Dialetti salentini: scàncaru e stàntulu

di Armando Polito

Sono due elementi fondamentali di qualsiasi porta. Scàncaru ha il suo corrispondente italiano in ganghero, che è dal greco tardo κάγχαλος (leggi càngalos) così attestato nel glossario  Esichio di Alessandria (V secolo): κάγχαλος κρίκος ὁ ἐπὶ ταῖς θύραις. Σικελοί (κάγχαλος anello sulle porte. Siciliani).

Detto che κρίκος è forma epica di κίρκος (da cui il latino circus, che ha dato vita all’italiano circo col suo diminutivo circulus, che ha dato vita agli italiani circolo e cerchio), stando ad Esichio la forma sarebbe stata in uso in Sicilia. Appare evidente, solo a pronunciare le due voci scàncaru e ganghero che esse hanno qualcosa in comune, che non può essere se non la voce greca appena riportata.

Sorprenderebbe che questo sia sfuggito ad un maestro della statura del Rohlfs che nel suo dizionario da me citato centinaia di volte riporta il lemma che riproduco di seguito in formato immagine.

E per chiàncari:

Sorprenderebbe, ho detto (e il condizionale non è CASUALE), l’assenza di qualsiasi indicazione etimologica se nella definizione di entrambe le voci non entrasse la parola gangheri per la prima, ganghero per la seconda in conformità, credo, con quanto si legge nell’introduzione (v. I, p. 9) della sua opera: Per tutte le parole che i nostri dialetti hanno in comune con la lingua nazionale italiana, il lettore vi potrà trovar utili chiarimenti nei vocabolari etimologici della lingua italiana.

Al maestro tedesco, perciò, si potrà imputare tutt’al più, di aver risparmiato spazio e propiziato, soprattutto nei non addetti ai lavori, l’affrettata conclusione dell’omessa etimologia per i lemmi in questione. Ma, si chiederà il lettore, se tra chiàncaru e ganghero le affinità fonetiche sono evidenti, come si spiega la s iniziale di scànchiri e delle altre varianti (compresa la neretina scàncaru) in cui essa è presente? A parer mio quiella s- può avere lo stesso valore espressivo che si nota in scarciòppula rispetto a carciofo o, forse più attendibilmente, è dovuto ad incrocio con scancu , deverbale da scancare che significa allargare le gambe, scavalcare. Escluderei lqualsiasi collegamento con scancu che non sia un incrocio perché una derivazione unica e diretta da scancu avrebbe dato non scàncaru ma scancàru, come in picuràru (pecoraio) da pècura (pecora) o fumàru (fumaiolo) da fumu (fumo) e proprio la posizione dell’accento confermerebbe, secondo me,  l’origine greca della voce.

Passo ora a stàntulu che semanticamente ha il suo corrispondente nell’italiano stipite ma che etimologicamente è diminutivo di stante, participio presente con valore sostantivato di stare.Non a caso, a differenza dello scàncaru è la parte fissa di  una porta e questo concetto è alla base pure di stipite, che è dal latino stipite(m), che significa tronco d’albero, palo, Così, pur fuorviati da una moderna porta blindata con guarnizioni stagne e, qualora non ad anta scorrevole, con cerniere su cuscinetti a sfera o ad aria compressa, non ci sarà troppo complòicato immaginare il modello più semplice e primitivo di cancello (da considerarsi, molto probabilmente, l’antenato della porta) con :lo stipite costituito da due pali (stàntuli)  e una sola grata apribile grazie a due anelli di collegamento (scàncari)  con uno dei due stàntuli, mentre l’altro funge da battente.

Un commento a Dialetti salentini: scàncaru e stàntulu

  1. Ricordo- lu Stantulu era la cornice intorno alla porta.
    Per Scancaru- oltre ad essere un cardine e perno delle cerniere ricordo pure: lu Firrizzulu, un uncino che serviva da chiavistello

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