Testimonianze culturali della presenza ebraica in terra d’Otranto tra IX e XVI secolo

di Cristina Manzo

 

Si trovano nel codice ebraico di Parma le più antiche tracce della lingua salentina a noi conosciute. Risalgono al 1072 e qui di seguito ecco alcuni dettagli di quel manoscritto, che è fra i più importanti e anche meno conosciuti della storia (in parte dimenticata) del nostro bel Salento.

Il salentino usato in queste glosse fa riferimento alle consuetudini agricole, ed è scritto in un misto fra latino e volgare, con parecchi messapicismi rilevabili dai nomi di alcune piante come ad esempio nelle citazioni : “lenticla nigra, cucuzza rutunda, cucuzza longa … tricurgu, scirococcu”.

Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: “tagliano le sporgenze dell’albero”; sepàrane: “staccano le foglie secche”; assuptìgliane: “coprono di terra fine le radici che si sono scoperte”)1

 

Fig.1,Il manoscritto contiene 154 glosse dell’XI secolo scritte con caratteri ebraici, proviene dall’accademia talmudica di Otranto ed è databile intorno al 1072. Probabilmente è il più antico manoscritto completo esistente della Mishnà, talora indicato come manoscritto di Parma A” di quest’opera. Copiato con caratteristiche ortografiche palestinesi in Otranto nel 1072/1073, in scrittura quadrata italiana, con glosse salentine di mano dello scriba principale. Appartenne a Mosheh ben Benjamin Finzi, ed era rilegato insieme al manoscritto Vaticano ebraico 31 contenente il Sifra [2] .

Sembra molto probabile che gli ebrei cominciassero a prendere stabile dimora nell’Italia meridionale quasi nello stesso tempo che a Roma. Per recarsi dall’oriente a questa città dovevano generalmente sbarcare a Brindisi o a Pozzuoli e per la via Appia attraversare l’antica Calabria, cioè Terra d’Otranto, e poi la Puglia, il Sannio e la Campania. Se liberi cittadini e dediti al commercio, potevano, almeno alcuni, restare o tornar subito in altre regioni, allettati dalla fertilità del suolo e dalla floridezza delle città marittime; se prigionieri di guerra e schiavi, potevano invece, anche in parte, esservi mandati a coltivare i latifondi posseduti dai romani.

Come è risaputo nel 70 dopo Cristo, avendo Tito distrutto Gerusalemme, moltissimi palestinesi furono venduti come schiavi sui mercati d’oriente e d’occidente, e di essi una parte venne trasferita in Italia. Infatti Josiffon, o lo pseudo Giuseppe, nel decimo secolo, afferma che Tito ordinò a circa cinquemila prigionieri di guerra di stabilirsi a Taranto, in Otranto e altrove; e il cronista Achimaaz, del secolo undecimo, vede in tali prigionieri palestiniani l’origine della comunità giudaica di Oria, sua patria.

“Nelle varie città di Puglia e di Calabria adunque, gli ebrei costituivano «plurimos ordines», erano quindi numerosi3. Secondo Achimaaz, Oria avrebbe accolto i primi ebrei dopo la distruzione di Gerusalemme e sarebbe stata la culla de’ suoi antenati.

Primo tra questi Amitthai rabbino, poeta e teologo. Inoltre, nell’assedio posto a Oria da’musulmani nel 925, come già a Napoli contro Bellisario, i più strenui difensori della città furono gli ebrei ed essi più che altri subirono gli effetti della sconfitta, fatti schiavi, dispersi, Donolo un fanciullo di dodici anni allora, fu con molti altri condotto schiavo a Taranto o ad Otranto.

Donolo, tuttavia divenne medico illustre e scrisse numerose opere di astrologia e astronomia e fu il primo che nel mondo giuridico trattò di materie scientifiche nell’antica lingua nazionale. Le due città, in una delle quali egli sarebbe stato condotto schiavo da Oria e poscia restituito alla libertà, furono già additate entrambe come asili primitivi di gerosolimitani prigionieri, Taranto riapparirà stanza di ebrei nella prima metà del secolo XI. Meglio ancora, Otranto è accoppiata a Bari, e l’una e l’altra elevate ad una grande importanza da un proverbio che un celebre rabbino francese del XII secolo citava già come sentenza antica. Il proverbio diceva: «Da Bari esce la legge, e la parola di Dio da Otranto»4 .

