Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. V)

di Alessio Palumbo

Capitolo V

 

Si distese nel letto con la tunica ancora addosso. La notte non era calda, ma sentiva la fronte bollire come se avesse la febbre. Il resto del corpo era invece scosso da brividi di freddo, tanto che si gettò addosso una coperta pesante che aveva ai piedi del letto. Passò il dorso della mano sotto l’attaccatura dei capelli e lo ritrovò completamente bagnato. Cos’era quell’agitazione? Si fece un segno di croce e cominciò a sciorinare le orazioni della notte. Non aveva testa per farlo. Sentiva qualcosa dentro di sé agitarsi violentemente. Qualcosa che era iniziato chiudendo la finestra della casa della vedova Resta. Ma cosa. Provò a recuperare un po’ di calma per poter ragionare. Aveva visto qualcosa vicino alla finestra di donna Petronilla che lo aveva colpito. Qualcosa che aveva rivisto o pensato di rivedere osservando quella stessa finestra dalla piazza. E poi il racconto del servo. Anche quello lo aveva agitato. Ma perché? Perché?

All’improvviso si mise a sedere sul letto, come se qualcosa lo avesse sospinto.

“Non può essere” esclamò. La campana di San Nicola rintoccò l’ora nona della notte.

Scese dal letto, indossò le scarpe cercando al buio di allacciare le stringhe. Le mani gli tremavano e dovette tentare più volte.

“Calmo Celestino” disse a se stesso. Finalmente ci riuscì e, afferrato il bastone da passeggio, raggiunse la scala.

Scese di furia e la luce del lume che d’improvviso gli si parò di fronte ai piedi della gradinata lo fece sobbalzare e urlare.

“Papa, dove andate?” chiese il servo

“Sei tu, che ti venga un male. Mi hai fatto morire”

“Ma che vi succede. Dove andate a quest’ora di notte?”

“Non ti immischiare. Torna a riposare”

“Ma che discorsi sono? Non vi lascio andare da solo a quest’ora. Ditemi dove volete andare”

“In piazza”

“A fare che”

“Non ti interessa”

“Va bene, non mi interessa” fece comprensivo il servo “Però vi accompagno”

Senza aspettare risposta si riaffacciò nella camera, prese un oggetto, lo mise in tasca e tornò dal cantore

“Cosa hai preso?” chiese

“Niente papa. Meglio stare sicuri” e si avviò.

Percorsero l’ultimo tratto della strada di Santa Caterina, svoltarono per il vicinato dei Mauri e da lì giunsero di fronte al palazzo dei D’Acugna

“Ferma” ordinò don Celestino “Tu aspettami qui, se serve qualcosa ti chiamo”

“Va bene”

Il prete fece un’altra quindicina di passi e, giunto nei pressi del palazzo dei Frigino, si addossò al portone. Da lì poteva vedere la parte centrale della piazza e la finestra di donna Petronilla. Rimase in attesa, in silenzio. A poca distanza il servitore lo aspettava, accovacciato su un paracarro, con il lume in mano. Ciò lo fece sentire un po’ più sereno. Tornò ad osservare la parete di destra del palazzo dei Mauro che dava sul piccolo cortile condiviso con la vedova Resta. Era una delle poche case palazziate della piazza e tenuemente avvolta dalla luce lunare spiccava sullo slargo quasi fosse una torre di avvistamento. Per strada non passava nessuno, fortunatamente: avrebbe fatto non poca fatica ad inventare un motivo logico che lo potesse spingere a stare lì a vegliare. Da lì ad un’ora o due, però, i contadini si sarebbero svegliati per andare nei fondi fuori dalle mura e subito dopo le donne si sarebbero recate in chiesa per la prima messa. Se qualcosa doveva avvenire non avrebbe potuto tardare ancora. E così fu.

D’improvviso una flebile luce rischiarò la finestra di donna Petronilla. Il cuore di don Celestino cominciò a battere velocemente percuotendo le vecchie vertebre, ma ancor di più lo fece sobbalzare l’urlo che squarciò il silenzio d’intorno.

