Fascinazione: i riti, i simboli, le guaritrici, le affascinatrici e le vittime

di Gianfranco Mele

 

“L’ occhio manifesta molte cose magiche, poiché incontrandosi un uomo con l’altro, pupilla con pupilla, la luce più possente dell’uno abbaglia e abbatte l’altro che non può sostenerla”

(T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, pag. 284)

 

Johanne Christiano, Tractatus de fascinatione, Nuremberg, 1675

 

Nell’ambito di un seminario-ricerca universitario di antropologia, a metà anni ’80 mi fu assegnata una ricerca sulle tradizioni magico-popolari a Sava e in particolare sull’usanza de “lu ‘nfascinu” (una forma di “maleficio” – anche involontario – lanciato principalmente per mezzo dello sguardo). Intervistai in quella occasione 25 donne savesi di estrazione contadina, che erano entrate in contatto con questa esperienza: in particolare, mi occupai sia di raccogliere informazioni da chi aveva avuto in famiglia un caso di ‘nfascinu, che di intervistare donne guaritrici e donne ritenute ammaliatrici. Sinteticamente, gli elementi che emergevano erano i seguenti:

 

  • soggetti maggiormente colpiti dal fascinum: bambini/e e fanciulli/e
  • modalità di trasmissione: sguardo, parole (anche complimenti), gesti, contatto fisico (carezze, toccamenti)
  • sintomatologia: mal di testa, vomito, sonnolenza, pesantezza delle palpebre, perdita delle forze, pallore, febbre, intontimento, spossatezza, dolori diffusi.
  • aggravamento dei sintomi non accompagnato da “cure”: morte
  • tipologia del “male”: maleficio (anche e spesso involontario)
  • riti preventivi: amuleti (“cornetti” appesi al collo), immagini sacre, sacchettini appesi con una spilla agli indumenti e contenenti piombo, immagini sacre, acini di sale
  • riti esplorativi (diagnostici): rituali relativamente complessi con utilizzo di orazioni segrete, formule, preghiere, piattino con acqua e olio;[1] utilizzo della lingua (segno della croce per 3 volte) sulla fronte del bambino per “saggiare” se è affascinato o meno
  • rituali riparatori: formule, gesti, orazioni segrete o preghiere o segni della croce ripetuti per 3 volte. Il rito del “piattino con acqua e olio” ha in genere una funzione esplorativa ma si protrae sino alla fase riparatoria (è in un certo senso parte integrante anche della “cura” e viene ripetuto per verificare se il soggetto è guarito)
  • persone deputate a guarire: donne, in genere anziane, che hanno appreso la pratica per via “segreta o iniziatica (spesso tramandata di generazione in generazione a “eredi” prescelti e/o considerati predestinati, attraverso – in ogni caso – una vera e propria iniziazione). In altra occasione in cui ho descritto alcuni dei risultati della suddetta ricerca, ho evidenziato alcuni elementi comuni tra i rituali di guarigione connessi al fascinum tipici della nostra cultura contadina, e elementi che rimandano al mito di Demetra – nutrice, guaritrice e protettrice degli infanti, e dispensatrice di rimedi magici. [2]

Il rituale esplorativo con l’utilizzo di una bacinella in cui si versano gocce d’olio, è un tipico esempio di Lecanomanzia (dal gr. λεκανομαντεία, comp. di λεκάνη «bacino» e μαντεία «divinazione»).

L’utilizzo del piattino con acqua e olio a scopo divinatorio e diagnostico è un classico: si lasciano cadere 3 gocce di olio in un piattino colmo d’acqua e si osserva il “comportamento” delle gocce al fine di individuare se il soggetto è stato “affascinato”, e anche se l’ “affascinatore” sia stato un uomo o una donna.

Vittime dell’affascino possono essere tutti, ma in particolare donne gravide e bambini in quanto sia particolarmente vulnerabili che più frequentemente bersagli di attenzioni e complimenti. L’ arte dell’affascino si esercita difatti attraverso sguardi e parole (in particolare complimenti alla bellezza). Il bacio o lo sputo sono rituali preventivi istantanei atti a scongiurare l’effetto dell’affascino (esercitato anche involontariamente), cosicchè se viene rivolto un complimento a una donna o a un bambino/a si può istantaneamente rimediare con uno dei suddetti gesti riparatori onde evitare di “infascinare”.

