L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte

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di Mario Colomba

Il superamento degli spazi vuoti, generati nelle murature dalla presenza di vani porte e finestre, affidato anticamente al sistema trilitico (due piedritti ed un architrave monolitico), veniva risolto, per luci corrispondenti, al massimo, alla lunghezza di due conci con un architrave costituito da tre conci di cui due con testa tagliata soprasquadro, disposti orizzontalmente e simmetricamente parzialmente sporgenti dalle “spalle” del vano e un terzo concio centrale di “chiave” caratterizzato dal taglio “a spalla” delle due teste.

Al disopra, si disponeva spesso un “arco di scarico”, costituito da due conci con la testa tagliata leggermente sottosquadro che, lavorando a contrasto, trasmettevano orizzontalmente una parte del carico verticale superiore, contribuendo ad una riduzione delle sollecitazioni di taglio in corrispondenza dei limiti (spalle) del vano.

Per luci maggiori o per motivi di ordine estetico ed architettonico si ricorreva, sempre con l’impiego di una centina in legno, ad una vasta tipologia di archi, dall’arco “a tutto sesto”, all’arco “a sesto ribassato”, alla “piattabanda” e, nel periodo di fioritura del Barocco, all’arco trilobato policentrico, tipico dell’architettura neretina.

le volte in muratura

Da quando l’uomo, lasciando grotte e caverne, ha cercato di costruirsi   uno spazio chiuso nei luoghi in cui andava a stabilirsi, la chiusura orizzontale superiore di tale spazio ha rappresentato il momento più impegnativo,

sia   quando ha pensato di farlo con una lastra monolitica e ancor più con la realizzazione di una volta muraria. La meraviglia, lo stupore risultanti dalla constatazione dell’abilità di far rimanere sospesi in aria i conci di pietra che, per gravità, sarebbero dovuti precipitare al suolo, aveva qualcosa di magico, specialmente agli occhi di chi era abituato ad occuparsi soltanto dei lavori dei campi. Questa magia imponeva un festeggiamento che si concretizzava con una medaglia murata con il concio di chiave, come per assicurarsi una protezione soprannaturale, e con un cerimoniale che culminava in un evento conviviale: lu capucanale.

Nell’ambito delle strutture murarie la volta ha rappresentato non solo la manifestazione più alta delle capacità tecniche realizzative ma anche e soprattutto il coronamento dell’impegno delle facoltà creative ed il punto di arrivo della ricerca primordiale del sistema più efficace per la chiusura orizzontale dello spazio.

Ha costituito un sistema perfezionato con il concorso sia delle capacità operative individuali che del materiale disponibile.

In definitiva, la tradizionale mancanza di legname necessario nella realizzazione di coperture piane e di tetti ha imposto la costruzione della volta muraria, peraltro favorita dalla presenza di maestranze dotate di notevole abilità e dalla disponibilità di una pietra particolarmente facile da lavorare e abbastanza resistente: questo tufo di colore giallo paglierino, leggero e resistente, di grana pastosa e morbida, che riflette una luce mai tagliente ma docile e cangiante al variare delle ore del giorno.

La costruzione della volta più semplice, la volta a botte non era altro che la ripetizione di un’altra struttura elementare: quella dell’arco a tutto sesto, che a sua volta rappresentava il punto di arrivo di esperienze plurisecolari iniziate con il superamento del sistema architravato (due piedritti e un architrave) condizionato dal peso del blocco monolitico e quindi dall’estensione delle luci. Con l’esperienza maturata attraverso secoli si comprese che il carico sull’architrave monolitico portato dalla muratura soprastante poteva essere attenuato, se non eliminato, con il posizionamento di conci a sbalzo (v. porta dei leoni di Micene) praticato, per esempio, nelle coperture dei trulli locali (furnieddhi), senza l’ uso di impalcature.

L’arco a tutto sesto ebbe la massima espansione e diffusione nel periodo dell’Impero romano e diede luogo successivamente a numerose variazioni ed applicazioni, dai ponti agli acquedotti, alle gallerie, ecc. con delle sagome via via modificate fino a comprendere nel ‘700 anche l’arco trilobato molto diffuso e tipico di Nardò.

Come l’arco a tutto sesto rappresenta l’elemento originario della volta a botte, analogamente, la volta a botte (che si può considerare generata dalla traslazione di un arco lungo una direttrice ad esso ortogonale) rappresenta l’elemento di base di tutte le variazioni sul tema che hanno prodotto le numerose tipologie di volte in muratura.

