L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (terza ed ultima parte)

L'assedio di Brindisi_Figura 2

di Nazareno Valente

2.1 Pompeo ripiega su Brindisi (anno 49 a.C.)

È ancora Cicerone — nelle lettere che indirizza all’amico Attico — che svela le intenzioni di Pompeo e delinea l’itinerario successivamente da questi compiuto nel viaggio di avvicinamento a Brindisi.

Nella prima, allega copia della lettera con cui Pompeo, trovandosi il 18 febbraio a Lucera, comunica ai consoli in carica d’aver deciso che, tranne i presidi stabiliti per la Sicilia, i restanti reparti militari devono concentrarsi a Brindisi, per essere poi di lì trasportati con le navi a Durazzo («reliquae copiae omnes brundisium cogerentur et inde navibus Dyrrachium transportarentur»)33. Li esorta pertanto a radunare tutti i contingenti militari possibili e di raggiungerlo quanto prima («Vos hortor ut quodcumque militum contrahere poteritis contrahatis et eodem Brundisium veniatis quam primum»)34.

Ma, come fa notare Cicerone ad Attico in una successiva lettera, a Brindisi confluisce ogni forma di ostilità futura («Brundisi autem omne certamen vertitur huius pr<ox>imi temporis»)35. Vi si dirige infatti anche Cesare, partito da Corfinio nel pomeriggio dello stesso giorno della festa dei Feralia in cui, al mattino, Pompeo s’è allontanato da Canosa («Eodem enim die video Caesarem a Corfinio post meridiem profectum esse, id est Feralibus, quo Canusio mane Pompeium»)36.

Pompeo arriva infine nella città salentina il 25 febbraio ed è sempre Cicerone a farcelo sapere. Il 18 marzo prima si lamenta con Attico di non aver niente da scrivere («Nihil habebam quod scriberem»)37, e poi redige una lunghissima lettera in cui, citando un avvenimento avvenuto il 1° marzo, ricorda en passant che Pompeo era, a quel tempo, a Brindisi già da quattro giorni. («At Kalendas Martias, cum ille quintum iam diem Brundisi esset»)38. Gli effettivi su cui può contare sono trentamila uomini («numerus est hominum milia triginta»)39 oltre a numerose navi che è riuscito ad ottenere («πλοίων εὐπορήσας τοὺς μὲν ὑπάτους εὐθὺς ἐμβιβάσας»)40 probabilmente dagli alleati orientali.

Ma nel frattempo anche Cesare si avvicina, avvalorando così le preoccupazioni di Cicerone. Ora pero può contare su una milizia ben più consistente di quella con cui aveva iniziato l’impresa. Ai veterani della XIII legione si sono uniti quelli della XII e dell’VIII e, durante la marcia, 3 altre legioni sono state costituite ricorrendo a nuove leve ed arruolando chi ha abbandonato i ranghi pompeiani41.

 

 

2.2 Cesare raggiunge Brindisi (anno 49 a.C.)

Cesare giunge a Brindisi il 9 marzo e si accampa davanti alle mura («a. d. VII Idus Martias Brundisium veni; ad murum castra posui»)42, come comunica egli stesso ai suoi agenti Oppio e Balbo,

Pompeo è ancora in città con venti coorti mentre il grosso delle sue truppe è salpato il 4 marzo («a. d. IV nonas Martias»)43 per Durazzo insieme con i due consoli, i tribuni della plebe ed i senatori, sfruttando i venti favorevoli che da quel giorno avevano cominciato a spirare da nord («Ex ea die fuere septemtriones venti»)44. Non è per scopi strategici che Pompeo resta a Brindisi ma per banali cause di forza maggiore: le navi non bastavano a trasbordare tutte le truppe insieme ed è costretto ad attendere il loro ritorno da Durazzo per salpare a sua volta («μέχρις οὗ τὰ πλοῖα ἐπανῆλθε»)45.

Cesare, non essendo in grado di valutare come stiano effettivamente le cose, e temendo che il rivale possa avere l’intenzione di occupare la città per presidiare le rotte del basso adriatico, decide di bloccare l’uscita e le attività del porto («exitus administrationesque Brundisini portus impedire institui»)46. In questo modo, come egli stesso chiarisce al nipote (o pronipote) Quinto Pedio in una lettera poi finita nel carteggio di Cicerone con Attico, vuole obbligare Pompeo a portar via quanto prima le truppe che tiene a Brindisi oppure intrappolarlo («ut aut illum quam primum traicere quod habet Brundisi copiarum cogamus aut exitum prohibeamus»)47.

Che però Pompeo non intenda tenere Brindisi è evidente dalla circostanza che non abbia fatto presidiare i litorali prospicienti il canale di accesso al porto interno, lasciando così del tutto sguarnita la città dalla parte del mare. Sa infatti che Cesare non dispone al momento d’una flotta, per cui ritiene che nell’immediato non possa creare eccessivi problemi per quella via.

