Alle fonti dell’Idume: idronimo inventato?

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lecceprima.it/eventi/bacino-idume-torre-chianca.html

 

Procederò in ordine cronologico, cominciando dalla Bibbia: Gioele, II, 4, 19: Αἳγυπτος εἰς ὰφανισμοὸν ἔσται καὶ ἡ Ἰδουμαία εἰς πεδίον ἀφανισμοῦ ἔσται (L’Egitto andrà incontro alla desolazione e Idumea si tramuterà in  arido deserto). Lo stesso  toponimo ricorre anche in Malachia (I, 4), Geremia (XXX, 11), Ezechiele, XXV, 12 e XXXV, 15). Genesi, XXXVI, 16), Samuele, VIII, 14) etc. etc.

Virgilio (I secolo a. C.), Georgicon liber, III, 12: … primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas (… per primo ti porterò, o Mantova, le palme Idumee …).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, V, 14: Mox Idumaea incipit, et Palaestina … (Poi inizia l’Idumea Idumea e la Palestina …).

Lucano (i secolo d. C.)   ), Pharsalia, III, 216: Gazaque et arbusto palmarum dives Idume (e Gaza e Idume ricca della pianta della palma).

Valerio Flacco (I-II secolo d. C.), Argonautica, I, 12: … versam proles tua pandet Idumen ( … la tua discendenza mostrerà Idume abbattuta). Il verso allude alla conquista della Palestina (Idumen, qui in caso accusativo, suppone un nominativo Idume,  che è la trascrizione latina dell’ebraico Edom) operata da Tito nel 70 d. C.

Marziale (i secolo-II d. C.), Epigrammaton liber, II, 2, 5:  Idumaeos meruit cum patre triumphos .. ( …[Tito] meritò col padre il trionfo su Idumea …).

Giovenale (i secolo-II d. C.), VIII, 158-160: … sed cum pervigiles placet instaurare popinas,/obvius adsiduo Syrophoenix udus amomo/currit, Idymaeae Syrophoenix incola portae … (… ma quando ai nottambuli piace attardarsi nelle bettole, viene incontro il siro-fenice abitante della porta di Idumea tutto bagnato dell’immancabile profumo …)

Stefano Bizantino (probabilmente VI secolo d. C.), Ἐθνικά, lemmI seguenti:

1) Ἰδουμεναί, πόλις Μακεδονίας. Ὁ πολίτης Κλαζομένιος (Idumene, città della Macedonia. Il cittadino è di Clazomene).

2) Ἰδουμαΐοι, ἕθνος Ἑβραίων, απὸ ἀδὠμου (ἄδωμα γὰρ οἵ Ἑβραοι ἐρυθρὸν καλοῦσι), ὄτι ξανθὸν βρῶμα δοὺς αὐτᾡ ὁ ἀδελφὸς τὰ πρωτεα εἰλήφει (Idumei, popolo di Ebrei, da adomo, infatti gli Ebrei chiamano adoma il rosso, il rossiccio pasto col cui dono il fratello gli sottrasse la primogenitura).

Secondo il racconto della Genesi (25, 25) Esaù, nato prima del gemello Giacobbe, era rosso e peloso. Un giorno, tornato affamato dalla caccia, chiese ed ottenne dal fratello Giacobbe il piatto di lenticchie che stava consumando. Giacobbe gliele diede ma volle ed ottenne in cambio la primogenitura).

3)  Ἲδυμα, πόλις Καρίας, οὗ καὶ Ἲδυμος ποταμός. Τὸ ἐθνικὸν Ἰδυμεύς καὶ Ἰδύμιος. Λέγεται καὶ Ἰδύμη ἡ πόλις (Idima, città della Caria, dove c’è anche il fiume Idimo. L’etnico è Idimeo e Idimio. Si chiama pure Idime la città).

Dei tre lemmi presentati ai fini della nostra indagine sono da prendere in considerazione solo i primi due perché, innaginando per il leccese Idume la trascrizione dal greco al latino, ad –υdella voce greca sarebbe dovuto corrispondere –y– nella latina. Per ragioni, poi, che saranno dette dopo, l’unica voce da considerare sarà la prima.

