La Vergine Addolorata nei riti della Settimana Santa e il ruolo delle Confraternite (II parte)

Taranto, La Cascata, Giuseppe Manzo 1901

Le Confraternite e riti della Settimana Santa in Terra d’Otranto

di Vincenza Musardo Talò

Da sempre protagoniste privilegiate e impegnate a tutelare e valorizzare la devotio fidelium verso l’Addolorata, soprattutto nella lunga Quaresima, sono rimaste soprattutto le Confraternite laicali.

Anche a Taranto le antiche confraternite sono ancora cariche di una storia intimamente intrecciata alle variegate forme della pietà popolare, in particolare le confraternite dell’Addolorata e del Carmine. Fortemente legate alla storia della religiosità popolare tarantina, esse sono state protagoniste assolute dei secolari riti della Settimana Santa; riti che hanno fatto di questa nostra Città sofferente il luogo dell’anima, quasi un immenso tempio che ogni anno invita a un appuntamento obbligato tutti i cataldiani, insieme a folle anonime di visitatori devoti. E’ un impegno ormai storico quello delle confraternite joniche nel tenere viva la tradizione dei padri verso una delle più belle espressioni dello spirito della tarentinità e della sua coscienza di appartenenza.

Nel loro più generale processo storico, le confraternite sono state le prime forze laicali, organizzate e cresciute nell’ambito delle istituzioni ecclesiastiche, già al tempo dell’Europa altomedievale, quando questa – nella sua fisionomia multirazziale e con la sua rudimentale cultura – era ancora priva di una identità, che solo le comuni radici cristiane hanno poi saputo offrirle, nel trascorrere del diverse stagioni della Storia. E così, quasi una rete provvidenziale, fatta di devozione e solidarietà, i gruppi confraternali per oltre due millenni hanno coperto l’intera Europa cristiana. E là dove hanno operato nello spirito del Vangelo, promuovendo tra i confratres una perfezione di vita cristiana, esse hanno scritto pagine stupende di storia religiosa e civile, contribuendo – a partire dal lungo millennio medievale – a quel suggestivo rinascimento religioso, che spesso è risultato essere più opera della base, che dei vertici della Chiesa ufficiale[1].

Un legame che resiste e che si alimenta anche in quell’antico rapporto tra confraternita e pietà popolare, da sempre un rapporto quanto mai stretto, considerando che la confraternita – in definitiva – altro non è se non la spontanea e naturale derivazione della pietà popolare, dell’attenzione tutta cristiana dei soci nei confronti di tanti, che sono vissuti e vivono in margine alla società. Perché ogni tempo ha i suoi poveri e il volto della povertà è multiforme e non è solo quello sociale e materiale. In tal senso, le variegate associazioni laicali hanno realizzato una quotidiana azione di supporto al sociale e magistralmente hanno veicolato l’accostamento della Chiesa alla società e della società alla Chiesa.

Lo scopriamo, ascoltando la voce dei secoli, in cui è possibile cogliere l’antica e sempre viva relazione tra confraternita e devotio fidelium o religiosità popolare, a volte offesa o trascurata dalla Chiesa, perché tanto diversa dalla liturgia ufficiale, ma a fianco della quale si è sempre schierata la cultura confraternale, per tutelare e nello stesso tempo emendare o mediarne le vistose difformità.

Pertanto, una connotazione essenziale che ha caratterizzato nel tempo la fisionomia delle confraternite è fuor di dubbio l’aver svolto un ruolo sapiente di mediazione tra la pietà popolare e la complessa liturgia ecclesiastica.

Un altro momento della religiosità popolare, sempre supportato dall’opera delle confraternite, è costituito dalle feste che erano sentite (e sono) proprie dell’identità socio-religiosa di un popolo, come la festa patronale o i riti quaresimali e della Settimana Santa. Erano momenti fortemente legati alla cultura non solo religiosa di una comunità, ma il segno di una cultura liminale, sincretica, che legava sacro e profano.

Se guardiamo, ad esempio, al triduo pasquale, già a partire dal Giovedì santo con il rito della Cena Domini e la lavanda dei piedi, le confraternite erano protagoniste assolute, con quei dodici confratelli anziani, protagonisti della suggestiva liturgia. E poi c’è l’adorazione dell’Eucarestia all’altare del Repositorium o Sepolcro, un privilegio un tempo riservato alle confraternite del SS.mo, sia nel momento dell’ideazione che in quello dell’allestimento.

