Gli Arcadi di Terra d’Otranto (14/x): Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce

di Armando Polito

Si dice che madre non è la donna che ti che ti ha generato ma colei che ti ha cresciuto, anche se rimane vivo quasi sempre il desiderio di conoscere la propria madre naturale. La prima parte del detto, in fondo, potrebbe valere per tutti gli autori di questa collana che fecero fortuna o trascorsero la maggior parte della loro vita lontani dal luogo natio, nel nostro caso la Terra d’Otranto. Lo stesso vale all’incontrario (anche se solo inizialmente) per Giorgio e Giacomo Baglivi  che, nativi di Ragusa in Dalmazia, vennero adottati nel 1684 da due fratelli leccesi (rispettivamente Piero Angelo e Oronzo Baglivi, il primo  medico, il secondo canonico della Cattedrale) del quale assunsero il cognome. Giorgio, che era nato nel 1668, divenne uno dei medici più famosi d’Europa e morì nel 1707.  Inizio da lui.

Dato il taglio di questa collana, tralascio di citare le numerosissime sue pubblicazioni scientifiche e a tal proposito mi limito a riprodurre le pagine iniziali di una del 1704, il cui frontespizio risulta preceduto da un’antiporta contenente il suo ritratto.

Su quest’ultimo1, che di seguito riproduco da solo, voglio spendere qualche parola.

La cornice dell’ovale appare costituita dalla doppia riproduzione del bastone di Asclepio, antico simbolo associato alla medicina, consistente in un serpente attorcigliato intorno ad una verga, qui intorno ad una corona d’alloro sormontata da un sole splendente, simboli entrambi alludenti alla chiara fama del nostro. Ma un sottile legame lega il sole al gallo rappresentato nella parte inferiore su un letto di rami ardenti: un tramite tra la notte e il giorno, tra la morte e la vita, ben oltre il valore di animale sacrificale legato alla guarigione secondo un’interpretazione non superficiale di un passo di Platone2, non sfuggita ad un attento commentatore di qualche secolo fa3.

Passo alla parte testuale della tavola:

GEORGIUS BAGLIVUS AETAT(E) 34 (Giorgio Baglivi a 34 anni)

Più in basso: a sinistra C(laude). Duflos sc(ulpsit) e a destra Parisiis. L’incisione, dunque, è del francese Claudio Duflos (1665-1727), che operò a Parigi.

Fuori campo: Carolus Maratta inv(enit), delin(eavit) et Autori amico D(ono) D(edit) D(edicavit) Romae 1703 (Carlo Maratta ideò, disegnò e all’autore amico diede in dono, dedicò Roma 1703). Sul Maratta e sui suoi legami con gli Arcadi di Terra d’Otranto rinvio a Caraccio e Maratta e ad Antonio Caraccio di Nardò           .

Qui mi preme sottolineare, in rapporto all’analisi fatta della tavola, quanto felice fu “l’idea” del Maratta ed efficace il suo disegno.

È tempo che mi occupi di Giorgio come arcade.

Entrò nell’accademia il 10 aprile 16994 col nome pastorale di Epidauro Pirgense. Se Epidauro evoca immediatamente la greca Ἐπίδαυρος (leggi Epìdauros) in Argolide, che non dev’essere stata scelta casualmente dal Baglivi, essendo essa la patria di Asclepio, il dio della medicina, Pirgense è dall’aggettivo latino Pyrgense(m), che significa relativo a Pirgi [in greco Πύργοι (leggi Piùrgoi), in latino Pyrgi], cittadina dell’Etruria.

La stima di cui godeva anche in seno all’Arcadia trova una conferma nella biografia che Giovanni Mario Crescimbeni, uno dei fondatori della stessa accademia, di lui scrisse5 e in un sonetto che un altro fondatore gli dedicò6 e che di seguito riporto.

Trasformazione in Fenicea. Di Montano Falanziob uno de’ XII colleghi. In lode d’Epidauro Pirgense

Se, come altri già ottenne, a me pur lice,

anco ad onta, e stupor di mia natura,

novamente cangiar sorte, e figura,

deh fammi, o Feboc, diventar Fenicea.

