesso anno (1711) in cui uscì quest’opera dell’Antoglietta Domenico De Angelis pubblicò a Firenze (manca il nome dell’editore) la prima parte de Le vite de’ letterati salentini. Alla fine compare un Catalogo de’ Letterati Salentini che si conterranno nella Seconda Parte in cui il Bruni è presente ed un Catalogo degli Autori, che si conterranno nella Prima Parte dell’Istoria de’ Scrittori Salentini in cui il Bruni è  L’annuncio del De Angelis ripreso dall’Antoglietta resterà un pio desiderio perché tra le vite della seconda parte uscita a Napoli per Raillar nel 1713 manca quella del Bruni e la stessa annunciata Istoria non vedrà mai la luce.

10 Dunque fece parte della stessa accademia bolognese cui apparteneva Virginia Bazani de Gilles, di Mantova. Siccome, però, nella dedica della sua poesia all’Antoglietta nel volume del 1711 manca tale dato fra gli altri consimili, si deve concludere che l’ingresso dell’Antoglietta nell’Accademia dei Gelati avvenne non prima del 1711 e non dopo il 1717.   

 

11 Riporto il testo da I sonetti in dialetto napoletano di Niccolò Capassi, Napoli, Gennaro Reale, 1810, p. 237.

 

 

 

 

Un caso emblematico: la statua di Santa Marina a Muro Leccese

Il contesto storico-artistico ed un suo auspicabile restauro

 

di Santo Venerdì Patella

Avevo scritto della statua di Santa Marina già nel 1998[1], dove reclamavo il fatto che la stessa opera fosse stata nuovamente, per l’ennesima volta, ridipinta e manomessa, come in effetti si usava fare all’epoca e molto più di quanto avviene ancor oggi.

In effetti visionando alcune vecchie fotografie, come quella di sopra, si nota che questo simulacro nel secolo scorso ha mutato varie volte policromia, in parte la forma delle vesti, la posizione delle braccia ed il drago.

Nell’ultimo “rifacimento”, avvenuto nel 1993, come riporta la foto in basso, furono eliminate alcune parti del panneggio, l’attributo iconografico della palma ed il drago.

Fui informato, spero giustamente, che tutto ciò che venne tolto era realizzato in cartapesta e che ricopriva una statua più antica in legno, molto malmessa. Viene quindi naturale immaginare che le parti appena menzionate furono verosimilmente aggiunte nei rifacimenti precedenti e pertanto poi eliminate, cercando, in maniera molto empirica, da un lato di ridare la forma originaria a questa statua ma al contempo magari reinventandone di nuove.

Quest’opera è conservata nella medievale chiesa di Santa Marina a Muro Leccese ove il culto della stessa è rintracciabile già nella Santa Visita della Diocesi di Otranto del 1768, in cui è rammentata una imago S. Marinae. Questa statua viene poi esplicitamente nominata in un’altra nota datata 1874[2]. Esaminando anche altre Sante Visite non ho riscontrato ulteriori menzioni della stessa, ma possiamo valutare delle ipotesi in merito al periodo in cui essa venne realizzata. Consultando il catalogo “Il Barocco a Lecce e nel Salento”, mi accorsi che vi erano delle somiglianze tra la Santa Chiara[3] [foto 3], conservata nella omonima chiesa leccese, qui di seguito riportata

e la statua di Santa Marina, in special modo dopo l’ultimo rifacimento sopra descritto: simile la staticità della posa, simile il modo discreto di panneggiare le vesti, simili i tratti dei visi. Tutte queste somiglianze le associai qualche anno dopo anche alla statua di Santa Domenica di Scorrano, di seguito ripresa.

Queste mie supposizioni furono suffragate in special modo dagli ottimi studi contenuti nel testo “Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna”, in cui si descrivono le attinenze decorative e stilistiche della statua di Santa Chiara e Santa Domenica prima menzionate[4]. Il periodo di realizzazione a cui vengono inscritte queste statue può essere collocato in un arco temporale che inizia verso fine del sec. XVI e prosegue lungo i primi decenni del XVII, epoca in cui dovremmo verosimilmente inserire anche la realizzazione della nostra Santa Marina, se ciò fosse verificabile dopo adeguati interventi restaurativi.

