Melpignano: due epigrafi del palazzo marchesale

di Armando Polito

Dico subito che senza l’amico Alessandro Romano questo post non avrebbe mai visto la luce. Titolare dell’interessantissimo blog Salento a colori, Alessandro, forse troppo fiducioso nelle mie possibilità, chiede gentilmente ogni tanto il mio aiuto nella traduzione di una delle tante epigrafi che incontra nel suo intelligente ed appassionato “vagabondare” nel nostro territorio, attività della quale, ma non è la sola nelle sue corde, il blog segnalato è eloquente testimonianza. Così qualche giorno fa Alessandro ha sottoposto alla mia attenzione l’epigrafe che segue, da lui fotografata (insieme col resto visibile in https://www.salentoacolory.it/melpignano-nel-cuore-della-storia-del-salento/)  nel palazzo marchesale di Melpignano.

Nell’occasione, complice anche la fretta, potei passare all’amico solo i pochi dati che il lettore troverà all’indirizzo appena riportato, ma già allora mi ripromettevo di tornare sull’argomento, cosa che faccio oggi.

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS

EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

 

LABORANDUM UT QUIESCAS A(NNO) D(OMINI) 1548

La prima parte è costituita da una coppia di esametri, il cui contenuto utilizza la figura retorica dell’adinato (o adynaton, dal greco ἀδύνατον, che significa cosa impossibile), molto frequente nella lirica classica amorosa1.

Traduzione: Questa casa stia in piedi finché la formica non beva le onde del mare e la tartaruga non compia il giro di tutto il mondo.

La seconda parte, invece, come meglio vedremo più in là, ha tutta l’aria di essere una semplice sentenza morale (in prosa senz’altro, non fosse altro che per la brevità)..

Traduzione: Devi affaticarti per riposare. Più in là proporrò, motivandola, l’alternanza soffrire ad affaticarti.

Quando s’incontra un’epigrafe relativamente recente, dopo averla letta e tradotta, si cerca di capire se si tratta di qualcosa di originale o di già visto e/o di una citazione letteraria più o meno antica. Non mi vergogno di confessare che lì per lì nulla mi è venuto in mente di qualcosa di letto o visto prima. La cosa in sé non è grave (a meno che non sia il sintomo iniziale dell’Alzheimer), ma per me è grave il fatto che fino a quel momento fossi rimasto all’oscuro di una locuzione che poi, alla luce delle ricerche fatte e qui riportate, si è rivelata estremamente inflazionata. Naturalmente, senza la rete sarei rimasto nell’ignoranza.

Per la prima parte dell’iscrizione, infatti, riporto le più significative testimonianze reperite, sistemate in un ordine cronologico che spero attendibile (non sempre si hanno a disposizione dati certi per farlo).

XII secolo (?)

Sull’ingresso dell’abbazia di Inchcolm in Scozia si legge: Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem. Definita genericamente medioevale, l’iscrizione è verosimilmente la più antica che si conosca, anche se la sua datazione potrebbe non coincidere con quella della fondazione dell’abbazia (1123).

XIII-XIV secolo

A Fénis in Val d’Aosta in un angolo del cortile del castello si legge: MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET LENTA TESTUDO TOTUM PERAMBULET2 ORBEM

Rileviamo subito le differenze tra questo testo e quello di Melpignano: MANEAT invece di STET, AEQUOR invece di FLUCTUS e, in più, LENTA. Dal punto di vista grammaticale nulla cambia per maneat e stet (entrambi terze persone singolari del congiuntivo presente, pochissimo per aequor e fluctus (entrambi in caso accusativo, il primo singolare, il secondo plurale), sul piano semantico lenta obbliga ad aggiungerlo tal quale in traduzione come attributo di tartaruga. Le differenze rilevate, però, comportano un terremoto metrico, nel senso che non siamo certamente in presenza di esametri, mentre è vagamente rilevabile un ritmo giambico, non inquadrabile, però, in uno schema strofico ben definito, ragione per la quale giungerei alla conclusione che siamo in presenza di prosa e non di poesia.3 

XIV secolo

Urbino, palazzo Passionei: tra gli ambienti del primo piano dell’ala settentrionale  è il salone, caratterizzato da un lungo fregio con la scritta MANEAT DOMUS DONEC FORMICA AEQUOR BIBAT ET TESTUDO PERAMBULET ORBEM.

Assenza di LENTA a parte, è tal quale alla precedente, con le conclusioni appena trattene.