Tra gli episodi che si conoscono, spiccano per importanza sempre quelli che evidenziano i contatti e le interrelazioni culturali tra Terra d’Otranto e Costantinopoli, o Terra d’Israele e Africa settentrionale. Sembra evidente che in tali contesti i protagonisti delle vicende si trovino perfettamente a loro agio sia che si tratti di emiri islamici che di imperatori greci, sottintendendo quindi che appartenga loro quella naturalezza e quell’attitudine proprie della conoscenza delle molte lingue diverse utili, nella comunicazione scritta e orale. Inoltre, “Shabbetày Donnolo, nell’introduzione al suo Sèfer hakmonì ( cioè il Libro del sapiente, di colui che sa, conosce), afferma di aver tratto ispirazione da opere composte in greco e in arabo5 (degno di nota il fatto che mentre nella prima fonte il Donolo è riportato con una sola n, nella seconda fonte ne ha due, Donnolo).

Questi due centri erano dunque i due focolai della civiltà giudaica. Innegabilmente in Puglia, gli ebrei si estesero di molto durante il periodo normanno-svevo. A Lecce si stabilirono presso la chiesa di S. Irene, ed a Brindisi e a Oria continuarono a spiegare la loro nota attività. Maggiore prosperità godettero a Taranto.

A Bari, poi, data la loro notevole importanza, il duca Roberto ne incluse i redditi nella dote di sua moglie Sigelgaita che, alla morte del duca, li sottopose alla giurisdizione dell’arcivescovo, che fu il secondo, quindi, alla morte di lei, ad ottenere la giudeca, (per la salvezza della sua anima). L’esempio di Bari, avrebbe fatto scuola, e in Puglia vennero poscia, nel 1093, il vescovo di Melfi e l’arcivescovo di Otranto e più tardi quelli di Ascoli e di Trani. A Melfi gli ebrei accorsero numerosi dacché la città fu scelta come capitale della contea di Puglia. Nel 1165 erano 200 e nel medesimo anno ad Otranto 500. Ad Ascoli, cominciarono sotto Guglielmo II a pagare al vescovo i contributi detti plateatici derivanti dalle merci che essi e quanti altri correligionari recavansi dai dintorni vendevano in paese ed a Candela6.

Quindi, tra i più antichi insediamenti della diaspora europea occidentale, le comunità ebraiche sono attestate in Terra d’Otranto fin dall’epoca imperiale romana. La presenza di nuclei ebraici nella Puglia meridionale è in larga parte da associare all’importanza del porto di Brindisi per le comunicazioni con il Mediterraneo orientale. In età medievale il rilievo dei porti pugliesi per il transito di merci e viaggiatori verso la penisola balcanica e l’Oriente (in particolare all’epoca delle Crociate) fu parimenti responsabile della fioritura di numerosi centri di cultura ebraica nella regione adriatica.[…]

Si dovrà ricordare che Terra d’Otranto e Calabria rimasero più a lungo di altre regioni del Meridione d’Italia peninsulare nella sfera diretta d’influenza politica dell’impero Romano d’Oriente e che comunità ellenofone sono rimaste vitali fino ai nostri giorni nel Salento. Le dispute medievali tra cristiani ortodossi ed ebrei nell’area potrebbero essersi svolte appunto in tale lingua. È significativo, tuttavia, che nel dibattito polemico (1220) tra gli ebrei di Otranto e l’abate di Casole, Nicola-Nettario, quest’ultimo sottolinei che i suoi oppositori solevano parlare tra loro in ebraico, indicazione rilevante della persistenza della lingua santa nella comunicazione quotidiana e non solo in quella dotta o nella sfera liturgica.

Certamente l’attività di preghiera e di studio dei testi tradizionali nelle importanti scuole ebraiche locali si svolse sempre in ebraico, come dimostra il numero relativamente ampio di manoscritti, principalmente di carattere scientifico, copiati per uso didattico in Salento. […]

Le più antiche iscrizioni tombali rinvenute nel Salento, così come in altre aree della Puglia e della Basilicata, mostrano la costanza dell’uso affiancato del greco e dell’ebraico. Anche se la lingua ellenica fu impiegata sempre più raramente nell’epigrafia a partire dal VII secolo (in un primo momento a vantaggio del latino) tale fenomeno dovrà spiegarsi più come esito della tendenza degli ebrei europei a sottolineare la loro identità mediante il ricorso esclusivo alla lingua della Scrittura, piuttosto che alla perdita di consuetudine con l’idioma ufficiale dell’impero bizantino, utilizzato nei primi secoli dell’era volgare anche all’interno del rito giudaico7.