Decorativamente parlando le “sorelle artistiche” di Santa Marina: le Sante Chiara e Domenica, ci appaiono, nei decori degli abiti, riccamente ornate con estofadura, particolare tecnica decorativa già presente nell’arte gotica per abbellire immagini sacre su legno policromato, che fu utilizzata largamente in Spagna durante il periodo barocco e fu importata anche nel vice regno con capitale Napoli. Pertanto se la statua in questione dovesse essere restaurata con criteri opportuni, oltre a recuperare in massima parte le forme originarie, potrebbe rivelare anch’essa una decorazione importante ad estofado, che la renderebbe ancor più rilevante dal punto di vista artistico. Senza appropriate indagini rimaniamo però nel campo delle ipotesi.

Se tutto questo fosse riscontrabile la nostra Santa Marina rientrerebbe pienamente in quella temperie artistica ch’è a cavallo del sec. XVI e XVII, e che si riferisce alle pratiche devozionali e cultuali tipiche della Controriforma.

La statua in questione si presenta a tutt’altezza con un panneggio vagamente classicheggiante ed in posizione ieratica, con occhi vitrei e sarebbe ascrivibile ad uno scultore napoletano, che pur operando nei primi decenni del ‘600, conserva ancora una cultura figurativa tardocinquecentesca[5].

Per fare dei paragoni stilistici, e senza andare lontano e ricercare opere famose, possiamo menzionare la tela d’altare conservata nella chiesa dell’Immacolata di Muro Leccese in cui è effigiata la Titolare [foto 5], la figura della Madonna ripropone in massima parte la posa delle statue prima rammentate, a riprova dell’attardamento stilistico, non ancora barocco, della Muro dell’epoca.

Questa tela è databile al terzo decennio del ‘600.

Contestualizzando ancor più il periodo storico-artistico della Muro secentesca possiamo fare dei riferimenti ad altre sculture; mi riferisco al busto-reliquiario di Santa Giusta[6], conservato anch’esso nella chiesa Confraternale dell’Immacolata, attribuibile allo scultore Giovan Battista Gallone (lo si metta in confronto con il busto reliquiario di una delle undicimila vergini della chiesa del Gesù Nuovo a Napoli).

Questa statua, conservata in una nicchia datata 1646, è decorata non a caso ad estofado  ed ha anch’essa una provenienza napoletana.

Nello stesso luogo di culto vi è un altro stipo dedicato a San Largo ma in questo caso non è più conservato il relativo busto-reliquiario dell’omonimo santo. Purtroppo mancano all’appello altri due busti-reliquiario: San Giovino e San Agapito, un tempo conservati della chiesa del S.mo Crocefisso, di cui resta traccia in due infelici foto d’epoca.

San Giovino

 

San Agapito

 

Nella Santa Visita della Diocesi di Otranto del 1755 ritroviamo questa importante notizia che li riguarda e che riporto fedelmente: “Nelli pilastri dell’arco, sotto di cui sta situato d.o altare maggiore vi sono due basette, una da una parte e l’altra dall’altra: in quella della parte destra vi è situata una statuetta a mezzo busto con stragalio […], è colorita, e nel petto v’è una reliquia colla […] di S. Agapito, e nella sinistra altra simile statuetta colla reliquia di S. Giovino.”.

Speriamo che in un futuro queste opere si possano recuperare.

Per ribadire alla fine di queste note quanto un restauro appropriato possa restituire l’idea originaria che l’artista-creatore aveva delle sue opere, porto ad esempio quello da poco effettuato sull’altare maggiore della già menzionata chiesa del S.mo Crocefisso dove, le statue lapidee dei dolenti: la Madonna Addolorata e San Giovanni, realizzate da P. Buffelli entro il 1660, hanno rivelato una ricca decorazione ad estofado, mentre prima risultavano ridipinte ed appiattite con banali tinte monocrome, aumentandone non poco il valore artistico delle stesse.

altare maggiore della chiesa del S.mo Crocefisso

 

statue lapidee dei dolenti: la Madonna Addolorata e San Giovanni, realizzate da Placido Buffelli

 

Note

[1] S. V. Patella, La cultura della cartapesta, in “Liber Ars”, 3, aprile 1998, p. 21.

