L’edera di Filippo e Tamara: storia di uno sfortunato matrimonio attraverso l’araldica

di Marcello Semeraro

Nel corso delle nostre ricerche sull’araldica e la sfragistica dei principi angioini di Taranto ci siamo più volte imbattuti in un reperto di eccezionale bellezza e di notevole valore storico. Si tratta del celebre pendente a forma di foglia d’edera, decorato con smalti opachi champlevé su fondo d’oro, conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli (figg. 1 e 2).

Fig. 1 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare del pendente a forma di foglia d’edera

 

Fig. 2 – Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale, particolare della decorazione araldica

 

Il manufatto, noto agli studiosi, misura cm 7,5 x 8,5 x 1,5 e proviene dal tesoro del monastero benedettino di Santa Maria in Valle, al quale, secondo una consolidata tradizione, sarebbe stato donato nel 1365 dall’imperatore Carlo IV di Lussemburgo come stauroteca destinata a contenere una reliquia della Vera Croce.

In origine, tuttavia, il pregioso oggetto in esame fu concepito per un uso molto più profano, ossia come pendente da collo, come si deduce chiaramente dagli anelli da catena visibili ai lati del lobo superiore della foglia e da altri particolari che via via diremo. Sul lato del coperchio campeggia un tronco di quercia, munito di rami, foglie e ghiande, su cui si posano vari volatili. Lungo il bordo corre un motivo a racemi con foglie e fiori, mentre sull’altro lato della foglia spicca una decorazione araldica che vede l’alternarsi, su tutta la superficie disponibile, di scudi a losanga (fig. 2), una forma di scudo di origine sigillare, riscontrabile sin dal XIII secolo e impiegata fino al secolo successivo soprattutto dagli uomini (più raramente dalle donne).

Le armi raffigurate sono quelle del principe di Taranto Filippo I d’Angiò (il seminato di gigli d’oro dei sovrani capetingi di Francia, brisato[1] da un lambello di rosso, per Angiò-Napoli, e sovrabrisato da una banda d’argento, per Angiò-Taranto[2]) alternate a quelle della sua prima moglie Tamara Angela Comnena Ducas, figlia del despota d’Epiro Niceforo I (di rosso, all’aquila bicipite d’oro).

Le nozze fra questi due personaggi si celebrarono nel dicembre del 1294 e conclusero la prima fase dell’ambizioso progetto del re angioino di Napoli Carlo II di fondare per il figlio Filippo – che nel dicembre dell’anno precedente era stato investito del principato di Taranto – un grande dominio feudale esteso fra le due sponde dello Ionio[3].

Qualche mese prima, nel luglio del 1294, fu sottoscritto il contratto matrimoniale. La dote apportata da Tamara comprendeva i castelli di Lepanto, Vonitza, Euloco, Angelocastro e Giannina. L’accordo prevedeva, inoltre, che alla morte di Niceforo I metà dell’Epiro sarebbe toccata a Filippo, mentre l’altra metà gli sarebbe giunta solo dopo la morte della despina Anna Cantacuzena, moglie del sovrano epirota e madre della sposa. L’ambiziosa politica orientale del sovrano di Napoli fu completata con la concessione al figlio delle isole di Corfù e di Butrinto e la cessione tutti i diritti e le rivendicazioni angioine in Acaia, Atene, Albania e Tessaglia, mantenendo per sé solo la superioritas feudale.

I piani angioini furono però rallentati dalla fase finale della Guerra del Vespro e dalla prigionia di Filippo nel 1299, che terminò solo nel 1302 con il celebre trattato di Caltabellotta. Una volta libero, il principe poté dare seguito alle sue rivendicazioni sull’Epiro, dove nel frattempo, tra il 1296 e il 1298, era morto il despota Niceforo I. Ma le speranze di Filippo andarono ben presto deluse.

Nel 1304 i legati del principe di Taranto chiesero ad Anna Cantacuzena la consegna di metà dell’Epiro, come previsto dall’accordo matrimoniale, ma la despina si rifiutò categoricamente, preferendo assicurare la successione al figlio Tommaso. Tale scelta fu anche dovuta alla politica discriminatoria adottata dai funzionari di Filippo nei confronti della popolazione di fede ortodossa, che violava quanto stabilito dagli accordi fra le parti in tema di libertà religiosa.