Gli ebrei che si insediarono in Puglia si trovarono ad intrattenere fiorenti commerci con gli altri ebrei che si erano stabilizzati nelle terre confinanti con la penisola italica, in base alla loro provenienza, all’interno della diaspora. Questo scambio di affari portò certamente un grande arricchimento culturale e linguistico, oltre a produrre una vicendevole testimonianza del loro passaggio e della loro vita in questi centri. Così a Costantinopoli, in Grecia o nei paesi Balcani o in luoghi dell’Africa settentrionale, sono conservati documenti che testimoniano la loro permanenza nel Salento, quanto nel Salento vi sono documenti che attestano l’inverso. Ed è grazie a questo ricco archivio, derivato dai contatti di scambio, che tutto il meridione può attingere a preziose fonti storiche che ne ricostruiscono le tappe, anche se, permangono enormi lacune in proposito.

A causa di questo scambio di commerci tutti gli ebrei erano costretti a conoscere più lingue, per potersi capire reciprocamente e per la partecipazione alle funzioni religiose, quindi nell’epoca più antica del loro insediamento in Terra d’Otranto è stato indispensabile per essi conoscere oltre al latino, il greco, l’ebraico e l’aramaico.

Nel I sec. e. v. durante l’impero di Augusto e Tiberio, la presenza di nuclei ebraici in Italia meridionale testimonia i rapporti tra Roma e terra d’Israele. La distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, con la conseguente deportazione di famiglie illustri della capitale della Giudea, fece sì che nuovi gruppi giudaici, costretti a trasferirsi nella nostra penisola, venissero ad insediarsi nei centri portuali adriatici. Da questa migrazione, successiva alla deportazione voluta da Tito, gli ebrei salentini trassero motivo di vanto: essere ebreo pugliese significava discendere dall’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme.

La notizia dell’esistenza di un centro culturale ebraico nell’Italia del sud era a tal punto diffusa già nel Medioevo che a suo riguardo fu pronunciata quella celebre affermazione, di cui abbiamo già fatto menzione, riportata da Rabbenu Tam: «perché da Bari uscirà la Torà e la parola del Signore da Otranto».

Gran parte delle informazioni che permettono di ricostruire la tradizione liturgica dell’ebraismo salentino ci deriva dalla produzione innografica contenuta nel mahazor di Corfù.

Il minhag (rito) di Corfù si fonda sull’unione di varie componenti liturgico-letterarie che si vennero sovrapponendo nel corso dei secoli a mano a mano che ebrei di varie provenienze si stabilirono sull’isola jonica.

É da tempo nota l’affinità tra produzione innografica pugliese e corfiota, che in genere si ritiene spiegabile tenendo conto della diaspora sull’isola di profughi provenienti dall’Italia meridionale dopo i provvedimenti di espulsione del XVI secolo. Si deve ricordare, tuttavia, che i rapporti tra Corfù e il Salento sono documentabili già dalla fine del XIV e per tutto il XV secolo8.

Per avere un’idea dei canti degli ebrei di Corfù è necessario ricordare per sommi capi la storia dei vari gruppi ebraici che si sono insediati nell’isola nel corso dei secoli. Il gruppo ebraico più antico è quello dei cosiddetti ebrei Romanioti che non sono né aschenaziti né sefarditi e che si stanziarono in Grecia e nelle isole greche, Corfù compresa, più di 2000 anni or sono.

Gli ebrei sefarditi giunsero a Corfù dalla Puglia dopo il 1510, tollerati ancora per qualche anno in Italia dopo l’espulsione dalla Spagna: di livello sociale più alto, formarono una Comunità separata dai Romanioti. Questi ultimi non parlavano il ladino ma un dialetto greco; anche se godevano di particolari privilegi sino al 1660 e la loro comunità era più antica, furono di fatto quasi totalmente inglobati dagli ebrei. Come conseguenza anche il minhag sefardita si affermò rispetto al minhag bizantino più antico della comunità Romaniota. Gli immigrati sefarditi parlavano un dialetto misto di ladino, ebraico e pugliese e, dopo la conquista dell’isola da parte di Venezia nel 1386, anche di veneziano. Gli ebrei di Corfù hanno conosciuto sino a tempi molto recenti continue persecuzioni, discriminazioni e pericoli di ogni sorta. I loro canti si possono ancora ascoltare dal vivo nelle pochissime testimonianze pervenuteci e rivelano la storia travagliata di questa comunità ebraica sopravvissuta sino alle persecuzioni naziste e annientata come la maggior parte delle comunità della Grecia.

