Lecce: galeotto fu il convento e chi lo eresse

di Armando Polito

Immagine tratta da http://www.trnews.it/2018/03/04/209655/209655

 

La locuzione del titolo dopo i due punti forse apparirà a qualcuno come un meschino espediente per avere qualche lettore in più. Sarà. ma sicuramente più di uno non animato solo da morbosa curiosità avrà colto il mio miserabile, questo sì, tentativo di utilizzo con parafrasi del celebre verso dantesco (Inferno, V, 137) Galeotto fu il libro e chi lo scrisse, con cui Francesca da Rimini attribuisce alla lettura di un poema cavalleresco (Galeotto è la traduzione di Galehaut, nome del siniscalco della regina che nel ciclo bretone fungeva da paraninfo o, se preferite, mezzano, tra lei e Lancillotto) il bacio scambiato con Paolo Malatesta e la responsabilità del loro adulterio.

Oggi Galeotto è usato per antonomasia  come nome comune (perciò scritto con l’iniziale minuscola, al pari ci cicerone e mecenate) nel significato di intermediario d’amore, ben diverso come etimo (nonostante qualche punto semantico di contatto che potrebbe ingenerare confusione) da galeotto nel significato originario di condannato a regare sulle galee.

L’intermediario (o, meglio, gli intermediari ) d’amore qui sono i Teatini ed il loro convento. Senza di loro, infatti, a Lecce non sarebbe stato dedicato nel XVII secolo un epigramma in distici elegiaci scritto da Giuseppe Silos di Bitonto. Di lui e del componimento mi sono già occupato più di un paio d’anni fa in https://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/06/lecce-taranto-due-epigrammi-giuseppe-silos-1601-1674/, ma qui riprendo ed integro l’argomento rispondendo ad alcune domande che allora neppure mi ero posto.

Parto dal frontespizio del volume, che riproduco con la mia traduzione a fronte.

Il volume, dunque, fu scritto da un teatino (Giuseppe Silos; per altre notizie su di lui vedi il link segnalato all’inizio) in occasione della canonizzazione del fondatore dell’ordine, Gaetano Thiene, avvenuta il 12 aprile 1671 da parte di Clemente X. Non so quanto possa tornare utile ma, coi tempi che corrono, ne approfitto per ricordare che è il santo della divina provvidenza, dei disoccupati e di coloro che cercano lavoro (non mi meraviglierei se ogni navigator fosse stato dotato dell’apposito santino, che protegga proprio lui in via prioritaria …

Per passare dal faceto al serio, provvidenziale è, a questo punto, una parentesi iconografica.

L’immagine è tratta da Columnæ militantis Ecclesiæ, sive Sancti, et illustres Viri, eremitae primi, anachoretae, ordinum regularium institutores, propagatores, reformatores aeneis figuris excusi, elogiis dilaudati, a spese della vedova di Cristoforo Weigel cittadino di Norimberga, 1725. La didascalia recita: Italus, Vicentiae illustri Thienoeorum prosapia natus, Iulii II Papae Praelatus domesticus, deserta aula proximorum saluti se impendit, Venator animarum dictus. Ordinem Clericorum regularium, a Clemente VII a. 1524 confirmatum erexit, qui Theatini a Joanne Petro Caraffa Episcopo Theatino, post Paulo IV Pontifice dicti, Dei Providentiae intenti, eleemosynis sponte oblatis viverent. Multis clarus miraculis obiit 7 Aug. 1547 aet. 60.

(Italiano, nato a Vicenza dall’illustre famiglia dei Thiene, prelato domestico di papa Giulio II, lasciata la corte, si dedicò al bene del prossimo, detto cacciatore di anime. Istituì l’ordine dei chierici regolari confermato da Clemente VII nell’anno 1524 perché i Teatini, così detti da Giovanni Pietro Carafa vescovo di Chieti, poi dal pontefice Paolo IV, vivessero di elemosine spontaneamente offerte. Famoso per molti miracoli, morì il 7 agosto 1547 a 60 anni)

L’incisione appena esaminata è anonima, a differenza di quella che segue, custodita nel Museo statale di Monaco (immagine tratta da http://www.portraitindex.de/documents/obj/34704744/gs13153d).

Fuori campo (dettaglio ingrandito) si legge in basso a sinistra Solimene pinx(it) Solimena dipinse

e a destra Dom(ini)cus Cunego del(ineavit) et sc(ulpsit) Veronae Domenico Cunego disegnò ed incise a Verona

Dunque il Cunego (1724/5-1803) fu autore del disegno e dell’incisione, avendo come modello la pittura di Francesco Solimena (1657-1747), che è inequivocabilmente, nonostante quache infedeltà,  quella che segue, custodita nella chiesa di S. Gaetano a Vicenza  (immagine tratta da https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Diedci-Solimena-Sangaetano.jpg).

