Il nuovo film di Giovanni Brancale, «Terre rosse», sul brigantaggio lucano

Le-Terre-Rosse

di Michele Eugenio Di Carlo*

È del tutto evidente agli specialisti che il cinema muto degli inizi del Novecento abbia avuto una inclinazione unicamente celebrativa dell’Italia liberale al potere sin dall’unificazione.

La prova più evidente di questa tendenza quasi pedagogica è il film «La presa di Roma» di Filoteo Alberini, che nel 1905 celebra Crispi e la monarchia sabauda con una rievocazione agiografica che sconfina nel fantastico e nel mitologico. È l’epoca in cui la letteratura risorgimentale si evolve nella sua trascrizione cinematografica.

Su questo periodo, in cui la Destra liberale torna al potere prima con Zanardelli poi con Giolitti, Roberto Balzani, docente di Storia contemporanea dell’Università di Bologna, chiarisce che l’uso propagandistico e celebrativo dell’iconografia risorgimentale ha l’effetto di addomesticare il risorgimento in una visione priva di asperità e polemiche.

Fulvio Orsitto, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale».

È un risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non sfugge all’intellettualità fascista come il cinema sia un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere può efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse.

Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film «1860», diretto da Alessandro Blasetti nel 1934.

Il pericolo concreto e in atto, avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin, era che la storia e le tradizioni potessero diventare lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione. Un ammonimento che sembra oggi più che mai attuale.

La vera svolta nella cinematografia italiana sull’unificazione d’Italia avviene agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, quando ancora reggeva una visione istituzionalizzata e acritica del processo unitario italiano, suggerita dalle tendenze culturali e ideologiche dei governi democristiani al potere nel Secondo dopoguerra.

Nel 1952 il regista Pietro Germi con il film «Il brigante di Tacca del Lupo» esce dalla retorica a sfondo celebrativo e parla apertamente di un processo unitario nato da una conquista militare dai mille interessi e dai pochi ideali, concretizzatasi dopo una lunga e violenta guerra civile combattuta da militari ritenuti stranieri in un territorio ostile.

Secondo Simone Castaldi, docente di Letteratura moderna e contemporanea e Cinema alla Hofstra University, nonostante la pressante censura democristiana dei primi anni ’50, Germi ha «il coraggio di presentare la lotta contro i briganti non come un’operazione di polizia, ma come una vera e propria guerra civile favorita sia dall’opportunismo dei notabili locali che dalla prepotenza del potere militare sabaudo. Sul fatto che alle radici di questo conflitto risieda non un processo di unificazione ma uno di annessione Germi non lascia dubbi».

Il film di Giovanni Brancale, «Le terre rosse», prodotto dalla Estravagofilm, girato nell’area del Vulture in Basilicata, tra Monticchio, Rionero e Sant’Arcangelo, si inserisce nel filone revisionistico iniziato da Germi nel 1952. È il racconto di una terra umiliata e offesa, che il lucano Rocco Scotellaro con «Contadini del Sud[1]» del 1954, aveva raccontato con una profonda indagine sociologica sul mondo contadino, seguito dal rionerese Vincenzo Buccino con «La mala sorte[2]» del 1963, narrazione di oppressioni, sopraffazioni e violenze nella società di Rionero in Vulture, immutata nonostante l’unità d’Italia.

Il film è tratto dal romanzo «Il rinnegato» scritto dal padre dello regista lucano, lo scrittore Giuseppe Brancale (1925-1979), e ne riproduce fedelmente la realtà storica descritta con l’attenzione rivolta ai vinti, quei briganti che nessuno volle considerare come uomini e donne umiliati e oppressi che cercarono di far sopravvivere le proprie famiglie. Il romanzo si snoda in un percorso temporale che inizia nel 1860 e termina nel 1887 in un piccolo centro della Valle dell’Agri, Migalli, dove un giovane garibaldino fa i conti con la dura realtà sociale ed economica, rimuginando sul fallimento dei suoi ideali risorgimentali.

È il dipinto di una Basilicata dove possiamo ritrovare le sorgenti di un’ identità culturale che nessun velo, per quanto spesso, potrà cancellare.

 

* Socio ordinario della Società di Storia patria per la Puglia

 

[1] R. SCOTELLARO, Contadini del Sud, Bari, Laterza, 1954. Rocco Scotellaro (Tricarico, 1923 – Portici, 1953), poeta, profondo conoscitore delle drammatiche condizioni contadine, sindaco di Tricarico a 23 anni, arrestato per motivi politici e assolto nel 1950, lascia la politica per dedicarsi all’attività letteraria. Contadini del Sud è un’indagine sociologica attraverso la quale diversi protagonisti raccontano la propria storia di appartenenza al mondo contadino lucano: L’autore vi ripropone le dinamiche sociali tipiche di una cultura in trasformazione. Furono Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria ad interessarsi alla pubblicazione delle opere di Scotellaro che, poco dopo la scomparsa, vinse il Premio Campiello e il Premio San Pellegrino.

[2] V. BUCCINO, La mala sorte, Padova, Rebellato Editore, 1963. Del romanzo di Vincenzo Buccino (Rionero in Vulture, 1929 – Forlì, 2005), dall’ampia valenza storica, politica e sociologica, ambientato nel paese natale dell’autore, Rionero in vulture, il celebre meridionalista Tommaso Fiore ha scritto: «Il romanzo La mala sorte è una vigorosa pittura delle tristi condizioni sociali della sua terra, tradizionalmente arretrata […] Però, quel che più impressiona, è la pittura, parte a parte, della decadenza sociale, dell’oppressione a mezzo dell’imbroglio di legulei, delle sopraffazioni scolastiche e, insomma, della tradizionale violenza di chi, in un modo o nell’altro, domina a ragione e a torto…».

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