XV secolo (seconda metà)

In F. Martinelli, Roma ricercata nel suo sito, nella scuola di tutti gli antiquarii, Tani, Roma,1644, alle pp. 25-26 si legge: … osservate nell’uscire à man dritta la modestia della casa di Domenico della Rovere Cardinale di Sisto IV sopra la quale fece scolpire li doi versi, che hora si leggono così. Stet domus haec, donec fluctus formica marinos/ebibat, et totum testudo perambulet orbem.

L’iscrizione risulta perduta già due secoli dopo lquesta testimonianza . Infatti in Il Buonarroti, serie II, v. IX, quaderno IV, aprile 1876, a p. 112 si legge: … ma questi versi [il testo riportato è quello del Martinelli] oggi sono andati perduti da un pezzo.

1490

August Schmarsow in Pinturicchio in Rom, Spemann, Stuttgart, 1882, pp. 32-33 segnala alcune pitture eseguite dal Pinturicchio nel palazzo del cardinale Domenico della Rovere che, alla fine dei lavori, fece apporre  l’epigrafe che che conosciamo.

1510

Francesco Albertini, Opusculum de mirabilibus noae et& veteris vrbis Romae, Mazzocchi, Roma, 1510, s. p.: Domus pulcherrima. s. Clementis a reveren. dominico constructa in qua sunt infrascripta carmina in lapide pario sculpta.

Stet domus haec donec fluctus formica marinos

ebibat et totum testudo perambulet orbem.

Quam postea R. Franc. de rio card. papien. exornavit. 

(Casa bellissima. Costruita dal reverendo Domenico di S. Clemente, nella quale ci sono i sottoscritti versi scolpiti su marmo di paro. Stet domus haec donec fluctus formica marinos ebibat et totum testudo perambulet orbem. Successivamente il reverendo cardinale Francesco de Rio di Pavia la fece decorare)

Il cardinale in questione è Francesco Alidosi (Castel del Rio, 1455–Ravenna, 1511) più noto come cardinal del Rio (dal luogo natale) o cardinal di Pavia (città della quale fu vescovo dal 1505, prima di ricevere la porpora nel dicembre 1507. questi dati ci consentono di collocare la costruzione della fabbrica in questione nel XV secolo, certamente più di un anno prima dall’uscita del libro).  

1524

Arnoldus Buchelius, Traiecti Batavorum descriptio (manoscritto parzialmente pubblicato in rete dalla dbnl (digital e bibliotheek de Nederlandse letteren: https://www.dbnl.org/tekst/_bij005190601_01/_bij005190601_01_0007.php). Alle p. 167-168 si ricorda ad Utrecht: Domus angularis vici Jerosolimitani, juxta Axelium, de Hoolhorst dicta, aedificata anno 1524, habetque hanc inscriptionem in frontispicio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem

(Casa ad angolo del villaggio ebraico presso Axelio, detta di Hoolhorst, edificata nell’anno 1524 ha pure questa iscrizione sul frontespizio: stet domus haec, donec fluctus formica marinos ebibat, et totum testudo perambulet orbem)

XVI secolo

Paggese (in provincia di Ascoli Piceno)  è noto come il paese delle pietre parlanti4 per via dei blocchi di travertino, usati nella costruzione delle abitazioni, oppure per gli architravi delle porte che recano epigrafi in latino. Una, parzialmente mutila, reca la nostra iscrizione: [ST]ET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA MARINOS/[EBI]BAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM. Da notare l’errore dello scalpellino in ELUCTUS per FLUCTUS.

XVI secolo

A Briga (Cuneo) in Piazza del Municipio:

STET DOMUS HAEC DONEC FLUCTUS FORMICA/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO PERAMBULET ORBEM

XVI secolo

In Lorenzo Manini, Memorie storiche della città di Cremona, Fratelli Manini, Cremona, 1820, alle pp. 137-138 si legge: Luogo Pio Mariani. Dà la medesima ospizio gratuito a varie povere donne, col patto di aversi a recare ogni gioeno al tramontar del sole nell’anzidetto tempio per recitarvi il rosario.Giovanni Francesco Mariani, che fu il fondatore di questo pio luogo verso la metà del secolo XVI, fece in esso porre il seguente distico: Stet domus haec donec fluctus Formica marinos/ebibat, et totum Testudo perambulet orbem.

XVI secolo

Il Codice Palatino 147 sulla membrana incollata dentro la coperta posteriore reca, della stessa mano, la scitta: Stet domus haec donec fluctus formica marinos/ebibat et toum testudo perambulet orbem.