“Giuseppa, Giuseppa mia” udì distintamente e quel grido fu come una lama gelida che incise la sua schiena. La luce alla finestra si spense.

Il cantore uscì dal portone e il servo gli fu accanto.

“Cos’è stato?”

“Dammi qui” ordinò strappandogli di mano il lume “Non ti muovere”

Sbucò nella piazza e provò a correre verso la casa dei Mauro. Le gambe lo tradirono e cadde a terra.

“Fermo” gridò volgendosi al servo, che già si era mosso verso di lui. Si alzò e riprese a correre.

Il vecchio portone del palazzo che era stato di don Domenico cigolò. Intravide una figura uscire di corsa. Nell’oscurità non riuscì a scorgerne il volto. Vide solo una lunga veste nera, forse una tunica forse una gonna, strisciare sul selciato. Raggiunse il portone e sentì a poca distanza il respiro del fuggitivo.

“Fermatevi, chi siete” riuscì ad urlare

Udì i passi bloccarsi e poi riprendere veloci, allontanandosi in fretta per la strada che dalla piazza portava alla porta del paese. Non valeva la pena seguirlo, non ce l’avrebbe fatta.

Spinse il portone dei Mauro e, come se la strada gli fosse nota, salì lo scalone in marmo che portava al piano superiore. Giuntovi, sentì il cuore battere ancora all’impazzata e il fiato mancargli.

“Calma” pensò “riprendi fiato o ci lasci la vita”. Stette pochi istanti addossato ad un muro respirando a bocca larga, poi prese il corridoio che portava alle stanze di destra e lentamente lo percorse. Le porte erano tutte chiuse, tranne l’ultima. La scostò leggermente ed entrò.

La stanza era buia, ma da una finestra parzialmente chiusa da una tenda logora penetrava la flebile luce lunare. Capì di essere nel posto giusto: era la vecchia camera da letto di donna Petronilla. Ruotò il braccio con la lampada per guardarsi intorno, rimanendo però a distanza della finestra. Nell’aria stagnava uno strano odore acido.

A terra, quasi al centro della camera, vide un paio di bacili colmi d’acqua con immerse delle strisce di stoffa bianca e una sedia; sul fondo, un letto circondato da un pesante baldacchino con quattro colonne intagliate. Addossato ad una di queste notò un lenzuolo che stranamente si manteneva alto andando poi a cadere sul pavimento come a formare una piramide bianca. Le coperte sul letto, anch’esse candide, erano arruffate. Fermò i passi e si mise in ascolto: un rantolo leggerissimo, un respiro debole ed affannoso. Riprese a camminare con un groppo alla gola che gli impediva di respirare agevolmente.

 

“Sei tornata” udì. Il cuore di don Celestino accelerò nuovamente, tanto che il cantore per reazione portò una mano sul petto, come per placarlo.

Si avvicinò alla voce e, al lume della lampada ad olio, vide il volto di un giovane. Poteva avere poco più di vent’anni e giaceva riverso in maniera scomposta sul letto. Il busto, nudo, era fasciato con bende candide chiazzate di nero all’altezza del torace. Le mani, le braccia, erano punteggiate da numerose macchie. Gli toccò la fronte, era rovente.

“Amore mio” disse il giovane “Perché sei andata via?”

“Schhhhh” fece don Celestino per non togliere al giovane l’illusione che al proprio capezzale ci fosse la donna amata e non un vecchio prete

“Muoio amore. Lo sai? Muoio, ma ce l’ho fatta. La firma, però” tacque e deglutì con sforzo “la firma è venuta male. Pazienza. Non ho più forze. Vai a dire alla tua padrona che la tela è pronta. La prima tela di un grande pittore e anche l’ultima, amore mio”