Né pensar, che desii Dd’esser felice

con quella vita io già, ch’eterna dura:

ch’anzi temer potrei per mia sventura

eternamente allor farmi infelice.

Ciò bramo io sol, perché in più giusti modi,

e almen con tempo al di lui merto egualee,

d’Epidauro cantar potrò le lodi.

Perch’eif, che spesso ad altrui pròg lo straleh

spezzò di morte, e ne schernìo le frodii,

mertal in Pindom a ragion vita immortale.

______________

a O araba fenice, mitico uccello che rinasceva dalle proprie ceneri.

b Nome pastorale dell’abate Pompeo Figari di Genova.  

c Epiteto di Apollo; dal greco φοῖβος (leggi fòibos), che significa lucente.

d che io desideri

e e almeno in uno spazio temporale adeguato ai suoi meriti

f egli

g vantaggio

h freccia

i e si fece beffa dei suoi inganni

l meriti

m Monte della Grecia, anticamente ritenuto sede delle Muse.

Molto probabilmente gli impegni scientifici impedirono a Giorgio di dedicare un po’ del suo tempo alla produzione letteraria, il che spiega l’esito finora negativo che hanno avuto i tentativi di trovare qualche suo componimento in raccolte altrui.

Un po’ più fruttuosa per questo aspetto è stata la stessa indagine operata su Giacomo (1670-1712) che era entrato nell’Arcadia contemporaneamente al fratello col nome pastorale di Meropo Alittorio. Parecchi personaggi mitologici ebbero il nome di Merope, ma tra essi il più candidabile per il riferimento relativo (con cambio della desinenza al maschile?) mi pare essere  una delle Eliadi, figlia di Helios e dell’oceanina Climene. Per quanto riguarda Alittorio so soloche venne assunto come seconda parte del nome pastorale pure da Giuseppe Odazzi di Atri e da Paolo Borghese di Roma, ma questo non mi ha aiutato nel reperire uno straccio di riferimento.

Di lui ho reperito7 solo un’ecloga in esametri latini.. Secondo il modello classico essa è costituita da uno scambio di battute tra due pastori, Meropo …8 (Giacomo Baglivi) e Estrio Cauntino (l’agostiniano Giovanni Battista Cotta da Tenda):

La riporto pagina per pagina  in formato immagine facendola seguire dalla mia traduzione con le opportune note.

(Ecloga di Meropo … e di Estrio Cauntino

Meropo  Estro

Quel giorno è giunto in cui è lecito stimolare con la voce, o Arcadi, ed entrare nei premi sotto un facile giudice, in cui è lecito tentare melodie e toccare l’agreste zampogna. Oh dopo che ci siamo concessi al bosco, oh se qualcuno mi si ponesse di fronte a gareggiare a versi alterni! a

ESTRIO Ci sono le forze né manca il canto e la zampogna a due fori, con i quali sarei capace non solo di gareggiare con te nel verso ma di chiamare a gara nel canto lo stesso Febo. Ma perché è necessario, tolta la pelle, mettere allo scoperto i nostri arti e cospargere le selve di vivo sangue? Celebriamo piuttosto Alnanob con alterno onore.

MEROPO Oh, Estrio, forse è adeguato canto dalla gracile zampogna esaltare un Pastore che spinto dai meriti in nobile

_________________

a Questa battuta, anche se non è indicato espressamente, è da ascrivere a Meropo.

b Alnano Melleo era il nome pastorale di Giovanni Francesco Albani di Urbino, cardinale e poi  papa  col nome di Clemente XI, socio dell’Arcadia per acclamazione dal 12 maggio 16959 e dedicatario della raccolta.   

sedea, già da tempo evitandola, infine ne accolse l’onore per dare compimento ai comandi celesti, egli che, come l’Olimpo con la vetta sta tra i monti, tanto egli si distingue in altezza tra i sacri Padri, Tuttavia, per non sottrarmi, verrò dovunque mi chiamerai. Comincia! Seguiremo quel che la Musa ci concederà.