[2] V. Boccadamo, Terra d’Otranto nel Cinquecento, Galatina 1990, p. 76.

[3] R. Casciaro, Il Barocco a Lecce e nel Salento, Pomezia-Roma 1995, pp. 163-164.

[4] P. L. de Castris, B. Minerva, Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e Spagna, Roma 2007, p. 24, p. 180.

[5] L. Gaeta, Intagliatori incisori scultori e società nella Napoli dei viceré, Congedo 2015, p. 5.

[6] S. V. Patella, La città di Muro Leccese dalle origini al ventesimo secolo. Antichità, architettura, arte, fonti e documenti, Editrice Terra, Lecce 2012, p. 113.

Nino (classe 1924) non pesca più

di Rocco Boccadamo

Al momento della sua nascita, fu registrato all’Anagrafe, e parallelamente battezzato in chiesa, con il nome proprio di Albino (cognome F.) e, il suo caso, rappresentò, un’autentica eccezione, già che, all’epoca, fra la popolazione di Castro, non v’era alcuno che si chiamasse così.

In seguito, molto semplicemente, se non automaticamente, lo sviluppo sotto forma del diminutivo/abbreviativo Nino.

A parte siffatta singolarità appellativa iniziale, mette conto di annotare che il successivo, graduale divenire del personaggio si sgranò sul metro di un’assoluta, esclusiva e continuativa caratteristica: lo strettissimo rapporto, vera e propria simbiosi, fra lui e l’ambiente più prossimo e naturale su cui si era affacciata e dischiusa la sua avventura esistenziale, ossia a dire il mare.

Nino, dunque, prestissimo, pescatore, sin da bambino, tutti i giorni dell’anno, in ogni stagione, a braccetto, anzi, in questo particolare caso, a bordo di una barchetta di legno, del genere “gozzo,” in principio rigorosamente a remi, poi sospinta da un piccolo motore fuoribordo, e in compagnia funzionale e operativa di ami, lenze, “conzi” e reti.

Anni, lustri, decenni, attraversati espletando tale duro, incerto e talvolta periglioso lavoro, sempre con equilibrata passione, senza fermarsi o arretrare di fronte alle difficoltà e, spesso, ai magri proventi.

Frattanto, intorno a Nino, andava formandosi e crescendo anche una famiglia, con due figli, di cui uno rimasto a Castro e l’altro trasferitosi per lavoro in un’altra regione.

Che bagaglio di esperienze per l’uomo, acquisito e accumulato sotto cieli multiformi e multicolore, quando sereni, quando grigio scuri per effetto di nuvolaglie dense, in notti stellate o cupe e fredde, su distese calme o vivaci o con cospicui moti ondosi.

Nino, comunque, sempre lì, sull’uscio della sua grotta in Via Scalo delle barche, dove è solito preparare le attrezzature per la pesca, specialmente l’allestimento, prolungato e non facile, del “conzo”, oppure sulla banchina del porticciolo, prossimo a “uscire”, oppure al largo, a più riprese nell’arco delle ventiquattro ore, per “calare” o tirare su gli strumenti del suo lavoro.

Accanto alla quotidianità così snodatasi per una vita intera, con il protagonista sempre determinato, ma, insieme, sereno, è rimasto negli annali della marineria della Perla del Salento, uno specifico episodio, indubbiamente non comune, di cui Nino, alcune stagioni fa, si è trovato ad essere, un po’ ma non completamente a caso, protagonista.

Un pomeriggio, aveva “calato” il suo “conzo” (lunghissima lenza con alcune centinaia di anni pendenti da apposite appendici, mantenute a mezza profondità, mercé la compensazione di galleggiamento conferita insieme da piccoli piombi e cubi di sughero) a media distanza dalla costa verso la Marina di Andrano, dopo di che, nella mattinata successiva, era ritornato sul posto per recuperare il tutto.

