BrindisI: l’epigrafe del mercante e i suoi misteri

di Armando Polito

Per una volta tanto rinuncerò al consueto tono colloquiale e tratterò l’argomento per sezioni, nella speranza di essere il più esauriente e chiaro possibile nel minor tempo e nel minor spazio.

NOTIZIE STORICHE

Datata tra la fine del I secolo e l’inizio del secondo, risulta costituita da due parti rinvenute nel porto di Brindisi, La prima nel 1869, la seconda due anni dopo. È registrata in diverse raccolte (CIL, IX, 60; CLE,  1533 e AE, 2005, 161). Dato il luogo del ritrovamento, non è detto che la sua provenienza o la sua meta finale fosse proprio Brindisi, ma questo è un dettaglio sul quale tornerò alla fine. Va ricordato che la prima registrazione in cataloghi (quella nel tomo nono del CIL uscito nel 1883)  fu merito di Giovanni Tarantini (Brindisi 1805-Brindisi 1889) che la trasmise, insieme con altre al Mommsen.

Ecco la scheda tratta dal citato tomo del CIL:

Tuttavia la sua prima pubblicazione era avvenuta nel Bullettino di corrispondenza archeologica, per l’anno 1872, Salviucci, Roma, 1872, p. 30, a cura di Wilhelm Henzen. Mi piace riportare la parte iniziale del suo contributo perché è una testimonianza dell’autorevolezza e dell’acribia dell’archeologo brindisino pronto a riconoscere di aver tratto conclusioni azzardate (però nessuno ne aveva avanzato altre …) al ritrovamento del primo frammento, ma felice di poter formulare il giudizio definitivo, nonché la conferma che nelle piccole e grandi scoperte poca o tanta fortuna non guasta.

Scrive l’Henzen: Il nostro socio corrispondente, sig. arcidiacono Gio. Tarantini direttore della biblioteca di Brindisi, ci scrisse nell’autunno dell’anno scorso: “Nel 1869, partendo da alcuni dati storici, avventurai un’opinione su di quattro versi latini che aveva trovati incisi su di una mezza tavola di marmo che era stata allora estratta dal fondo di questo porto. La mancanza de’ versi precedenti, che trovar si dovevano nell’altra metà superiore della tavola, rendeva ben difficile l’indovinare chi parlasse in quelli versi. Ora debbo confessare che andai ben lungi dal vero nelle mie conghietture. Non poteva allora certamente augurarmi che un giorno tra i milioni di metri cubici di fango e macerie che si estraevano dal porto, avesse potuto rinvenirsi l’altra mezza lapide. Dopo due anni però è avvenuto quel che era affatto fuori delle mie speranze. In questi giorni esaminando alcuni rottami che fortunatamente non erano stati trasportati per esser gittati in alto mare, ho tosto riconosciuto l’altra mezza lapide che, unita alla prima, misura m. 0,65 di altezza e m. 0,5 di largo, e vi ho letto altri otto versi. Ecco ora tutta intiera l’iscrizione …

 

Segue la datazione, stabilita in base alla scrittura, proposta dall’Henzen in collaborazione col collega G. B. De Rossi, da allora unanimemente accettata e che ho indicato all’inizio. W. Henzen, G. B. De Rossi, Georg Kaibel [in calce alla scheda del CIL a destra si legge: recognovit Kaibel (la emendò Kaibel); chiunque può notare, ad onor del vero, come l’emendatio di Kaibel si limitò all’aggiunta della punteggiatura] e, per finire, Theodor Mommsen: un quartetto di luminari di fronte al quale il Tarantini non solo superò brillantemente l’esame ma che con loro avrebbe potuto metter su un bel quintetto …

Attualmente l’epigrafe è custodita nella città in cui fu rinvenuta nel Museo archeologico Ribezzo

TRASCRIZIONE E TRADUZIONE

1   Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

2   Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri,

3   accessi terras complures. Terminus hicc est

4   quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere.

5   Hic meas deposui curas omnesque labores.

6   Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

7   nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit.

8   Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva:

9   fortuna infracta ter me fessum recreasti;

10 tu digna es quam mortales optent sibi cuncti.

