Come eravamo? Innovazione e costruzione della proposta turistica nel Salento degli anni Settanta.

di Cristina Manzo

“Apparve il porto. Più da vicino, apparve al monte in cima di Pallade il delubro.

Allor le vele colammo, e con le prove in terra demmo. È di ver l’Oriente un corvo seno in guisa d’arco, a cui di corda invece sta d’un lungo macigno un dorso avanti.

Ove spumoso il mar percuote e frange. Nei suoi due corni ha due scogli, anzi due torri, che con due braccia il mar dentro accogliendo, lo fa porto e l’asconde sopra il porto. Lungi dal lido è il tempio.”

(Eneide, libro III)

Fig.1, «Porto Badisco (Le). Approdo di Enea». Il luogo baciato dal mito traspira rusticità e affetto. I muretti a secco contengono la vegetazione spontanea e tutto si colora di mediterraneità (1)

 

La Puglia, terra di arte e di magia, terra di abbracci e di incanto, con il Salento, quella fantastica terra dove i due mari si incontrano, è la regione più bramata dal turismo ai nostri giorni, ma non è stato sempre così. La storia del turismo nel Mezzogiorno d’Italia ha cominciato a modificarsi lentamente, quando la politica e le istituzioni pubbliche hanno cominciato a capire che c’era un impellente bisogno di attenzione alle innovazioni e di elasticità nelle concessioni, per far si che degli investimenti mirati portassero il meridione al centro dell’idea di meta turistica ambita, sia nei viaggiatori del resto d’Italia che in quelli stranieri.

Agli inizi degli anni Cinquanta il Salento era un’immensa miniera d’oro a cui non veniva concessa la possibilità di essere profondamente esplorata. Un potenziale non attivo. Mancavano le strutture ricettive, la bonifica di immensi territori campestri, adiacenti alle spiagge, inselvatichiti e grezzi. Mancavano i servizi, l’acqua e la luce in moltissimi siti adiacenti al mare, che avrebbero potuto diventare dei grandi stabilimenti balneari, la capacità di accoglienza e anche la costruzione pubblicitaria della vacanza e dei territori vacanzieri. Bisogna anche dire che, fino a quel momento, l’idea di vacanza, nel senso stretto del termine, era stata prerogativa di pochi, ma un’indagine Istat svolta tra il 1958 e il 1959 cominciò ad attestare l’esistenza di una neo-formazione del flusso turistico italiano.

Inizialmente si trattava di vacanzieri che si concedevano brevi soggiorni in località termali, con pochi pernotti, o di gite organizzate appena fuori porta in cui ci si attrezzava per consumare il classico pic-nic, fai da te. Negli anni Sessanta però, le vacanze cominciano ad estendersi fino a coprire tutta la durata delle ferie, per una media di circa quindici/venti giorni, nel mese d’agosto, periodo in cui di solito uffici, scuole o fabbriche osservavano, di prassi, la classica chiusura estiva, con i fruitori che sembrano prediligere luoghi incontaminati, ma ospitali, per godere di meritato riposo.

Alle vacanze degli italiani, si affianca in questi anni una timida percentuale di turisti stranieri che cominciano a visitare con interesse le nostre città d’arte e le nostre bellissime coste, fino a trasformare in pochi decenni l’Italia nella prima meta mondiale e il Salento, in Puglia, nella prima località preferita.

Negli anni Settanta quindi si rende finalmente necessario affrontare la realtà: con l’aumento della domanda c’è un reale bisogno di arricchire anche l’offerta, che prevede agibilità, interventi e ristrutturazioni per ampie superfici dell’entroterra costiera.