ESTRIO Comincerò. Ho visto Alnano mentre cinto di porpora e brillante di bisso camminava nella nobile cittàb: quale regina delle api, circondato da lunga schiera, risplende di nativa maestà e brilla di oro. Così andava tra i benemeriti Padri e il sacro senato, veramente più grande del regno e più grande della tiara. E. mentre l’aria risuonava intorno di voci festose, in Arcadia i verdi colli rimbombarono di festoso mormorio, Eco che si nascondeva rispose con applausi e i campi sembrarono rivestirsi improvvisamente di fiori. Da qui ritornano le antiche arti: pronte le Camenec sollevano il collo disprezzato  e quelle che arrossirono nei campi  osando a stento di emettere un canto, a stento di toccare il plettro, mentre viene Alnano, improvvisano pubblicamente melodie e con verso non timoroso addolciscono le taciturne selve. Ma dove la musa trascina colui che canta le gesta del Pastore! Per esempio io ora canto cose più grandi di quanto ispirino i campi e il bosco. Ma le nostre selve. che sarebbero  state un tempo degne di un antico Console, ora lo sono di un Principe. Come talora il fiume abbandona il letto nativo oltrepassate le rive, così io Estrio, immemore della campagna, immemore di aver vissuto già da misero bovaro, cercando alte mete esclamo: – Voi, selva e campi, state bene! -. Ma ora guarda quanto Dio arda in un volto illustre e quanto grande sia la gradita maestà dell’eccelso pudore! Guarda le forze dell’animo, quali neppure le poesie immaginano per i semidei, guarda lo sguardo e il decoro della fronte!

____________

a il papato

b Roma

c Le Camene erano antiche divinità latine delle sorgenti, assimilate alle Muse dei Greci, e perciò assunte a simbolo dell’ispirazione poetica.

Chi poteva piegare lo scettro, chi, più degno, la città? Da solo affronta fatiche temibili per gli dei, Potente per saggezza e parola: tanta è la facoltà dell’ingegno che illustri romani ammirano i responsi . Tu, o Cinziaa, vedi lui vigile in pesanti preoccupazioni; lo vedi tu, Febo, e più ampio illumini il cielo.

MEROPO Senza dubbio egli volge queste preoccupazioni al pubblico interesse, un tempo pastore dell’Arcadia, ora della città, guidando il peso delle cose sacre e il peso di Quirinob. Si prepara a costruire tempi miti per il mondo turbato, a correggere con le leggi i costumi e le frodi e di mandare fino alle regioni più lontane e ai regni barbari i salutari riti e i diritti da rispettare, per convertire a dei migliori le genti malate affinché si faccia strada la fede per gli dei e l’onore per gli altari. Proteggerà l’Italia, l’Italia che geme sotto il crudele Marte, ora con la preghiera, ora con le lacrime, ora conciliando con nobile voce i cuori dei re con la desiderata pace, mentre il Pastore stimola premuroso l’opera di pace e mentre il Padre commiserando l’afflitto invoca un’era tranquilla. Da qui una sicura quiete e tempi che non sanno cos’è la guerra spingeranno le stragi degli uomini e l’amore del massacro al di là del Tanaic e del Tigri e dei tempestosi giacigli del sole. Così il padre e il Pastore a voce altissima insegneranno a far sentire un suono tra le sacre trombe, non tra gli accampamenti. Tu, Temid, che nel frattempo hai commiserato gli antichi Penatie, affrettati a consegnare a Clemente i piatti della bilancia affidati a vantaggio dello stato romano , della religione gemente. La gloria richiesta con tali auspici trasferirà alla gioventù latina le virtù e il coraggio consoni ai Romani e in seguito rinvigorirà le memorie degli avi. Se sotto un tale Principe è prossima la fine per lo stato di rovina e una migliore età per i secoli a venire,

