Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. II)

di Alessio Palumbo

Capitolo II

 

Dormì per tutto il pomeriggio, ma un sonno agitato, frammentato, pieno di immagini confuse, di suoni indistinti. Rivide la smorfia di dolore sul volto del Castriota, nella testa risuonò il rumore degli zoccoli dei cavalli del governatore e la voce tonante di questo rimbombò come se fosse proprio lì, nella sua stanza. Si alzò dal letto solo per urinare e per bere l’acqua oramai calda della brocca. A metà pomeriggio decise di sgranchire un po’ le gambe che sentiva costipate e rigide. Scese dal letto con difficoltà. I muscoli erano contratti e gli facevano male, sicuramente per le corse del mattino. Si lavò velocemente nel bacile e andò nella camera accanto, separata dalla sua da una pesante tenda ingrigita. Sul grande tavolo in legno che suo padre aveva fatto costruire da un falegname di Nardò mezzo secolo prima, il servitore aveva posato un piatto di fichi nerissimi. In un altro piatto delle frise e delle cipolle.

Tastò i frutti dalla cui rossa fenditura sul fondo veniva fuori un intenso odore zuccherino. Ne sbucciò uno e poi velocemente altri tre mentre non aveva ancora finito di ingoiare il primo. Erano delle primizie a cui non riusciva a resistere.

“Eh la gola, la gola don Celestino” mormorò a se stesso

Da una nicchia del muro trasse fuori un piccolo fiasco con del vino. Lo versò e lo bevve sempre restando in piedi. A piano terra sentì passi e voci; si affacciò nella tromba delle scale.

“I fichi sono dei Monticelli o de Lo Rizzo?”

“De Lo Rizzo, papa” rispose il servitore

“Sono buoni”

“Vi porto altro?” fece il vecchio affacciandosi ai piedi della scalinata

“No, no. Vai solo da papa Rocca e digli che non sto in salute e che stasera non celebro”

“Soffrite il caldo? Volete che selli la giumenta e vi accompagni in campagna” propose

“No, no. In campagna andiamo il sedici, dopo l’Assunta. Te l’ho già detto più volte. Vai da papa Rocca, io torno a letto”

“Come volete” rispose deluso il servitore e sparì.

Tornò al tavolo, prese un altro fico, lo sbucciò e trascinando con difficoltà le gambe che sentiva rigide e pesanti, tornò a letto. Poggiò il frutto sul canterano, tolse la tunica che non aveva levato di dosso per tutta la giornata, si stese e finì di mangiare. Finalmente si addormentò e fece un sonno tutto filato fino all’indomani mattina quando la voce del servitore lo svegliò rudemente.

“Papa, papa. Neanche stamattina celebrate?”

“Si, si. Perché urli?” protestò mettendosi a sedere.

Si sentiva meglio. Il sonno lo aveva rinfrancato, le ossa non gli dolevano e sentiva i muscoli rilassati. Scese dal letto, espletò i bisogni corporali, si lavò nella tinozza e prese ad indossare la tunica. Il servitore scese a svuotare il pitale, poi risalì nella camera da letto. Con il lume poggiato al davanzale e lo sguardo rivolto a destra attese silenzioso che il padrone completasse la vestizione.

“Tu mi devi spiegare perché ogni mattina ti metti a guardare dalle parti dei D’Acugna” fece don Celestino quasi con indifferenza

“Io, papa? Io?” rispose risentito il vecchio

“Eh si. Tu” ridacchiò allusivo

“Ma che dite papa”

“Cerchi la tua bella?”

“All’età mia!”

“Neviglia, la cameriera, non ha la tua stessa età?”

“Ha tre anni più di me” rispose d’istinto il paggio

“Eh allora?”

Alla luce fioca potè osservare il viso del vecchio divenire rosso mentre lo sguardo testimoniava chiaramente che il pensiero era andato già oltre. Forse alla vecchia Neviglia che da giovane aveva fatto girare la testa a più d’uno. Chissà, magari ancora sortiva qualche effetto sul suo servitore che, ingobbito e decrepito, ora gli stava di fronte e faceva evidentemente forza a se stesso per non tornare a poggiarsi al davanzale.

“È proprio vero” mormorò il cantore “Est in canitie ridicula Venus

Il vecchio sentì la frase in latino e d’istinto fece il segno della croce

“Andiamo, andiamo” rise il sacerdote “Precedimi”

“Si, papa”.

Scesero lentamente le scale e, usciti che furono dall’archetto che delimitava la bella casa palazziata di don Celestino, furono colti da una ventata terrosa in pieno viso. La nera tunica si agitò violentemente e solo l’istinto, che spinse il cantore a portare immediatamente la mano sulla testa, impedì al tricorno di volarsene.

