Il Pešce te friscu: la Cernia di fondale da Otranto a Gallipoli

P. americanus (Esemplare adulto. In foto, Salvatore Indirli)

 

di Igor Agostini

Fra le varie specie di pesci denominati ‘cernie’, ce n’è una, capace di raggiungere dimensioni ragguardevoli e caratterizzata da una grossa bocca e da una pelle estremamente dura, che la nostra lingua designa usualmente col nome di Cernia di fondale o americana, in conformità al nome scientifico (Polyprion americanus, Bloch & Schneider, 1801).

L’aggettivo, ‘di fondale’, si spiega con l’habitat di questo pesce che, fra tutte le cernie che abitano il nostro mare, è quella che vive nelle acque più profonde: gli adulti, infatti, si trovano almeno sino a seicento metri di profondità. Per quel che invece riguarda il sostantivo, il nome di ‘cernia’ eredita una vecchia classificazione biologica, che faceva rientrare questo pesce fra i serranidi, anche se, in realtà, esso appartiene alla famiglia dei cosiddetti ‘poliprionidi’; e, difatti, oggi, in biologia, non è più classificato come ‘cernia’.

La folkbiology, ossia quella scienza – ancora oggi agli albori – che studia la relazione fra la classificazione scientifica (linneiana) e quella popolare, troverebbe, nella considerazione di questo pesce, una conferma importante dell’esistenza, variamente rilevata dagli studiosi, di una corrispondenza, seppur parziale, fra le due classificazioni. I pescatori salentini, difatti, fanno bensì rientrare questo pesce nella ‘famiglia’, come dicono, delle ‘cernie’, ma distinguendolo nettamente da tutti gli altri cinque serranidi presenti nelle acque locali, chiamandolo con un nome a sé: da una parte si ha, dunque, la Cernia vera e propria (ossia la Cernia bruna), dall’altra i Dotti (ossia la Cernia dorata, la Cernia bianca e, più rare, la Cernia canina e la Cernia rossa), variamente denominati, e, infine, classificato a sé, il Pešce te friscu.

È, quest’ultimo, il nome più in uso per questo poliprionide, diffuso e conosciuto pressoché nell’intero Salento con questa denominazione; caso non frequentissimo nella nomenclatura ittica locale. Ma, anche qui, non mancano le particolarità, anzi.

Per cominciare, non è certa la motivazione all’origine dell’aggettivo te friscu, perché fra i pescatori, anche i più esperti, si sovrappongono in realtà due motivazioni differenti: ‘friscu’, per alcuni pescatori, si riferirebbe all’habitat, dunque alle acque fredde (perché profonde), in cui il pesce vive; per altri, invece, rinvierebbe ad un comportamento particolare, per cui alcuni individui, avvicinandosi sotto costa, sono soliti mettersi al riparo dalla luce del sole sotto oggetti galleggianti, al fresco, dunque (donde il nome diffuso in varie località italiane di ‘Pesce ombra’). Forse, le due motivazioni possono trovare una spiegazione convergente: proprio l’abitudine a vivere in acque profonde potrebbe esplicare il comportamento per cui, avvicinandosi sotto costa, sotto acque più calde e meno profonde, il pesce avverta il bisogno di proteggersi dal calore e dalla luce.

Ma proprio qui si apre un discorso più complesso: pare che siano, infatti, solo gli esemplari giovanili ad assumere questo comportamento e non, invece, gli adulti. Ciò spiega come, nel cuore della cultura dei pescatori salentini, sopravviva ancora una tradizione che tende a distinguere, quale specie a sé, gli individui più piccoli, i quali non sarebbero giovani del Pešce te friscu, ma un pesce diverso, che ‘non cresce’ oltre i due-tre chili. Una credenza, invero, che era diffusa per tutte le specie di cernia presenti in Salento e che è all’origine, a Gallipoli, di un nome affettuoso riservato ai piccoli dotti: Vicé, cioè ‘Vincenzino’. Nel caso della Cernia di fondale, poi, questa credenza sarà stata senz’altro rafforzata dalla taglia che questo pesce – unico, insieme alla Cernia canina – può raggiungere: anche cento chili (mai, tuttavia, documentati in loco).