Iacopo Sannazzaro (1457 circa-1530), De partu Virginis, Calvo, Roma, 1526, l. I, v. 91 , : Ast ubi palmiferae tractu stetit altus Idumes (Ma quando alto si fermò sulla regione della palmifera Idume).

Annibale Caro (1507-1566) in un sonetto in risposta ad un altro indirizzatoli da Battista Guarini (1538-1612), vv. 1-2 (cito dall’edizione Remondini delle opere del Caro, Venezia, 1757, V. iii,  p. 61): Sterpo senza radice, e senza fronde/sorger non può, Guarin, palma d’Idume

Gabriello Chiabrera (1552-1638), Canzoni, XXXIII, 48-4, dedicata a Vittorio Emanuele (cito dall’opera omnia nell’edizione Baglioni, Venezia, 1805, v. I, p. 60: E trionfando oltra il mortal costume,/qual non ti si darà palma d’Idume?

Giovan Battista Marino (1569-1625), Adone, I, 47, 1-2: Giunto a la sacra e gloriosa riva/che con boschi di palme illustra Idume

Fulvio Testi (1593-1646), Poesie liriche, Totti, Modena, 1636, passim;: Il fugace valor del Trace Arciero/su le palme d’Idume/di novo innesteran d’Esperia i lauri ….Se  non mi diè stella benigna in sorte/sparger delle mie rose/a te la cuna d’oro; allora quando/i tuoi gran figli a liberar andranno/da l’Ottomano giogo/le mie serve Provincie, i’ spero forse/a piè del vinto Idume, o su la sponda/del trionfato Oronte/allor di palme inghirlandar la fronte … A pascer de l’Idume, a ber del Tigri.

Tutte le testimonianze fin qui riportate (meno la prima e la terza relative a Stefano Bizantino) riguardano l’Idumea (in ebraico Edom), regione a sud della Giudea. Una dettagliata descrizione di questa regione è in Idumaea, The religious tract society, London, 1799 (https://books.google.it/books?id=rFsBAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Idumaea&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjX5vuUg5zaAhUFzKQKHVtXCbYQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Idum&f=false). 

La prima ed unica testimonianza su un fiume leccese di nome Idume risale al poeta leccese Ascanio Grandi.1 Dopo aver riprodotto il suo ritratto dalla tavola inserita nel suo opera La Vergine desponsata, Micheli, Lecce, 1638, riporto dalle opere i passi che ci interessano.

Il Tancredi, Micheli, Lecce, 1632

II, 79-80

Mostra al compagno Hidro tai cose, e i passi/non arrestano intanto, e gli addita anco/lo speco, onde in Toscana, Arno tù, passi,/tù di produr Cigni febei non stanco;/poi vide trà quei rivi occulti, e bassi/rivo da lui là giù non visto unquanco:/mirò nova urna, e scaturiane quello,/che dagli occhi ei versò, Gorgo novello:s’era incentrato, e sotterraneo anch’esso/nasceva, e a lui vicin nasceva Idume:/ambo incontro al Galeso, et allo stesso,/che chiudea i duo Baroni, altero Fiume/ma d’Egla il bel palagio ormai dapresso/vibrava di pià gemme un misto lume;/aperte l’auree porte, e ‘n auree sedi/qui l’emule d’Aracne asise vedi.

IX, 122

Arnaldo sotto Afrone, e Amberto, e Usmondo/e sotto Orson Zendoro era, e Trivento:/con Irlando Tancredi ubbidia Simondo,/Anserbo al gran Calife, e Grigento:/lo stile io non comprimo, e no ‘l diffondo,/et esser breve n’ergerò palma d’Idume/trà lauri toschi  in sù ‘l mio patrio Idume.