____________

a Epiteto di Diana; dal monte Cinto su cui era nata.

b Nella leggenda della fondazione di Roma fu identificato con Romolo. Qui sta come il simbolo del detentore del potere amministrativo (distinto solo formalmente da quello religioso appena nominato).

c Antico nome del Don; dal latino Tanais, a sua volta dal greco Τάναις (leggi Tànais), che è probabilmente da”iranico dānu che significa fiume.

d Dea greca del diritto e delle leggi. Regge una bilancia, simbolo del giudizio.

e Divinità romane protettrici della famiglia.

chi negherebbe i pascoli al gregge, i ruscelli alle erbe assetate, il latte agli agnelli, i fiori alle api e il citiso alle caprette? La terra grazie alla diffusa rugiada concederà le messi, le mammelle della vacca produrranno latte più del solito e cresceranno già un altro gregge e un altro ovile. Se, o grande Padre, Dio ha mandato te dall’alto Olimpo a presidio per le terre, con comune dono vivi una lunga vita e dispensatore di pace e di placida quiete, vigilando nello stesso tempo sulla speranza e sul gregge e benigno sui nostri campicelli, proteggerai l’asilo del sacro boscoa.

ESTRIO Con questa guida non la volpe, il feroce leone, non il velenoso serpente e l’orsa che suscita ansia circonderà i campi parrasib.

MEROPE Con questa guida l’ombra non nuocerà ai solchi, non alle messi, né la spiga ormai gonfia avrà paura delle fredde stelle.

ESTRIO Se qualche pecora si perde per i luoghi solitari dello scosceso monte, sollevata dalle braccia si nutre di erbe migliori.

MEROPE Se qualche scabbia, quella che rovinaC i velli, colpisce il gregge, subito al contagio appone la vigile mano.

ESTRIO Se qualche albero si protende verso il cielo con gracile tronco, grazie all’agricoltore Alnano respinge  le nevi e i venti.

MEROPE Se qualche speranza di preda spinge il lupo intorno agli ovili, grazie al Pastore Alnano vanifica gli inganni e la preda.

ESTRIO Oh felice Pastore, al quale  sorridono i campi, i coloni applaudono e le nostre ninfe modulano canti!

MEROPE Oh felice Pastore, al quale Roma prepara, il Lazio raddoppia e la terra  contraccambia grandi promesse e preghiere!

ESTRIO  Intorno a te scorrano moltissime generazioni, e per te le sorelle filino concordi stami senza fine.

MEROPE Febo volge al tramonto. Tu smetti:  infatti se in te, Clemente, ci sono tante arti di un santo cuore, che hanno potuto celebrare i sibili di un’esile zampogna?

______________

a Bosco Parrasio fu il nome generico scelto dagli Arcadi per le sedi  provvisorie delle loro adunanze, passato poi definitivamente alla prima stabile inaugurata nel 1726. Parrasio è da Parrasia, regione della Grecia antica nella parte meridionale dell’Arcadia.

b Vedi la nota a.

c Nel testo originale si legge tenera, che, oltretutto, genererebbe insanabile difficoltà metrica;  è evidente che si tratta di un errore per temerat, ascrivibile, data la caratura degli autori, alla composizione tipografica.

d Sono le tre Parche, che presiedevano alla vita di ogni uomo:Cloto filava il filo simboleggiante la vita, Lachesi ne stabiliva la lunghezza, Atropo lo recideva.

_________

1 Con un’operazione scorretta, a quei tempi difficilmente scopribile e sanzionabile, lo stesso ritratto, ma senza le firme degli autori e la dedica, compare come antiporta in un’altra edizione (s. n., Anversa, 1715). Frutto di un altro rame di qualità visibilmente inferiore, come, a parte quanto detto, mostrano altri dettagli che lascio al lettore individuare.