Sommariamente, le volte in uso più frequente possono distinguersi in:

  • – volte semplici, costituite da una superficie di intradosso caratterizzata da un’unica generatrice secondo una unica direttrice come per es. la volta a botte;
  • volte composte, formate da più superfici di intradosso provenienti da volte semplici, come le volte a padiglione, a schifo, a crociera. – unghia – parte di volta a botte con superficie a proiezione orizzontale triangolare, segata da due   piani diagonali,   con tre lati curvi;In definitiva, segando una volta a botte con due piani diagonali, si hanno due unghie e due spicchi.Senza entrare nelle numerose tipologie diffuse localmente, dalle volte a schifo alle volte a crociera, alle volte variamente lunettate, si ricordano le due volte leccesi più diffuse localmente:
  • Praticamente, con quattro spicchi si forma una volta a padiglione e con quattro unghie, una volta a crociera.
  • spicchio – parte di volta a botte con superficie a proiezione orizzontale triangolare, segata da un   piano diagonale,   con due lati curvi.
  • In questo ultimo tipo di volta occorre ricordare due tipi di superfici cilindriche provenienti da una volta a botte tagliata da piani diagonali e cioè:
  • volte a squadro e volte a spigolo.venivano generalmente impiegate per la copertura di ambienti dei piani superiori al piano terra, dove si utilizzavano come piedritti anche le murature continue di divisione dei vani, di spessore limitato (20 cm.).La costruzione di una volta a squadro iniziava con l’impostazione delle “appese”. Queste, pur ricomprese nella forma della volta non ne fanno staticamente parte, dovendole considerare più propriamente integrate con i sostegni verticali. Sono costituite da fusi cilindrici le cui linee d’imposta sono disposte a squadro (da cui il nome della volta); la lunghezza dei lati d’imposta dei fusi cilindrici varia da 40 cm. ad un metro, secondo l’ampiezza dell’ambiente; per ambienti di dimensioni correnti è di circa cm. 60. Nel gioco statico della volta a squadro gli elementi portanti sono costituiti dalle unghie e dai cappucci mentre la calotta stellare è portata.
  • I vantaggi derivanti dall’impiego di questo tipo di volta si possono così riassumere:
  • L’apparecchio delle volte a squadro è molto simile a quello della volta a spigolo con la differenza sostanziale della presenza dei cappucci, che sono dei fusi costituiti da conci di forma trapezoidale, chiusi in alto da un pezzo speciale a forma di triedro, detto cappello di prete, e sporgenti, all’imposta, di 4-5 cm. rispetto alla faccia del muro (dente).
  • Nei casi in cui le strutture portanti erano costituite da pilastri si adoperavano le volte a spigolo. Questo avveniva soprattutto nella copertura dei piani terra e interrati e per locali ad uso deposito o stabilimenti di tipo agricolo e industriale.