Questi canti, nella registrazione di uno degli ultimi ebrei di Corfù, hanno un carattere nettamente sefardita e dimostrano come l’elemento italiano di origine sefardita sia stato predominante a Corfù nei canti e negli usi linguistici corfioti, sopravvissuti oltre che a Corfù, anche a Tel Aviv (nell’unica sinagoga dove ancora è in uso il minhag di Corfù) e in parte a Trieste. Dove vivono ancora gli esuli da Corfù, si possono ritrovare gli echi di tutta la storia degli ebrei di quest’isola9.

La comunità ebraica di Lecce, la cui esistenza è attestata già nell’XI secolo, raggiunse la sua massima fioritura nel Quattrocento. Nonostante la distruzione del quartiere ebraico nel 1463, anno in cui gli ebrei, sottoposti alla pressione ecclesiastica, furono costretti alla fuga, la comunità fu ricostruita pochi anni dopo. Gli ebrei furono nuovamente espulsi a seguito dell’occupazione francese del Regno di Napoli nel 1495. Due anni dopo, la sinagoga di Lecce fu trasformata in chiesa e in ospedale.

Il decreto di espulsione degli ebrei del Regno di Napoli promulgato nel 1510 colpì ovviamente anche gli ebrei leccesi. Nel 1520 uno sparuto gruppo di ebrei si reinsediò nella città rimanendovi fino al 1541, anno dell’espulsione definitiva di tutti gli ebrei dall’Italia meridionale.

Informazioni sulla vita culturale della comunità di Lecce e di altri centri salentini nel corso del XV secolo ci vengono trasmesse dai vari manoscritti ebraici copiati alla fine del medioevo nella città e nei dintorni. Dai pochi dati dei manoscritti è difficile giungere a descrizioni esaustive della vita nell’ambiente ebraico salentino. Ad ogni modo i codici che analizzeremo in questo contributo testimoniano il precipuo interesse degli ebrei locali per la medicina, le scienze e la filosofia.

Si conoscono dieci copisti ebrei attivi a Lecce e nell’area salentina in un periodo che si estende per poco più di un secolo (1384-1494):

1) –‘Eliyyahu ben Dawid nezer Zahav ‘ibn Šoham, di origine bizantina. Di lui si conservano quattro manoscritti copiati negli anni1384-1425: il più antico, copiato a Valona, contiene una miscellanea di opere aggadiche, halachike, omiletiche e cabbalistiche, poi copiò per suo figlio le omelie di Yehošua ‘ibn Šu ‘aib, poi Il Trattato Zikron tov (buona memoria) commento letterale midrašico e cabbalistico al Pentateuco di Natan ben Šemu ‘el ha Rofe e Il Sefer ha-zikronot (libro dei ricordi), commento al Pentateuco di Avraham ibn Ezra.

2) – Dawid ben‘Eliyyahu nezer Zahav‘ibn Mu’allam, figlio del precedente, abitò a Lecce, dove ebbe un incarico significativo nella comunità e in altre città del Salento. Si conservano due manoscritti da lui copiati. Il più antico è una miscellanea medica (copiato a Specchia, nel basso Salento) e il secondo è una raccolta di scritti astronomici.

3) – Crescas Qalonymos di origine iberica, copiò a Lecce per il padre Crescas Me’ir Qalonymos (fine 1437) due opere di ‘Avraham bar Hiyya: I fondamenti della conoscenza e la torre della fede (trattato di filosofia) e Misura lineare e geometria (un’opera di matematica).

4) – Ya’aqov ben ‘Avraham ha-Kohen, copista di origine iberica. Di lui restano due manoscritti copiati a Lecce. Il primo è un’opera astrologica, il secondo comprende due opere mediche: il Canone di Avicenna (primo libro) e i capitoli di medicina di Guglielmo di Saliceto.

5) – Menahem ‘Amon ben Yishaq, copista di origine bizantina. Nel [5]201(1441)copiò a Lecce il secondo libro del Canone di Avicenna, nella versione ebraica di Yosef ben Yehošua’ha-Lorqi.

