Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

di Armando Polito

* Nerinu, sbrìgati a mangiare  quelle belle crocchette alla crusca che ti ho preparato apposta, perché è ora che andiamo al mare!queddhe beddhe crocchette alla canìgghia ca t’aggiu priparatu ‘mposta, ca ggh’è ora cu ssciamu a mmare!

** (Traduzione dal miciese in dialetto neritino e da questo in italiano): Ce mm’ha scangiatu pi’ ccane? Màngiatile te e a mmare va mmènate sulu! (Mi hai scambiato per un cane?Mangiatele tu e vai a mare a buttarti da solo!)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la vignetta è un fotogramma tratto da un’animazione che per limiti di occupazione di memoria imposti dal blog non ho potuto qui inserire, ma che da oggi è visibile da chiunque lo voglia sul mio profilo Facebook (è aperto a tutti).

Le parole sono come noi: nascono, crescono, generano figli. Questi ultimi sono i derivati, non l’infernale strumento finanziario che tanti danni ha prodotto ma quelle parole che hanno in sé la radice della parola primitiva e grazie a lei  si assicurano la sopravvivenza anche quando essa non è più in uso. Già, perché anche le parole sono destinate prima o poi a morire, soprattutto quando esse designano non tanto un sentimento quanto un oggetto, un prodotto, qualcosa di concreto insomma, non più in uso. A questo destino non si sottraggono le parole dialettali ma a volte esse pagano un doppio tributo rispetto alla lingua nazionale, nel senso che, dopo una vita condotta in un’aureola di inferiorità, debbono assistere inermi, mentre muoiono, alla sopravvivenza della corrispondente parola in lingua. È questo il caso di canìgghia, nome salentino della crusca. Quest’ultima sopravvive (anzi, come dirò a breve, prolifera e dal 1583 ha dato il nome alla celebre accademia), quella è comprensibile, ormai, solo dai più anziani, perché le generazioni più giovani hanno perso, non certo per loro colpa, la consapevolezza storica del termine. Oggi la crusca trova largo impiego in erboristeria con il recupero di impieghi antichi (per esempio: impacchi contro la sciatica), nella cosmesi (saponi e maschere tonificanti) e in campo alimentare nella preparazione del pane; ma ancora in erboristeria è disponibiile la versione sintetica (in duplice senso, tenendo conto dei prodotti OGM …), in pillole. Infatti non solo la fibra che consente l’accesso veloce alla rete è diventata indispensabile, ma anche quella che consente il corretto espletamento della funzione intestinale. La crusca è tutta fibra e poiché quella vegetale è, come quella ottica, di moda (una volta tanto dico giustamente …), il pane fatto con essa  ha un costo superiore rispetto a quello comune. è quello che si dice un prodotto di nicchia, o quasi.

E pensare che perfino nel mondo contadino di una volta, quello in cui nulla si buttava, la canìgghia trovava il suo uso prevalente nella preparazione del pastone per gli animali del pollaio e per i cani. Infatti, tanto per cambiare, canìgghia è dal latino *canìlia, aggettivo neutro plurale sostantivato (che alla lettera significa cose per cani) costruito su canis=cane come da ovis=pecora si è sviluppato il neutro sostantivato (questa volta singolare) ovile, da cui  è, tal quale, la voce italiana. Chissà se qualche cane (considerato, non so se a torto o a ragione, più intelligente della gallina; ma più di qualcuno di noi umani certamente lo è …) conserva ancora in qualche gene il sapore dei pastoni a base di crusca dei suoi antenati o tutto è stato cancellato dai croccantini e bocconcini imperversanti sul mercato …

Comunque sia, mentre crusca continuerà a celebrare i suoi fasti e l’omonima accademia sarà sempre più impegnata in un’operazione non tanto di purismo linguistico in senso stretto, come in passato, ma di sbarramento all’asfissiante, provinciale ed idiota anglofilia da cui l’italiano è sempre più affetto ed afflitto, canìgghia sarà destinata a cadere, per i motivi già detti, nel dimenticatoio, non solo nel suo significato di base, ma anche in quello metaforico di forfora che assume il suo diminutivo canigghiola (scòtulate2 la canigghiola ti lu collettu=scuoti la forfora dal colletto; ricordo che il latino furfur, da cui l’italiano forfora, significa crusca e forfora), il che equivale alla morte non solo del crudo, concreto valore semantico, ma anche di quello evocativo, per certi aspetti più profondo, della poesia.

Ancor più condannata all’estinzione appare (anche per la pigrizia che sembra essersi impossessata del cervello di tanti …) la voce in locuzioni del tipo cce ttieni intr’alla capu, canigghia? (che hai nel cranio, crusca?). Così anche certe iniziative meritorie, pur nel loro dilòettantismo, a favore del dialetto che sfruttano questo o quel social network, dopo un momento di iniziale euforia, si spengono lentamente, nel senso che vien meno la collaborazione degli utenti, anche se i contributi pregressi restano visibili.

Nella realtà nazionale spicca il caso di Dialettando.com (http://www.dialettando.com), in quella salentina Accademia della canigghia (https://www.facebook.com/groups/45084158583/).2 Non è per campanilismo (sia pure parziale perché l’interessato vive a Nardò ma è nato a Galatone) che sento il dovere di far presente che la creazione di questa sorta di parodia onomastica è già nel sottotitolo (Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia) di Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, Kurumuni, Calimera, 2010.

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1 Per l’etimo di scutulare vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

2 Lo stesso è per altri siti con lo stesso nome, perché evidentemente nel dialetto locale pure lì crusca è canigghia; ad esempio, per la Locride: https://www.facebook.com/pg/Accademia-della-Canigghia-Locride-466595136763810/posts/?ref=page_internal 

4 Commenti a Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

  1. Buongiorno a voi tutti, in dialetto Novolese usavamo dire: (pripara la canija ppe le iaddhrine) (ce ttieni an capu caija?) (ddra vagnone tene la canijula an facce)

    Cannisciare o innisciare quannu se innimaa la igna
    un cordiale saluto da Torino
    Ersilio Teifreto

  2. Scusate il ritardo Prof. Armando e Sig. Fabio,
    cerco di spiegare il mio errore: ho scritto una N in più. Corretto è scrivere Canisciare = Caniscia dove si versa tabacco uva e….
    infatti con due N (Cannisciare vuole dire Schifare)

    Sempre a Novoli nei miei ricordi, (Innisciare era anche usato per dire Innimare)

    voi lo sapete mi trovo fuori casa per lavoro dal 1964
    un saluto
    Ersilio Teifreto

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