XVI, 86

Fù di Gilberto il Corridor concetto/di seme d’aura appo il leccese Idume;/aure attrahea per marital diletto/gran Destriera regal lungo un tal fiume;/e il vento ingravidolla che nel petto/entrolle a fecondar oltre il costume, e tal Corsier ne nacque, hor trà suoi piedi (Iapige è il nome d’esso) aure tù credi.

XVI, 132

Nacque pur sù l’Idume mà non vanta/quest’altro corridor padre immortale:/gira più, che paleo par ch’à sua pianta/presti l’aura più snella il volo e l’ale;/e il buon Duce sù lui splende con quanta/sonora fiamma arde il fulmineo strale,/e feritor ferito ei d’ogni parte/piaghe riceve, e piaghe altrui comparte.

Fasti sacri, Micheli, Lecce, 1635

I, 128: Tal nella Magna Grecia (altera vista)/non lunge il fonte del mio patrio Idume/ò giardin novo, ò Città nova è vista/prima che spunti in Oriente il lume, ò repentini allettano la vista/navilii, e pur prima, che ‘l Ciel s’allume./Poi fugge il Simulacro, e gli occhi sgombra/e novello stupor le menti ingombra.  

Il Noè ovvero la georgica mistica. Micheli, Lecce, 1646 

III, 12

Però le verdi e candide d’Idume/tue palme sublimar deh vogli ancora,/oggi al bicorne mio limpido Idume,/e tu di novo il sì bel gorgo inflora;/spargivi ancor la tua rugiada e il lume,/o d’Israel sovra celeste aurora;/ma veggo il buon Noè lungo l’armene/montagne più che mai vergar l’arene.

Proprio in quest’ultimo passo, secondo me, la contrapposizione tra due paesaggi è la chiave di volta di tutto. Il primo, contraddistinto dalle  verdi e candide d’Idume tue palme è quello medio-orientale già visto nei passi in prosa e in poesia, greci, latini ed italiani, prima riportati; il secondo, contraddistinto dal bicorno mio limpido Idume, è quello salentino. È come se in quest’ultima opera il Grandi ci volesse far capire che il suo Idume non è altro che una delle tante invenzioni metaforiche così in voga nel XVII secolo;e il passaggio dalla regione  insomma, la stessa forma di antonomasia che potrei usare definendo il neretino torrente Asso come l’Arno (!) di Nardò. Con la differenza che il Grandi avrebbe operato un passaggio dal nome della regione (Ιδουμαια, che mostra un suffisso aggettivale) a quello di una presunta città e da questo a quello di un ancor più presunto fiume. Ma per quale motivo, tra tanti nomi, proprio quello? Tancredi nella Gerusalemme liberata del Tasso non è forse l’eroico difensore della Cristianità  in quelle terre? E poi è veramente casuale il fatto che Idume evoca formalmente Idomeneo e il ricordo virgiliano (Eneide, III, 110-101: et Sallentinos obsedit milite campos/Lyctius Idomeneus… (e Idomeneo di Licto ha occupato col suo esrcito i campi salentini …).

Non è finita: nel terzo passo che ho riportato dal Tancredi è nominato un cavallo Iapige generato dal vento. in effetti dalle fonti antiche (che qui non riporto per brevità, ma chi lo desidera troverà tutto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/10/iapige-fantomatico-progenitore-salentini/) Iapige come nome di un vento delle nostre parti (perciò il cavallo del Grandi, essendo veloce come il vento che l’ha generato, ne ha assunto il nome, ma anche come idronimo, sempre delle nostre parti e, infine, del mitico progenitore di noi salentini.

Traggo la prima conclusione:: mi pare che una sottile trama fatta di echi mitici e leggendari sottenda i passi riportati relativi ad Idume, come è da manuale nella letteratura barocca e, che, dunque, l’idronimo Idume sia un’invenzione del Grandi, cui non sarà stata estranea una sorta di rivalsa campanilistica nei confronti di leggende più antiche come quella di Taras mitico fondatore di Taranto,ma anche idronimo. Credo pure che costituiscano un riconoscimento di tale invenzione i numerosi componimenti che al poeta leccese furono dedicati da altri letterati, dei quali mi piace riportare una sorta di piccola antologia.

