“La luna adesso”. Un romanzo di ricongiungimento

di Maria Domenica Muci

 

Il cielo smonta tardi anche stanotte, lavora su chi dorme e chi lo insegue. Non c’è una stella libera, guarda. Ora sposto il ramo, e le foglie. Ho parcheggiato qui, vicino all’ulivo del Parco. Se allunghi la mano puoi sfiorare il tronco. Aspetta, tiro avanti il sedile. Le tue braccia sono così minute. Sei appena una bambina e hai settant’anni. Cosa ti è successo per invecchiare al contrario, Rita, cosa è stato?

 

L’incipit del secondo romanzo di Pierluigi Mele, La luna adesso (Lupo Editore), apre un racconto notturno. Tutto accade davanti al mare di Porto Selvaggio, dove presso un grande ulivo un figlio e una madre trascorrono la notte. La donna, da tempo malata di Alzheimer, è immobile e assente; sopravvivono alla malattia soltanto il suo sorriso, “dimenticato sulle guance come il resto di un amore“, e una domanda insistente: “Dov’è lui?“.

La luna adesso è un romanzo poetico; ed è un romanzo intriso di notte, non di tenebre ma di quiete notturna. La quiete e lo scuro specchio del cielo e del mare sono lo scenario in cui Mimmo, un editore sconfitto, ripercorre la storia degli amori, dei disagi e dei non-detti di un’intera famiglia. Il mare, la luna e la madre malata sono la cornice entro cui si riposizionano le tessere della vita di Mimmo e di altri personaggi, secondo una narrazione che asseconda il ritmo della comprensione progressiva e inequivocabile:

Accanto a questo ulivo ci si dimentica di tutto. Un pittore sostiene che l’unico modo di ricordare senza il male è di accompagnare la memoria. Lasciata sola, ammalazza di nostalgia. È una piaga eterna nella testa. Dice che i colori sono la sua guida nei ricordi, ma che per dipingere deve prima scrostare i muri, puntare allo scheletro, l’essenza. Così la memoria si trasforma in ciò per cui dovrebbe nascere, l’oblio. Che non è dimenticare, ma un abbandonarsi, guarire da ogni peso” (p. 17).

Mimmo è il narratore interno e per tutto il romanzo si rivolge a un ‘Tu’, cioè a Rita. Il ‘Tu’ è il perno del racconto, giocato sul duplice piano del ‘Tu’ di oggi, riferito a una madre bisognosa di cure quotidiane, di terapie e di controlli medici, e del ‘Tu’ di ieri, riferito a una donna dedicata alla famiglia e rassegnata: “Ordinavi ogni suo tradimento come il cambio abiti in armadio per la stagione nuova. Nella tua dedizione di sposa, lavavi i suoi piaceri, li stiravi a puntino e li appendevi alla gruccia” (p. 18). La focalizzazione del discorso è quindi orientata su Rita, muta e statica, con cui Mimmo dialoga senza ricevere risposte. La fissità della luna nella notte e la presenza/assenza della madre costituiscono l’elemento catalizzatore che consente la polarizzazione della memoria, sicché Mimmo si abbandona al movimento ondivago, lo stesso del mare di Porto Selvaggio, di avvicinamento e di distanziamento rispetto alle vicende familiari. Lui parla alla madre; da lei, muta, gli ritornano comunque delle parole, e sono echi che per rifrazione si espandono e vanno a toccare tasselli che mettono in moto altre parole. Così, nell’aria rarefatta dell’oscurità, vari medaglioni di storia familiare prendono forma in un nuovo (o, meglio dire, primo) ordine. Tutto ciò è reso possibile dall’oblio della mente materna che tuttavia rende ancora riconoscibile, per il figlio, l’amore, consentendo ai due l’abbandono e la ri-comprensione del passato.

Il background familiare che man mano si profila è fatto di disagi e di incomunicabilità, più che di conflitti. A detta di Mimmo, la sorella Chiara ha avuto il coraggio di andarsene, anche se la sua vita non è un granché, anzi è ‘na mappina; lei è sempre in fuga “come un aquilone“, vive con Eugenio ma è un rapporto finito. Il fratello Tonio è chiuso nel suo guscio, come “un ospite senza l’invito“, e si lascia vivere in una quotidianità ristretta e meccanica. Un Salento di tradizione e un’ascendenza siciliana sono lo sfondo di appartenenza di Tonio, Chiara, Mimmo e Rita, in quanto la madre di Rita, Titina, è arrivata dalla Sicilia. L’influenza isolana è caratterizzata da un’identità linguistica che va a innestarsi nel contesto salentino, senza perdere il tratto della provenienza esterna. Si percepisce, infatti, come un ancoraggio venuto d’oltremare, e allo stesso tempo da sempre familiare, l’invenzione del siciliano ibrido e colloquiale di Titina approdata in Salento: “Volevo cuntarti del padre mio e della mugghieri sua nuova, ci pensai astanotti che eravamo insieme all’amore. Poi però non mi è venuto fiato di cuntare niente” (p. 45). Nel complesso i personaggi e le ambientazioni si collocano in un ‘sud delle due Sicilie’, che ha per denominatore comune il mare, i viaggi, il vento, la cucina, i gesti lenti e le parole poche.