Ma il bacio è anche veicolo di affascino. Camilla Rubino è accusata dal Tribunale del Santo Officio di Oria, nel 1722, di praticare la fascinazione; in particolare, è accusata di aver affascinato con i complimenti e di aver rafforzato l’ “affascino” con i baci, dati alla sua vittima con la scusa di doverli utilizzare a fini preventivi:“ li voleva dare tre baggi per non essere affascinata, ed infatti accostatasi la baggiò trè volte in faccia e all’istesso tempo detta Anna Maria s’intese come tre chiodi e punture acutissime sul cuore, uno però era più amaro degli altri […] e dall’ora in poi li sopravvenne inquietudine e perdì affatto l’appetito non potendo gustare altro se non qualche poco d’acqua e in tanto stava qualche poco quieta se la metteva un vaso d’acqua avanti agli occhi e trattenutasi così per lo spazio di dodici giorni circa, doppo aver sola fatta fare dalla di sua madre molta preghiera, andò di nuovo detta Camilla in casa d’essa Anna Maria, e ribaggiàtala trè volte in faccia subito si sentì all’istesso levare quelle tre punture dal cuore […] li sopravvenne l’appetito, ed incominciò a rifarsi, vero bensì li restò l’ utero gonfio in tre parti che poi a poco a poco li sgonfiò”. [3]

Nell’ambito delle credenze sulla fascinazione, l’acqua riveste un ruolo molto importante. La sua presenza è difatti multifunzionale: è parte integrante del rituale di “sfascinazione”, sia nella sua parte esplorativa che in quella riparatoria. La bacinella d’acqua è utilizzata per capire se il soggetto è “infascinatu” (attraverso il rito dell’olio versato in acqua) sia nell’ambito del successivo e consequenziale procedimento di sfascinazione. Inoltre, l’acqua è l’unico alimento che il “malato” riesce ad ingerire, ed ha per di più la funzione di acquietarlo se posta dinanzi ai suoi occhi.

Vi sono varianti del rituale, nelle quali l’acqua è comunque presente: Maria Rosaria Corvino è ritenuta vittima di una qualche malìa, così sua madre Anna Corvino chiede aiuto congiunto a fra’ Matteo, padre cappuccino, e alla masciàra Maddalena Montagna. La masciàra compie un rito che consiste nello spargimento di “3 acini di sale, un poco di incenso benedetto e un poco di palma benedetta”, e, successivamente

havendo fatto prendere un poco d’acqua dentro un piatto li fece bagnare la faccia alla rovescia per qualche fascino[4]

La vittima della fascinazione trae dunque giovamento dall’ acqua, dal contatto o dall’ingestione o dalla vista dell’acqua, esattamente come la tarantàta: nei rituali domiciliari del tarantismo sono poste delle bacinelle d’acqua a tal scopo nell’ambiente ove si svolgono il ballo e il rito terapeutico, e inoltre, secondo alcune testimonianze, sino almeno al 1700 le tarantate svolgono le loro danze, oltre che nei pressi di crocicchi, in luoghi vicini a fonti d’acqua[5] o addirittura vengono portare a far bagni nel mare (tipico degli antichi rituali tarantini).[6]

La presenza e il ruolo fondamentale dell’acqua sono inoltre noti anche nell’ambito del rito galatinese, nel quale alla cristianizzazione del rituale attraverso l’intercessione di San Paolo sono affiancati elementi preesistenti (e anch’essi cristianizzati) quali appunto l’ acqua risanatrice del noto pozzo di S. Paolo presente all’esterno della Cappella omonima. Un’altra particolarità in comune tra il rituale galatinese del tarantismo e il rituale della fascinazione è la presenza dello sputo risanatore (secondo il Vallone, che a sua volta riprende da alcuni scritti dell’ Arcudi, l’acqua del pozzo di Galatina sarebbe stata contaminata, nella leggenda, dalle proprietà medicinali della saliva delle sorelle Francesca e Polisena Farina, dette anche le Bellevicine:[7] del resto, le credenze sullo sputo risanatore sono antichissime e ne fa menzione Plinio, così come sono presenti nei Vangeli di Giovanni e Marco che narrano di Gesù che guarisce un cieco e un sordomuto con lo sputo, e lo stesso Arcudi narra delle genti dei popoli dei Marsi e degli Psilli che guariscono tramite la saliva).