11 Hospes, vive, vale! In sumptum superet tibi semper

12 qua non sprevisti hunc lapidem dignumq(ue) dicasti!

 

Se non ti è di fastidio, o forestiero, fermati e leggi!

Ho corso spesso il grande mare con le navi che volano con le vele,

sono entrato in molte terre. Proprio questo è il punto d’arrivo

che a me che nascevo le Parche un tempo annunziarono.

Qui ho deposto le mie preoccupazioni ed ogni fatica.

Qui non ho paura del clima, né dei temporali, né del mare crudele,

non ho paura neppure che il guadagno non superi le spese.

Fede alimentatrice, santissima dea, rendo a te grazie:

tre volte hai rinfrancato me provato dalla infranta fortuna;

tu sei degna che tutti i mortali  ti desiderino per sé.

Forestiero, vivi e sta’ bene! Ti avanzi sempre qualcosa da spendere,

in quanto non hai disprezzato questa pietra e (le) hai dedicato qualcosa di degno.

OSSERVAZIONI TESTUALI

Va osservata sul piano grammaticale la forma HICC nella linea 3, intermedia tra la normale HIC (che ricorre, come avverbio e non come pronome, alla linea 5) e la rafforzata HICCE.

Sul piano lessicale vanno segnalati alcuni ricalchi letterari, tenendo conto, però, che certi lemmi e certe locuzioni erano di uso corrente.

Linea 1: Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

Formula abbastanza frequente,  con alternanza tra hospes (forestiero) e viator (viandante), nelle epigrafi funerarie. Ne fornisco qualche esempio sottolineando la parte che interessa ai fini della trattazione: AE 1996, 00453 (da Lucera): Sic iter hoc felix tibi sit / consiste v(i)ator et me(a) fata / brevi percipe notitia / Propasi fuerat mihi nomen / flore iu(v)entae erepta ex / oc(u)lis morte gravi teneor / nam mihi bis quaternos / aetas compl(e)verat annos / amissa vita lugent ut(e)rque / parens multa queri pos(sis) / si mora grata foret …  (Così questo viaggio ti sia felice, o viandante, e apprendi con poche parole il mio destino. Propasi era stato il mio nome. Mi trovo rapita alla vista dalla pesante morte nel fiore della gioventù. L’età non aveva ancora compiuto per me otto anni. Per la vita perduta piangono entrambi i genitori. Possa tu dolertene molto se la sosta ti fosse gradita …; : CIL II, 3475 (da Cartagena): C(aius) Licinius C(ai) f(ilius) Torax / hospes consiste et Thoracis perlege nomen …(Caio Licinio Torace figlio di Caio. Forestiero, fermati e leggi il nome di Torace …); CIL XI,; RIU-06, 1554a (da Gorsium, in Pannonia): D(is) M(anibus) / tu qui festinas pe/dibus consiste vi/ator et lege quam / [dur]e sit data vita mihi [ … (Agli Dei Mani. Tu, o viandante, che ti affretti ferma il tuo piede e leggi quale dura vita mi è stata data […).

Linea 2: Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri

Ogni possibilità di interpretare magnum mare (grande mare) come equivalente di mare magnum, nesso con il quale (oltre a mare nostrum e a mare internum) i Romani indicavano il Mediterraneo, è esclusa dal fatto che con entrambi i nessi l’esametro sarebbe stato perfetto, per cui, se l’autore avesse voluto alludere al Mediterraneo e non al concetto generico della vastità del mare avrebbe senz’altro usato mare magnum. Di seguito le due possibilità di scansione che dimostrano quanto ho appena finito di dire:

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II māgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II mărĕ I māgnūm I saepĕ cŭIcūrrī 

Per quanto riguarda navibus velivolis:

Macrobio (V secolo d. C.) in Saturnalia (VI, 5) ci ha tramandato due frammenti di Ennio (III-II secolo a. C.). Il primo è tratto dal libro XIV degli Annales: … quom procul aspiciunt hostes accedere ventis/navibus velivolis(… quando da lontano scorgono i nemici accostarsi grazie al favore del vento con le navi volanti con le vele) ; il secondo dalla tragedia Andromacha: … rapit ex alto naves velivolas(… ghermisce in alto mare  le navi volanti con le vele …) vele..                                                                                             

Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, V, 1442: tum mare velivolis florebat navibus ponti (allora la superficie del mare pullulava di navi volanti con le vele).

