Su un’antica epigrafe aradeina dedicata a san Nicola

di Alessio Palumbo

 

Sulla storia (o non storia, per alcuni versi) di Aradeo in molti hanno scritto. In particolare, sul ruolo di primo piano avuto da questa comunità in età medievale e (seppur in maniera limitata) moderna all’interno del «circuito» culturale e religioso greco di Terra d’Otranto restano insuperati gli studi di A. Jacob e P. Hoffmann. Quest’ultimo, nel saggio posto in chiusura dell’approfondito excursus storico fatto da Gino Pisanò sulla storia di Aradeo[1], riteneva il parlare della cultura bizantina in questo paese

“un compito stimolante ma al tempo stesso difficile, anzi disperato. Allo stato presente delle nostre conoscenze, ci imbattiamo, subito, nel silenzio delle fonti documentarie, archeologiche ed epigrafiche. Nessun affresco medievale come a Soleto o in tanti altri luoghi del Salento. Nessuna iscrizione”[2].

Tra le epigrafi oramai scomparse, una, come riportato già in un’immagine pubblicata dallo stesso Pisanò nel medesimo volume, era stata trascritta dal vescovo di Nardò Antonio Sanfelice nel corso della visita pastorale del 1719[3]. In quell’occasione, il presule neretino, giunto ad Aradeo e sceso di fronte alla porta urbica, era stato accolto dal clero e da numerosa popolazione, mentre le campane di tutte le chiese suonavano a festa. Da qui, in processione e con canti, il Sanfelice, “sub pallio serico rubri coloris”[4] sorretto con quattro aste dagli esponenti della nobilissima famiglia D’Acugna, era giunto nei pressi della chiesa parrocchiale dedicata a san Nicola da Myra.

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Prima pagina della Visita pastorale di mons. Antonio Sanfelice (1719) (ph A. Palumbo)

 

Dopo le rituali cerimonie, come di consueto, aveva avuto quindi inizio una sorta di ricognizione dell’edificio sacro. Nel caso della parrocchia aradeina, nonostante le non poche lodi espresse, il presule aveva ordinato l’esecuzione di manutenzioni soprattutto nel tetto e nelle finestre (ovviamente a spese dell’Università che deteneva il patronato sul tempio).

 Visitati dunque anche i sepolcri dei defunti, il coro, l’organo e la torre campanaria, mons. Antonio Sanfelice aveva annotato, quasi a titolo di curiosità storica, che la chiesa di Aradeo in passato era stata retta da clero di rito greco[5]. Subito dopo questo inciso, aveva ripreso la descrizione del tempio a partire dalle porte, la maggiore delle quali era rivolta ad occidente, mentre la minore a sud. Al di sopra di quest’ultima, il porporato aveva notato una vetustissima immagine di S. Nicola di Myra Vescovo, avente nella mano sinistra un libro contenente caratteri greci elegantemente scolpiti nella pietra.

Retro della chiesa di San Nicola ad Aradeo nei giorni della demolizione, (in alto a sinistra è possibile notare un’immagine del santo che sembra reggere con la mano sinistra un libro, così come descritto nella visita pastorale del Sanfelice) (tratto da www.arataion.it)

 

Sempre sulla soglia della medesima porta, aveva infine letto un’ulteriore iscrizione scolpita.

Ecco come appaiono ancora oggi nelle carte dell’Archivio Diocesano di Nardò le trascrizioni di queste epigrafi:

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo)

 

Archivio Diocesano di Nardò, Visite Pastorali, Decreta, Trascrizione delle epigrafi presenti sulla porta minore della chiesa parrocchiale di Aradeo (1719) (ph A. Palumbo) (nota 6)

 

Cosa indicavano tali residue testimonianze del passato greco della comunità aradeina? Né la visita pastorale del Sanfelice, né studiosi di epoche successive (almeno in base alle mie conoscenze) hanno mai proposto una traduzione del testo. Non avendo io una formazione utile a cimentarmi nell’impresa, ho quindi contattato docenti ed esperti che, in non pochi casi, hanno sottolineato le difficoltà di traduzione a causa delle evidenti lacune e del particolare greco utilizzato. Grazie ai consigli di alcuni di essi ed una sorta di passaparola creatosi, sono infine giunto a contattare don Michele Giannone il quale è riuscito a svelare l’arcano di un’iscrizione che, fino a pochi giorni fa, sembrava un rompicapo intraducibile.

Dopo attente ricerche, Giannone, professore presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Lecce, ha individuato in un’antica preghiera al santo di Myra l’origine dell’epigrafe. Il testo, pur con errori di trascrizione che ne hanno reso oltremodo complessa la decifrazione, è tratto infatti dal grande vespro di san Nicola della liturgia ortodossa.

La forma corretta dell’iscrizione scolpita sul libro (ΚΑΝΩΝΑ ΤΗИΕΩϹ Κ ДΚO ΠIΟAO), è dunque ΚΑΝΟΝΑ ΠΙϹΤΕΩϹ ΚΑΙ ΕΙΚΟΝΑ ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ[7], da tradurre con “Regola di fede e immagine di mitezza”, ossia un appellativo attribuito a san Nicola presente nelle più antiche preghiere ortodosse. Come evidenziato da Giannone, nell’epigrafe si nota la presenza di Ω al posto di Ο nella parola ΚΑΝΟΝΑ; la confusione di ΠΙ con ΤΗ e di ϹΤ con una lettera inesistente nel greco nella parola ΠΙϹΤΕΩϹ; la congiunzione ΚΑΙ abbreviata con Κ; la trascrizione di ΕΙ con un segno inesistente nel greco nella parola ΕΙΚΟΝΑ di cui manca il ΝΑ finale; la parola ΠΡΑΟΤΗΤΟϹ indicata attraverso Π iniziale e una serie confusa di vocali.