Nella fascinazione lo sputo o la saliva è utile sia a livello di riparazione contestuale ai possibili effetti di fascinazione causati dai complimenti, che a livello riparatorio ad uno stadio di fascinazione avanzata (una variante del rituale riparatorio consiste nel leccare la fronte del soggetto “affascinato” da parte di una guaritrice esperta che accompagna a questo gesto orazioni e altre ritualità).

Altro elemento in comune tra fascinazione e tarantismo è la possessione, da intendersi nel caso del tarantismo come possessione da parte del ragno, e nella fascinazione come una sorta di dominazione[8] esercitata dalla persona che ha causato la “malattia”.[9]

Rilievo marmoreo contro il fascino, da: G. Lafaye, Fascinum, in: Daremberg, Saglio, Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines II, Parigi, 1896

 

Il principale veicolo di fascinazione è lo sguardo (gli occhi, l’ “ogu malo” come si dice in Sardegna, ovvero il “malocchio”).

Le principali o le più frequenti vittime sono i bambini. La donna “strega” invidiosa delle altrui gravidanze e della altrui prole ha un precursore mitico nella figura di Lamia regina della Libia. Lamia fu rivale in amore di Era: Zeus difatti se ne invaghì e mise al mondo dei figli per mezzo suo. Ma Era, rabbiosa di gelosia, uccise tutti i figli che Lamia ebbe da Zeus, e condannò inoltre Lamia a non chiudere mai gli occhi. In conseguenza di questo episodio, schiacciata dal dolore, Lamia iniziò ad essere gelosa di tutti i nascituri e a far morire così per invidia i figli di tutte le altre femmine. Sembra che li divorasse succhiandone il sangue o che li trucidasse, e inoltre, questa figura è collegata agli occhi stregati. Zeus, per compassione e nel tentativo di placarla, le diede il dono degli occhi movibili, che Lamia poteva perciò mettere e togliere a suo piacimento. Questa capacità di rimuovere gli occhi permise a Lamia di accedere ad una percezione particolare, sia da un punto di vista profetico che, probabilmente, della forza magica e magnetica degli occhi stessi.   

Della fascinazione in ambito salentino parla anche Michele Greco nella sua ricerca dei primi del ‘900:

… molte mamme attribuiscono il dimagrimento e il malessere dei loro bimbi a qualche masciàra (fattucchiera) invidiosa…[10]

Ravenna, chiesa di S. Giovanni Evangelista: frammento di mosaico raffigurante Lamia (XIII sec.)

 

Tuttavia, sebbene i soggetti più a rischio siano ritenuti i bambini e le belle donne, chiunque può essere vittima della fascinazione.

La masciàra Giustina Quaranta, denunciata e processata a Oria nel 1742 (e incarcerata nel gennaio dell’anno successivo), era temutissima per le sue arti magiche, e per la sua capacità di ammaliare con gli occhi:  difatti, secondo l’accusa di   Carmina De Tomaso lei stessa vanta questo potere, nel momento in cui una delle sue vittime gli fa presente di essersi rivolta ad un sacerdote: “altercatasi la detta Giustina con mio padre à riflesso che diceva alla medesima che detto mio padre era stato da Monsignor ill.mo, detta Giustina soggiungeva, che Monsignor non l’avrebbe fatto cosa alcuna che li bastava l’animo incantarlo con l’occhi...” [11]

L’inquisitore descrive le capacità di Giustina di provocare infermità con parole, sguardo e “toccamenti” (e, allo stesso modo, di “sanare”): “ I testimoni che hanno deposto e testificato che essa costituita si avesse servita di cosa superstiziosa, e che con parole, colla sua vista, i suoi toccamenti avesse fatto ammalare, e rispettivamente sanare alcune persone, anzi che con sua bocca essa costituita abbia detto di aver fatto morire più persone…[12]

Mosaico romano da Antiochia, Casa del Malocchio

 

Nell’antica Roma esisteva una divinità, Cunina, espressamente deputata a proteggere i bambini dal Fascinum.[13]

A livello preventivo si indossavano amuleti di forma fallica, e questa consuetudine era così diffusa che l’ amuletum stesso iniziò ad essere denominato fascinum, e addirittura il fallo stesso era indicato, a volte, con lo stesso termine.[14]

Amuleto fallico gallo-romano, Museo di Saint Remi

 

[1]
Le varianti del rituale sono numerose. In altra sede mi riservo di descriverle compiutamente.

