Il cannone spinello

di Clemente Leo

Tranquilli, non voglio affatto indulgere all’uso delle droghe leggere, ma debbo confessare che ho provato una certa compiaciuta euforia nel congetturare che l’etimo della diffusa sigaretta erbacea possa trovare un’origine ben definita nell’ambito della scienza delle artiglierie e delle parabole. L’occasione mi è stata fornita dalla lettura della copia di un atto rogato nel 1566 dal notaio idruntino Orazio Laggetto, per il vero ricco di spunti e di notizie storiche di una certa rilevanza.

Si era nel periodo terribile dell’espansione dell’impero ottomano. Dopo la mattanza di Otranto del 1480-81 l’esercito turco era tornato nello Ionio nel 1537 compiendo sulle isole razzie, stragi e deportazioni[1] e spingendosi fino alle nostre coste, col saccheggio di vari casali, tra cui, in particolare, Castro. L’imperatore Carlo V intorno alla metà del secolo aveva ridato impulso al completamento del sistema di vigilanza imperniato sulle torri costiere. Erano quindi in atto tutto un fermento di lavori di rafforzamento del sistema difensivo in Provincia di Terra d’Otranto. L’anno successivo alla redazione dell’atto in questione sarebbero stati avviati i lavori di erezione delle torri di S. Emiliano e Porto Badisco, munite poi di falconetti consegnati alle Università[2] onerate del servizio. Di tanto in tanto sulle nostre coste si registravano anche attacchi pirateschi di ridotta portata, condotti da ciurme composte da qualche centinaio di predoni. Se si aggiungono le epidemie di peste, favorite dai traffici marittimi, e quelle di malaria dovute al periodico insabbiamento del porto, si comprende bene perché Otranto all’epoca si fosse quasi del tutto spopolata: la città era passata, infatti, dai 669 fuochi del 1545 ai 118 fuochi del 1561.[3] La popolazione si era spostata nell’entroterra, stabilendosi soprattutto ad Uggiano (del)la Chiesa ed a Bagnolo, che perciò registrarono un significativo repentino incremento dei focolari. A Otranto rimase il patriziato, tra cui i Gualtieri, i Demarco, i Rondachi, i Prototico, i Lipravoti. Esponenti di queste ultime due famiglie di origine ionica erano coinvolti a pieno titolo nel sistema di spionaggio militare spagnolo, operando in quei decenni al soldo del re di Spagna quali consoli o agenti consolari[4], i primi in Zante[5], i secondi in Corfù[6], a quell’epoca possedimenti veneziani. Il loro compito era quello di inviare “avvisi delle cose di Levante e degli apprestamenti d’armata che si facevano in Costantinopoli e dei disegni del Gran Turco” e soprattutto tenere la corte spagnola informata dell’evoluzione, spesso repentina ed imprevedibile, dei rapporti tra Venezia e la Grande Porta.

In quel difficile momento, sotto il sindacato del “Nobile e Magnifico” D. Marco Antonio Gualtieri[7], la Città di Otranto, facendo evidentemente ricorso alle risorse del patriziato locale, sempre pronto ad anticipare generosamente le somme necessarie alla comunità nei momenti di difficoltà, si dotò di un eccezionale strumento di difesa: il Cannone Spinello.

Questo cannone doveva essere notevole, a giudicare dal peso attribuitogli: 34 cantàra (cantaia). Poiché ogni cantàrum corrispondeva, nel regno di Napoli, a 90 kg, ne risulta un cannone del peso di oltre 30 quintali. Un cannone rinforzato, quindi, lungo probabilmente più di 3 metri, che doveva essere utilizzato come pezzo da fortezza per tiro di controbatteria ed antinavale.