XVI secolo (?)

A Roma nella Chiesa dei santi Nereo e Achilleo vi è una sorta di galleria di antiche lapidi provenienti da fuori. Tra loro ve n’è una che nella parte superiore contiene i dati di provenienza: LAPIS ISTE EXTABAT IN QUADAM DOMO/OB VALLICELLANUM AEDIFICIUM DIRUTA (Questa lastra stava in una casa crollata di fronte ad un edificio di Vallicella [zona di Moricone, paese vicino Roma]. Il resto contiene il testo che ormai conosciamo quasi a memoria:  STET DOMUS HEC DONEC/FLUCTUS FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM, con l’unica variante di scrittura di hec per haec.

1699

A Tarbes, comune francese, sulla facciata dell’antico liceo Théophile Gautier in rue Ramond, protetta da una grata.

STET DOMUS HAEC FLUCTUS/DONEC FORMICA MARINOS/EBIBAT ET TOTUM TESTUDO/PERAMBULET ORBEM/1699

Questa prima epigrafe, dunque, non appare come citazione classica, anche se l’incipit del primo verso potrebbe far pensare ad Ovidio (I secolo a. C.-II secolo d. C.), Fasti, IV, 949-954, dove, accennando alle feste del 28 aprile, ricorda l’accoglimento di Vesta, dea del focolare domestico, nella domus Palatina: Aufer, Vesta, diem! Cognati Vesta recepta est/limine: sic iusti constituere patres./Phoebus habet partem. Vestae pars altera cessit;/quod superest illis, tertius ipse tenet./State Palatinae laurus, praetextaque quercu/stet domus: aeternos tres habet una deos. (Prendi, o Vesta, questo giorno! Vesta è stata accolta dalla casa del parente [Augusto]: così hanno deciso i giusti padri. Febo [Apollo] ha una parte, l’altra parte toccò a Vesta; ciò che avanza a loro lo tiene per terzo egli stesso [Augusto]. State saldi, palatini allori e stia salda la casa coperta dalla quercia:  essa sola ha tre eterni dei)

È tempo di passare alla seconda.

XIII secolo

Dicta Beati Aegidii Minorita. Vicesima tertia aprilis, 46: … si vis habere bonum, sustine malum; si vis esse in quiete, labora …5 ( … se vuoi avere il bene, sopporta il male; se vuoi essere nella quiete, lavora (o, meglio, se vuoi essere nella tranquillità, soffri). Sta qui il nucleo concettuale della nostra epigrafe, per la quale all’inizio avevo proposto un’interpretazione (Devi affaticarti per riposare), per così dire, laica (anche se vicina alla regola benedettina: ora et labora (prega e lavora). A questo punto ad essa si sovrappone, e probabilmente finisce per prevalere, quella religiosa, in cui laborare recupera il suo significato originario di soffrire e quiescere ha in sé un riferimento più all’animo che al corpo. Da notare come tutto il pensiero riportato del beato è giocato sugli opposti, espediente retorico antico6.

1485

Filippo Beroaldo (1453-1505) in una lettera7 inviata da Bologna il 30 gennaio 1485: In iuventa laborandum est, ut in senecta quiescas (Si deve lavorare in gioventù per riposare in vecchiaia).

1515

A Fabriano in via Persichetti al civico 2b vi è il portale ingresso attuale del Museo della stampa, già ingresso secondario di palazzo Orfini. La data (che prudenzialmente può essere spostata indietro di qualche anno) è desunta da un’altra iscrizione che recita: Petrus Orphinus de Orphinis a(nno) 1515. Nell’immagine che ho tratto ed adattato da Google Maps si legge distintamente LABORANDUM UT QUIESCAM.

1565

A quest’anno risalgono due progetti realizzati dall’architetto Francesco De Marchi per Ottavio Farnese, duca di Parma. Le tavole raffigurano due labirinti simboleggianti le tappe verso la virtù. Uno di essi era stato realizzato per la sistemazione del giardino del palazzo ducale a Parma e tale cammino era accompagnato “da iscrizioni latine esplicative come laborandum ut quiescas oppure est iter in primis durum sed magno vincitur ed al centro, a suggello della meta raggiunta, la scritta Virtus“.8