6) – Yešu’à ben Dawid ha-Kohen, copista di origine iberica. Ci restano undici manoscritti da lui copiati a Lecce e in altre località pugliesi, tra il 1452 e il 1478. Due di questi trascritti a Nardò (Libro dei capitoli di Ippocrate = aforismi, con il commento di Galeno, e due opere di medicina composte da Bernardo di Gordon) e poi completati a Gallipoli, e uno a Taranto (l’Antidotario), opera di medicina.

7) – Šelomo ben Nahman, copista di origine bizantina, copiò a lecce un libro di preghiera, un Siddur.

8) – Yiṣḥac ben Ša’ul, copista di origine iberica, copiò il Libro dei fondamenti di Euclide.

9) – Yiṣḥac ben Natan Kohen, copiò a Taranto tre miscellanee cabalistiche, “Completato qui, nella città di Taranto del regno di Napoli, martedì 3 Kislew dell’anno “voto” [(5)254], nel secondo anno dell’esilio dalla Spagna”.

10) – Un medico anonimo di origine iberica, copiò a Massafra per uso personale Il commento ai salmi di Dawid Qimḥi10.

Degli ebrei più illustri dell’Italia Meridionale è generalmente noto agli studiosi un Abraham, figlio del rabbino Meir o Mayr de Balmes, nato a Lecce, medico valente, filosofo, traduttore, grammatico, e professore nell’università di Padova. Egli contribuì a diffondere tra gli umanisti le dottrine filosofiche arabe, specialmente mediante pregevoli traduzioni dall’arabo in latino di numerose opere di Averroe. Come grammatico poi, dette nuovo e più razionale indirizzo allo studio della lingua ebraica, trattando per primo, tra i suoi connazionali separatamente e in modo speciale della sintassi. Abramo de Balmes, non solo era medico perché chiamato “Magister”, come tutti gli altri medici, ma era anche medico illustre e benemerito, perché godeva dei “privilegi” i quali, combattuti dall’università di Lecce gli furono, dal sovrano, riconfermati. E, si noti bene che, dicendosi essere stati questi privilegi concessi dai predecessori di Alfonso II e confermati da Ferdinando I, si deve risalire, per la data della loro prima concessione agli ultimi Angioini e ad Alfonso d’Aragona. Sicché il Balmes fioriva indiscutibilmente verso la fine della prima metà del secolo XV (il 12 novembre 1472, veniva nominato a vita e con l’annua provvigione di 300 ducati, medico della famiglia reale), estendendo i suoi privilegi anche ai sui successori11. A Lecce, vi è una via a lui dedicata, “Via Abramo Balmes”.

All’interno del Cimitero Monumentale di Lecce, voluta da Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce e ultimo re dei Normanni, proprio come ricorda l’epigrafe posizionata sopra il portale è situata, anche, la bellissima chiesa di origine medievale dei santi Niccolò e Cataldo. L’iscrizione ricorda che la chiesa fu edificata in onore del santo patrono della città per sciogliere un voto che era stato garantito in seguito ad uno scampato naufragio nei pressi di Otranto. Si tratta di un magnifico edificio in stile romanico che venne completato nel 1180 e, in seguito, donato ai Benedettini.

All’interno della chiesa dei Santi Nicolò e Cataldo tra le varie manifatture vi sono le cinquecentesche opere di Gabriele Riccardi, come due acquasantiere figurate, incastonate nelle prime due colonne della navata centrale, e la superba statua di San Nicola, alta poco meno di due metri. Come è accaduto ad altri monumenti importanti di Lecce, anche questo gioiello di chiesa ha subito, attraverso il tempo e la storia, innumerevoli interventi e modifiche. Resta, comunque, molto chiaro l’impianto medievale, se pur contaminato dall’arte normanna e da quella araba. Dalla facciata salta all’occhio la severità dell’impronta romanico-pugliese mista alla stravaganza del barocco. Alla fine del XII secolo risale la costruzione dell’annesso convento, edificato sempre per volere di Tancredi. Nel centro del primo chiostro realizzato nel 1559, si erge un pozzo rinascimentale coperto da un’elegante edicola con colonne tortili, mentre il secondo chiostro venne aggiunto nel 1634. Questa statua maestosa del Santo Nicola, alta circa due metri, realizzata dal Riccardi e raccontata nella “Lecce Sacra” (1634) da Giulio Cesare Infantini, è una fonte preziosa oltre che per capire quale fosse lo stato dell’arte sacra sino al periodo della sua pubblicazione, anche per quanto riguarda la cultura iconografica salentina medievale.