Sennonché, a un certo punto, l’uomo ebbe ad avvertire una fortissima resistenza, che gli impegnava mani, gambe, braccia e spalla, segno che, a un amo, doveva aver abboccato un grosso esemplare di pesce (più tardi, si sarebbe rivelato trattarsi di un tonno), che, con tutte le proprie energie vitali, vanificava il tentativo di Nino di recuperare il “conzo”. Non cedeva l’amico pescatore, non mollava la lenza e la preda attaccata, né si arrendeva l’esemplare ittico. Durante questo confronto di forze, trascorreva deciso il tempo e, circostanza più delicata, il “gozzo” era lentamente trascinato, dai guizzi del pesce, in direzione di Tricase e di Leuca.

Nino, in occasione di quella uscita, non si era portato appresso il cellulare e, quindi, era praticamente isolato al largo e, progressivamente, sempre più distante da Castro. Per fortuna, il figlio, impensierito e preoccupato a causa del mancato rientro del genitore, ritenne di allertare la Guardia costiera, che, in breve, raggiunse, con un suo veloce battello, il pescatore, sempre accanito a non mollare. Così, rimase Nino, sordo financo alle esortazioni dei militari a lasciar perdere, fino a quando non fu il tonno, esausto, a perdere del tutto le forze ed a essere tirato all’interno della barchetta.
Fino a poco tempo fa, Nino è stato sorretto da una buona, o quantomeno discreta, salute ed è sceso puntualmente al porto, in sella al suo motorino o a piedi, salpando, sia pure sempre più raramente, col suo battello. Da parte mia, incontrandolo, mi tenevo aggiornato sull’avanzare dei suoi almanacchi e in merito all’andamento della sua attività. E, lui, a rispondermi, con tono gentile sorridente, magari, nelle ultime occasioni, precisando di essere uscito al solo scopo di trarre un quantitativo di pesce fresco destinato al figlio giunto a Castro per le ferie.

Da qualche tempo, gli acciacchi si sono purtroppo accentuati e, di conseguenza, egli si muove da casa raramente.

L’ho incontrato il mese scorso, seduto all’inizio della banchina interna del porticciolo davanti alla sede del “Circolo Sottufficiali”, domandandogli: “Come va Nino, come stai?”. Stavolta, diversa dal solito la risposta:” Come vuoi che vada, va come Dio vuole”.

Tuttavia, io penso che Nino, dentro di sé, sia egualmente sereno e contento, non fosse altro perché il suo battello, il piccolo gozzo denominato “Martina”, è sempre lì, in acqua, silenzioso ma ormeggiato all’altra banchina, a fianco della più grande barca consortile. E sono, altresì, sicuro che l’uomo, in silenzio, si ripassa con affetto e commozione le figure dei suoi colleghi e amici pescatori di Castro, ad esempio, quelle dei due Vincenzo e di Nunzio C., già proprietario, anche lui, di un “gozzo” dal nome “Davide”, i quali hanno tirato definitivamente i remi in barca, in età ben più giovane della sua, per salirsene sulle nuvole.

In certi giorni, mi capita di ritrovare Nino, intento a riposare tra aiole fiorite nei pressi della sua abitazione, e, lì, mi dà l’impressione di snocciolare un altro ripasso, cioè a dire le così tante albe e gli infiniti tramonti in cui i suoi occhi si sono rispecchiati.

Sì, posto che sono ormai novantasei gli anni compiuti da Nino, so che è improprio, ma qui mi piace parlare non di anni bensì di maree, appunto novantasei maree.

Ravvisando nella sua persona una sorta di simbolo della gente di mare castrense, la locale amministrazione civica (per la precisione, non quella in carica, presieduta, guarda caso, da un figlio di Nino, ma quella precedente), ha deliberato di conferire al pescatore in questione uno speciale riconoscimento ad personam e io rivedo ancora l’uomo felice e commosso sul palco della correlata semplice cerimonia

Anche da queste righe, il mio affettuoso saluto e sincero augurio, Nino: resisti, come in quella avventura al largo alle prese col grosso tonno, e abbi ancora lunga vita.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com