I mastri fonditori del cannone furono i fratelli siciliani Nicola e Iacopo Scorciapino, abitanti a Brindisi. L’origine siciliana degli Scorciapino era finora sconosciuta. L’illustre studioso Nicola Vacca, dopo aver raccolto vario materiale documentario sui fonditori di campane in Salento, aveva pubblicato nel 1958 il lavoro “Fonditori di bronzo in Brindisi”, in cui aveva evidenziato come su una campana fusa nel 1576 e collocata sul duomo di Brindisi si trovasse inciso “Iacobo. Scorciapino. Brund. Flatore”, ovvero fonditore. Ma nulla era trapelato sulla sua origine. Dai suoi studi il Vacca aveva potuto constatare che in Brindisi, più che campane, si fondevano cannoni in bronzo[8], riferendo pure come su uno di essi, realizzato per il castello di Lecce, si leggesse l’iscrizione “Mastro Cola Scorciapino me fecit, 1540”[9]. Egli aveva quindi ipotizzato l’esistenza di una parentela tra i due Scorciapino.

Ora quella supposizione diventa certezza, perché l’atto notarile de quo attesta che Nicola e Iacopo Scorciapino, fonditori del “Cannone Spinello”, erano fratelli.

Il cannone era stato trasportato da Brindisi in Otranto, non sappiamo se via mare su imbarcazioni o via terra su carri trainati da cavalli, a cura degli stessi Scorciapino, i quali si erano occupati anche di provvedere all’installazione ed all’istruzione dei “bombardieri”[10].

Il pezzo presentava però delle imperfezioni sulla bocca, ovvero una crepatura, tanto che il Vicario Provinciale del Viceré di Napoli aveva imposto all’”Università” di trattenere una decima parte del compenso riconosciuto agli artigiani, in attesa della riparazione e del perfezionamento dell’opera.

Un’ultima chicca riguarda la presenza come testimone dell’atto di Giovanni Michele Laggetto, l’autore della “Historia” della guerra di Otranto del 1480: probabilmente era il padre del notaio rogante.

Ecco la trascrizione dell’atto:

“Pro Mag.co Jo: Leonardo Bonuto Depositario Civitatis Hydrunti

Die sesto mensis Septembris millesimo quingentesimo sexagesimo sesto X Indictionis Hydrunti

Nos § fatemur §; quod eodem predicto die, eiusdem, ibidem, in Nostri praesentia in testimonio publico personaliter constitutis Magistris Nicolao e Jacobo Scorciapino de siculis fratribus fundatoribus Artigliariarum habitantibus in Civitate Brundisii agentibus § ex una parte

Et Magnifico Jo: Leonardo Bonuto de Hydrunto Depositario, et Erario Magnificae Universitatis Civitatis Hydrunti pro praesenti anno, X Indictionis, in Sindicatura Nobilis et Magnifici Marcii Antonii Gualterii, agente et stipulante Nomine, et pro parte Ipsius Magnificae Universitatis; eius hominibus § ex altera parte=

Praedicti quidem Magistri, Nicolaus, et Jacobus, quibus supra nominibus, non vi, dolo § sed sponte § ac omni meliori via § ad interrogationem § confessi fuerunt se recepisse ac habuisse, pro ut praesentialiter et manualiter receperunt, et habuerunt, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Gio: Leonardo, quo supra Nomine, Ducatos Nonaginta duos de caroleni § et sunt pro eorum mercede et provisione fundaturae et istructionis unius cannoni per eos istructi Cantarorum numero triginta quatuor, et unius rotuli, nominati il Cannone Spinello, conducti in ipsam Civitatem, com declaratione: quod eorum mercedis ascendit ad summam ducatorum Centum et duorum; de quibus remanserunt in posse ipsius Universitatis ducati decem, et hoc de ordine Illustrissimi et Excellentissimi Principis Cariati Viceregis Provincialis, ex equo ipsi Magistri ad omnem simplicem requisitionem ipsius Universitatis se conferre promiserunt in ipsam Civitatem et a predicto cannone serrare illa bocca uno poco del detto cannone crepato, quo cannone completo consignantur eisdem Magistris ducatos decem, ut supra remansi; et confessi fuerunt similiter ipsi Magistri se recepisse,et habuisse, a praedicta Magnifica Universitate, et pro ea a praedicto Magnifico Depositario, quo supra Nomine, ducatos septem de caroleni, pro eorum dietis, vacando in conductione praedicti cannoni et vacatis in dicta Civitate Hydrunti per dies decem, et septem liquidatos, quo supradictos ducatos septem, ut supra, qui ascendunt ad summam simul coniuncti ducatorum Nonaginta novem de caroleni, se vocantes praedicti Magistri bene quietos, et a praedicta Magnifica Universitate de praedicta Nonaginta Novem, ut supra receptis, et habitis absolventes § ipsam Universitatem de (Civitate Hydrunti), cum pacto de ulterius ex eis aliquid non petendo § quia sic. Quem Contractum promiserunt habere pro ratum, ac rata; et contra ea non facere.