“O Dio mio” fece don Celestino

“Si, papa. Stanotte si è sollevata una tramontana tremenda” spiegò a voce alta il vecchio per vincere l’urlo del vento “Fuori dal paese non si può stare”

“Non me ne ero reso conto” commentò il prelato piegandosi in avanti e procedendo a fatica. Con il fazzoletto alla bocca e gli occhi serrati, il vecchio sacerdote avanzò scortato dal servitore che, come poteva, cercava di ripararlo dal vento precedendolo.

Per le strade la polvere turbinava e la tramontana ululava selvaggiamente. Le viuzze del quartiere di Santa Caterina erano ingombre di stracci, rami, vetri, embrici, assi divelte. Le poche persiane rimaste aperte sbattevano, mentre raffiche violente serpeggiavano tra i vicoli bui. La piazza era ancora in piena oscurità nonostante l’ora. Una fitta coltre di nubi mascherava la flebile luce del sole all’aurora.

“Sono andato in catalessi stanotte. Non ho sentito nulla” pensò il cantore frastornato dal rumore del vento.

I due vecchi cercarono di accelerare il passo attraversando la piazza e con non poco sforzo raggiunsero la chiesa. Ai piedi della piccola scalinata, contrastato dal vento che ora lo colpiva frontalmente, don Celestino si ritrovò a rimpiangere un bastone da passeggio. Entrarono finalmente in chiesa. L’aula era completamente vuota e buia. Il sole non era ancora spuntato al di sopra delle mura del paese e comunque le nubi avrebbero di sicuro attutito se non annullato la forza della sua luce. Nell’edificio stagnava l’odore della cera delle candele accese per la funzione della sera prima: era l’unica prova del fatto che in quel luogo era passata della vita. Il muggito cupo della borea rimbombava tra le mura.

Senza parlare, appoggiandosi alle pareti di sinistra, raggiunsero con difficoltà la sagrestia e vi entrarono. Le candele già accese permisero loro di tornare nel mondo della luce.

“Sia lodato Gesù Cristo” li accolse don Matteo Rocca

“Oggi e sempre sia lodato” risposero all’unisono, meccanicamente

“Buongiorno papa” aggiunse poi il servitore

“Ci sono novità” chiese invece don Celestino ad alta voce

“Su cosa?” rispose l’arciprete, quasi stupito

“Sul morto di ieri”

“Ah” rispose indifferente “Nessuna. Il corpo se lo sono presi quelli della Camera Baronale ma oggi ce lo ridanno per seppellirlo in chiesa”

“Ma quindi è di Aradeo, non di Galatina”

“Si, si. È originario di San Pietro in Galatina, ma abitava qui da qualche mese con la moglie che si chiama Agata Calò”

“Agata Calò” ripeté il cantore “Non la conosco”

“Nemmeno io” fece l’arciprete di rimando

“E tu?” chiese don Celestino al servitore

“Agata? Si. È la figlia di Felicia Rizzo, che sta a servizio dai D’Acugna. Ma il marito, questo Castriota, non l’ho mai visto. Si saranno sposati da poco e abiteranno in qualche terra dei signori” ipotizzò

Tacquero poi, come riscuotendosi, don Celestino si avvicinò alla grande cassapanca sul fondo della sacrestia, l’aprì, estrasse i paramenti e la richiuse.

“Vi aiuto” fece il servitore avvicinandosi

L’arciprete si congedò.

“Il funerale lo celebriamo a sedicesima ora” disse però prima di uscire, “tanto non fa caldo oggi e non ci sarà molta gente in paese con queste tempesta”

“Come volete” rispose il cantore. Diede un’ultima sistemata al cingolo e, rivolgendosi al servo, ordinò “Andiamo”

Furono di nuovo in chiesa: l’aula era ancora al buio e dai finestroni in alto non penetrava la minima luce. Non c’era nessuno, come si poteva facilmente ipotizzare: il servitore accese ugualmente le due lampade ai lati dell’altare maggiore.

Don Celestino entrò nel presbiterio, ascese i tre gradini dell’altare in pietra leccese decorato con eleganti colonnine e baciò la mensa. Il servitore si segnò, rassegnato a seguire la solita messa da solo.

Il resto della mattinata, in attesa del funerale, don Celestino la trascorse seduto su una seggiola in uno degli altari laterali, quello di san Giuseppe. Perché si stava arrovellando tanto con quel morto? In vita sua non ne aveva visti molti di ammazzati, ma neppure pochi. E allora? Forse era stata quella strana macchia sotto il collo? Che poi, a ben pensare, cosa c’era di strano in una macchia di tinta? Forse allora la concitazione del momento, la corsa, quella posa scomposta di Castriota, addossato al muro dei Francone come un sacco vuoto. Non riusciva a spiegarselo, eppure il pensiero tornava ossessivamente lì, al rione dei Mauri, agli occhi prima afflitti poi vuoti dell’ammazzato.