Probabilmente è anteriore alla morte del Grandi (se ne ignora la data precisa, come pure quella della nascita) il sonetto dedicatogli dal conterraneo Andrea Peschiulli (1601-1691) e inserito nell’opera di Ascanio dal titolo L’ecloghe simboliche, uscita per i tipi di Micheli a Lecce nel 1639.

Non da segni d’Egitto,o da l’argive/favole in Pindo altissime e famose, Ascanio i saggi simboli compose/del Salentino Idume in su le rive;/ma dall’une e dall’altre altere e dive/carte, ove in vario modo il ver s’espose, fe’ che gioconda all’ecloghe pietose/materia eccelsa a pro d’altrui derive./Né perché apprenda (e sia così gradito)/misteri occulti, incatenò Sileno,/da Bromio insieme e da Morfeo sopito./Ch’egli avvezzo a vagar su ‘l ciel sereno,/recò di là, tra gli angeli rapito,/gli arcani, onde il gran libro esce ripieno. 

Girolamo Cicala nella sua opera Cicada sive Carmina Hieronymi Cicadæ Sternatiæ domini, Micheli, Lecce, 1649 scelse dieci ottave per ciascuna opera dal Tancredi del Grandi, dalla Gerusalemme liberata del Tasso e dall’Orlando Furioso dell’Ariosto e le tradusse in esametri latini, dando il titolo di Parnassus, sive carminis certamen, Eridani, Sarni, et Idume, ex Italicis Areosti, Tassi, et Grandis. Come si vede dal titolo l’Idume è in buona compagnia: con l’Eridano, nome greco (Ἠριδανός) del Po e col Sarno, fiume della Campania.       

Una sorta di consacrazione definitiva della presunta invenzione dal Grandi sarebbero poi i sonetti usciti in Componimenti vari degli Accademici Speculatori di Lecce, s. n., s. l., 1777 (l’anno si deduce da Lecce, 11 gennaio 1777 in calce all’avviso al lettore; per chi è interessato alla lettura integrale o a scaricarlo: https://archive.org/details/bub_gb_0sE8OuEpwgkC).

p- 46

Del Canonico Tesoriere Federigo Aregliani

Lieti sciogliete, Avventurosi ingegni,/di vostre Cetre al suon canto più grato;/che ‘l gran Fernando a voi dà sèirto e fiato,/or che d’un sì bel dono vi fà già degni./D’empia sorte finiro i lunghi sdegni/contra il Salento, e ‘l rio tenor del fato./Oh! quai porge or a noi quel giglio aurato,/quai di lieta fortuna espressi segni!/Fama dunque immortal, d’invidia a scorno,/qui noi godremo: e d’alta gloria, oh quanto!,/il nostro Idume renderassi adorno./Ah! che fra noi del Secol d’oro il vanto/non mai tornò più bel, che in questo giorno;/non fu giorno per noi chiaro mai tanto? 

p. 48

Di Biagio Mangia Rettore nel Regal Convitto, e Censore dell’Accademia

Non fu cagion, che più a cantar ne impegni/di questa, ond’or sen vanno, oltra il costume./lieti e fastosi i più canori e degni/Cigni, che vanta il vago nostro Idume./Tua mercè, gran Fernando, i loro ingegni,/desti, e forniti di novelle piume/spiegano il volo a pià sublimi segni, dell’aureo tuo gran giglio al vivo lume./Né per le vie di Pindo, o d’Elicona,/ma là, battendo l’ali, ergonsi tanto,/ov’ha l’Eternità seggio e corona./Ivi per Te Fama immortale al canto/loro dà vita, e Te fregia e corona/o di qual dono!o di qual nobil vanto!  