Non fu questa la sola incisione ispirata dal Solimena. Quella che segue è conservata nel British Museum a Londra (immagine tratta da https://www.britishmuseum.org/research/collection_online/collection_object_details/collection_image_gallery.aspx?assetId=830227001&objectId=3225620&partId=1).

Ecco la lettura dei dettagli ingranditi.

                                                    F. Solimena in(venit) Francesco Solimena ideò

                  Petrini excu(dit) Petrini stampò        Andrea Magliar scul(psit) Andrea Magliar incise

Torniamo al libro: il frontespizio ci informa pure della struttura del libro e il lettore avrà già intuito che il componimento che ci accingiamo a leggere fa parte della sezione relativa alle lodi delle città. È l’epigramma XX e si trova a p. 78. Lo riproduco in formato immagine con la mia trascrizione a fronte e traduzione a seguire.

(Lecce

Sebbene tu mi veda presso le estreme regioni degli Itali, sono la prima gloria del territorio salentino. Mi nobilitano l’umanità, lo splendore degli uomini ed i templi dal soffitto a cassettoni e le pietre scolpite da abile mano. Mentre risuonava la fama del trionfo di Gaetano  non mi rincrebbe che essa avesse intrapreso lunghe vie, senza dubbio con cuore appassionato, più velocemente degli stessi venti, sembrando divorare tante terre con  rapido passo; sicché io, che di certo  sono l’ultima città del mondo italico. sono stata la prima per la gioia di Gaetano)

Il componimento è in forma di  prosopopea: è la città stessa a parlare in prima persona e a rivendicare nell’ultimo verso  una priorità devozionale contrapposta ad una marginalità geografica espressa nel primo e ribadita nel penultimo. E, oltretutto, Lecce è la sola città del Salento a comparire nell’elenco che vede il resto della compagnia così composto: Roma, Matritum (Madrid), Ulyssipo (Lisbona), Caesaraugusta (Saragozza), Valentia (Valencia), Parisii (Parigi), Praga, Monachium Bavariae (Monaco di Baviera), Neapolis (Napoli), Mediolanum, (Milano) Venetiae (Venezia), Genua (Genova), Panormus (Palermo), Messana (Messina), Bononia (Bologna), Florentia (Firenze), Vicentia (Vicenza), Liburnus (Livorno), Comum (Como), Licium (Lecce), Bituntum (Bitonto), Goa.

Non è certo casuale il fatto che siamo in presenza di un catalogo delle città dove più significativa era in quel tempo la presenza dei Teatini , non solo in Europa ma anche in India (a Goa già nel 1640 i Teatini avevano creato una testa di ponte, prodromo dell’arrivo nel 1683 dell’arrivo di Antonino Ventimiglia , che poi fu vescovo del Borneo dal 1691 al 1693, anno in cui morì in quella terra lontana).

Nel post relativo al link segnalato all’inizio ho riportato a suo tempo un altro epigramma dello stesso autore dedicato a Taranto, inserito, però in un’altra pubblicazione (epigramma 54 a p. 254). Anche di questa riporto il frontespizio sottoponendolo allo stesso trattamento riservato a quello dell’altra.

Se l’epigramma relativo a Lecce era legato ai Teatini, questo dedicato a Taranto (per testo, traduzione e commento rinvio al link più di una volta citato) è sempre di carattere celebrativo ma il Galeotto questa volta è Tommaso Caracciolo, che fu  arcivescovo di Taranto dal 1637 al 1663: a lui l’autore indirizzò la lettera dedicatoria che si legge alle pp. 350-354. Galeotto secondario è da considerare Gaetano Thiene: le  pp. 355-357 contengono un componimento in versi latini per il beato (la beatificazione era avvenuta l’8 ottobre 1629 da parte di Urbano VIII). Ma un altro Galeotto di primo piano prende definitivamente il sopravvento: le pp.358-377, con cui si chiude il volume, contengono  ben 23 elogi della famiglia Caracciolo.

Anche qui Taranto è in buona compagnia:  Roma diruta (Roma diroccata), Neapolis (Napoli), CapuaPanormus (Palermo), Messana (Messina), Siracusa, Drepanum (Drepano), Florentia (Firenze), Bononia (Bologna), Venetia (Venezia), Verona (Verona), Patavium (Padova), Vicentia (Vicenza), Ferraria (Ferrara), Genua (Genova), Mantua (Mantova), Mediolanum (Milano), Taurinum (Torino), Parisii (Parigi), Constantinopolis (Costantinopoli)

Per le città in comune nelle due pubblicazioni (Roma, Napoli, Palermo, Messina, Firenze, Bologna, Venezia, Genova, Milano e Parigi) il testo è diverso e, quando compaiono nel secondo. non contiene alcun riferimento ai Teatini.

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