Tutti conosciamo la spettacolare e surreale scenografia di cui si adornano le Chiese del Tarantino nella sera del Giovedì santo, i cui tratti comuni sono gli apparati coloratissimi, fatti di drappi vellutati, gallonature dorate, ceri e lampade a olio, tappeti floreali. Una volta, vi erano angeli e figure azionati da congegni meccanici (le cosiddette “macchine barocche”) che si muovevano al suono di musiche celestiali, mentre non mancava mai quel caratteristico ornamento, costituito dai cosiddetti “piatti di Paradiso”, un delicato omaggio del popolo all’Ostia Santa[2]. E così, i tre giorni dei riti della Passione era giorni di fermento per tutti gli oratori delle congreghe, dove i confratelli già nel primo pomeriggio del giovedì santo, nella propria divisa, si preparavano al pellegrinaggio ai Sepolcri.

A Taranto, per un antico privilegio e dopo non facili contenziosi con altre congreghe, la confraternita del Carmine vedeva i suoi associati andare, scalzi, in pellegrinaggio alle chiese del Borgo e della Città Vecchia. E’ questo il primo dei tre importanti appuntamenti della Settimana Maggiore della chiesa tarantina. E’ inutile ribadire – oltre il profondo significato spirituale – l’intima commozione di chi incontra le poste del Carmine per le strade all’Isola, oltre il ponte e nelle strade affollate della Taranto del Borgo. I due confratelli di ogni posta se ne vanno scalzi e incappucciati col rosario in mano e quell’incedere di antichi e anonimi pellegrini, aiutati dal bianco bordone.

Una volta, nel loro mistico peregrinare, le poste erano solite incrociare dame velate di nero, galantuomini, ufficiali della Marina e donne del popolo, che giravano sino a notte nelle chiese della città, alla tremolante luce dei lampioni, una realtà tanto diversa dall’oggi. I perdùne invece sono rimasti sempre uguali. Il loro tempo pare essersi fermato.

Le confraternite erano parte integrante anche della processione della Desolata e soprattutto della processione dei misteri del Venerdì santo, uno dei riti più coinvolgenti dell’anno liturgico cattolico, quando a tutti pare di vivere una condizione dello spirito fuori dal tempo, nel mentre si esalta – in una tensione interiore altissima – la memoria antica di quel che accadde lungo la Via Crucis a Gerusalemme, a quell’uomo chiamato Gesù. E nella commossa atmosfera processionale, in ogni paese, tutte le congreghe – con la loro suggestiva presenza – invitavano gli astanti a una corale immedesimazione al dramma della Passione.

La notte del Venerdì santo, la processione calava tutti in un’atmosfera quasi surreale. Dopo l’interminabile sfilata dei confratelli incappucciati, al suono delle troccole (perchè le campane erano mute), seguivano le sconvolgenti statue dei Misteri, che si mostravano come rappresentazioni figurate della memoria, capaci di arrivare dritte al cuore di ognuno, per uno strano processo inconscio, che non conosceva differenze di cultura, età o condizione sociale.

Mai come in simile occasione il concetto di religiosità popolare ha significato la religione di tutti[3]; ancora oggi, lo studioso della religiosità popolare registra costantemente il riemergere di rituali e di segni antichi, connotativi dell’identità devozionale di una comunità, che per nessuna ragione intende omologarsi a una cultura dal volto globale. Legata ai riti della Quaresima era anche la devota pratica delle Quarantore[4], molto cara ai confratelli di ogni congrega. Infatti, leggendo e curiosando tra le cronache e i documenti degli archivi confraternali, si rinviene che tante feste dell’anno liturgico erano precedute dalla pia pratica delle quarantore, una pratica che addirittura venne inflazionata se alcuni arcivescovi, tra cui lo stesso mons. Capecelatro, con espliciti decreti dovettero limitarne l’uso alle sole feste patronali e a quelle dei santi titolari delle confraternite. Tanto per concludere che le confraternite sono state preziose custodi e punto di riferimento dei tanti volti storici della devotio fidelium e – nello stesso tempo – prezioso strumento di collaborazione nella pastorale delle parrocchie.