p. 49

Dell’Avvocato Giuseppe Cosma

O di qual dono, o di qual nobil vanto/altera dell’Idume andrà la sponda!/Liete or suonin le cetre, e lieta al Canto/delle Messapie Muse eco risponda./Al fin disparve già quella, che tanto/noi coprì d’alto orror, notte profonda:/Questo Ciel, che già veste un nuovo ammanto,/luce, non vista più, fregia e circonda./Risorgon l’arti, e a richiamare in vita/i bei sopiti studi, ormai gl’ingegni/alto spiegano il vol per via non trita./Né fia, che qui l’ozio,e l’error più regni,/orchè d’un don, che al bene oprar ne ionvita,/Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni.  

p. 50

Del Canonico Pasquale Isacco

Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni/d’un Real guardo, che ad ogni alma infonde/rispettosa Letizia, e non isdegni,/che spunti il giglio tuo fra queste sponde./Se un dì vedrai l’Idume ai noti segni/fatto di se maggior, che avvolge l’onde,/e dandoti d’amor non dubbi pegni, cogli altri fiumi l’acque sue confonde:/se ondeggiar l’auree spighe, e i frutti agresti,/provvido Re, vedrai del fiume accanto,/e ‘l lieto agricoltor tra quelle, e questi,/la gloria è tua, Signor,tuo solo è il vanto;/giacché tra Regi Geni un don ci appresti;/tu nostra speme superando, ahi quanto!

p. 52

Di Vincenzo Pellegrino

Di nostre brame oltrepassasti i segni,/del gran Re dell’Iberia o Germe Augusto,/che di virtude e nobil gloria onusto,/reggi sull’Orme Patrie i Patri Regni./Qui dunque a gara i più famosi ingegni,/che divulghino i merti, egli è pur giusto,/di Te, che un giono al Trace, e al Moro adusto/romperai la baldanza, e i rei disegni./No! quel dì non è lunge: io già nel Fato,/d’un nuovo acceso non terreno Lume,/leggo, quanto al Tuo braccio è destnato./Scorta dunque il Sebeto, e ‘l nostro Idume,/fatto presago d’un tal dì beato,/or superbo e fastoso oltra il costume.

p.53

Del Padre Lettore Giuseppe Pazienza Celestino

oOr superbo e fastoso oltra il costume/alza dal letto suo l’algosa fronte,/con voci di gioia il nostro Idume/tutto fa risonare il piano, e ‘l monte./O qual risplende, ei grida, amico lume/d’alta pietà, che già ripara all’onte,/che ‘l tempo edace conveloci piume/recò a mie gloris sì famose e conte!/Fatto pietoso dei miei danni al fine/il Gran Fernando, omai porge ristoro/alle sofferte mie gravi ruine./Più non invidio, or che ‘l Gran Giglio d’oro/avvien, che alle mie sponde egli destine,/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro.

p. 54

Di Ferdinando Vizzi

All’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/faccian palesi con soavi accenti/d’Idume i Cigni, or che ci fè contenti/la Regal destra d’un sì bel tesoro./Quel Giglio, che temono il Trace, e ‘l Moro,/lo Scita, e l’audaci lontane Gent;,/quel, che decide de’ più dubbi eventi/del crudo Marte; quel Gran Giglio d’oro,/il Gran Fernando, nel cui cor risplende/della clemenza il più raggiante lume,(O eccelso amore!) in dono a noi giù rende./All’Arno, al Tebro, all’Istro, e al più gran fiume,/or che la gloria sua tant’alto ascende,/più non invidia il patrio nostro Idume.  

p. 55

Del Canonico Davide Calilli

Più non invidia il patrio nostro Idume/del ricco Gange le preziose sponde,/già che Fernando di pietade un lume/in lui benigno al fin oggi diffonde./Al pari egli or n’andrà dìogni gran fiume,/benché piccolo sia, povero d’onde;/gente, varia di loco, e di costume,/cercherà le sue rive or più feconde./Quanto finor soffrì dalla nemica/empia forte di oltraggio e di martoro,/tutta togliendo a lui la fama antica,/più non rammenta; che nel Giglio d’oro/gli rende già la Real destra amica,/quanto aver possa mai gloria e decoro.