Fu l’inizio di una guerra per la conquista dell’Epiro che, fra alterne vicende, si concluse con un nulla di fatto. La vera vittima di questa situazione fu, tuttavia, la stessa Tamara, che fu dapprima costretta a cambiare nome in Caterina, poi (nel 1309) fu ripudiata dal marito – che la accusò di adulterio per via di una presunta relazione con Bartolomeo Siginulfo – e infine messa in un monastero, dove morì nel 1311.

Torniamo ora ad occuparci del prezioso pendente conservato nel museo di Cividale del Friuli. La presenza degli scudi di Filippo e di Tamara (più precisamente del padre della sposa) e la forma del supporto impiegato per contenere queste armi (una foglia d’edera, pianta sempreverde, simbolo di fedeltà) autorizzano a ipotizzare che il manufatto sia stato confezionato per essere un gioiello nuziale proprio in occasione delle nozze del 1294 o comunque entro il 1309, annus horribilis per la nostra Tamara che, come abbiamo visto, fu accusata di tradimento e ripudiata.

L’autore di questo meraviglioso gioiello profano fu con ogni probabilità uno degli orafi francesi che i documenti attestano al servizio di Carlo II già negli anni 1297-98. Com’è possibile, allora, che esso sia finito nelle mani di Carlo IV di Lussemburgo, che nel 1365 lo donò al monastero benedettino di Santa Maria in Valle? L’ipotesi più probabile è che il gioiello sia giunto all’imperatore per via ereditaria, in virtù del matrimonio, celebrato nel 1318, fra Beatrice di Boemia, zia di quest’ultimo, e il re d’Ungheria Carlo Roberto d’Angiò, nipote di Filippo di Taranto, ma su questo punto non vi sono certezze.

Come abbiamo già avuto modo di osservare su queste stesse pagine (v. supra, nota 2), Filippo fu il primo dei principi angioini di Taranto a sovrabrisare l’arma paterna (d’azzurro, seminato di gigli d’oro, brisato da un lambello di rosso) con una banda d’argento, riprendendo in tal modo una sovrabrisura già impiegata dal padre Carlo II quand’era ancora principe di Salerno.

Lo studio dei sigilli e di altre testimonianze araldiche permette di affermare che l’uso di questa insegna, da sola e senza ulteriori ampliamenti, perdurò per tutta la durata del suo principato, mantenendosi tale anche dopo il matrimonio con la sua seconda moglie, l’imperatrice titolare di Costantinopoli Caterina II di Valois-Courtenay. Essendo quello dei principi angioini di Taranto un ramo ultrogenito di una branca cadetta uscita dalla Casa reale di Francia, la banda tarantina avrebbe dovuto essere raffigurata come brisura di secondo grado al di sopra di quella principale (il lambello di rosso dei sovrani di Napoli), nella posizione tecnicamente detta attraversante sul tutto. Tuttavia, nell’araldica dei principi di Taranto l’inversione della posizione della brisura e della sovrabrisura è una costante impiegata in modo sistematico (fig. 3), probabilmente per rendere più discreta la loro posizione genealogica di cadetti di un ramo cadetto della Casa di Francia. Ricordando il ruolo centrale che ebbe all’epoca l’araldica come vettore principale della propaganda politica per immagini adottata dall’aristocrazia europea, siamo propensi a vedere in questa apparente anomalia un riflesso di quella semi-autonomia di cui godettero i principi angioini di Taranto nella rappresentazione e nella concezione della loro «sovranità», un aspetto, quest’ultimo, già evidenziato in passato da studiosi come Gennaro Maria Monti e, più recentemente, da Andreas Kiesewetter nel suo saggio sull’intitulatio e la datatio dei diplomi principeschi.

Fig. 3 – Stemma dei principi angioini di Taranto. Armorial Le Breton (secc. XIII-XV), Parigi, Archives Nationales, AE I 25, n° 6 (MM 684), fol. 4r

 