Cicerone (I secolo a. C.) nel De divinatione I, 31 riporta un frammento di Ennio (III-II secolo a. C.) dalla tragedia Alexander: Iamque mari magno classis cita/texitur; exitium  examen rapit/adveniet fera velivolantibus/navibus, complebit manus litora (E già per il vasto mare una flotta veloce vien costruita; essa trascina uno sciame di disgrazie,  arriverà crudele; un esercito su navi volanti con le vele occuperài nostri lidi). Qui, invece dell’aggettivo velivolus/velivola/velivolum è usata la variante deverbale (participio presente di velivolare) velivolans/velivolantis.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Epistulae ex Ponto IV, 5, 42: et freta velivolas non habitura rates (e le onde non destinate ad avere le navi che volano con le vele).

Linee 3-4: …. Terminus hicc est/quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere

Orazio, Carmen saeculare, vv. 25-28: Vosque, veraces cecinisse Parcae,/ quod semel dictum est stabilisque rerum/terminus servet, bona iam peractis/iungite fata (E voi, Parche veritiere, avete cantato; perché lo stabile confine delle cose conservi ciò che una sola volta fu detto, aggiungete un destino favorevole a ciò che si è compiuto).

Linea 5: Hic meas deposui curas omnesque labores

Virgilio, Georgiche, IV, 531: Nate, licet tristis animo deponere curas (O figlio, è possibile allontanare dall’animo le tristi preoccupazioni); Ovidio, Rimedi d’amore, 259: Nulla incantatas deponent pectora curas (Nessun cuore allontanerà le incantevoli preoccupazioni);  

Linea 6: Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

Da notare anzitutto la forma arcaica saevom invece della classica saevum, a impreziosire il testo di una patina di antica solennità.

Il nesso mare saevum è ricorrente negli autori latini a partire da Livio Andronico (III secolo a. C.) in un frammento della sua traduzione dell’Odissea: Namque nullum peius macerat humanum/quamde mare saevom (E infatti nulla di peggiore logora l’uomo del mare crudele). Da notare come mare saevum (mare crudele) costituisce uno sviluppo del precedente magnum mare (la crudeltà rende ancor più probabili i rischi legati alla vastità).

Linea 8: Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva 

Alma Fides è un nesso tipico della produzione colta:

Ennio, citato da Cicerone, nel De officiis, III, 29: O Fides alma apta pinnis … (O alma fede dotata di ali);

Stazio (I secolo d. C.), Tebaide, XI, 98: Tu mihi perplexis quaesitam erroribus ultro/advehis alma fidem, veterisque exordia fati/detegis, assistas operi, tuaque omina firmes (Tu [rivolto alla notte, qui dettaglio astronomico ma che nell’epigrafe potrebbe essersi trasfigurato nell’idea della morte], alma, mi porti nel groviglio delle incertezze la fede richiesta, sveli le origini del vecchio destino, dai aiuto all’opera e confermi tutti i tuoi presagi).

Silio Italico (I secolo d. C.), Punica, VI, 131-132: in egregio cuius sibi pectore sedem/ceperat alma Fides mentemque amplexa tenebat (… nel suo nobile cuore l’alma fede aveva preso posto per sé e dopo aver avvinto la mente la teneva salda).

Ricorre pure in altre epigrafi funerarie (CIL V, p 623,15; CIL IX, 60; CIL XII, 2115; CIL XIII, 3098; AE 1976, 243; AE 1902, 245; EDCS-42700150; EDCS-33900311; EDCS-30300366; EDCS-38700126; EDCS-30200094 E, in particolare, in riferimento alla mercatura, CIL XI, 382:  … hos non imbelli pretio mercatus honores/sed pretio maius detulit alma fides … ( … l’alma fede non recò questi onori della mercatura a buon prezzo ma cosa maggiore del prezzo). Il nesso, poi, diventerà obbligato a partire dal IV secolo, soprattutto con la letteratura cristiana. 