2 Fedone, 118a (sono gli ultimi attimi di vita di Socrate): Ἥδη οὖν σχεδόν τι αὐτοῦ ἦν τὰ περὶ τὸ ἦτρον ψυχόμενα, καὶ ἐκκαλυψάμενος—ἐνεκεκάλυπτο γάρ—εἶπεν—ὃ δὴ τελευταῖον ἐφθέγξατο—‘ὦ Κρίτων, ἔφη, τῷ Ἀσκληπιῷ ὀφείλομεν ἀλεκτρυόνα· ἀλλὰ ἀπόδοτε καὶ μὴ ἀμελήσητε.’ (Ormai dunque erano fredde le parti intorno al cuore e scoperto, infatti era stato coperto, disse, furono le sue ultime parole: – O Critone, siamo debitori di un gallo ad Asclepio, ma dateglielo e non ve ne dimenticate!)

3 Sebastiano Erizzo, I dialoghi di Platone, Varisco, Venezia, 1574, pp. 243-245.

4 L’Arcadia del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni, Antonio de’ Rossi, Roma, 1711, p. 349.

5 Notizie istoriche degli Arcadi morti, Antonio de’ Rossi, Roma, 1721, tomo III, pp. 276-280.

6 I giuochi olimpici celebrati in Arcadia nell’Olimpiade DCXXII in lode degli Arcadi defunti nella precedente Olimpiade pubblicati da Giovanni Mario Crescimbeni,  Antonio de’ Rossi, Roma, 1710, p. 84.

7 I giuochi olimpici celebrati dagli Arcadi nell’Olimpiade DCCXX in lode della Santità di N. S. Papa Clemente XI e pubblicati da Giovanni Mario de’ Crescimbeni Custode d’Arcadia, Monaldi, Roma, 1701, pp. 33-36.

8 Alla data del 1710, dunque, non risulta ancora assegnata a Giacomo la seconda parte del nome pastorale (conteneva di solito un riferimento toponomastico detto campagna).

9 L’Arcadia del Canonico Giovanni Mario Crescimbeni, op. cit., p. 345.

(CONTINUA)

Per la prima parte (premessa)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/      

Per la seconda parte (Francesco Maria dell’Antoglietta di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/15/gli-arcadi-di-terra-dotranto-2-x-francesco-maria-dellantoglietta-di-taranto/  

Per la terza parte (Tommaso Niccolò d’Aquino di Taranto)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/23/gli-arcadi-di-terra-dotranto-3-x-tommaso-niccolo-daquino-di-taranto-1665-1721/  

Per la quarta parte (Gaetano Romano Maffei di Grottaglie)

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-4-x-gaetano-romano-maffei-di-grottaglie/   

Per la quinta parte (Tommaso Maria Ferrari (1647-1716) di Casalnuovo): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/16/gli-arcadi-di-terra-dotranto-5-x-tommaso-maria-ferrari-1647-1716-di-casalnuovo/ 

Per la sesta parte (Oronzo Guglielmo Arnò di Manduria,  Giovanni Battista Gagliardo, Antonio Galeota e Francesco Carducci di Taranto):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/08/26/gli-arcadi-di-terra-dotranto-6-x-oronzo-guglielmo-arno-di-manduria-giovanni-battista-gagliardo-antonio-galeota-e-francesco-carducci-di-taranto/ 

Per la settima parte (Antonio Caraccio di Nardò):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/17/gli-arcadi-di-terra-dotranto-7-x-antonio-caraccio-di-nardo/

Per l’ottava parte (Donato Capece Zurlo di Copertino): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-8-x-donato-maria-capece-zurlo-di-copertino/ 

Per la nona parte (Giulio Mattei di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/09/28/gli-arcadi-di-terra-dotranto-9-x-giulio-mattei-di-lecce/ 

Per la decima parte (Tommaso Perrone di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/03/gli-arcadi-di-terra-dotranto-10-x-tommaso-perrone-di-lecce/ 

Per l’undicesima parte (Ignazio Viva di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/11/gli-arcadi-di-terra-dotranto-ignazio-viva-di-lecce-11-x/ 

Per la dodicesima parte (Giovanni Battista Carro di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/18/gli-arcadi-di-terra-dotranto-12-x-giovanni-battista-carro-di-lecce/