La luna adesso può considerarsi un romanzo di ricongiungimento. Tutti i personaggi modulano le loro azioni e gli stati d’animo dall’interno di frizioni relazionali, difficili ma dinamiche. La ricostruzione in una sola notte della storia di Mimmo, sia quella della famiglia d’origine sia quella della sua vita con Rosalba, avviene tra rivisitazioni di trascorsi e, insieme, ‘saldature’ nello spazio e nel tempo. L’evocazione è tesa a elaborare e a mettere in ordine errori, abbandoni, perdite, insomma ogni irrisolto personale e familiare. La scrittura di Mele ha la capacità di far rinascere gli uomini dai personaggi e pare che i personaggi preesistano al racconto in certi passi, quando noi rimaniamo attaccati alle loro emozioni da dentro. La forza poetica dell’evocazione restituisce così senso ulteriore alle loro vite e dà rilievo diverso ai loro errori e ai loro strappi, e nello stesso tempo ci vede chinati per osservarli.

 

Adesso vorrei dirti ancora, Rita. Non ho detto niente da quando mi hai messo al mondo. Ho solo spiato il mondo. Anche il mare ho spiato, e questa luna che dall’alto ora scende per una notte. Sembra trasportare messaggi che il mare conserva nel fondo. Vorrei dirti tutto quello che non ho mai imparato. Solo così verrebbe l’alba e tutta un’altra storia fino ai paesi. Anche di là ho spiato. Le persone amate e le altre. E te, che sei tutte loro in una soltanto” (p. 197).

 

L’intenzione poetico-espressiva prevale, e non poco, su quella narrativa. E si avverte pure che il discorso ‘io-tu’ tra Mimmo e la madre è così centrale e stringente da sovrastare su altre componenti strutturali del romanzo. Tuttavia il lettore attento non può non cogliere alcune peculiarità stilistiche: rimandi, rimbalzi di parole che aprono ai ricordi, iterazioni, parole-chiave che successivamente si trasformano in titoli, immagini liriche che vengono riprese per essere sgranate in racconto, ascendenze letterarie (tra le tante, la metafora dell’ostrica di verghiana memoria), sequenze riflessive che fanno da specchio a sequenze narrative, parole che agganciano una chiusa all’incipit del paragrafo successivo, ricorrenze verbali estremamente puntuali (come “continua“)… insomma, un’architettura filigranata di parole che, per un meccanismo di rifrazioni, genera il racconto giocando con il racconto.

L’intesa dialogica perdurante tra Mimmo e la madre rende possibile una corrispondenza e una particolare sintonia tra il lettore e la materia narrata, in quanto la scrittura di Pierluigi Mele, curatissima nei dettagli, lascia aperto un ‘orizzonte tra due zolle’ da cui possono sollevarsi voci taciute: risuonano nel lettore domande sue proprie e non sedate, dubbi, sensazioni mai sopite, e sono esiti di un transito emotivo, tonico e fluttuante tra sé e le pagine. Il leggere è legato al vedere, il vedere è tutt’uno col sentire: in questo libro ciò avviene più che in altre esperienze di lettura. Tra una frase e un’altra è come se emergesse un canto sommerso, impastato di racconto e del fiato intenso e strozzato di chi, mentre legge, si espone all’ascolto con tutto se stesso. A ciò concorre la descrizione lenta e avvolgente delle atmosfere mentre il montaggio di situazioni dagli effetti cinematografici crea visioni, stacchi netti e l’innesto rapido di quadri narrativi.

La luna adesso è atto unico e manifesto poetico di una ‘riammissione dell’umano’ avvenuta dopo una sospensione notturna e catartica, tanto profonda quanto intima e definitiva. Riammissione dell’umano che riabilita l’uomo a sé e alla vita, attraverso l’esercizio della cura esclusiva e della tenerezza e, ancor di più, attraverso la pratica esperta, orientata dalla memoria, di costruzione e decostruzione del linguaggio letterario, possibilità suprema di elevazione.

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Pierluigi Mele, La luna adesso, Lecce, Lupo Editore, 2018, pp. 200, € 14,00, ISBN 978-88-66670-67-4

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