Questa differenziazione è, con ogni probabilità, all’origine di una nomenclatura che distingue rigorosamente gli esemplari adulti dai più piccoli: quelli, appunto, designati sempre col nome di Pešce te friscu, questi, invece, soprattutto (ma non solo) a Gallipoli, col nome di Alòsa. Nome dall’etimologia che è stata, per me, a lungo indecifrabile e che potei ricostruire solo una volta venuto a conoscenza del termine otrantino: Rrignatheddru, che viene da rrignare, ovverosia ‘fare smorfie col viso o col muso’, caratteristica evocata, nell’immaginario del pescatore, dalle dimensioni notevoli proprie della bocca di questo pesce. Capìì allora che Alòsa ha la medesima spiegazione, derivando da lòsə, che in salentino vuol dire appunto ‘baia, beffa, stizza, rabbia’. Il che è confermato dal fatto che il medesimo nome di Alòsa indica, a Gallipoli, una specie di scorfano, la Scorpaena notata, anch’essa caratterizzata da una bocca particolarmente larga.

P. americanus (esemplare in stato giovanile)

 

Oggi, anche a Gallipoli, salvo rare eccezioni, restano pochi testimoni di un impiego differenziato dei due nomi di Pešce te friscu ed Alòsa, ormai usati a designare senza distinzioni la Cernia di fondale in tutte le sue taglie; ma i ricordi, purtroppo ormai sempre più impalpabili, di alcuni anziani consentono di asserire con certezza che Alòsa deve avere in origine indicato, esattamente come il Rrignatheddru otrantino, sempre e solo gli esemplari più piccoli.

Grandi e piccoli avrà invece, con ogni probabilità, indicato da sempre un altro nome caratteristico, quello di Occhi-cròssa, in ragione del fenomeno della vistosa fuoriuscita dall’orbita che marchia inevitabilmente gli occhi di questo pesce allorché salpato dalle alte profondità. Anche il nome di Rattapòspuru è oggi utilizzato a designare individui grandi e piccoli, per durezza della pelle, su cui appunto si potrebbe persino accendere un fiammifero, che in dialetto si dice pòsperu (nome, peraltro, condiviso con un altro pesce dalle caratteristiche analoghe della pelle, il Ruvetto, noto localmente come Pesce lola). È qui particolarmente evidente l’elemento immaginativo alla base del nome, che trova un interessante (ma certo non anomalo) corrispettivo in Sicilia, dove per questo pesce è attestato (l’ho appurato a Siracusa) il termine Pelosetto.

Un fenomeno che mai è stato spiegato, né in biologia, né in linguistica, né, ovviamente, in folkbiology, è la corrispondenza, apparentemente del tutto casuale e, anzi, controintuitiva, fra l’aggettivo del nome scientifico di questo pesce (americanus) e l’aggettivo utilizzato dai pescatori salentini per designare la Cernia dorata e, più raramente, la stessa Cernia bianca, ma mai quella di fondale: Dotto americano. Non c’è nessuna causalità, tuttavia: i nomi dialettali sono infatti all’origine degli stessi nomi scientifici. A dire il vero, ho impiegato molto tempo a cercare di comprendere come questo fosse possibile nel caso in questione, ma il perché delle cose, spesso, si manifesta quando ci si accorge di avere trascurato qualcosa di essenziale: era la distinzione stabilita dai pescatori fra esemplari piccoli, che abitano sotto costa, ed esemplari adulti, che vivono fuori, lontano dalla costa; acque lontane, che nell’immaginazione, veicolo portante all’origine della loro nomenclatura (checché ne vogliano tutte le interpretazioni integralmente anti-intellettualiste della classificazione popolare, per cui questa avrebbe alla base solo motivazioni pratiche), rinviano a luoghi lontani, di incerta – per la loro cultura – collocazione geografica, ma da cui alcuni pesci sarebbero provenuti per migrazione. Nulla di meglio, allora, del nome evocativo dell’America, tanto più che, come vedremo quando parleremo della Cernia dorata, l’aggettivo ‘americano’ trovava un ulteriore elemento immaginativo alla base della sua imposizione e del suo radicarsi.

In questa distinzione, fra pesci stanziali e pesci che vengono da lontano, chi ha orecchie formate alla raffinata cultura della biologia potrà intravedere una distinzione chiave, in quest’ultima: quella fra i pesci pelagici (nuotatori) e bentonici (stanziali). Per la folkbiology, il piatto è servito: siamo nani sulle spalle dei giganti.

 

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