La statua del santo ha di insolito, tra i ricchi e fastosi paramenti vescovili, un’effigie, un’occorrenza mutuata dall’ebraico “Adonay”, uno dei nomi di Dio, in genere usato per sostituire l’ineffabile tetragramma. L’ebraismo ci insegna che il nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. A esso ci si riferisce, solo se necessario, attraverso l’appellativo “Adonay” (propriamente, “Nostro Signore”). Tale divieto non era imposto, però, al Sommo Sacerdote. Potrebbe essere, quindi, che il venerabile Santo da Mira, vi fosse per carica e titolo, iconograficamente associato? L’altra cosa che appare molto strana, in questa iconografia, è che la scritta ebraica “Adonay”, sulla statua del santo da Mira sia, tuttavia, impressa in caratteri quadrati e latineggianti. Un vero mistero, non collegabile ad altri casi simili conosciuti, non sufficiente da catalogarlo come fonte preesistente.

Fig. 2, Gabriele Riccardi, San Nicola, dopo il 1531 e prima del 1552, pietra leccese policromata e dorata, lecce, chiesa dei santi Niccolò e Cataldo
Fig. 3, Gabriele Riccardi, particolari iconografici della statua di san Nicola in lingua ebraica latinizzata

 

Inoltre va ricordato che fu proprio il Riccardi ad essere incaricato della riqualificazione urbana di un’area di Lecce ben precisa, cioè quella del ghetto ebraico, che fu cancellato fisicamente intorno al IV decennio del XVI secolo per far posto all’esteso complesso di chiesa e monastero per l’ordine dei Celestini del quale, proprio la Basilica di santa Croce si deve a un suo progetto. Solo la toponomastica attuale serba memoria dello status quo urbanistico precedente agli interventi cinquecenteschi [12].
Fino alla fine del Medioevo Lecce e molti altri paesi del Salento avevano la propria sinagoga, mentre ora la più vicina rimasta in piedi è quella di Trani, la Sinagoga “Scola Nova” edificata nel XIII secolo, trasformata in chiesa nel XVI, con l’espulsione degli ebrei locali e, tornata al suo uso originario, solo dal 2005.

La comunità ebraica era molto fiorente nel Salento, infatti sono molti i paesi di terra d’Otranto che possono annoverare nella loro storia una “Giudecca”: Soleto, Ortelle, Oria, Martina Franca, Otranto, Galatina, Nardò, Ugento, Gallipoli, Alessano e Tricase.

Quando con l’imperatore Carlo VIII ricominciò il doloroso periodo delle persecuzioni contro gli ebrei, questa comunità scomparve definitivamente dal Salento. A Lecce la Giudecca, che occupava tutta la zona del centro storico dove vi è ora Palazzo dei Celestini, la Basilica di Santa Croce, Palazzo Personè, Palazzo Adorno, ed altri ancora, venne presa di mira a cominciare dal 1463.
Anche a Nardò, nella prima metà del secolo XIV aveva preso piede un gruppo di proseliti della fede ebraica che, era per altro, ben favorito dall’abate benedettino di S. Maria, Guglielmo, contro il parere comune contrastante, tanto che questo suo comportamento fu annotato in un corposo elenco di crimini che gli vennero attribuiti, e che fu poi posto all’attenzione di papa Urbano III, nel 1367, dal clero locale.
A quell’epoca e sino al 1485 erano una cinquantina le famiglie ebraiche presenti nella comunità, come si evince dall’elenco dei diritti della chiesa di Nardò compilato in quell’anno. Gli ebrei annotati nell’elenco erano obbligati al pagamento dello “Jus Affidae” alla chiesa, e a molti di loro, la stessa, aveva concesso il beneficio della locazione, sia di abitazioni che di botteghe, per svolgervi i propri mestieri. Essi svolgevano diverse attività, ma prevalevano quelle della concia delle pelli per cui si guadagnavano spesso delle multe a causa dello svuotamento di acque putride, prodotte da questo lavoro, sulle pubbliche vie.

“In Nardò (notisi per quanto dirò) fu prescritto che le 50 case delli giudei contribuiscano come l’altri cetadini (Arch. Prov. di Lecce, Università di Nardò, 1469 e Diplomi del 1465 nell’Arch. Vescovile). In Ostuni nel 1495 (Libro Rosso Ostuni) si trattò di Christiani novelli, cioè ebrei convertiti, e di marrani cioè ebrei convertiti per paura e in apparenza. In Lecce avevano comunità indipendente e finanche la Sinagoga e il cimiter e foro sempre incorporati et uniti cum la dieta Università, contribuendo in omne peso et pagamento, et cussì gaudendo omne previlegio et immunità quali gaudevano li altri cetadini (Libro Rosso di Lecce, anno 1467)”13.

