Giornate FAI di Primavera. Nardò e la chiesa di Santa Teresa

 

La chiesa era di pertinenza del monastero delle Carmelitane Scalze, fondato dalla neritina Suor Teresa di Gesù (1656-1718), al secolo Lidia Adami.

Istituire un nuovo monastero a Nardò fu da subito sua ferrea intenzione, ma la costruzione dell’impresa conobbe diverse interruzioni nonostante ella si applicasse caparbia senza sottrarsi mai ai lavori. L’atteggiamento oppositivo dei concittadini non aiutò, così come il decesso del vescovo Tommaso Brancaccio (1669-1677) che tanto l’aveva sostenuta impugnando la donazione del palazzo di famiglia «mezzo diroccato e distrutto» del nobile Marco Antonio Sambiasi del 1676.

Suor Teresa di Gesù mai rinunciò al suo progetto prezioso e mai cedette alle ostilità manifeste, tanto che nel tempo riuscì ad assecondarne i lavori con l’appoggio di quanti le avevano offerto sostegno. Ultimata la parte inferiore dell’insediamento religioso e pronta a dedicarsi alla costruzione delle celle al piano superiore, chiese ai suoi padri spirituali l’autorizzazione a questuare in numerosi centri di Terra d’Otranto.

Cercò poi di risolvere l’annoso problema dei confinanti, che avrebbero potuto violare la riservatezza della clausura delle sorelle. Congiunto al monastero vi era infatti il palazzo dei baroni Delli Falconi, che dimoravano da oltre un secolo nel loro hospicium, provvisto di giardino e posto sull’attuale via Puzzovivo, alle spalle dunque della chiesa di S. Teresa.

Intorno alla metà del Seicento fu il barone Vitantonio Delli Falconi a cedere alle monache la quota del palazzo a lui spettante.

Il conservatorio tale rimase per circa sette anni prima di esser trasformato in monasterium con l’obbligo della clausura. L’approvazione e il riconoscimento dell’osservanza della regola delle carmelitane scalze per l’insediamento neritino si ebbe il 17 gennaio 1699, grazie alla postulazione del cardinale Giuseppe Renato Imperiali (1651-1737) dei principi di Francavilla che sostennero l’impresa con elargizioni e doni.

Le prime monache furono in numero di dodici e l’anno di noviziato si concluse nel 1700.

La chiesa annessa al monastero, antecedente rispetto all’attuale, consistente in un grande salone a pianterreno, «al piano delle Case donateli dalli Signori Sambiasi. In essa vi erano due altari, dei quali il maggiore dedicato a S. Teresa e l’altro a S. Giovanni della Croce.

ph Lino Rosponi

 

In quarant’anni non si smise mai di lavorare a una nuova sontuosa chiesa di maggiori dimensioni con ingresso sulla via principale e dunque aperta ai fedeli. Iniziata durante l’episcopato di mons. Francesco Carafa (1736-1751), come dimostra lo stemma del presule sulla facciata, non fu mai ultimata a causa del terribile sisma del 1743.

Per rimediare ai danni del sisma le monache dovettero procedere ad alcune operazioni, liberandosi di alcune proprietà o effettuando delle permute, col fine di poter ottenere liquidità per avanzare nella ristrutturazione dei locali in cui risiedevano. Per la chiesa attesero ancora qualche anno perché venisse completata dai fratelli Saverio, Gregorio e Cosimo De Angelis «mastri muratori della città di Nardò», originari di Corigliano d’Otranto, autori anche della progettazione.

Il completamento dell’opera avvenne a più riprese dal 1762 al 1769, sempre per intervento dei fratelli De Angelis che costruirono la bellissima e complessa struttura voltata, il coronamento della preesistente facciata e la scala balaustrata.

Il 10 novembre 1769 venne finalmente consacrata dal vescovo neritino Marco Petruccelli.

In obbedienza al decreto del 7 agosto 1809 di soppressione di ogni ordine religioso nel Regno di Napoli emanato da Gioacchino Murat (1767-1815) e che decretò la chiusura di 120 conventi nella sola Terra d’Otranto, il 29 novembre 1810 il monastero teresiano a Nardò dovette adeguarsi.