Il cantore volse lo sguardo alla piramide bianca e capì. Si avvicinò, con una mano scostò con delicatezza il lenzuolo e la luce gialla disvelò il volto di una Madonna dagli occhi verdi come lo smeraldo. Il velo che le scendeva dalla testa sulle spalle era di un blu luminoso che don Celestino non poteva non riconoscere. Osservò con attenzione il viso della Vergine, ritratto con un realismo tale che chiunque in paese avrebbe potuto ricollegare all’originale. Mai nei lunghi anni di vita aveva visto un dipinto raffigurante la Madonna delle Grazie così bello e così insolito. Come l’iconografia voleva, la vergine reggeva tra le braccia il bambinello, un putto paffuto e biondo. Il bimbo sorrideva, ma non di quei sorrisi appena accennati, che già davano l’idea della divinità, come aveva visto in tante statue e tele. Il sorriso del bambino che aveva di fronte era reale, vivo; era quello di un fanciullo che ha trovato gusto e gioia in un gioco, in un fatto strano o nella carezza dei genitori. Anche la madre, la madonna, sorrideva, pure lei in modo estremamente umano: il volto era quello di una mamma serena, che gioisce nel vedere il proprio figlio felice. La luce passò sulla parte bassa della tela. La grafia era incerta, ma ugualmente leggibile.

“Michele Letizia” scandì a bassa voce “Letizia, non Lezia”. A differenza di quanto accaduto col volto della Vergine, il nome non lo colse di sorpresa.

Lasciò ricadere il velo bianco e si avvicinò al letto. L’uomo non si lamentava più. Gli posò la mano sulla fronte e sentì che era più fresca. Prese il polso e cercò inutilmente di percepirne battiti. Lasciò cadere la mano tra le coperte disfatte. Riportò la mano sulla fronte di Michele Letizia. Con il pollice fece un piccolo segno di croce che poi tracciò anche in aria con le tre dita semiaperte. Tutto ora era estremamente chiaro, solo una cosa gli restava da capire anche se già l’aveva intuita. Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda.

Alla luce fioca del lume cercò con ansia sul parapetto e finalmente vide la macchiava che lo imbrattava in un angolo. L’aveva vista chiudendo gli scuri della finestra della vedova Resta e poi osservando la casa dei Mauro dalla piazza. Era blu, anche se con la luce calda della lampada il colore ora appariva tramutato. Era lo stesso blu che aveva visto sul collo di Castriota e ora sul velo della Vergine dipinta.

“Giuseppa mia”

 

Il grido della vedova lo colse di sorpresa e per poco la lampada non gli sfuggì di mano.

“Vecchia pazza” esclamò lasciando cadere la tenda. Uscì rapidamente dalla stanza, scese le scale e si ritrovò in piazza. Il paese era ancora avvolto dall’oscurità e non sembrava esserci nessuno in giro. Attraversò lo spiazzo e, giunto nei pressi del palazzo dei Frigino, incontrò il servitore che immobile lo attendeva.

“Finalmente siete tornato, papa. Dove vi eravate cacciato? Avete sentito di nuovo il grido?”

“Si ho sentito. Torniamo a casa”

“Ma posso sapere cos’è successo?”

“Oggi no. Te ne parlerò. Ora voglio solo andare a dormire. Tu prendi la mia giumenta e vai da don Matteo Rocca: digli che sto male e che deve rientrare in paese per celebrare un funerale”

“Chi è morto?”

“Michele Letizia, figlio di don Francesco Letizia e di Petronilla Mauro”

“Il figlio di donna Petronilla?” chiese sorpreso il vecchio, ma il cantore fece conto di non sentirlo e proseguì

“Digli che è morto accoltellato da Alfonso Castriota e che prima di morire l’ho confessato e unto con gli oli santi. Il corpo sta in casa della madre”

“Ma” provò a dire

“Ma le cose stanno così” tagliò corto don Celestino

Erano giunti ai piedi della scala.

“Vi accompagno?” chiese il servitore

“No. Ce la faccio da solo. Fai quello che ti ho detto e lasciami in pace”.

Con le gambe deboli, il respiro ancora pesante, salì quell’ennesima rampa. Giunto in camera sbottonò il colletto, bevve avidamente dalla brocca, espletò i bisogni corporali e si gettò sul letto. Crollò in un sonno profondo dal quale si risvegliò nel pomeriggio quando il sole già calava. Era l’ora prima.  (continua)

 

Qui i precedenti capitoli:

Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. I)

Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. II)

Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. III)

Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. IV)*

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