La successiva indagine Istat del 1985, rivelerà che ormai è quasi il 50% della popolazione ad andare in vacanza. Sono gli anni in cui cominciano a prendere piede le agenzie turistiche e immobiliari del turismo (per un compito che fino ad allora era stato svolto da singole persone che lavoravano in autonomia, chiamati “sensali”)(2) e comincia a svilupparsi anche il mestiere di “venditore della vacanza” e di un pacchetto “all inclusive” con una copertura di orari “full time” che è una concezione tutta nuova della vacanza dedicata a tutte le fasce societarie. Così si comincerà a pensare in grande, grandi alberghi, grandi stabilimenti, e anche grandi villaggi come nel caso del primo “Club mediterranee” aperto a Otranto, nel Salento, o del complesso turistico residenziale Serra degli Alimini, sempre a Otranto.

 

Negli anni Settanta comincia il boom delle vacanze nel Salento anche per le migliaia di persone emigrate per lavoro, nel resto d’Italia o all’estero, per una vera esigenza “fisica” di contatto con il nostro meraviglioso mare, le nostre coste, la nostra cultura contadina e ospitale, le nostre tradizioni… i profumi della terra. Il Salento, da questo momento in poi comincia la sua corsa inarrestabile verso la “pole position”, la “top ten” dei luoghi più ambiti e del “sold out”. Ovviamente non prima di essere riusciti a superare una certa serie di difficoltà. Molti centri balneari, con coste meravigliose e cultura e storia degne di nota, hanno dovuto lottare duramente per potersi vedere riconosciuta la loro importanza e per emergere, nonostante fossero in possesso di tutte le qualità necessarie. Prendiamo Gallipoli, ad esempio, che in mancanza di un buon piano regolatore per il turismo, fino agli anni Settanta, come unica attrattiva, puntava sul carnevale gallipolino, sulla pesca o su qualche manifestazione estiva folkloristica o sportiva. Non aveva alcuna forma di tutela per l’artigianato locale, e le uniche infrastrutture nella cittadina e dintorni a disposizione dei viaggiatori erano: “Gran Hotel Costa Brada”, “Hotel Lido San Giovanni”, “Hotel Artù”, “Motel di Marittima” e “Camping La Vecchia Torre”. La Pro-loco cittadina non provvedeva a fare nessuna forma di campagna pubblicitaria per mancanza di fondi nelle casse. La stessa sorte vale per tantissime altre località che faticano non poco a entrare appieno nella cintura del turismo d’arte e di balneazione salentina. Infine accadrà, i comuni e le province prenderanno iniziative, e le nuove idee di turismo prenderanno forma ma, non senza il rovescio della medaglia. Come nel Giano Bifronte, infatti, guardando indietro ci saranno le meravigliose coste baciate dalla natura incontaminata e, guardando avanti, un abusivismo edilizio che una volta cominciato avanzerà veloce a suon di enormi fabbricati che come titani si ergeranno tra le romantiche dune e a picco sulle coste, offuscandone, in taluni casi, il pittoresco panorama. Gli insensibili affaristi del vista mare, infatti, non esiteranno a costruire e inquinare le acque e i territori secondo il canone dei propri interessi. Ci sono zone dove hanno vinto la natura e il buon senso e zone dove l’uomo ha alterato il suo equilibrio, qualche volta in maniera irreversibile.

Proprio di questi mesi è l’articolo pubblicato dal “Quotidiano di Puglia” su uno di questi delicati e annosi problemi: «Demolire entro trenta giorni “la casa albergo” di Tricase Porto». Il sindaco Carlo Chiuri firma l’ordinanza di abbattimento del rustico di un albergo ristorante che domina la vista del porto. Costruito negli anni ’60 e rimasto abbandonato a se stesso sino a oggi, ora l’immobile è considerato un pericolo. Questo storico immobile, che nel tempo si è trasformato in un ecomostro, nasceva come un piccolo gioiello: completato nell’estate del 1967, ospitò inizialmente i proprietari finché a fine febbraio 69, iniziò il contenzioso tra Prefettura e Comune. Da allora la struttura è stata abbandonata. Dopo più di 40 anni di “assenza e trascuratezza” un gruppo di cittadini formò un comitato per l’abbattimento ma, alla fine, a decretare la fine dell’immobile ci ha pensato la natura, che con tutta la furia del tornado ha deciso di riprendersi il costone3.