Debbo aggiungere che il concetto dell’importanza del labor ricorre pure nell’altra tavola (nell’immagine che segue tratta da Giambattista Venturi, Memoria intorno alla vita e alle opere del Capitano Francesco Marchi (sic!), Milano, Stella, 1816), dalla quale estrapolo le scritte che ci interessano (sono tutte citazioni, non senza qualche adattamento; ho sottolineato quelle in cui compare la parola-chiave): Non omnibus datum est adire Corinthum9 (Non a tutti è concesso di andare a Corinto); Nihil sine labore in vita10(Nulla c’è nella vita senza la fatica); (in settori separati) Labor omnia vincit improbus/et duris in rebus egestas11 (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vincono tutto;  Dulce est meminisse laborum12 (È dolce ricordarsi delle fatiche); (in settori separati) Perrupit Acheronta Herculeus labor./Nihil mortalibus arduum13 (La fatica14 di Ercole piegò l’Acheronte. Nulla è difficile per i mortali); Volenti nihil difficile15(Per chi lo vuole nulla è difficile); ai quattro angoli della parte centrale del labirinto: videtur/praeferre/humanae vitae/speciem (sembra offrire l’immagine della vita umana) e in basso a destra, volutamente al di fuori del labirinto stesso: Difficilem aditum spectantibus offert (Offre un difficile percorso  a chi guarda) e al suo centro: Laudem decusque parabit ([La virtù] preparerà lode e decoro)16; a sinistra, sempre fuori dal labirinto: Inextricabilis error17 (Inestricabile giro). In basso a destra un distico elegiaco (originale, non citazione), quasi a sigillo e ringraziamento ad entità pagane: Ingenium Pallas, dextram praeclarus Apelles, artificique artem Daedalus ipse dedit. (All’artefice Pallade diede l’ingegno, Apelle la mano, lo stesso Dedalo l’arte)

 

1615

In una cronaca belga18 si legge: MDCXV. Vicesimo nono mensis Maii, altera Ascensionis Dominicae, decessit prior … Secinda insequentis proxime mensis die ,pro secunda vice ad prioratus officium erectus fuit dominus Aegidius Christiaens,cuius divisio fuit: LABORA UT QUIESCAS (1615. Il 29 maggio, giorno successivo all’ascesa del Signore, morì il priore … Il 2 giugno per la seconda volta fu elevato all’ufficio del priorato don Egidio Christiaens, il cui motto fu: Lavora per riposarti).

Per concludere: dalle due epigrafi melpignanesi esaminate emerge una sottile rete di allusioni in cui è difficile separare nettamente l’ispirazione laica da quella religiosa. Da un punto di vista specifico della scrittura epigrafica appaiono decisamente anteriori alla data del 1636 che si legge sulla lunga epigrafe posta in alto sulla  facciata principale e che, d’altra parte, si riferisce all’ampliamento dell’edificio. Esse presumibilmente appartenevano alla fabbrica originaria, il che consente di dire che vennero adottate in tempi (il discorso vale soprattutto per la prima)in cui non era ancora esplosa la loro diffusione. in fondo essere alla moda significa, in un certo senso, arrivare in ritardo …

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1 Se quello della nostra iscrizione è duplice, questo di Ovidio (i a. C.-I d. C.), Ars amatoria, I, 271-274, è triplice: Vere prius volucres taceant, aestate cicadae,/Maenalius lepori det sua terga canis,/femina quam iuveni blande temptata repugnet:/haec quoque, quam poteris credere nolle, volet. (Tacciano gli uccelli in primavera, le cicale in estate, il cane del Menalo [monte dell’Arcadia] volga le sue spalle alla lepre prima che una donna resista al dolce corteggiamento di un giovane).

2 Questa variante del testo campeggia, tal quale, a Roma nella parte alta della palazzina in stile rinascimentale in via Silvio Pellico 10. Con Google Maps è un po’ di pazienza (scrollando lentamente) la si legge perfettamente. Se mi fosse stato possibile,  l’avrei inserita, ma sarebbe venuto fuori qualcosa di mostruoso, perché sarei stato costretto ad unire troppi pezzi con diversa prospettiva.

3 Metto in guardia i fruitori di Wikipedia, dove si legge permabulet (!).

4 Tale appellativo, a buon diritto, avremmo potuto vantare, se non fossimo stati bruciati sul tempo, noi salentini per Giuliano di Lecce (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/16/giuliano-lecce-la-tormentata-lettura-sua-epigrafe/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/).