Comportamenti trasgressivi verso le regole della città o nell’ambito del privato erano molto frequenti sia tra gli ebrei stessi che nei confronti dei cristiani, come si evince dalle note nel Registro delle multe inflitte dal capitano nell’anno dell’VIII a indizione (settembre 1489-1490). Molti giudei vi compaiono sia come parte lesa che come accusati, per litigi, ingiurie, minacce, violazioni di bandi, giochi proibiti (carte, dadi). Gli attriti con le autorità locali per motivi fiscali continuarono nel 1494, e questo certamente accrebbe l’animosità contro gli ebrei, che si espresse con violenza l’anno dopo, quando Carlo VIII di Francia invase il Regno.

Gli ebrei, depredati dei beni e costretti a rinunciare ai propri crediti, trovarono scampo nella vicina Gallipoli, le cui autorità ottennero il 7 dicembre 1501 da Consalvo de Cordova, Gran Capitano dell’esercito spagnolo, che potessero recuperare i beni mobili e stabili di cui erano stati privati. Gli ebrei tornarono a Nardò agli inizi del vice regno nel 1503, per poi esulare nuovamente con l’Editto di espulsione emanato da Ferdinando il cattolico nel 1510. Ma in quegli anni, proprio nella comunità neretina, “Una testimonianza dell’apertura all’ebraismo dell’umanità si può desumere da una lettera del 1511 scritta da Antonio De Ferraris Galateo, intitolata “De Neophitys”, in cui l’autore difende la scelta del figlio del duca di Nardò N. Bellisario D’Acquaviva di sposare un’ebrea convertita. Vista l’epoca, l’ingresso di una discendente di giudei in un casato tanto illustre non poteva che suscitare stupori e maldicenze, ma egli, nella missiva esaltò la nobiltà dei giudei e della loro fede”14

Isabella la Cattolica divenuta moglie di Ferdinando II d’Aragona sull’onda della reconquista convinse il marito a espellere gli ebrei. L’espulsione dai regni spagnoli fu, così, decretata nel 1492 con il “decreto di Alhambra”. Unica via d’uscita era la conversione al cattolicesimo. Solo in Sicilia si contavano oltre 90 giudecche con circa 37 mila ebrei, di cui a Palermo e a Siracusa comunità di circa 5 mila ciascuna. Il re Ferdinando, divenuto anche re di Napoli nel 1504, il 23 novembre 1510 emise un ulteriore atto di espulsione degli ebrei da tutta l’Italia Meridionale, però evitabile con il pagamento di 300 ducati. Solo nel 1542 il viceré Pedro di Toledo emise il definitivo decreto di espulsione per gli ebrei dal regno di Napoli.

Le ultime comunità che già dalla grande diaspora del II secolo si erano insediate fra Brindisi e Roma sparirono dalle realtà urbane in cui avevano trovato accoglienza. Fu papa Paolo IV con la bolla “Cum nimis absurdum” del 1555 che forzò gli ebrei a vivere in un’area specifica, prevedendo una serie di restrizioni particolari, il ghetto, e papa Pio V raccomandò che tutti gli stati confinanti istituissero dei ghetti, che sarebbero poi stati in vigore per secoli15.

Così, tornando alla giudecca di Lecce, nel 1495, si arrivò a dare alle fiamme persino la sinagoga e da quel momento tutti gli ebrei privati dei privilegi e spogliati da ogni bene posseduto furono cacciati definitivamente. La Sinagoga si trovava proprio davanti alla chiesa di Santa Croce, accanto a quello che ora è il più bel sito barocco leccese. Nel punto della città in cui oggi pulsa il cuore nevralgico della sua movida, un tempo si ergeva il quartiere ebraico.

All’interno di Palazzo Adorno che, di recente, per volontà dell’assessore Andrea Guido, è stato aperto al pubblico per delle visite guidate, c’è una cosa molto singolare che testimonia il passato: davanti all’architrave che porta, nei sotterranei, verso quello che era lo scarico fognante della casa, se ci si curva e si osservano le chianche di pietra dal basso, si nota una iscrizione ebraica: “Questa non è altro che la casa di Dio”(Genesi, 28, 11-22), che probabilmente avrebbe dovuto continuare con la dicitura “e questa è la porta del cielo!”, la pietra dove è incisa la scritta è un unico blocco che, sembrerebbe lecito presumere provenga dalla sinagoga distrutta, quindi materiale di risulta riutilizzato durante il restauro del palazzo.