Fig.4, «Gallipoli. Spiaggia lido San Giovanni». È il lido cittadino per antonomasia: quello frequentato dalla gente che conta.
Fig.5, «Lido delle conchiglie, litorale Santa Maria al Bagno – Gallipoli». È la spiaggia dei cittadini di Sannicola che ne hanno sempre rivendicato l’esclusività.
Fig. 6, Santa Maria al Bagno, (Lecce). La montagna spaccata. Benvenuti nel mare di Gallipoli
Fig. 7, S. Maria al bagno. Lungomare. La Rotonda e la piccola Promenade qualificano urbanisticamente la località nota per i bagni salutari e …affollatissimi.
Fig.8, “Santa Caterina di Nardò”, panorama e pineta. Lo sguardo abbraccia il vasto orizzonte che si posa sin sulla torre “D’altolido”.
Fig. 9, «Nardò, (Lecce). Panorama dalla Torre Dell’Alto». Riviera sullo Jonio. Veduta suggestiva dalla sommità della serra che domina la ridente costiera dove si adagiano le ambite località di soggiorno estivo di Santa Caterina e Santa Maria al Bagno

 

Con istanza del 20 dicembre 1972 il sindaco del Municipio di Lecce, in esecuzione della deliberazione adottata dall’assise cittadina nella seduta dell’11 dicembre 1970, chiese alla regione Puglia il riconoscimento della stazione di soggiorno e turismo del territorio comunale in tutta la sua estensione e in ogni area urbana. La Giunta regionale, in data 30 maggio 1973, espresse parere di approvazione e accolse l’istanza. Nelle ragioni che promossero la storica capitale di Terra D’Otranto ad area di pregnante valore turistico giocò un ruolo determinante la ricchezza di monumenti e di testimonianze storico-artistiche della “città-chiesa”, in quanto denominata, alternativamente la “Firenze del sud” e l’”Atene delle Puglie”: grazie all’inconfondibile tocco d’architettura del suo barocco gentile, che ne ha reso celebri i sontuosi templi della fede e i possenti palazzi del notabilato. Ebbe, parimenti, la sua importanza la dotazione, nel casalingo e lungo litorale, di una serie continua di località balneari che conobbero, negli anni sessanta, un deciso sviluppo turistico-residenziale: «con vari impianti ricettivi che integrano efficacemente i motivi di richiamo nel centro capoluogo». Ne discese un movimento di viaggiatori che, durante il 1972, raggiunse livelli ritenuti considerevoli dall’Ufficio regionale istruente la caldeggiata pratica. Si ritenne, allora, soddisfatta la condizione prioritaria per la concessione dell’ambito titolo come indicava nella normativa vigente: e cioè il “concorso dei forestieri” che «deve costituire l’elemento essenziale all’economia della località». L’Assessorato regionale al Turismo dette il via ufficiale all’avventura di Lecce città ospitale, d’arte e di cultura. Con decreto del presidente dell’ente del 22 marzo 1974, n. 779, venne, alfine, istituita l’Azienda autonoma di soggiorno e turismo, con sede nel comune. Dopo la lontana istituzione (1928) della prima Azienda autonoma (di cura) di Santa Cesarea terme, la Puglia meridionale tutta, con Lecce si pose al centro dell’attenzione dell’esigente ampio mercato dei consumi turistici (nazionali e non solo) di qualità certificata. La più orientale città dell’ultima penisola accolse, entusiasta, la palma di prima Azienda turistica sorta in un capoluogo di provincia della Puglia.

