Arte| La nuova stagione di Marco De Mirto

a colloquio con Alessio Palumbo

 

– Partiamo da dove c’eravamo lasciati con le ultime interviste: le personali Mistico Pagano e Lo specchio convesso; poi Parigi, Miami…e ora? Di cosa ti stai occupando?

Questo è un periodo particolarmente denso dal punto di vista della produzione artistica.

In previsione di alcuni progetti espositivi che si definiranno nel corso di quest’anno, i primi mesi del 2018 mi vedono intento in una nuova stagione dedicata all’elaborazione di alcuni cicli pittorici che, come è mia consuetudine, mi impegneranno per lungo tempo. Il mio modo di procedere, anche se è abbastanza in linea con quanto fatto finora, si arricchisce sempre di nuovi dettagli: possono essere animali, volti umani, elementi inanimati. Il mio è un processo di creazione aperto: per questo motivo, mi risulta difficile entrare nel particolare di ogni dipinto. Non chiudersi in schemi per me è una vera e propria esigenza, ma cerco di declinare in più varianti quello che è l’unico filo rosso della mia pittura, vale a dire il simbolismo. Nel mio caso si avvale di un realismo metafisico, concettuale, con numerosi richiami alle tradizioni mitologiche e religiose, che si intrecciano e vengono sempre elaborate in una chiave trasfigurativa.

 

– Soffermiamoci allora su questa nuova stagione. Quali sono le cifre stilistiche e contenutistiche dei tuoi nuovi lavori? Continuità con il passato o rottura?

Un processo di mutazione è naturalmente presente in ogni nuovo lavoro, anche se magari non a livello consapevole (per l’artista, almeno!) Non posso parlare tuttavia di rottura, la mia cifra stilistica e contenutistica è sempre quella, il superamento di una realtà di superficie, esclusivamente visiva, che cerco invece di “scavare” in ogni senso, attribuendole significati diversi, surreali e onirici, soprattutto. Mi identifico totalmente in questo genere di ricerca. Sono – potrei dire – un purista, non amo inseguire le tendenze, le mode artistiche, pur apprezzando generi in voga come il Lowbrow e il Pop Surrealism. La mia iconografia è variegata e provo a non “auto-omologarmi”, sfuggendo al diktat della riconoscibilità a tutti i costi, che poi si traduce spesso in ripetitività. Ciò non significa, ovviamente, che un artista non possa avere alcuni motivi ricorrenti e identificativi, ma essi non devono porsi in posizione dominante rispetto a tutta la composizione pittorica.

– Il simbolismo ha fino ad oggi pervaso le tue creazioni: soggetti fuori dal tempo e dallo spazio, la cui esistenza può essere concepita solo nei meandri di una fervida immaginazione. A cosa è dovuta tale scelta? Ritieni la “realtà-reale” non efficace dal punto di vista artistico?

La realtà per come è non mi ha mai appassionato. E da questo si comprende come io non faccia abitualmente uso di modelli. Del resto, il vero raffigurato dai pittori realisti è molto più “astratto” – potremmo dire – di quanto pensiamo, ed è molto più astratto anche di tanta pittura che tale, propriamente, viene ritenuta. Perché dico questo? Perché le mie immagini, seppur in apparenza tangibili, di fatto, non esistono: dal momento che, a mio avviso, il vero reale è “invisibile agli occhi”.

– Nonostante il dato anagrafico, nelle tue opere non traspare nulla di “salentino”. Nessun paesaggio, né richiamo ai volti ed alle cose della nostra terra. Le ragioni di tale scelta?

In realtà il legame con il Salento è presente in “profondità”. Quando ho cominciato a interessarmi di pittura, tutto è partito proprio dalla tradizione pittorica del barocco napoletano seicentesco: qui, in Terra d’Otranto, per esempio, era molto attiva la scuola riberiana. Se mai di formazione si può parlare nel mio caso, visto che sono puramente autodidatta, potrei individuarla nell’osservazione di alcune opere sparse qua e là in questa terra. La mia decisione di non servirmi di soggetti tipicamente caratterizzati come “salentini” è dovuta alla mia stessa ricerca iconologica, che si concentra verso luoghi e personaggi atemporali e senza ulteriori connotazioni. Paradossalmente anche nello stesso Salento si respira e si percepisce la medesima sospensione della dimensione del tempo ed è forse proprio questo aspetto che, inconsapevolmente, è entrato nei miei dipinti.

 

 

Sullo stesso Artista vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/11/marco-de-mirto-mistico-pagano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/18/lo-specchio-convesso-viaggio-nellimmaginario-artistico-marco-de-mirto/

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