  • – le volte a squadro
  • le unghie, avendo corda inferiore rispetto alle corrispondenti della volta a spigolo, producono spinta orizzontale minore ed avendo monta più alta possono essere realizzate con sesto acuto o semicircolare evitando sesti ribassati più spingenti;
  • le sollecitazioni statiche non sono concentrate all’angolo dell’ambiente come per le volte a spigoli ma risultano distribuite lungo lo squadro di imposta delle appese;
  • il punto di applicazione delle spinte è arretrato dagli angoli dell’ambiente, per effetto della lunghezza dell’imposta degli squadri. Montate le appese (anche per futuri ampliamenti) fino all’ultima mano (4° o 5° corso) caratterizzata dall’assetto a spalla (piano alle reni – ncunigghiatu) con le relative “cariche” e completate le murature perimetrali del vano, veniva “segnata” la volta cioè la traccia dell’intradosso delle quattro unghie (dette “formate”) sui muri d’ambito. Seguendo la traccia segnata, si praticava nella muratura un incavo a sezione triangolare (palombella o palumbeddhra) della profondità di circa cm. 5-8 e dell’altezza di cm. 15-16, in cui successivamente venivano inseriti “di punta” i conci ( “petre ti gliama quatre”) della formata, con la testa tagliata sottosquadro di alcuni centimetri.partendo dall’ultimo corso delle appese (summarieddru) e procedendo simmetricamente da destra e da sinistra, adoperando conci in coppia di lunghezza variabile per assicurare lo sfalsamento dei giunti, si procedeva alla costruzione della formata (unghia di volta a botte). La prima mano (la prima coppia di conci) veniva messa in opera senza forma. Successivamente, veniva montata la forma operando l’accorgimento di disporre la sommità della forma ad una quota di circa 2 cm. più in alto della quota di intradosso della “palombella” (capuallegra); per questo, anche dopo il naturale assestamento, rimaneva una inclinazione di circa l’1,5% del concio di chiave della formata, rispetto all’arco di testa. I conci del bordo dell’unghia venivano tagliati per assumere una forma trapezia in cui le basi avevano una differenza di lunghezza di circa cm. 14 detta “sporgiu” e la testa corrispondente al profilo dell’unghia veniva tagliata con un sottosquadro di circa 2 cm. su cui poi si dovevano reggere gli archetti delle vele. Esaurita la costruzione delle quattro formate, si passava alla costruzione delle vele in cui si adoperavano “petre ti gliama tonde” che, cioè, avevano un profilo longitudinale arcuato con una curvatura di circa il 2%. La testa dei conci veniva tagliata con una inclinazione che veniva ricavata con la “mezza croce” che doveva essere impostata, sul concio da preparare con la faccia rivolta in alto, avanti (‘nnanzi) cioè aderente allo squadratore (quindi la testa destra) o fuori (fore) cioè dalla parte opposta (quindi la testa sinistra). Superato il punto più sporgente dell’unghia di volta si procedeva, con corsi successivi ad anello, in senso orario, fino al completamento della calotta con il concio di chiave che, a volte, portava scolpita in rilievo la figura di un fiore al cui centro veniva praticato un foro passante per l’applicazione di un anello metallico di sostegno della catena del candelabro. tra l’intradosso della calotta ed il profilo dei cappucci, si operava una differenza di piano di circa 4-5 cm. con un risalto che contribuiva ad esaltare la leggerezza delle parti curve. in alcuni casi, specialmente nelle costruzioni rurali, in sede di “sprofilatura” della volta, questo risalto veniva quasi completamente spianato tagliando parzialmente la sporgenza e confrontando la superficie con ringrossi di malta. Nella operazione della sprofilatura della volta poteva capitare il caso di dover ritoccare anche il profilo delle appese; ciò avveniva specialmente nel caso in cui le appese erano state predisposte in tempi precedenti, per tener conto di futuri ampliamenti, quando ancora non era stata determinata la luce del vano adiacente e quindi il profilo o la centina delle formate. Alla stabilità della volta concorreva non solo la “carica” ma anche il rinfianco delle formate che a volte veniva realizzato con una malta di detriti tufacei grossi, impastati con terreno vegetale e calce (murtieri).
centro storico di Galatina

 

  • Tutti questi accorgimenti non potevano prescindere dalla realizzazione del successivo intonaco che, a volte, nascondeva anche inevitabili approssimazioni che venivano operate nella messa in opera di conci delle formate e dei cappucci e che per questo non ha senso metterle in vista, stonacandole, perché in tal modo si perde quell’obbiettivo di esaltazione del senso di unitarietà e leggerezza che viene trasmesso da una volta a squadro, anche in rapporto ad una volta a botte: quest’ultima sì, se piace, può essere portata a vista perché non nasconde quasi mai approssimazioni di sorta.
  • In altri casi, per esaltare l’aspetto delle vele, il risalto veniva raccordato con una sezione curvilinea che contribuiva a evidenziare la leggerezza della calotta.
  • Nel caso di volte di vani contigui coperti con volta a spigolo, la coppia di formate adiacenti costituiva la “formata volante” che permetteva l’eliminazione del muro di divisione tra i due ambienti per la parte compresa tra le appese.
  • Per procedere alla costruzione della volta, si predisponeva un’impalcatura chiusa, costituita da tavoloni appoggiati a due travi in legno infisse nei fori predisposti nei muri, con una apertura di passaggio al centro in cui veniva appoggiata una scala a pioli in legno. per realizzare la formata si predisponeva la forma in legno, costruita con l’impiego di un murale da 8×8 o 10×10 cm., a secondo della luce dell’ambiente, su cui veniva fissata una poligonale avente press’a poco l’andamento dell’intradosso della formata, ottenuta inchiodando delle assi in legno della lunghezza di 60-70 cm. (“penne ti forma”) sostenute anche da radiali inchiodate al murale. Sulla poligonale così ottenuta si segnava l’andamento dell’intradosso della formata e si regolarizzava il profilo tagliando le differenze con l’ausilio di un’ascia da falegname.
  • Da tutto ciò deriva una migliore ripartizione dei carichi e delle spinte, con conseguente riduzione dei valori unitari delle sollecitazioni, sulle zone di muratura in corrispondenza degli angoli degli ambienti che, nel caso di grandi dimensioni vengono ringrossati formando dei sorta di pilastri a “L” (ricchie o ricchiature).
Torre della masseria Termite in agro di Nardò (ph. F. Suppressa)

 

Tratto dal volume di seguito riportato, per gentile concessione dell’Autore:

Un commento a L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte

  1. Una descrizione analitica affascinante , non troppo facile da comprendere sempre per carenza di immagini più’ dettagliate.

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