p. 56

Di Giacinto Viva

Quant’aver posta mai gloria e decoro/l’Istro,il Tago, il Sebeto, il PO, l’Ibero,/tant’ei n’acquista il nostro Idume, al vero/splendor, che a lui comparte ilGiglio d’oro./Tu ne l’adorni, o Sire, e in bel lavoro/veggio i suoi cigni con amor sincero/tutti inchinarsi al Tuo gran Nome altero,/e deporre al tuo Piè cetre, ed alloro./Tali omaggi non fia, bon fia che sdegni/quella pietà, Signor, ch’hai per costume;/che del Tuo gran cor mostra espressi i segni./Con invidia così del nostro Idume/la forte ammirerà ne’ tuoi be’ Regni/il più vicino, e ‘l più remoto Fiume.

p. 57

Di Oronzio Saraceno

Il più vicino, e ‘l più remoto Fiume,/benché, ricco di gemme, o d’onde chiare,/s’alzi a far guerra, o a dat tributo al mare,/quanta invisia, Signor, porta all’Idume. Quanta a quel vivo e sì raggiante lume,/che in lui diffonde in nuove fogge e rare/l’aureo Tuo Giglio, ond’ei sì lieto appare,/e fastosos s’estolle oltra il costume./Quanta a quel, che s’ammira a lui d’intorno/d’avventurosi vati inclito coro,/che di fronde novelle ha il crine adorno;/poiché quant’ebber mai gloria, e decoro/e dell’Arno, e del Tebro i cigni un giorno,/tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro.

p. 58

Del Dottor Fisico Raffaele Manca

Tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro/marche d’onor, che da negletto e ignoto,/ch’era l’Idume, al Lido più remoto/andrà famoso dal Mar Indo al Moro./I suoi be’ Cigni di novello alloro/cingon la fronte; e già principio, e moto/danno a grand’opre, onde fia chiaro e noto/all’età che verranno, il nome loro;/Tu, Re Clemente, dall’eccelso Trono/di palme onusto, d’alta gloria, e vanto,/volgi un guardo benigno, ovè il tuo Dono./Mira Iapigia, e a lei rasciuga il pianto,/onde lieta poi sciolga in dolce suono/.  

p. 59

Magistrale di Niccola Paladini Consolo dell’Accademia

De’ Gigli d’oro alla bell’ombra il Canto/lieti sciogliete, avventurosi ingegni:/non fu giorno per noi chiaro mai tanto,/non fu cagion, che più a cantar ne impegni./O di qual dono, o di qual nobil vanto/Tu, gran Fernando, hai fatti noi più degni!/Tu nostra speme superando, ahi quanto!/di nostre brame oltrepassasti i segni./Or superbo e fastoso oltra il costume/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/più non invidia il Patrio Nostro Idume./Quant’aver possa mai gloria e decoro/il più vicino, e ‘l più remoto fiume,/tantìei n’avrà dai tuoi gran Gigli d’oro.

p. 80

Del Lettore Giuseppe Vecchione d’Asina Riformato

Colpa di rio destin! Sauallido e muto/era il Liceo, ove, d’invidia a scorno,/del patrio Idume ogni più dolce arguto/Cigno del canto suo diè prove un giorno./Né, che porgesse a sue ruine aiuto,/nume apparia dall’immortal soggiorno:/e nel Salento, in ozio vil perduto,/densa notte d’orror spargeasi intorno,Quando del gran Fernando il genio amico,/volgendo a lui pietosamente il ciglio,/l’alto sdegno frenò del Ciel nemico./Ond’or tornate dall’indegno esiglio/l’arti, e le scienze nel soggiorno antico/crescono all’ombra dell’aurato Giglio.

p. 86

Dell’Avvocato Andrea Luperto Ecloga pastorale (vv. 39-42)

E sotto stelle placide e tranquille/passerà nostra quercia, con l’Idume,/queste selve, quest’antri, e queste Ville.