In uno dei due giardini dell’edificio è stata costruita l’attuale biblioteca comunale. La chiesa invece fu affidata alla confraternita del Sacramento, che ancora la tiene in cura.

 

ph Lino Rosponi

 

Successivamente al disastro sismico del 1743 i maggiori introiti derivanti dalle offerte dei numerosi benefattori e il discreto numero di fanciulle che decisero di monacarsi, delle quali molte discendenti da prestigiose famiglie di Terra d’Otranto, consentirono di realizzare una nuova e più capiente chiesa da sostituirsi a quella originaria a pianterreno, affiancata all’attuale e a navata unica, che sarebbe rimasta ad uso esclusivo delle claustrali nell’interno del monastero.

L’attuale corpo di fabbrica, risalente alla seconda metà del Settecento, fu realizzato in tufo, con una facciata che si sviluppa in due ordini sovrapposti, con una parte centrale concava e due corpi laterali che avanzano fin quasi a comprendere il convesso scalone antistante l’ingresso.

Quel che colpisce della parte inferiore della facciata è senz’altro il corpo centrale con lo stemma di mons. Carafa, Sulla parte più alta della facciata, sul frontone curvo, è scolpita invece l’insegna carmelitana delle monache, che mostra una croce accompagnata ai lati e in basso da tre stelle.

ph Fabrizio Suppressa

 

Nell’interno della chiesa

Internamente l’edificio religioso presenta un unico ambiente di grandi dimensioni a pianta rettangolare. Lateralmente, sotto grandi arcate, in grande equilibrio con tutto il contesto, trovano posto due cappelle, posizionate una di fronte all’altra.

Il presbiterio, elevato da due gradini, è rettangolare e illuminato da due finestre laterali. In esso domina l’altare maggiore dedicato alla santa titolare, in pietra leccese con mensa. Sopra la mensa campeggia al centro il tabernacolo, unico elemento in marmo presente in chiesa.

Le dorature, riprese nell’ultimo restauro, ne fanno un elemento di grande risalto, che ben si inserisce nella già sontuosa scenografia dello sfondo. Sulla parete frontale, nella parte più alta, un pregevole crocifisso ligneo sembra dominare tutta l’aula. Al di sotto di essa, in una interruzione del cornicione, un tempo trovava posto la grata da cui le monache potevano assistere ai sacri riti pur rimanendo nel loro monastero. Dopo la soppressione dell’ordine, acquisito il monastero da privati, lo spazio fu tamponato e sulla superficie fu realizzata una pittura con angeli genuflessi in adorazione dell’ostensorio eucaristico, adottato come emblema della confraternita che custodisce l’immobile.

ph Fabrizio Suppressa

 

Sempre in senso verticale, sotto il predetto dipinto, vi è la bellissima tela raffigurante l’Estasi di S. Teresa, rettangolare, con cornice di legno intagliato e dorato, di metri 2 x 2,75. La santa, nell’abbandono mistico della visione e quasi tramortita, è ritratta pallidissima e con gli occhi chiusi nell’abito dell’ordine. Di fronte a lei in volo da destra un giovane angelo pronto a colpirla con la freccia del divino amore con la sua punta d’oro. In alto emerge dalle nuvole la Madonna del Monte Carmelo abbracciata teneramente dal divin Figlio, accompagnata da S. Giuseppe, anch’egli a mezzo busto ed emergente dalle nubi, col tipico bastone fiorito.

Sulla parete della nostra chiesa, sempre sul presbiterio, risaltano anche le due nicchie laterali a livello del pavimento e fiancheggianti l’altare, probabilmente ospitanti confessionali per le monache come può ancora vedersi nella chiesa claustrale locale di Santa Chiara. Inquadrate da cornici, particolarmente elaborate nell’ornato della parte superiore, dopo la soppressione furono tamponate. Successivamente trovarono posto le due statue della Madonna del Buon Consiglio (a sinistra) e del Salvatore (a destra), protette da apposite vetrine.