Tuttavia Cesare è noto per l’imprevedibilità e, nonostante le incertezze manifestate, ha in realtà tutta l’intenzione di avere uno scontro con il rivale per risolvere entro breve la faccenda. Ne intravede la possibilità in quelle coste che ha preso con facilità e che gli possono consentire, bloccando il canale di comunicazione tra porto interno e porto esterno, di chiudere il rivale in una trappola senza via d’uscita. Solo deve fare in fretta, per non dare il tempo alla flotta di Pompeo di venire in suo soccorso. Per questo dà subito inizio ai lavori di sbarramento del canale.

Dapprima fa gettare massi per creare un terrapieno nel punto in cui l’imboccatura del porto è più stretta ed il mare è poco profondo («Qua fauces erant angustissimae portus, moles atque aggerem ab utraque parte litoris iaciebat, quod his locis erat vadosum mare»)48. Dove la profondità delle acque non può invece reggere un argine, fa collocare, come prolungamento, coppie di zattere quadrate larghe 30 piedi49, tenute ferme da àncore collocate ai quattro angoli in modo che non siano spostate dai flutti («Longius progressus, cum agger altiore aqua contineri non posset, rates duplices quoquoversus pedum XXX e regione molis collocabat. Has quaternis ancoris ex IV angulis destinabat, ne fluctibus moverentur»)50. Congiunge poi a queste zattere altre di pari grandezza ricoperte di terra e di altro materiale per passarci sopra con facilità e accorrervi per la difesa («alias deinceps pari magnitudine rates iungebat. Has terra atque aggere integebat, ne aditus atque incursus ad defendendum impediretur»)51. Come protezione pone sui lati esterni graticci e plutei52A fronte atque ab utroque latere cratibus ac pluteis protegebat»)53; infine, per ogni gruppo di quattro zattere, fa innalzare torri a due piani per difenderle da attacchi con le navi e da tentativi d’incendio («in quarta quaque earum turres binorum tabulatorum excitabat, quo commodius ab impetu navium incendiisque defenderet»)54.

Come vedremo in seguito, lo sbarramento non produsse l’effetto sperato, malgrado ciò l’episodio è tuttora ricordato dai cronisti in quanto è convinzione comune che sia stato la causa principale dei grossi problemi di impaludamento cui andò incontro il porto di Brindisi. Nel periodo di dominazione spagnola, infatti, il porto interno brindisino era più simile ad una palude che ad uno specchio di mare, risultando di fatto inaccessibile ai vascelli. Di tale stato di cose Pigonati, tenente colonnello del Genio dell’esercito borbonico, incaricato di ripristinarne l’agibilità, addossò tutta la colpa a Cesare, dimenticandosi che il porto aveva funzionato senza problemi di sorta per mille e più anni dall’evento narrato55. La cosa singolare è che tale opinione abbia superato i secoli e risulti tuttora diffusa, in aggiunta ingigantita con artifizi narrativi ancor meno credibili, del tipo quello che imputa al condottiero romano l’aver addirittura spianato le colline della fascia costiera per procurarsi i massi necessari a chiudere il canale.

Per altro non è che Pompeo lascia fare senza reagire: a sua volta fa allestire grandi navi da carico, su cui innalza torri a tre piani riempite di macchine da lancio e di ogni genere di proiettili («naves magnas onerarias… adornabat. Ibi turres cum ternis tabulatis erigebat easque multis tormentis et omni genere telorum completas»)56, che poi scaglia contro le opere di sbarramento di Cesare per scompaginare le zattere e disturbare i soldati al lavoro («ad opera Caesaris adpellebat, ut rates perrumperet atque opera disturbaret»)57.

Ci sono così scaramucce quotidiane con attacchi a distanza compiuti con armi da lancio e, proprio quando Cesare è arrivato a metà della sua opera («Prope dimidia parte operis a Caesare effecta»)58, rientrano a Brindisi, rimandate da Durazzo, le navi che hanno lì trasportato la prima parte dell’esercito («naves a consulibus Dyrrachio remissae, quae priorem partem exercitus eo deportaverant, Brundisium revertuntur»)59.

Pompeo può quindi prepararsi a partire. Guardato però con scarso favore dai brindisini.

 

3.1 Pompeo salpa da Brindisi (anno 49 a.C.)

Ora che le navi sono tornate ed i venti sono favorevoli per levare l’ancora, Pompeo non ha motivo di rimanere a Brindisi e così affretta i preparativi. Come riferito da Mazio e da Trebazio a Cicerone, la sera stessa del 17 marzo, giorno del ritorno della flotta da Durazzo, Pompeo lascia Brindisi con tutte le truppe a disposizione («Ante diem XVI Kalendas Apriles cum omnibus copiis quas habuerit profectum esse»)60.