Fig. 10, «Santa Cesarea Terme (Lecce). Panorama dagli Archi». É il posto prediletto per i bagni in un contesto di rocce precipiti.
Fig. 11, «Santa Cesarea Terme. Piscina olimpionica Carmen Longo». Blu dolce e blu salmastro folgorano i bagnanti felici immersi in uno scenario di roccia e acqua esaltante

 

Nel mentre ci si disponeva a raffigurare su carta patinata i paesaggi di solare mediterraneità, l’attacco del mattone alle coste procedeva a ritmi sostenuti. Le “saracinesche sul mare” ne occultavano le visuali. Cortine di tufo rendevano arduo l’accesso alla battigia. Il disordine dell’edilizia delle “seconde case” andava montando. Un problema, questo dell’abuso dei litorali, che suscitava vivo allarme nell’opinione pubblica informata. Già lanciato dalla stampa negli anni del boom, del primo sacco costiero, fu particolarmente avvertito ad avviamento dei Settanta allorquando la situazione degli squilibri ecologici dell’interfaccia terra-mare stava precipitando.

«I fatti noti: lungo tutto il litorale jonico tra l’Oasi delle Quattro Colonne e S. Maria al Bagno, nei pressi delle numerosissime costruzioni abusive sorte in questi ultimi anni come funghi, il Pretore di Nardò […] ha fatto piantare dei cartelli con i quali impedisce l’accesso agli addetti ai lavori [di quei cantieri]. Poi c’è il caso della lottizzazione di “Baia Verde” a Gallipoli, a farla da primo attore. Poi Otranto per la questione dell’amplissima zona pinetata denominata Mari-Frassanito. Poi nella verdeggiante e silente campagna di Ortelle, sul rilievo che guarda a Castro Marina, dove sorge un centro turistico-alberghiero che, differenziandosi arbitrariamente dal progetto originale, finisce col causare un guasto irreparabile del paesaggio in una zona completamente boschiva ancora vergine.

Poi fu la volta di Porto Cesareo, nel frattempo divenuto meta preferita da coloro che risiedevano a Copertino, Veglie, e Leverano. La sua costa fu stravolta dai saccheggiatori di sabbia fino a perdere la naturale barriera protettiva delle mobili gibbosità della esaltante fascia marittima “un richiamo diverso da quello offerto dalle scogliere di S. Caterina e S. Maria al Bagno. La devastazione dell’ambiente retrodunale salentino procedette spedita per tutto il decennio considerato e, quella bellissima costa, devastata dall’abusivismo edilizio e dall’inquinamento provocato dall’incuria degli uomini. Si stavano letteralmente mettendo i lucchetti al mare.

In un articolo apparso su “La Tribuna del Salento”, a. XIX, n. 30, 4 ottobre 1977, di Ugo Tapparini, dal titolo “Porto Cesareo, l’abusivismo diventa paradossale. La spiaggia sotto chiave” si legge «Cancelli dovunque, la consegna è “Non si passa”. Timidi turisti, stranieri inconsapevoli di trovarsi in un’altra “Repubblica”, diversa da quella italiana, vengono sistematicamente respinti solo che osino varcare, in cerca del mare, la soglia della proprietà». I proprietari del villaggio Tabù, non si fecero scrupoli nel proibire l’accesso al loro esclusivo stabilimento, il doppio cancello praticamente vieta ai cittadini e ai turisti, stranieri compresi, di recarsi su un tratto di spiaggia candida e bellissima di proprietà pubblica. Con gli steccati tra Porto Cesareo e Torre Lapillo, si sbarrò la strada al turismo accogliente e sostenibile.
Ma, a onor del vero, non tutti gli imprenditori del settore sono state persone prive di coscienza, di accortezza e di amore nell’approccio a questa nuova impresa, in cui bisognava anche crederci, e investire capitali propri con tutti in rischi connessi.
La storia del turismo salentino l’hanno fatta soprattutto quelle persone che, dotate di un’idea imprenditoriale lungamente elaborata hanno davvero scommesso sulla carta, tutta da scoprire. Tra gli alti e bassi degli inizi, un pugno di innovatori – che non seguirono la solita strada dell’improvvisazione di operatori rapaci senza retroterra culturale- si spese per svecchiare veramente il comparto della vendita di pacchetti-vacanza, in comode stanze in bellavista, nell’ultima penisola baciata dal Mediterraneo più fulgido.