Per la tredicesima parte (Domenico De Angelis di Lecce):

https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/21/gli-arcadi-di-terra-dotranto-13-x-domenico-de-angelis-di-lecce-1675-1718/

Per la quindicesima parte (Andrea Peschiulli di Corigliano d’Otranto): https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/10/31/gli-arcadi-di-terra-dotranto-15-x-andrea-peschiulli-di-corigliano-dotranto/

3 Commenti a Gli Arcadi di Terra d’Otranto (14/x): Giorgio e Giacomo Baglivi di Lecce

  1. IL RITRATTO DEL DOTT. GIORGIO BAGLIVI, L’ARCADIA, E LA TRASFORMAZIONE DEL “GALLO” IN FENICE…

    A) IL SOLE E IL GALLO: “La cornice dell’ovale appare costituita dalla doppia riproduzione del bastone di Asclepio, antico simbolo associato alla medicina, consistente in un serpente attorcigliato intorno ad una verga, qui intorno ad una corona d’alloro sormontata da un sole splendente, simboli entrambi alludenti alla chiara fama del nostro. Ma un sottile legame lega il sole al gallo rappresentato nella parte inferiore su un letto di rami ardenti: un tramite tra la notte e il giorno, tra la morte e la vita, ben oltre il valore di animale sacrificale legato alla guarigione secondo un’interpretazione non superficiale di un passo di Platone, non sfuggita ad un attento commentatore di qualche secolo fa” (Armando Polito – vedi, sopra);

    B) LA PRESENZA NELLA PARTE INFERIORE DEL RITRATTO di “un letto di rami ardenti” e di un uccello, quasi come un’aquila, non dice di un gallo socratico-platonico, ma dice di una viva e forte “araba fenice”!

    C) TRAFORMAZIONE DELLA FENICE. Nel sonetto (poco dopo riportato), il titolo è “Trasformazione in Fenice. Di Montano Falanziob uno de’ XII colleghi. In lode d’Epidauro Pirgense”; e in un verso è scritto: ” deh fammi, o Febo, diventar Fenice” (cit. – vedi, sopra)!

    D) IPOTESI “ARCADICA”. Che il “sottile legame” che unisce il sole al “gallo”, forse, sveli l’impensato, il “segreto” di una interpretazione “umana, troppo umana” di Asclepio da parte di Platone?! Penso di sì… Se è vero, come è vero, quanto scrive Diogene Laerzio: “PlaTone aveva defìnito l’uomo un animale bipede, senza ali, ed aveva avuto successo. Diogene [di Sinope] spennò un gallo e lo portò in aula esclamando: Ecco I’uomo di Platone”.

    Federico La Sala

  2. IL GALLO (SOCRATE) E LA FENICE (ARCADIA): UNA “SPIA” STORIOGRAFICA. Gli Arcadi di Terra d’Otranto: premessa (1/x)… *

    A SOLLECITAZIONE E CONFORTO DELL’IMPRESA, forse, è bene andare a rileggere la mia nota al primo passo (“1x”) del cammino fatto nella ricognizione degli “Arcadi di Terra d’Otranto” dal prof. Armando Polito (cfr. https://www.fondazioneterradotranto.it/2019/07/08/gli-arcadi-di-terra-dotranto-premessa-1-x/#comment-238474) e ricordare che qui egli è giunto alla sua “14/x” fermata! Ora, se si ri-considera il mio invito a “tener presente il recente lavoro di Monica Ferrando, “Il regno errante. L’Arcadia come paradigma politico” (Neri Pozza Editore, Vicenza 2018)” e, con esso, anche la generale storiografia letteraria e filosofica sul filo che connette la tradizione platonica (Socrate) e la tradizione arcadica (Diotima), si può ben comprendere come e quanto sia molto facile vedere continuità dove ci sono fratture, e, infine, restare abbagliati dalla luce di una “fenice” e… “fare la figura del pollo, anzi dell’allocco”!

    Federico La Sala

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