p. 88

Di Gaetano Saraceno

O voi cigni canori del Salento,/al gran Fernando serti in questo giorno/lieti tessete; e al patrio Idume intornociascun festeggi/alla grand’opra intento./Perle, gemme, diaspri,oro ed argento/son vili a quella gloria, ond’egli è adorno./Di virtù regie splende il suo soggiorno,/il cui chiaro fulgor non fia mai spento./Or ch’ei propizio a noi già porge e dona/il sacro Fior, stemma di eccelsi eroi,/suoni la lode in questo dì felice./Ma di poggiar tant’alto a noi non lice:/più che di rai gli facciano corona/degli avi i fasti, e i chiari fregi suoi.

p. 91

Dell’Avvocato Salvadore Aregliano Prosegretario dell’Accademia

Nel ceruleo suo trono un dì sedea/il Dio, che tiene in sul del mar l’Impero;/e a fargli onor la Senna, il Pò, l’Ibero,/l’Istro, il Reno, il Tamigi il piè movea./L’Idume anch’esso il suo cammin volgea/nell’immenso Ocean pronto, e leggero,/e in arrivar d’ogni altro ei fu primiero/là ve’ Nettuno l’alta Reggia avea./Ma poiché giunti fur gli altri, l’Idume/quivi mirando, a lui ebbri di sdegna/disser, tu qui fra noi? tu ignobil fiume?/Non teme ei già, né di partir dà segno./Mirate, dice, del mio Giglio il lume; e dite poi, se qui di star sia degno.

p. 96

Michele De Marco Segretario dell’Accademia

Alza, o Idume, il tuo capo, e lieto mira,/Lecce festante in mezzo a’ sommi onori/carca di glorie eterne, e di splendori/e ‘l Giglio d’oro in mezzo a noi rimira./Dono è del gran Fernando, e ‘l dono ammira,/che la distingue entro del Regno, e fuori,/sopra quante mai fur Città maggiori,/o ch’altra mai a un tanto onore aspira./deh voi, Signor, che qui sedere intorno, concorrete con l’opre, e col consiglio,/a far felice più questo soggiorno./Dite al Sovran, che grati al suo bel Giglio/porgeremo noi divoti in ogni giorno/per tal gran Dio, pe’ i Genitori un Giglio.

Come dimenticare, poi, che nel 1813 la Carboneria leccese aveva ben sei vendite, tutte chiamate Idume? Ricordo ancora il toponimo viario Corte dell’Idume e riporto di seguito la relativa immagine.

Che l’idronimo risalga al XVII secolo o no, oggi l’Idume è il nome di un bacino in cui confluisce più di un immissario2, mentre  vivo è ancora il dibattito circa il passaggio del fiume sotto la città di Lecce prima di sfociare tra Torre Chianca e Torre Rinalda. Per alcuni ne sarebbe prova la piscina naturale sotterranea (di acqua non stagnante)  di Palazzo Adorno, a quanto pare vasca di abluzione rituale per comunità ebree, il che è stato connesso con alcune iscrizioni ebraiche presenti nei sotterranei dello stesso edificio.

Ritorna, così, lo spettro di Edom e chissà che la tecnologia già oggi non abbia gli strumenti per verificare se l’acqua di questa piscina giunga o meno fino al bacino dell’Idume …

Voglio congedarmi da chi ha avuto fino ad ora la pazienza di seguirmi con un gioco di parola. Se l’idronimo fosse stato Idrume, tutto sarebbe stato più chiaro. Non credo, però, che il Grandi avrebbe tollerato il fatto che, per via del suffisso (lo stesso di dolciume e, peggio ancora, di marciume), al fiume leccese fosse attribuita un’inferiorità rispetto all’otrantino Idro (dal greco ὕδωρ=acqua) …

__________

1 L’idronimo è assente anche nella Tabula Peutingeriana (redazione originale datata al IV secolo d. C.), in cui pure nella zonadi nostro interesse sono rappresentati due fiumi, l’uno, fl(umen) Pastium a sud di Brindisi, l’altro, senza alcun nome appunto, a sud di Lecce.