Passi lenti e leggeri lo distolsero. Sentì sedici rintocchi e vide l’arciprete attraversare lentamente la navata in penombra.

“Sono qui” disse don Celestino, a voce troppo bassa per essere udito

“Don Matteo attendete” urlò e finalmente il vecchio sacerdote si accorse di lui.

Gli fu accanto e insieme raggiunsero l’ingresso della chiesa. Rimasero dentro, mentre fuori l’urlo del vento sembrava aver rafforzato la propria intensità. All’improvviso la porta si spalancò. Due gendarmi entrarono portando su una lettiga il cadavere di Castriota. Dietro di loro una piccola figura, di nero vestita e coperta da un velo ugualmente nero, seppur più consunto, entrò silenziosa. Il cantore la osservò attentamente, mentre l’arciprete iniziava a snocciolare monotonamente le litanie funebri.

La donna, di sicuro Agata Calò, era di una bellezza da lasciare esterrefatto anche un vecchio sacerdote che mai aveva badato alle cose mondane, figurarsi alle soglie della morte. Non aveva mai conosciuto né visto una donna così bella in quei settant’anni che il Padre Eterno gli aveva dato da vivere. Il viso, circondato dal velo del lutto, era abbronzato e liscio. Corpose ciglia nere oscillavano pigramente su occhi di un verde cupo, profondo. Il naso, piccolo e sottile, da statua, attaccava poco sopra le labbra opache. Su quell’ovale perfetto e delicato, due grosse lacrime lasciavano il loro segno scorrendo lentamente.

In nomine patris, et filii et spiritui sancti” chiuse don Matteo Rocca.

Tutti si segnarono. Don Celestino passò l’aspersorio all’arciprete. Tre manate violente sancirono la benedizione del morto e degli astanti.

La donna si inginocchiò e abbracciò il corpo del marito avvolto dal sudario. Senza emettere un suono, un lamento, baciò la fronte con una dolcezza che ci si sarebbe aspettati da una madre verso il proprio figliolo piuttosto che da una moglie verso il marito. Da fuori provennero i rumori della pesante lapide del sepolcro che il sagrestano, aiutato dai due gendarmi, scostava sul sagrato. Rientrati, imbrigliarono il corpo con dei canapi pesanti e sollevato con leggerezza lo portarono fuori. La donna seguì i tre. Don Celestino le andò appresso, mentre il parroco ripercorreva lentamente la navata diretto verso la sagrestia.

Pur stretto tra le vie del paese, il piccolo sagrato era spazzato dal vento, mentre nuvole nere cariche di pioggia roteavano veloci sulle teste degli astanti. Il sacrestano si calò nella sepoltura e da lì diresse le manovre dei due soldati rese più difficili dal vento che faceva ondeggiare e sbattere il sudario del cadavere sospeso in aria come una vela avvolta al proprio albero. Il corpo scese lentamente fino a sparire. Passarono pochi minuti, poi la testa canuta del sacrestano spuntò nuovamente. Don Celestino osservava con attenzione la scena, stando ben attento a mantenersi addossato al portone. Agata, ritta, con le vesti schiacciate sul piccolo corpo dalla forza del vento, gli dava le spalle. A vederla così, dava l’impressione di una statua abbandonata dai suoi portatori. Il vento sembrava non aver potere su di lei, quasi fosse di metallo o marmo.

La lapide raschiò nuovamente lo spiazzo e con rumore cupo chiuse la botola. Immediatamente i due soldati presero la strada del castello baronale, mentre il sagrestano, passando accanto al sacerdote, rientrò in chiesa per il disbrigo delle altre faccende. In quel momento la statua si mosse, ruotò il capo a destra e poi a sinistra. Constata la desolazione che la circondava, si rivolse verso il tempio e qui vide don Celestino. Le lacrime ripresero a scendere una di seguito all’altra. Il cantore le appuntò i propri occhi neri, oramai quasi spenti, sul volto. Agata finalmente oscillò per una raffica più forte delle altre; sembrò quasi cadere tanto che il vecchio sacerdote fece alcuni passi verso di lei allargando le braccia, ma si fermò vedendola recuperare l’equilibrio. La donna accennò allora ad un inchino, girò su se stessa e prese la strada che, costeggiando la chiesa, portava alla porta del paese. (continua)

Racconti| La macchia blu. Una falsa storia vera (cap. I)

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