Quanto alla stemma innalzato dalla sfortunata Tamara, esso riprende quello impiegato dal padre Niceforo I come despota d’Epiro. La presenza dell’arma dell’impero romano d’Oriente (di rosso, all’aquila bicipite d’oro) quale insegna del sovrano epirota non deve stupire, giacché dopo la caduta di Costantinopoli a seguito della quarta crociata (1204) il suo uso perdurò negli stemmi e nei vessilli delle dinastie che governarono gli Stati successori dell’impero bizantino. Per molti aspetti si potrebbe considerare conclusa a quella data la storia bizantina, allorché i Greci, sopraffatti in quella stessa capitale con cui da sempre si erano identificate le sorti di Bisanzio, si trovarono privati anche di quell’unica autorità imperiale che per secoli ne era stata la guida politica e spirituale. Dopo la crisi del 1204 l’istituto della basileía appariva ormai irrimediabilmente desacralizzato, né fu sufficiente a restituirgli il prestigio di un tempo la riconquista della capitale nel 1261. Dalla corte di Bisanzio l’aquila bicipite continuò a svettare negli stemmi di altre corti o famiglie vicine e lontane che, per ragioni di parentela, eredità, sudditanza o semplice spirito di imitazione, adottarono quell’immagine antichissima, che proprio in Oriente fece la sua prima comparsa – come dimostrano i magnifici bassorilievi del santuario ittita di Yazilikaya (Turchia), databili al XIII secolo a.C. (fig. 4) – ma evidentemente non fu più la stessa cosa. Quanti fili rossi, come si vede, tira fuori l’araldica…

Fig. 4 – Turchia, santuario ittita di Yazilikaya (XIII sec. a.C.), particolare del bassorilievo con l’aquila bicipite

 

BIBLIOGRAFIA

A. Cassiano, B. Vetere (a cura di), Dal giglio all’orso. I principi d’Angiò e Orsini del Balzo nel Salento, Galatina 2006.

G. Curzi, Santa Maria del Casale a Brindisi. Arte, politica e culto nel Salento angioino, Roma 2013.

P. L. de Castris, Ori, argenti, gemme e smalti della Napoli Angioina 1266-1381, catalogo della mostra, Napoli, Cappella del Tesoro di San Gennaro, 11 ottobre-31 dicembre 2014, Napoli 2014.

C. de Mérindol, L’héraldique des princes angevins, in «Les Princes angevins du XIIIe au XVe siècle; un destin européen», Actes des journées d’étude des 15 et 16 juin 2001 organisées par l’Université d’Angers et les Archives Départementales de Maine-et-Loire, Rennes 2003, pp 277-310.

G. Gerola, L’aquila bizantina e l’aquila imperiale a due teste, in «Felix Ravenna», a. IV, 1 (1934).

A. Kiesewetter, I principi di Taranto e la Grecia (1294–1383), in «Archivio storico pugliese», LIV (2001), pp. 53–100.

A. Kiesewetter, «Princeps est imperator in principatu suo». Intitulatio e datatio nei diplomi dei principi angioini di Taranto, in G. Colesanti (a cura di), «Il re cominciò a conoscere che il principe era un altro re». Il principato di Taranto e il contesto mediterraneo (secc. XII-XV). Atti del Convegno internazionale di studi (Napoli, 2-3 dicembre 2011), Roma 2015, p. 65-102.

M. Pastoureau, Traité d’héraldique, Picard, Paris 20085.

G. Schlumberger, Sceaux et bulles des empereurs latins de Constantinople, Caen 1890.

 

[1] Si dicono brisure (dal francese briser, “rompere, spezzare”) quelle varianti introdotte in uno stemma rispetto all’originale per distinguere i diversi rami di una stessa famiglia. Particolarmente diffuse nell’araldica del Regno di Napoli, ne esistono di vari tipi. In linea di massima si possono distinguere tre principali modi per brisare un’arma: la modificazione degli smalti (che si ottiene, ad esempio, invertendo gli smalti del campo e delle figure), la modificazione delle figure (aumento o diminuzione del numero delle figure uguali, cambiamento della forma o della posizione oppure sostituzione di una figura con un’altra) oppure l’aggiunta di altre figure specifiche chiamate pezzi di brisura (lambello, banda e sue diminuzioni, bordura, quarto franco, stelle, merlotti, anelletti, conchiglie, ecc.). Si chiamano invece sovrabrisure le brisure di secondo grado, ovvero quelle che modificano uno stemma già brisato. Le soluzioni impiegate per sovrabrisare un’arma sono le stesse che abbiamo ricordato per quelle di primo grado.

[2]Sull’araldica dei principi di Taranto v. il mio recente contributo sulle pagine di questo sito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/20/lo-stemma-dei-principi-angioni-taranto-filippo-roberto-filippo-ii/.

[3] Tralascio in questa sede di parlare diffusamente della politica orientale degli angioini di Napoli, che, com’è noto, affonda le sue radici nei Trattati di Viterbo, stipulati nel 1267 da Carlo I d’Angiò da una parte e Guglielmo II di Villehardouin e Baldovino II di Courtenay, rispettivamente principe di Acaia e imperatore latino di Costantinopoli, dall’altra.

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