Nessun fiume appare, inoltre, nella carta, probabilmente del XVI secolo, della quale mi sono occupato, fra l’altro, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ e della quale riporto il tratto di costa che ci interessa, tra Torre Chianca (la Cianca nella carta) e Torre Rinalda (la Rinalda nella carta).

L’idronimo Idume, assente in tutta la cartografia successiva è presente in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli, s. n., s. l., 1802, v. V, p. 142: IDUME, rivo perenne, il quale scorre tra Lecce e Brindisi, e va a scaricarsi nell’Adriatico.

2 Così Luigi Giuseppe De Simone in Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, Campanella, Lecce, 1874, v. I, p. 46: Idume. È un fiumicciattolo del quale non posso dar con precisione la origine, la foce, la lunghezza e la larghezza del corso, che è breve; si scarica nell’Adriatico. Gualtiero I di Brenna, conte di Lecce, sua moglie Albiria e  Re Tancredi assegnarono ai monaci dei SS. Nicolò e Cataldo alcuni redditi su questo fuiume; Ugo di Brenna, conte di Lecce, trovandoli troppo gravi per sé, che possedevalo, lo donò interamente a’ detti Monaci. Credo chequesto fiume sia stato il Theutra (vedi Corte del Sole). E a p. 250: … abbiamo presso Lecce il fiumicello Idume. Tra gli onomastici di Theutra e di Idume, il nostro fiumicello ebbe l’altro di Japyx, come abbiamo da Plinio e dalla Carta Petingeriana. Né poi farebbe meraviglia anche se oggi non più vi fosse un corso d’acque presso Lecce, nel quale ubicare l’antichissimo nostro Theutra; la geografia fisica ce ne ammaestra.

Così Cosimo De Giorgi in Descrizione geologica e idrografica della provincia di Lecce, Spacciante, Lecce, 1922, p. 151: In questa zona trovansi alcune sorgenti molto abbondanti presso la costa dell’Adriatico tra Torre Rinalda e Torre Chianca e la Grotta. Prendono nome di Acquadina e di Idume o Sagnia.

E Nicola Vacca in Curiosità storiche. Le fontane di Lecce, in Japigia, III, 1932, p. 177: Io, in verità, non giuro su nessuno e debbo confessare che scherzavo un poco sulla esistenza del fiume: la imprecisione e le vaghe notizie degli autori mi avevano reso scettico credendo che tutt’al più dovesse trattarsi di un corso temporaneo di acque, che ora c’è e ora non c’è. Nel maggio del 1931 io mi recai all’Idume e lo … ammirai dalla foce alle sorgenti, dalla cima di un’alta duna. Stabiliamo una volta per sempre l’ubicazione e le notizie che si riferiscono all’Idume. L’idume è precisamente situato tra le torri marittime Chianca e Rinalda sull’Adriatico. Dista da Lecce, via Giammatteo, km. 15 e, via S. Cataldo, km. 25. Il fiume è alimentato da una diecina di risorgenti, volgarmente dette aisi, disposte a guisa di triangolo, le cui acque, convogliandosi, percorrono circa 500 m. e sfociano nell’Adriatico. Ha la portata media di metri cubi 1300 al secondo ed il suo letto è largo, in media, dieci metri. Le sue sorgenti, il suo percorso, le sue foci sono graficamente descritti nella Carta topografica della Bonifica di S. Cataldo dell’Opera Nazioane Combattenti. E dopo tutte queste notizie fornitemi dai tecnici dell’Opera Nazionale sfido qualunque S. Tommaso a non credere all’… esistenza del fiume.  

La carta topografica di cui parla il Vacca dovrebbe (uso il condizionale perché non ho potuto consultare il testo, che, comunque, non dovrebbe contenere nulla d’interessante sull’idronimo, che è il tema centrale del mio interesse ) essere stata pubblicata recentemente in Michele Mainardi, Cantieri di bonifica. L’opera nazionale per i combattenti a San Cataldo e Porto Cesareo, Grifo, Lecce, 2017.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com