Pro quibus omnibus observandis obligaverunt se et in solidum , et bona eorum omnia ad personam; et sub poena dupli et medietate, cum pacto de capiendo praecarii constitutione; renunciaverunt § Juraverunt § Unde. Laus Deo

Presentibis Judice Annali Nicolao de Donato Milano de Hydrunto, et testibus Magnificis Jo: Michele Laggetto, Jo: Michele Scupula. Jo: Baptista Pauti, et Joanne Synfando de Hydrunto Literatis”

Traduzione:

“(Quietanza) In favore del Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto Depositario della Città di Otranto

Il giorno 6 settembre 1566, decima Indizione, in Otranto

Noi affermiamo che nello stesso predetto giorno quivi in nostra presenza personalmente costituiti in testimonio pubblico i Mastri, Nicola, e Iacopo Scorciapino dei fratelli siciliani fonditori di artiglierie abitanti nella Città di Brindisi, che agiscono § da una parte

Ed il Magnifico Giovanni Leonardo Bonuto di Otranto, Depositario, ed Erario della Magnifica Università della Città di Otranto per il presente anno, X Indizione, nella Sindacatura del Nobile e Magnifico Marco Antonio Gualtieri, agente e stipulante in nome e per conto della stessa Magnifica Università, e gli uomini della stessa § dall’altra parte.

I predetti Mastri Nicola e Iacopo, nei nomi di cui sopra, non per forza, dolo § ma spontaneamente e per ogni miglior effetto § ad interrogazione confessarono di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Giovanni Leonardo, nel nome di cui sopra, ducati novantadue in carlini § e sono per la loro mercede e compenso di fonditura e di istruzione di un cannone da loro istruito, di cantàia numero trentaquattro ed un rotolo, nominato “il Cannone Spinello”, condotto in questa stessa Città, con la precisazione: che la loro mercede ascende alla somma di ducati centodue; dei quali rimasero in potestà della stessa Università ducati dieci, e ciò per ordine dell’Illustrissimo ed Eccellentissimo Principe (di) Cariati Vicario Provinciale[11]; entrambi gli stessi Mastri promisero di conferirsi in questa stessa Città ad ogni semplice richiesta della stessa Università e al predetto cannone serrare quella bocca del detto cannone un poco crepato, sicché, completato il cannone, sarebbero stati consegnati ai predetti Mastri i ducati dieci come sopra rimasti; e confessarono similmente gli stessi Mastri di aver percepito ed avuto dalla predetta Magnifica Università, e per essa dal predetto Magnifico Depositario, nel nome di cui sopra, ducati sette di carlini, per il loro vitto, vagando per il trasporto del predetto cannone, e essendo rimasti in detta Città di Otranto per dieci giorni, e sette liquidati[12]; dichiarandosi i predetti Mastri bene quieti coi sopradetti sette ducati, come sopra, che insieme computati ascendono alla somma di ducati novantanove in carlini, e assolvendo la stessa Università della Città di Otranto dei predetti novantanove, come sopra ricevuti ed avuti dalla predetta Magnifica Università, col patto di non chiedere qualcos’altro da loro, perché così (vogliono). Il quale presente contratto promisero di avere per ratificato e ratificati, e contro essi non fare.