Non di rado, però, nei decreti di S. Visita, gli ordinari invitavano le congreghe a contenere certe esteriorità, che a volte facevano deviare i fedeli dalla Liturgia e spesso si predicava sobrietà[5]. Ma tanto sembrava non avere alcun seguito sui secolari riti della Settimana Santa tarantina

Un’ultima nota di devozione alla Vergine Addolorata è quella espressa nel culto domestico, attraverso la presenza dei cosiddetti “quadri di casa”. Erano questi delle oleografie di grande formato, in quadricromia che, debitamente incorniciate, ieri ornavano la misera casa contadina. Questi quadri avevano una forza empatica con le donne di casa, che cercavano il conforto della Vergine dolente anche nel culto domestico. Infatti, nella trascorsa civiltà contadina, l’Addolorata entrava a far parte del pantheon familiare proprio attraverso i santi in campana, quasi una presenza scontata tra le pareti familiari di ogni ceto sociale di quel tempo. Dalle origini settecentesche, questo manufatto pietistico appare prima tra i fasti delle dimore aristocratiche, quale contenitore privilegiato di preziose suppellettili o soggetti sacri, per poi trovare nell’Ottocento il suo periodo aureo, quando ogni donna che andava in sposa ne portava uno o più pezzi nel suo corredo dotale. E così, il santo – protetto dalla leggera trasparenza del vetro – diveniva strumento apotropaico e taumaturgico; la qual cosa esaltava e centralizzava il culto domestico alle madonne o ai santi in esso racchiusi. La Desolata sotto campana era la tipologia più diffusa. Spesso tali simulacri presentavano aggiustamenti figurativi e simbolici, mutuati dal soggettivo sentire religioso; arricchiti dalle mani devote delle donne di casa, che creavano delicate ghirlande floreali, tese a incorniciare la statuina interna, a cui si accompagnavano spesso alle foto dei defunti o di figli e mariti lontani, in guerra.

Era questo un modo tutto elementare di accorciare le distanza tra il sofferto immanente e l’ideale trascendente. E nel mentre, tutt’intorno alla campana, facevano corona una serie di santini[6], intagliati nel pizzo, il ripiano del cassettone diveniva un sacrario privato, un angolo di paradiso in terra, a cui non disdicevano anche le belle Vergini da camera, cioè quelle stupende oleografie a colori, che riproducevano volti dolcissimi di madonne, tra cui era preminente quello della Madre del dolore. Insomma, “un piccolo cielo che isola il mistero”, come l’arcivescovo Gianfranco Ravasi ha definito i santi in campana.

 

Note

[1] Uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno confraternale, il Meersseman, a ragione considera queste associazioni laicali come la terza colonna della Chiesa, dopo il clero diocesano e gli Ordini religiosi. Cfr.
G.G. Meersseman, Ordo fraternitatis. Confraternite e pietà dei laici nel Medioevo
, voll. 3, Roma 1977, passim. In effetti, questi sodalizi laicali hanno costantemente svolto un ruolo di rilievo nella storia della Chiesa, prima col trasformare lo stile stesso della convivenza civile tra i soci, e poi generando in ognuno di loro, una mentalità evangelica, osservata nel saper rispondere in concreto ai bisogni del popolo di Dio, specie là dove la condizione sociale ne mortificava la dignità o si mostrava dolorosamente carente; G. Duby, L’Anno Mille. Storia religiosa e psicologia collettiva, Torino 1976.

[2] Erano, questi piatti, dei vasi di piantine di grano e leguminose varie, dal particolare colore pallido, diafano, perchè i chicchi di grano, seminati in un misto di terra e tufo sottile venivano fatti crescere al buio, nelle case dei confratelli, situati spesso sotto il letto grande, nel tempo della quaresima. Poi, il giorno del Giovedì santo, si portavano in chiesa, abbelliti con nastri colorati e si collocavano a corona e ornamento del Sepolcro, aperto alla devozione dei fedeli, per tutta la sera, sino alla mezzanotte, e parte del Venerdì Santo.

[3] Tanto accadeva già da secoli nell’intero Regno di Napoli. Ad esempio, è dato sapere che anche le nobildonne napoletane, al passaggio dei drammatici gruppi statuari dei misteri, si commuovevano e si scomponevano, dando in pianto e alte grida, così come facevano le popolane. E, sempre a Napoli, la regina-moglie di Carlo III di Borbone, obbligava al lutto stretto tutta le dame di corte nei giorni del triduo pasquale, così come usavano fare pure le donne nelle case dei pescatori di S. Lucia o nei quartieri spagnoli, affollati di una umanità elementare.