[2]    Gianfranco Mele,   I sacri rituali di guarigione: Demetra, la “papagna” e “lu ‘nfascinu”. Echi di antichi culti sopravvissuti nella tradizione contadina della Provincia di Taranto e del Salento, Terre del Mesochorum – storia, archeologia e tradizioni nell’area ionico tarantina, Archeoclub Carosino, sito web, aprile 2015

[3]    Atti Curia di Oria, Denuncia di Giuseppe Rizzo contro Camilla Rubino di Latiano, perchè definita maga, Anno 1722, cit. da Maria Antonietta Epifani in “Stregatura”, Besa Editrice, 2001, pp. 57-58

[4]    Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di Monsignor Labanchi, Denuncia di Anna Corvino in data 14 febbraio 1741 contro fra’ Matteo cappuccino acusato di credere nelle stregonerie, f. 1

[5]            Giuseppe Gigli, Il ballo della tarantola. In “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto” Firenze 1893

[6]    Cfr.Giovanni Battista Gagliardo, Descrizione topografica di Taranto, pp. 64-65, Napoli, 1811

[7]    Giancarlo Vallone, Le donne guaritrici nella terra del rimorso. Dal ballo risanatore allo sputo medicinale, Congedo Editore, 2004

[8]          Scrive Ernesto De Martino in “Sud e magia”: “Il tema fondamentale della bassa magia cerimoniale lucana è la fascinazione (in dialetto: fascinatura o affascino). Con questo termine si indica una condizione psichica di impedimento e di inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agito da una forza altrettanto potente quanto occulta, che lascia senza margine l’autonomia della persona, la sua capacità di decisione e di scelta. Col termine affascino si designa anche la forza ostile che circola nell’aria, e che insidia inibendo o costringendo. L’immagine del legamento, e del fascinato come “legato”, si riflette nel termine sinonimo di attaccatura talora impiegato per designare la fascinazione: in particolare l’ attaccatura di sangue è un legame rappresentato simbolicamente come sangue che non fluisce liberamente nelle vene. Cefalgia, sonnolenza, spossatezza, rilassamento, ipocondria accompagnano spesso la fascinazione: ma l’esperienza di una forza indominabile e funesta resta il tratto caratteristico. La fascinazione comporta un agente fascinatore e una vittima, e quando l’agente è configurato in forma umana, la fascinazione si determina come malocchio, cioè come influenza maligna che procede dallo sguardo invidioso (onde il malocchio è anche chiamato invidia), con varie sfumature che vanno dalla influenza piú o meno involontaria alla fattura deliberatamente ordita con un cerimoniale definito, e che può essere – ed è allora particolarmente temibile – fattura a morte. L’esperienza di dominazione può spingersi sino al punto che una personalità aberrante, e in contrasto con le norme accettate dalla comunità, invade piú o meno completamente il comportamento: il soggetto non sarà piú allora semplicemente un fascinato, ma uno spiritato, cioè un posseduto o un ossesso, da esorcizzare. “

[9]    Vedi anche M.A. Epifani, op. cit., pag. 58

[10]  Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912, ried. a stampa Filo Editore, 2001, pag. 85

[11]  Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di monsignor Labanchi, Denuncia in data 5 luglio 1742 di Carmina De Tomaso contro Giustina Quaranta accusata di essere strega, ff. 1-2

[12]  Atti Curia di Oria, Sortilegi e stregonerie ai tempi di monsignor Labanchi, Denuncia in data 5 luglio 1742 di Carmina De Tomaso contro Giustina Quaranta accusata di essere strega, f. 29

[13]  Carla Corti, Diana Neri, Pierangelo Pancaldi, Forme ed attestazioni di religiosità del mondo antico nell’ Emilia centrale, Aspasia Edizioni, 2001, pp. 73-74

[14]  Ibidem, pag. 72

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