E per l’osservanza di tutte quelle cose obbligarono se stessi ed in solido, e tutti i loro beni ciascuno; e sotto la pena del doppio[13] e metà[14], col patto di prendere[15], con la costituzione del precario[16]; rinunciarono[17]; giurarono[18]; per cui[19] § Lode a Dio.

Alla presenza del Giudice Annuale Nicola di Donato Milano di Otranto, e dei testimoni Magnifici Giovanni Michele Laggetto, Giovanni Michele Scupola, Giovanni Battista Pauti, e Giovanni Synfando di Otranto, letterati”.

Dopo Lepanto, i pirati barbareschi sarebbero comunque ritornati in gran spolvero ad attaccare le nostre coste nel 1571 e nel 1573, saccheggiando ancora Castro ed altri casali.

 

[1] Si parla di 15.000 anime rapite tra donne e bambini

[2] Le amministrazioni comunali

[3] Somaini-Vetere, I domini del principe di Taranto in età orsiniana (1399-1463), Congedo Editore, Galatina. 2009.

[4] Come, del resto, furono in seguito i Gualtieri.

[5] In quell’isola operava Baldassarre Prototico, in Bilancio del Real Patrimonio del Regno di Napoli 1591-1592, di N. Faraglia, in Archivio Storico per le Province Napoletane, 1876, anno I, fasc. 3.

[6] A Corfù operava Marco Antonio Lipravoti, ivi. Un Marco Antonio Lipravoti si ritrova sindaco di Otranto a metà 500. Un Francesco Lipravoti fu Capitano delle fregate in Otranto al servizio del Re di Spagna nei primi decenni del XVII sec., da una lettera di Scipione Filomarino, Maestro di Campo e Vicario Generale Provinciale del 13.7.1632.

[7] In quegli anni diventò barone di quota parte del feudo di S.Giovanni Malcantone

 

[8] Le materie prime, rame e stagno, arrivavano al porto di Otranto da Genova o da Venezia

[9] Archivio Storico Pugliese, anno 8°, 1955, p. 205 ss.

[10] Gli artiglieri

[11] Probabilmente sI tratta del Principe Giambattista Spinelli, che aveva sposato Isabella figlia del Viceré Pietro di Toledo. Potrebbe avere quindi una relazione col nome attribuito al cannone.

[12] Dei dieci giorni di permanenza ne vengano riconosciuti e compensati solo sette

[13] Chi si rendeva inadempiente a quanto pattuito incorreva nella pena del doppio pagamento di quanto si era concordato

[14] La metà della pena pecuniaria applicata per l’inadempimento andava a beneficio della corte ove si trattava la causa, e l’altra metà a carico della parte vittoriosa, ferma restando l’esecuzione coattiva del contratto.

[15] Con la facoltà di prendere possesso delle proprietà vincolate a garanzia delle parti

[16] Per rafforzare la convenzione la parte che prendeva possesso delle altrui proprietà ipotecate era autorizzata a possederle in nome dell’altra, dalla quale le riceveva a titolo precario

[17] Le parti rinunciavano, in relazione a quanto si era convenuto, ad eccepire il dolo malo, la violenza, l’inganno, l’azione in fatto, la condizione senza causa e quindi nulla, il mancato perfezionamento dell’oggetto, di alterazione del contratto ed a qualunque altro beneficio legale

[18] Si giurava sul contenuto del contratto ponendo la mano sulle Sacre Scritture

[19] Questa clausola denotava, per futura memoria e cautela delle parti e dei loro eredi e successori e aventi causa, che quanti convenuto era stato stipulato dal notaio alla presenza del giudice a contratti e dei testimoni nel numero richiesto dalla legge, e pertanto era pronto per l’”esecuzione parata”, cioè costituiva titolo per l’esecuzione innanzi alle corti. La presenza di tutte le clausole predette rendeva l’atto “guarentigiato”

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