Statua della Madonna del Buon Consiglio (ph Lino Rosponi)

 

Sul lato sinistro, come ancora per il presbiterio della chiesa di Santa Chiara, vi era una grata attraverso la quale le monache potevano ricevere l’Eucarestia durante la Messa. L’apertura, di cui restano tracce di un arco, fu poi trasformata in armadio a muro con ante lignee, speculare all’altro ricavato sulla parete opposta. La mensa, anteposta all’originaria addossata al muro frontale, è posta al centro; rimovibile, è post conciliare ed in evidente contrasto con tutto il resto. Coevo a questa potrebbe essere l’ambone posto a ridosso del presbiterio sotto l’organo.

Collocato in cornu Epistolae, ovvero sul lato destro dell’altare a sinistra dall’ingresso, l’organo è disposto su un elaborato balcone della seconda metà del secolo XVIII, interamente in legno, con parapetto curvilineo.

Al centro dell’organo, sulla parte convessa e più sporgente, è riprodotto lo stemma dei Tafuri, in scudo riccamente ornato e sormontato da corona baronale.

Elaborato anche l’impianto del pulpito contrapposto, a cornu Evangelii, ovvero sul lato destro dall’ingresso, evidentemente coevo per le stringenti similitudini del disegno generale, per i colori e per la ricchezza degli elementi decorativi. Di dimensioni inferiori rispetto alla cantoria, ospita nella parte centrale convessa uno scudo riccamente ornato, lo stemma dell’ordine carmelitano.

Sotto il pulpito, cui si accede tramite una porta nella cappella di destra aperta sulla scala conducente anche al campanile, trova posto una statua dell’Addolorata protetta da una vetrina.

Gli altari laterali, come il maggiore, sono lapidei, realizzati nella seconda metà del XVIII secolo, stilisticamente omogenei per il gusto rocaille e con dimensioni pressoché uguali, tra i sei metri di altezza e oltre quattro di larghezza.

La cappella di destra ospita una tela lobata superiormente raffigurante S. Teresa e S. Giuseppe, datata e firmata da Vincenzo Fato.

Fa pendant con questa la cappella opposta dedicata al dottore della Chiesa S. Giovanni della Croce, sacerdote dei Carmelitani che, su invito di Santa Teresa di Gesù, fu il primo tra i frati ad aggregarsi alla riforma dell’Ordine.

Cantoria con organo (ph Fabrizio Suppressa)

 

Sempre all’interno dell’aula si leggono due iscrizioni, delle quali una dipinta su un ovale con cornice e stuccati e posizionata sulla porta che immette in sacrestia. Ci informa così del barone Vito Antonio Tafuri offertosi di sostenere le spese per il restauro:

L’altra è riportata sulla controfacciata, al di sopra del portone, in un elegante cartiglio con volute ed elementi vegetali a ricordo della consacrazione della chiesa celebrata il 10 novembre 1769 dal vescovo Marco Aurelio Petruccelli:

Quello che caratterizza questa chiesa, rispetto alle altre presenti in città, è senz’altro la fitta trama ornamentale degli stucchi, specie sulla volta, che risulta unica del genere per eleganza compositiva, tanto da renderla una delle più belle pagine nel panorama dello stucco di questo secolo in Terra d’Otranto.

Statua del Salvatore (ph Fabrizio Suppressa)

 

La statuaria nella chiesa di Santa Teresa

Particolare attenzione merita la statua del Redentore collocata nella nicchia frontale, a destra dell’altare maggiore, il cui valore artistico è innegabile in considerazione della pregevole fattura.

In legno policromo, ha subito un ultimo restauro dal maestro Antonio Malecore di Lecce. La plasticità del modellato e l’anatomia curata del corpo non possono escludere di ascriverla a Giacomo Colombo.

Sempre sul presbiterio, sul lato opposto in cui è ubicata la nicchia con la statua di S. Espedito, si trova un altro manufatto in cartapesta policroma che raffigura Santa Lucia, anche questa protetta da vetrina. Sul basamento è visibile la firma della «Premiata Ditta De Pascalis – Lecce», una tra le più rinomate botteghe di cartapesta leccese, con la data «1926».

Nella cappella di sinistra, in una nicchia laterale, trova posto un’altra interessante testimonianza dell’arte della cartapesta leccese, la statua di S. Agata, che si suppone essere di mano diversa rispetto alle altre. La santa è rappresentata a figura intera con il tronco flesso e le braccia tese alle spalle per via delle mani legate tramite corda a una semicolonna.

ph Fabrizio Suppressa

 

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