A Castro come a Leuca, a Gallipoli come a Porto Cesareo (a Otranto la storia prese, più che altro, il verso degli impianti villaggistici di matrice esogena e dirigisticamente concordata) andarono a localizzarsi ben fatti complessi per confortevoli soggiorni tutto mare e spiaggia. Il caso di studio dell’imprenditore Attilio Caroli (1910-1987) chiarisce benissimo il percorso seguito per arrivare al traguardo odierno, con l’inventiva di uno degli antesignani dell’”industria alberghiera” quale egli è stato, insieme alla sua famiglia, giunta alla quarta generazione, a perseguire e ad ampliare questo grandioso progetto (4).
Siamo nel 1965 quando Attilio Caroli e Gilda Nuzzolese decidono di intraprendere a Santa Maria di Leuca una nuova scommessa. Attilio è originario del comune di Taurisano, centro agricolo del Capo di Leuca, e Gilda è una maestra di scuola elementare nata a Bari, e trasferitasi a Taurisano per insegnare. Essi erano del tutto nuovi al mondo dell’ospitalità alberghiera quando vi si affacciarono; Attilio insieme al padre Cosimo e ai fratelli, seguiva l’azienda agricola di famiglia che commerciava in vino e olio del Salento, ma era nota soprattutto per la raccolta dei fichi secchi che venivano impiegati dalle aziende di trasformazione per produrre distillati e surrogati del caffè, per poi essere esportati finanche oltre confine, sul mercato austriaco. Attilio e Gilda quando decisero di lanciarsi in questo sogno neofita, dove avrebbero investito il capitale dei profitti della loro impresa rurale, erano supportati dalla figlia Maria Domenica e dal genero Mario, un medico chirurgo anch’egli all’oscuro del nuovo mondo turistico, ma passo dopo passo con il loro entusiasmo portarono la piccola “Portici”, di Leuca, il piccolo gioiellino ricco di colori e di casette con terrazze e giardini privati simbolo dell’aristocrazia di fine secolo a non essere più solo un centro vacanziero per pochi membri d’élite. I Caroli, potenziarono il centro vacanze con l’innesto di una nuova grande struttura, modernissima con tantissimi posti letto che rendevano confortevole il soggiorno pur senza avere i lussi e l’esclusività delle ville. Nacque l’”Hotel Terminal” di Santa Maria di Leuca. I loro buoni rapporti con gli agenti di viaggio, sia nazionali che esteri, quelli che oggi chiamiamo tour operator la grande capacità di saper già trattare con il pubblico e il privato per il commercio, l’apertura mentale alle innovazioni e l’inventiva nel sapersi presentare e pubblicizzare fecero il resto. La nuova struttura in Santa Maria De Finibus Terrae, portò in breve al raddoppio, e oltre, del fenomeno turistico nel basso Salento. Nel 1976 questa nuova impresa di famiglia si arricchirà con la nascita del Complesso alberghiero “Le Sirenuse” di Gallipoli. Siamo appena all’inizio dell’industria turistica salentina ma la scommessa è vinta!