Passando alla frase riportata sulla soglia (NI…ΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩ /… ΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΑΕΙΧΘΗϹ Μ…) la sua forma corretta è ΜΥΡΟΙϹ ΠΑΡΟΙΚΗϹΑϹ ΑΙϹΘΗΤΩϹ ΜΥΡΟΝ ΑΛΗΘΩϹ ΑΝΕΔΕΙΧΘΗϹ ΜΥΡΩΙ ΧΡΙϹΘΕΙϹ ΝΟΗΤΩΙ ΑΓΙΕ ΝΙΚΟΛΑΕ[8], da tradurre con “Dimorando sensibilmente a Mira, davvero apparisti olio profumato, unto con profumato olio spirituale, o san Nicola”. È interessante notare, come sottolineato sempre da Giannone, il gioco di parole presente nell’originale greco tra Mira, la città di cui san Nicola fu vescovo, e il termine myron che ne indica la virtù e la santità.

Nelle precedenti visite pastorali non si ha traccia di questa epigrafe, che pur rimanda, per contenuti e lessico, ad un periodo storico in cui in Aradeo vigeva il rito greco (e quindi sicuramente antecedente al XVI-XVII secolo[9]).

Dopo la prima visita di mons. Ludovico De Pennis, datata 1452, così ricca di nomi, toponimi, libri e oggetti liturgici tipici di una comunità di rito greco[10], le tracce di questo mondo erano andate gradualmente a scomparire, salvo poi riemergere inaspettatamente, quasi come «notarella» intellettuale, in una nuova relazione episcopale di inizio Settecento.

Cosa concludere da tutto ciò? In assenza (ad oggi) di notizie certe per una sua datazione, l’epigrafe si pone da un lato come un ulteriore piccolo tassello in una ricerca storica particolarmente complessa a causa della povertà delle fonti e della scomparsa di quasi tutte le tracce materiali del passato; dall’altro conferma l’antico legame che unisce san Nicola ad Aradeo pur nel mutarsi dei tempi, dei riti, delle liturgie e delle stesse sedi destinate al suo culto.

 

[1] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Paesi e figure del vecchio Salento, a cura di A. De Bernart, III, v. 3, Congedo, Galatina 1989, pp. 65-88; G. Pisanò, Aradeo dalle origini all’Unità d’Italia, ivi, pp. 17 – 64.

[2] P. Hoffmann, Aspetti della cultura bizantina, cit., p. 65.

[3] Alla medesima epigrafe si fa riferimento già nella nota 36 del saggio Gli studi storici in Terra d’Otranto comparso nel 1880 su «Archivio Storico Italiano», deprecandone la scomparsa assieme alle altre testimonianze del passato greco del paesino: “Nella Chiesa Madre di Aradeo era (1718) un S. Nicola, con un libro in mano, avente l’iscrizione Κανω I vατηνῆ I ως I x…xοιοαο. E sur una porta di essa era il seguente frammento scolpito sulla pietra: Nι…οις Παροιxηςασαις τη τω ……οναληθως ανεαεχοης μ… Vedi Acta S. Visitat. Nerit. Dioec. , cit. – Esiste tuttavia la Cappella dello Spirito Santo con affreschi greci , tra i quali era la Trinità: nel 1850 scomparve tutto che vi era di antico di costruzione e di pitture sotto le solite restaurazioni (!). Vi è la Cappella di S. Nicola di Mira (Odepor.,cit.)” (Gli studi storici in Terra d’Otranto, in «Archivio Storico Italiano», tomo VI, quarta serie, 1880, p. 114). Ringrazio per questa segnalazione Sabrina Landriscina.

[4] “Sotto un pallio di seta di colore rosso” (Archivio Diocesano Nardò (=ADN), Visite pastorali mons. Sanfelice, c. 111r).

[5] “Olim à Greci Ritus Presbiteris recta fuit” (Ibidem, c. 113r)

[6] Ringrazio don Giuliano Santantonio per la possibilità accordata.

[7] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana o restituta (quella in uso nei licei) è “kanona pisteōs kai eikona praotētos”; la traslitterazione secondo la pronuncia bizantina (ancora usata nella liturgia ortodossa) è “kanona pistis ke ikona praotitos”

[8] La traslitterazione secondo la pronuncia erasmiana è: “myrois paroikēsas aisthētōs myron alēthōs anedeichthēs myrō[i] christheis noētō[i] agie nikolae”; la traslitterazione secondo quella bizantina invece è “miris parikisas esthitōs miron alithōs anedichthis mirō[i] christhis noitō[i] agie nikolae

[9] Sul tema si veda il primo studio organico sull’argomento scritto da Mario Cassoni negli anni Trenta del Novecento e pubblicato a puntate su «Rinascenza Salentina» col titolo Il tramonto del rito greco in Terra d’Otranto (disponibile on line su www.emerotecadigitalesalentina.it).

[10] B. Vetere, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo, Galatina 1998.

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