5 Acta sanctorum, a cura di Giovanni Carnandet, Palmé, Parigi, 1866, p. 233.

6 Publio Flavio Vegezio Renato (IV-V secolo)   ), Epitoma rei militaris, III, praefatio: … qui desiderat pacem, praeparet bellum. (Chi desidera la pace prepari la guerra), sintetizzato poi in epoca umanistica con si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Tuttavia va detto che il concetto era stato espresso già prima da molti autori: Tucidide (V secolo a. C.), Storie, I, 124: ἐκ πολέμου μὲν γὰρ εἰρήνη μᾶλλον βεβαιοῦται ( … infatti dalla guerra viene rinsaldata la pace); Cicerone (I secolo a. C.), Philippicae, VII, 6, 19: … si pace frui volumus, bellum gerendum est ( … se vogliamo godere la pace, bisogna scatenare la guerra); Gaio Sallustio Crispo (I secolo a. C.), Catilinaria, LVIII: Nam paritur pax bello (Infatti la pace è generata dalla guerra); Cornelio Nepote (I secolo a. C.), De viribus illustribus. Epaminondae vita): Nemo nisi victor pace bellum mutavit (Nessuno se non il vincitore trasformò la guerra nella pace).

7 Silvio Fabrizio-Costa e Frank La Brasca, Filippo Beroaldo l’Ancien, Lang, Berna, 2005, p. 46.

8 Roberto Venturelli, La corte farnesiana di Parma (1560-1570): programmazione artistica e identità culturale, Bulzoni, Roma, 1999, p. 100.

9 Orazio, Epistole, I, 17, 36: Non cuivis homini contingit adire Corinthum. (Non tocca a qualsiasi uomo di andare a Corinto). Il senso traslato è che non tutti possono permettersi spese esose, ma il significato originario è tutt’altro che edificante: Corinto era la meta prediletta per chi poteva permettersi le prestazioni di prostitute costosissime, come ci ha tramandato l’orazione Apollodoro contro Neera dello Pseudo-Demostene. La Suida (o Suda, enciclopedia di età bizantina) propone, invece, una interpretazione innocente, con riferimento alla pericolosità del viaggio. Se a quel tempo fossero esistite le relative agenzie,ci sarebbe scappata la querela, con relativo risarcimento del danno morale e materiale …

10 Orazio, Satire, I, 9, 59-60: … nil sine magno/vita labore dedit mortalibus (…nulla la vita diede ai mortali senza grande fatica …).

11 Virgilio, Georgiche, I, 145-146: … Labor omnia vicit/improbus et duris urgens in rebus egestas. (La dura fatica e il bisogno nelle difficoltà vinsero tutto)

12 Petrarca, Ecloghe, III , verso finale.

13 Orazio, Carmi, I, 3, 36-37: Perrupit Acheronta Herculeus labor/nil mortalibus ardui est.

14 Allude alla dodicesima fatica, cioè alla cattura di Cerbero, il cane a tre teste posto a guardia dell’ingresso degli inferi.

15 Locuzione assente nei classici, di probabile origine umanistica.

16 Passim da un epigramma inserito nell’Appendix Virgiliana: Littera Pythagorae, discrimine secta bicorni,/humanae vitae speciem praeferre videtur./Nam via virtutis dextrum petit ardua callem/difficilemque aditum primis spectantibus offert /sed requiem praebet fessis in vertice summo. Molle ostentat iter via lata, sed ultima meta./ Praecipitat capto, volvitque per ardua saxa. /Quisquis enim duros casus virtutis amore/vicerit, ille sibi laudem decusque parabit./At qui desidiam, luxumque sequetur inertem,/dum fugit oppositos, incauta mente, labores,/turpis inopsque simul miserabile transiget aevum. (La lettera di Pitagora [la Y], separata da una divaricazione bicorne, sembra offrire l’immagine della vita. Infatti la via della virtù cerca una strada agevole e all’inizio offre un difficile percorso a chi la guarda, ma sulla vetta offre la quiete agli stanchi. La via larga ostenta un percorso facile, ma è l’ultima meta. Fa precipitare quelli che cattura e li fa rotolare lungo le rocce scoscese. Infatti chiunque avrà vinto con l’amore della virtù situazioni difficili, si preparerà la lode e il decoro. Ma chi seguirà la pigrizia e l’inerte lusso, mentre con l’incauta mente evita le fatiche che ha di fronte, trascorrerà una miserabile vita, turpe e povero nello stesso tempo ).

17 Virgilio, Eneide, VI, 27: hic labor ille domus et inextricabilis error (qui c’è quella fatica del labirinto e l’inestricabile giro).

18 Recueil des croniques de Flandre, Hayez, Bruxelles, 1837 p. 680.

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