Con l’arrivo della terza generazione della famiglia Caroli-Caputo, Annamaria, Attilio, Gilda e Pierluigi, nella perla dello Jonio si acquisiscono altre strutture ricettive: a Santa Maria di Leuca, “Villa La Meridiana” e a Gallipoli, il “Joli Park Hotel” ed il “Bellavista Club” (5).
Nasce la “Caroli Hotels”, che oggi affianca alla gestione di oltre mille posti letto la commercializzazione con il marchio “Caroli House & Boat” di immobili di pregio in Puglia e “charter in barca a vela” e con “La Dispensa di Caroli” promuove le prelibatezze enogastronomiche salentine, riprendendo la tradizione di famiglia, quella tradizione rurale e genuina, legata alle radici della terra da cui tutto era partito, in un felice connubio “fichi-hotellerie”. Ed ora la quarta generazione della famiglia rappresentata dai pronipoti di Attilio, Mario e Gabriele, continua la tradizione innovandola con nuove idee6.

Fig. 12, Preso dal mare, l’Hotel terminal mette in bella mostra il suo volto fresco e confortevole. Negli anni dell’avvio dell’attività ricettiva, l’avere una discesa diretta alla dirimpettaia spiaggia privata rappresentò l’elemento di spicco dell’offerta alberghiera leucana: un must dell’ospitalità dell’estremo Salento. Per essere visibili, invidiati e alla moda si doveva dimostrare . una volta tornata a casa dalle vacanze mirifiche – di essere à la page. Cosa di meglio di un ludico insediamento nell’arenile dorato, piantonato dal camerino da bagno di primo Novecento appartenuto alla villa di una famiglia in vista della “Leuca dei signori”?
Fig. 13, I fondatori del “Terminal”, i coniugi Caroli, nella reception nei primi tempi dell’operatività alberghiera (1967). Telefono centralizzato e macchina da scrivere in primo piano ci dicono che tutto è pronto per non sfigurare con i turisti che prenotano le loro vacanze degli agi in albergo
Fig.14, Con l’”Hotel Terminal”, il lungomare di santa Maria di Leuca acquisisce ancora di più la veste di moderna promenade in linea con i tempi esigenti della villeggiatura di livello medio-alto. L’affaccio diretto all’ultimo spettacolare mare a oriente d’Italia fa dell’albergo nuovissimo un sito privilegiato di ludica osservazione per il turista che si vuole godere veramente la vacanza a due passi dal bacio dell’onda: nella tranquillità riservata della spiaggia servita di tutto punto. Per elevare l’ospitalità bisognava, d’altronde, offrire tutti i comfort a cui il montante benessere di una fetta consistente della popolazione italiana . a cavallo tra i sessanta e i settanta – aspirava velocemente. Ci si sintonizzò, quindi, sulla frequenza allora in voga, delle richieste di qualità: si irrobustì così l’offerta alberghiera di buon livello. Leuca poté soddisfare un target in sintonia col suo passato splendore vacanziero. Fig. 15. Dépliant dell’”Hotel Terminal”. Nei primi anni settanta di crescita lenta, ma costante, del movimento turistico nazionale, occorreva dare indicazioni precise sull’area prescelta per le vacanze “decentrate”. Il pieghevole pubblicitario assolve al suo compito itinerario mettendo in dovuta evidenza le distanze chilometriche da percorrere, dai principali centri urbani regionali e dell’Italia di mezzo e del Nord, per arrivare alla mèta leucana, dalla quale poi è possibile agevolmente raggiungere, via Litoranea Salentina, le località balneari delle due costiere del Sole (opportunamente segnalate)

Fig.16, lo scatto di metà dei settanta riprende la struttura edilizia in via di completamento del complesso alberghiero “Le Sirenuse”, ubicato nel retro-duna del seno meridionale di Gallipoli, in Contrada “Li Foggi”.
Fig. 17, l’albergo “Le Sirenuse” è ormai una realtà sul finire del decennio degli anni settanta. Dotato di spiaggia privata e pineta, accoglie turisti provenienti da ogni dove

 

Di recente, cercando libri in biblioteca, mi sono imbattuta in un piccolo romanzo dal titolo “Salento nel cuore” stampato negli anni Ottanta, che ha toccato il mio, di cuore, riportandomi alla memoria la storia di tanti, anche miei parenti, che tra gli anni Venti e gli anni Settanta dovettero lasciare il Salento per cercare un futuro lavorativo e una migliore speranza di vita.