Linea 9: fortuna infracta ter me fessum recreasti

Difficile dire se il riferimento è l’essere sfuggito tre volte ad un naufragio o al fallimento. Fortuna infracta ricorda vagamente Valerio Massimo (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Factorum et dictorum memorabilium libri,  IV, 7: Accedit huc quod infractae fortunae homines magis amicorum studia desiderant (A questo si aggiunge il fatto che gli uomini dal destino infelice desiderano di più le attenzioni degli amici).

STRUTTURA COMPOSITIVA

il testo dell’epigrafe può essere schematicamente suddiviso in tre sezioni: la prima (riga 1) contenente l’invito a fermarsi e a leggere rivolto al passante, la seconda (righe 2-10) contenente la biografia, la terza (righe 11-12) contenente il congedo e il ringraziamento. Mi pare importante rilevare l’andamento circolare del testo, che si apre e chiude con lo stesso concetto (imperniato nella parola-chiave hospes) declinato al futuro nella prima sezione (invito a fermarsi e a leggere) e al passato/presente nella terza (ringraziamento per essersi fermato e aver letto). Per quanto appena detto non condivido minimamente quanto leggo in Antonio La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana, Einaudi, Torino, 1979, p. 48: La chiusa è in tono minore, e può essere ritenuta anche non del tutto degna del bellissimo carme. Se qualche appunto va mosso, esso potrebbe riguardare solo la metrica e precisamente la cesura, peraltro obbligara, del verso 9 che crea una frattura tra la preposizione in e il sumptum da essa retto. Può darsi, però, che lo scarso gradimento del finale per La Penna sia dovuto al carattere materialistico di in sumptum superet tibi semper (ti avanzi sempre qualcosa da spendere); faccio notare, però, come tale verso  sia la ripresa di nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit (né temo che la spesa possa superare il guadagno), trasformato, ora che la morte lo ha escluso da ogni rischio, in augurioper chi resta.D’altra parte, cosa poteva augurare un mercante condizionato per definizione, per quanto idealista fosse, dalla legge economica della domanda e dell’offerta? E non voglio azzardarmi ad affermare che quel vive et vale sia stato ispirato per contrasto dall’Ego abeo. Male vive et vale (Io me ne vado. Vivi malamente e addio!) con cui Sicofante (il nome è tutto un programma …)  nella scena II dell’atto IV della commedia Trinummus di Plauto (III-II secolo a. C.) liquida bruscamente Carmide, con cui ha un conto economico in sospeso. Più probabile, invece, il calco da Orazio, Satire, II, 5, 109-110 (è Tiresia che parla ad Odisseo): Sed me/imperiosa trahit Proserpina. Vive valeque! (Ma la dominatrice Proserpina mi trascina [nel regno delle ombre]. Vivi e addio!).