A proposito di questa ricollocazione dal “varco di entrata in un luogo sacro” al “varco di entrata, del sotterraneo, che portava alla zona fognante del palazzo”, c’è chi ipotizza che, in quel tempo ciò avvenne non per caso ma, per l’appunto, in segno di disprezzo verso coloro che avevano posseduto quel luogo, prima di essere scacciati dalla città. Ricordiamo che Palazzo Adorno fu, ancora una volta, un’altra delle costruzioni che vennero avviate, intorno al 1568, su disegno dell’architetto Gabriele Riccardi, che era stato incaricato di ricostruire sulla giudecca; la magnificente dimora divenne proprietà della nobile famiglia napoletana dei Loffredo, imparentati con i De Capua, prima di passare di proprietà al genovese Gabriele Adorno, un generale della marina imperiale di Carlo V, residente a Lecce.

Nei sotterranei, all’epoca della giudecca, pare che vi fosse il cimitero ebraico, nonché delle vasche di abluzione, per le funzioni ebraiche che si contemplavano nella bibbia ebraica e che sono elaborate nella Mishnah e nel Talmud. In questi sotterranei infatti, scorre la purissima acqua del fiume Idume, al primo livello della sua falda acquifera, che sicuramente rappresentava la loro cisterna. Il fiume attraversa tutta la città e sfocia nel bacino di Torre Chianca.

Fig. 4-Via della Sinagoga, Lecce.

 

Fig. 5-Via della Sinagoga, Lecce.
Fig. 6, scorcio del sotterraneo di palazzo Adorno
Fig. 7, Pietra, posta all’ingresso della zona fognante, con la scritta ebraica
Fig.8, Pietra posta all’ingresso della zona fognante con la scritta ebraica
Fig.9-Il fiume Idume nel sotterraneo del palazzo
Fig.10- Lecce, Via Abramo Balnes

 

NOTE
1 cfr: Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l’italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Samfundslitteratur, Copenaghen: 2005.
2 cfr: L. F. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271, Gaetano Macchiaroli, Napoli,1977.
http://belsalento.altervista.org/a-parma-il-piu-antico-manoscritto-della-lingua-salentina-del-1072-con-caratteri-ebraici/?upm_export=print

3 P. Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, a cura di S. BERTELLI, 1,2, cap.2. «era al Puglia e la Calabria nei tempi di Onorio molto infestata dai giudei i quali, licenziosamente vivendo, di non poca confusione eran cagione». Stamperia Giovanni Gravier, Napoli, 1770.

4 G. I. Ascoli, Iscrizioni inedite o mal note greche, latine, ebraiche di anctichi sepolcri giudaici del Napoletano, Erm. Loescher, 1880.

5 Shabbatai Donnolo, Sefer Hakhmoni a cura di Piergabriele Mancuso, Giuntina, Firenze, 2009.

6 N. Ferorelli, Gli ebrei nell’Italia Meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Edit. Il Vessillo Israelitico, Torino, 1915.

7 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, p.12, Congedo Editore, Galatina, 2013
.
8 http://siba-ese.unisalento.it/index.php/idomeneo/article/viewFile/15290/13286

9https://www.fondazionelevi.it/wpcontent/uploads/2016/08/RRR.sinagoghe.Abstract.Fubini.pdf.

10 F. Lelli, (a cura di) Gli ebrei del Salento, secoli IX-XVI, pp.256-265, Congedo Editore, Galatina, 2013.
11 N. Ferorelli, Abramo De Balmes ebreo di Lecce e i suoi parenti, estratto dall’archivio storico per le prov. nap. Anno XXXI, fasc. IV, Stab. Tip. Luigi Pierro e Figlio, Napoli, 1906.
12 F. Lelli, (a cura di) pp.355-362, 2013
13 E. Vernole, Gli ebrei nel Salento, in Rinascenza Salentina n. s. 1, pp. 17-24. (1933).
14 https://www7.tau.ac.il/omeka/italjuda/items/show/420
15 https://it.wikipedia.org/wiki/Giudecca_(quartiere_ebraico)

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