È una storia autobiografica ma, raccontata in terza persona, di un ragazzo, Giorgio, che rimasto orfano viene adottato dalla zia, che per salvaguardare la sua eredità da altri parenti perfidi, scappa con lui dal paese d’origine portandolo nel capoluogo salentino, dove il ragazzo frequenterà il collegio, sino alla sua maggiore età, per poi trasferirsi altrove, in Italia, dove completerà gli studi diventando medico, e dove si sposerà mettendo su famiglia. Un giorno, però, venendo a sapere che la zia era sul punto di morire, torna nel Salento, per restare al suo capezzale sino alla fine.
“L’emigrazione verso la Svizzera e la Germania aveva allontanato i giovani contadini dai poderi dei vecchi genitori, rimasti soli a sfiancarsi in mezzo alle viti che non rendevano più come una volta, anche perché il mercato non assorbiva totalmente il prodotto, a causa delle solite crisi agricole. Altre bevande surrogavano il buon vino del Salento, varie miscele sostituivano il magnifico olio pugliese. Prodotti artefatti o sofisticati , lanciati reclamisticamente alla televisione, gettavano nello sgomento molte famiglie di contadini, i cui figlioli preferivano inurbarsi alla ricerca di un lavoro presso industrie del nord o verso più lontane metropoli europee, anche se il cuore rimaneva nel Salento, il quale malgrado le grandi metamorfosi socio-economiche restava immutevole nella sua arcaica bellezza. […] Certo qua e là le spiagge salentine presentavano un aspetto diverso, più mondano. Ma la svolta nel meridione era assolutamente necessaria. Chalets e ristoranti, pensioni ed alberghi richiamavano stranieri e genti del nord, incantate nella scoperta di spiagge naturali, fatte di soffice bianca sabbia, di scogliere invitanti a tuffarsi tra le onde trasparenti. La mitica terra del sud apriva le sue corolle, faceva conoscere le splendide bellezze inesplorate: Castro, Santa Cesarea, Santa Caterina…Campomarino, Torre Ovo, Lido Silvana: autentiche perle dalle iridescenze opalescenti fra soli…ed azzurri interminabili. Dal maggio al settembre inoltrato durava la lunga estate salentina, smagliante di luce e di colori, di forza generosa, di atavica genuinità. […] Ricordava bene quella sera: partito con il treno alla volta del Garda, avvertì uno strano inspiegabile malessere, per cui sceso a Brindisi, raggiunse in taxi Lecce, rientrando in casa inaspettato. Egli non se la sentiva di allontanarsi dai cari luoghi; ancora una volta il Salento lo tratteneva…al mattino seguente, Giorgio si riconciliò con la vita, il malessere era scomparso. Ogni pomeriggio il nostro attraversava la città dalle quattro porte: solo, per le vie solitarie, Giorgio riscopriva la “capitale del Salento”, non si stancava di ammirarla e ne comprendeva la vera sostanza che ora maternamente lo avvolgeva. Aveva rivisto i vecchi compagni, insieme ridevano con il Salento nel cuore, il loro passato, le inveterate tradizioni, la vecchia Lecce delle giravolte, le carrozze, caracollanti tra stazione e piazza Vittorio Emanuele; il profumo di caffè tostato; i dolci dell’Alvino; il campo sportivo Carlo Pranzo con partite di pallone tra studenti. Tutto questo passato veniva confrontato con i problemi attuali, con la realtà presente, a volte drammatica, fino a coinvolgere i figli, dopo il cruccio di tante illusioni cadute. Le ansie umane svaniscono al cospetto della genuina dolcezza del Salento, invitante i suoi figli a restare; a continuare una vita più autentica, a cogliere il profumo di un’arcaica terra, dove realtà e leggenda s’intrecciano, sciogliendosi nei contorni diafani di un’esistenza ineffabile”7.
Ci deve essere un motivo se tutti coloro che vi sono nati o, hanno conosciuto il Salento, non riescono a starne lontani. C’è sempre l’idea fissa di tornarci e quando ciò non si compie, quell’idea si trasforma in un macigno adagiato sul cuore, in un vuoto da colmare, in un nostalgico e sopito dolore. Si può viaggiare, partire, tornare, riandare, girare il mondo intero, ma nessun paese potrà eguagliare la magia che il nostro mare e i nostri “trecento kilometri” di costa infondono nell’animo del Viaggiatore. E quindi…Arrivederci dall’incantato Salento.