STRUTTURA METRICA

È, a parer mio, quella che rende singolare l’epigrafe. Essa consta, infatti, di dodici versi, dei quali il primo è un senario giambico, i rimanenti esametri. È un dato di fatto che la poesia antica risponde a criteri rigidi, non tanto nella struttura dei singoli versi (in cui lo schema prevede alcune varianti) quanto nella loro alternanza. Mi spiego; a livello scolastico: quando si studiava (oggi non so …) l’Eneide con la sua sequenza di esametri, si acquisiva il dato provvisorio che non ci fosse altro modello compositivo; poi lo studio dei cosiddetti poeti elegiaci faceva capire che accanto ai componimenti costituiti da una sequenza di esametri ve n’erano altri formati da distici elegiaci (esametro+pentametro); quando si passava ad Orazio si scopriva che la varietà compositiva coinvolgeva pure altri tipi di verso. Così l’epodo XVI (si capirà dopo perché ho scelto questo) risulta costituito dall’alternarsi di distici costituiti da un esametro e da un senario giambico. Com’è noto, la liberazione della stessa poesia italiana dalle pastoie della rima prima e della metrica (quella tradizionale) poi risale ad un’epoca relativamente recente. L’unicità della nostra iscrizione riguarda proprio la sua struttura (ripeto: inizlale senario giambico seguito da undici esametri, quasi un misto tra la composizione virgiliana (come ho detto tutta in esametri) e quella del canto indicato di Orazio, ma con l’inversione nell’ordine dei primi due versi (lì esametro+senario giambico, qui  senario giambico+esametro). Questo fenomeno di struttura metricamente composita non è delle epigrafi funerarie (ma dubito, per quanto dirò alla fine, che la nostra lo sia) e, a quanto ne so, la nostra, se lo fosse,  ne costituirebbe l’unico esempio, non facendo testo, perché non presente nella metrica classica, la composizione (però tutta in pentametri, dunque da considerare strutturalmente uniforme, anche se tale sequenza mai s’incontra in letteratura) di CIL IV, 9123 (Nihil durare potest tempore perpetuo/cum bene sol nituit redditur Oceano/decrescit Phoebe quae modo plena fuit/ven[to]rum feritas saepe fit aura l[e]vis).

Nella nostra epigrafe al ritmo più serrato del senario giambico contenente l’invito a fermarsi ed a leggere segue quello più disteso degli esametri, adatto al carattere narrativo del contenuto. Faccio notare, ai fini della caratterizzazione funeraria o meno dell’epigrafe, che la formula rituale del primo verso in altre epigrafi senza dubbio funerarie (vedi sopra nel commento a Linea 1) è costantemente un esametro.

Ecco la scansione del nostro verso:

Sῑ nōn I mŏlēIstum ēst, IIIspēs, cōnIsīste ēt I lěgě

Faccio notare che anche questo verso sarebbe stato un perfetto esametro se l’ultimo piede fosse stato non un dibraco o pirrichio (∪ ∪ ) ma uno spondeo (— ∪) oppure  un trocheo (— ∪), applicando, inoltre, la correptio iambica nel secondo piede (∪—>——).

Per il resto segnalo la consueta sinalefe nei versi 1 (molestum est e siste et),   6 (timeo hic), 8 (tibi ago), 9 (fortuna infracta), 10 (digna es), 11(vale In) e 12 (sprevisti hunc), la sinizesi nel verso 5 (meas)2 e la correptio iambica nel verso 2 (Nāvĭbŭs invece di Nāvĭbūs). 

Di seguito la scansione di tutti i versi.

1   Sī nōn I mŏlēIstum ēst,IIIspēs, cōnIsīste ēt I lege!

2   Nāvĭbŭs I vēlĭvŏllīs IIIgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī,

3  āccēsIsī tērIrās II cōmIplūrēs.ITērmĭnŭs I hīcc ēst

4   quēm mĭhĭ I nāscēnIII quōnIdām PārIcae cĕcĭInērē.

5   Hīc mĕăs I dēpŏsŭIī II Irās ōmInēsquĕ lăIbōrēs.

6   Sīdĕră I  nōn tĭmĕo I hīc II nēc I nīmbōs I nēc mărĕ I saevōm

7   nēc mĕtŭIō sūmIptūs III quaestūm I vīncĕrĕ I pōssĭt.

8   Ālmă FĭIdēs, tĭbi ăIII grāItēs, sāncItīssĭmă I dīvă:

9   fōrtūIna īnfrāIctā II tēr I mē fēsIsūm rĕcrĕIāstī;

10 tū dīgna I ēs II quām I  mōrIllēs II ōpItēnt sĭbĭ I cūnctī.

11 Hōspēs, I vīvĕ, văIle! Īn II sūmpItūm sŭpĕIrēt tĭbĭ I sēmpĕr

12 quā nōn I sprēvīIsti hūnc II lăpĭIdēm dīIgnūmq(uĕ) dīIcāstī!