[4] Simile pratica di devozione si osservava sin dal IV secolo a Gerusalemme, dove le Quarantore si tenevano per commemorare la durata di tempo che il Corpo di Cristo trascorse nel Sepolcro, dall’ora nona del venerdì santo all’alba radiosa della domenica di resurrezione. Poi, a partire dall’età moderna, al tempo di S. Carlo Borromeo, le Quarantore assunsero valenza penitenziale ed espiatoria. Si riporta, infatti, che proprio a Milano, nella Quaresima del 1537, quando la città già consegnatasi a Carlo V, stava per essere attaccata dal re di Francia, Francesco I, il quaresimalista del Duomo, un cappuccino la cui parola aveva uno straordinario carisma sui fedeli, propose al popolo l’adorazione eucaristica per quaranta ore continue, come il mezzo più efficace per allontanare il re straniero da Milano. D’accordo il cardinale Borromeo, nel Duomo fu allestito un altare monumentale, alto 1dodici gradini, abbellito di fiori e con centinaia di lampade, mentre in cima, su un trono maestoso, si collocò l’ostensorio.

La prima ora di adorazione fu fatta dal santo cardinale, venuto all’altare in abito di penitenza, le altre ore furono tenute invece dal popolo e da tutte le confraternite milanesi, i cui associati giungevano ordinatamente dai diversi oratori, in devota processione, scalzi, con corona di spine, le discipline e una torcia accesa. Terminate le Quarantore nel Duomo, si tennero poi in tutte le altre chiese della città ambrosiana e sempre le confraternite si tirarono dietro il popolo dei fedeli. E non fu vana questa devota pratica, perchè – dicono le cronache del tempo – i due sovrani fecero una tregua e il re di Francia lasciò definitivamente Milano. Da qui, la devozione delle Quarantore si diffuse in tutti gli stati cattolici, con una adesione corale dei fedeli, tanto che i pontefici accordarono diverse indulgenze, tra cui è nota quella di Pio VII – che nel 1807 – riconosceva come privilegiati, per il solo tempo della divina esposizione, tutti quegli altari dove si teneva l’esposizione del Santissimo.

[5] In genere erano le processioni ad essere motivo di severi decreti di riordino da parte dei vescovi e non solo in fatto di precedenze, ma dettati anche perché, là dove convivevano più confraternite, era difficile contenere l’esuberanza di questi percorsi devozionali. Certo, non può ignorarsi, specie nel Mezzogiorno d’Italia, quanto le processioni siano un patrimonio inalienabile della religiosità popolare, una facies ancora intatta e capace di sollecitare la pietà dei fedeli. Basti ricordare, ad esempio, le processioni patronali o meglio quelle penitenziali già descritte della Settimana Santa. E non potrebbe essere diversamente, se ricordiamo che non pochi sodalizi, nei secoli del basso Medioevo, si sono originati proprio dai gruppi itineranti dei Laudari e dall’esercizio delle processioni penitenziali dei Flagellanti, fenomeni intesi come la presa di coscienza collettiva del peccato; mentre la cultura della penitenza alimentava la preghiera corale, il digiuno e la disciplina, a cui si univa l’espressione di un altro profondo legame fra confraternite e pietà popolare: ossia il sentimento della carità fraterna, tradotto in una delicata quanto utile attività assistenziale, dalla marcata impronta sociale. Lo stato sociale e il volontariato di cui oggi si parla tanto – l’hanno inventato le associazioni laicali, con l’assistenza, la condivisione e il pio esercizio della carità dei confratelli verso i loro simili più bisognosi.

[6] A. Spamer, Das Kleine andachtsbild vom XIV. bis zum XX. Jahrhundert, Monaco 1930; A. Sasso, La Passione di Cristo nei santini, Vicenza 1987; V. Musardo Talò, Contenuti ascetico-spirituali nelle preghiere dei santini della Croce in AA.VV., La Croce, simbologia nelle piccole immagini devozionali, Manduria 1992; Eadem (a cura di), Il francescanesimo nella devozione dei santini, Lecce 1993.

 

2 Commenti a La Vergine Addolorata nei riti della Settimana Santa e il ruolo delle Confraternite (II parte)

  1. brava, come sempre, Enza Musardo, ad entrare negil aspetti più intimi della religiosità popolare…

  2. …è vero, convengo su quanto asserito dal Prof. Pagliara. Certo : svelare il passato è storia di popolo -che fa bene a certa contemporaneità distratta- ponendoci in ascolto tra i diversi “come e perchè” dell’umano intendere. Con rinnovata stima – peppino martina.

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