BAIA DI PUNTA DELLA SUINA, GALLIPOLI, PUGLIA

 

immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208

 

Note:

1La caletta di Porto Badisco si chiama effettivamente “ Approdo di Enea”, anche se ormai varie teorie e ricerche storiche aggiungono a questo sito altre tre probabili candidate location per l’avvenuto sbarco di Enea nel Salento, ovvero Castro, Otranto e Leuca.

2Il sensale era già conosciuto dai persiani e dagli arabi dove rispettivamente era denominato “sapsar” e “simsar”, mentre nell’antica Grecia la figura del sensale era conosciuta con il termine proxenètes, dal quale trae origine la parola “proxenèta”, utilizzata sia in epoca romana che nel periodo medievale. Inizialmente la sua funzione consisteva nel mettere in contatto persone del luogo per soddisfare esigenze anche diverse da quelle di carattere commerciale, mentre successivamente, nell’antica Roma, il “proxenèta” assunse la figura di “intermediario di matrimoni” e di “conciliatore di dissidi familiari”. Solo successivamente, grazie allo sviluppo dell’impero romano, la sua figura assunse la più importante funzione di “mediatore in affari commerciali”. Già ai tempi dei Romani la figura del proxenèta era giuridicamente conosciuta e codificata: a testimoniarlo è il Corpus Iuris Civilis o Corpus Iuris Iustinianeum. .Il 1º gennaio 1866 nacque il Codice di Commercio del Regno d’Italia, nella cui legislazione i sensali divennero “mediatori” e vennero distinti in due categorie: quelli pubblici, i quali erano muniti di mandato, e i “mediatori in altre specie di mediazione”, ovvero i sensali di merci, di assicurazione, per noleggio navi e quelli per trasporto per terra e acqua. La legge del 20 marzo 1913, n.272 sancì che la professione di mediatore fosse libera e senza necessità di iscrizione ai Ruoli della Camera di Commercio, eccezion fatta per gli agenti di cambio e coloro che svolgevano incarichi pubblici. Nel 1958 venne invece reintrodotto l’obbligo dell’iscrizione al Ruolo della Camera di Commercio: agli iscritti per la prima volta venne attribuita la qualifica di “agenti di affari in mediazione”. https://it.wikipedia.org/wiki/Sensale

3 https://quotidianodipuglia.it/lecce/tricase_porto_via_lo_storico_ecomostro_demolito_entro_un_

4 Michele Mainardi, “Camere con vista mare. Enti di promozione ed imprese nell’innovazione turistica del Salento, degli anni settanta”, Edizioni Grifo, Lecce, 2010.

5Tutte le notizie riguardanti la storia d’impresa e la biografia di Attilio Caroli e famiglia provengono dalle fonti dell’archivio familiare.

6 https://www.carolihotels.com/storia/

7 Luigi Camassa, Salento nel cuore, pp.72-82 I.T.E.S. Lecce, 1973.

8 Tutte le immagini (in bianco e nero) contenute nell’articolo sono presenti all’interno del libro di Michele Mainardi, Camere con vista mare. Enti di promozione ed imprese nell’innovazione turistica del Salento, degli anni settanta”, Edizioni Grifo, 2010.

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