 

CONCLUSIONI

Si riferiscono, più che altro, a quei suoi misteri presenti nel titolo, concetto, invero, scontato quando si studia una testimonianza non solo del passato ma anche del presente, anche se può far sorgere il sospetto che abbia usato quella  voce per assicurarmi qualche lettore in più, espediente gemello dei titoli sparati dei giornali o, peggio ancora, della spettacolarizzazione che contraddistingue tante trasmissioni televisive di carattere scientifico-divulgativo.

Nel nostro caso il mistero principale riguarda, secondo me, la funzione dell’epigrafe.

Escluderei quella funeraria, almeno nell’immediato, non solo per la disomogeneità metrica ma anche, e soprattutto, perché manca il nome del defunto.1 Ho scritto nell’immediato, nel senso che si può ipotizzare che la lastra non fosse stata ancora collocata al suo posto, ma era in fieri, destinata ad essere completata (notevole è nella parte inferiore lo spazio vuoto rimasto) dopo la morte del mercante (nulla vieta che ne fosse lui direttamente il committente). Credo, poi, eccessivamente campanilistico identificare l’hic (qui) della riga 5 come Brindisi, perché la lastra poteva benissimo essere a bordo di una nave naufragata nel porto di Brindisi ma con destinazione diversa e commissionata da un destinatario che sarebbe morto chissà dove. In alternativa, escludendo, questa volta,  non solo nell’immediato la funzione funeraria, si potrebbe pensare che fosse parte di una sorta di monumento al mercante (così come oggi, per restare a Brindisi,  il monumento  al Marinaio d’Italia), degno di trovare ospitalità in qualsiasi porto, non solo a Brindisi. E la funzione celebrativa finirebbe per confondersi con quella turistico-pubblicitaria, rendendo plausibile, anche grazie alla raffinatezza del testo, che per un compito quasi di rappresentanza fosse stata commissionata non da un privato ma da un’istituzione ufficiale.

Bibliografia

Alessandro Franzoi, Saggezza di mercante, in Rivista di cultura classica e medioevale, vol. 46, n° 2 (Luglio-dicembre 2004), pp. 257-263.

_____________

1 Che, invece, compare in epigrafi senza dubbio funerarie e, fra l’altro,  riconducibili alla sfera del commercio.

Podgorica/Doclea (Dalmazia) AE 1993, 01251 C(aius) Utius Sp(uri) f(ilius) testament(o) / fieri iussit sibi et / P(ublio) Utio [f]ratri suo et Clodia(e) / F[au]stae concubinae suae / mult[a per]agratus ego terraque marique / debit[um re]ddidi in patria nunc situs hic iaceo / stat l[apis e]t nomen vestigia nulla (Caiio Uzio figlio di Spuro ordinò che fosse fatto a ricordo di sé, di Publio Uzio suo fratello e di Clodia Fausta sua concubina. Io dopo aver errato a lungo per ierra e per mare resi il dovuto in patria. Ora giaccio posto qui; ci sono la lapide ed il nome, non c’è nessun resto).

Pescara CIL 09, 03337 L(ucio) Cassio Hermo/doro nauclero / qui erat in colleg(io) / Serapis Salon(itano) per / freta per maria tra/iectus saepe per und(as) / qui non debuerat / obitus remanere / in a(e)tern(o) sed mecum / coniunx si vivere / nolueras at Styga / perpetua vel rate / funerea utinam / tecu(m) comitata / fuissem Ulpia Candi/da domu Salon(itana) co(n)i(ugi) / b(ene) m(erenti) p(osuit (All’armatore Lucio Cassio Ermodoro che era nel collegio di Serapide a Salona. Sballottato per gorghi, per mari, spesso tra le onde che non sarebbe dovuto morire in eterno ma con me compagno se tu non avevi voluto vivere. Piuttosto avesse voluto il cielo che io fossi stata accompagnata con te dallo stige o dalla barca funerea! Ulpia Candida di famiglia di Salona pose al marito benemerito).

2 Ma si può considerare pure la presenza di correptio iambica (mĕās>mĕăs). Nella scansione che segue si è privilegiata questa soluzione, non essendo possibile rappresentarle entrambe contemporaneamente. Se si fosse privilegiata la sinizesi nello schema non avremmo avuto mĕăs bisillabo ma unica sillaba lunga).

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