Prima di andarsene, s’è però premunito d’impedire che il nemico possa irrompere in città mentre è in atto la partenza. Dopo aver ordinato ai brindisini di stare calmi nelle loro case («τοὺς δὲ Βρεντεσίνους ἀτρεμεῖν κατ’ οἰκίαν κελεύσας»)61, fa barricare le vie e le piazze; fa scavare fosse in senso trasversale alle vie e vi fa piantare dentro pali e tronchi con la punta aguzza. Poi ricopre i buchi con sottili graticci e terra, livellando il terreno («vicos plateasque inaedificat, fossas transversas viis praeducit atque ibi sudes stipitesque praeacutos defigit. Haec levibus cratibus terraque inaequat»)62. Rende in seguito inagibili le vie d’accesso e le due strade che, al di fuori della cerchia delle mura, conducono al porto sbarrandole con travi molto grandi e bene appuntite, conficcate nel terreno («aditus autem atque itinera duo, quae extra murum ad portum ferebant, maximis defixis trabibus atque eis praeacutis praesepit»)63. Lascia praticabili soltanto due vie delle quali si serve per scendere al mare («καὶ σκολόπων ἐνέπλησε τοὺς στενωποὺς πλὴν δυεῖν, δι’ ὧν ἐπὶ θάλατταν αὐτὸς κατῆλθεν»)64.

Quando ha imbarcato il grosso della truppa sulle navi, fa lanciare un segnale per i soldati che sono di guardia alle mura e questi scendono rapidamente verso il mare, montano a bordo e consentono alla flotta di salpare per la sponda opposta («τοῖς δὲ τὰ τείχη φυλάττουσιν ἐξαίφνης σημεῖον ἄρας καὶ καταδραμόντας ὀξέως ἀναλαβὼν ἀπεπέρασεν»)65.

Pompeo abbandona così Brindisi sul fare della notte.

Cesare comprende dalle mura deserte che il rivale gli sta sfuggendo. Ordina che vengano scalate e poco manca che, nella fretta, i suoi soldati non rimangano vittima dei pali nascosti nelle fosse che Pompeo aveva fatto scavare. Sono i brindisini, schieratisi apertamente a favore di Cesare, ad avvertirlo ed egli evita così di attraversare la città («τῶν δὲ Βρεντεσίνων φρασάντων φυλαττόμενος τὴν πόλιν»)66. Già quando si svolgevano i preparativi della partenza essi avevano incominciato a fare segnalazioni dall’alto dei tetti («ex tectis significabant»)67. Ora li guidano su un percorso più lungo sino a farli giungere incolumi nei pressi del porto («sed moniti a Brundisinis, ut vallum caecum fossasque caveant… et longo itinere ab his circumducti ad portum perveniunt»)68.

Ma, quando vi giungono, è ormai l’alba e le navi di Pompeo sono in mare aperto; Cesare, privo com’è di un qualsiasi supporto navale, non può che guardarle impotente allontanarsi all’orizzonte. Fallisce in questo modo il suo tentativo di avere uno scontro decisivo con il rivale e di annientarlo, quand’egli era ancora a Brindisi, così da porre termine al conflitto già sul suolo italico («Ὁ δ’ οὖν Καῖσαρ σπουδὴν μὲν εἶχε συμμῖξαί τε αὐτῷ, πρὶν ἐκπλεῦσαι, κἀν τῇ Ἰταλίᾳ διαπολεμῆσαι, καταλαβεῖν τε αὐτὸν ἐν τῷ Βρεντεσίῳ ἔτ’ ὄντα»)69.

L’abilità di Pompeo ha avuto in questa circostanza il sopravvento e il mancato scontro va in definitiva tutto a suo vantaggio; non a caso, questo suo ripiegamento dall’Italia sarà ricordato come una delle sue manovre belliche meglio riuscite («Οἱ μὲν οὖν ἄλλοι τοῦ Πομπηΐου τὸν ἀπόπλουν ἐν τοῖς ἀρίστοις τίθενται στρατηγήμασιν»)70.

A Cesare non resta che consolarsi con la cattura di due navi impigliatesi negli sbarramenti costruiti a prezzo di notevoli sforzi («duasque naves cum militibus, quae ad moles Caesaris adhaeserant»)71. Un bottino invero ben misero a fronte dell’impegno profuso nei nove giorni d’assedio, dove ha cercato invano d’impedire la partenza di Pompeo con tutti i mezzi possibili («Hos frustra per omnis moras exitu prohibere conatus»)72.

La delusione che traspare da questo passo di Svetonio è palese, tuttavia la conclusione non è poi tanto lontana: alla fine dell’anno, Cesare ritornerà a Brindisi per attraversare finalmente l’Adriatico e chiudere una volta per tutte i conti con il rivale.

 

Note

33 Cicerone, Cit., VIII 12A, 3.

34 Cicerone, Cit., VIII 12A, 4.

35 Cicerone, Cit., VIII 14, 1.

36 Cicerone, Cit., VIII 14, 1. I Feralia era la festa dedicata agli dèi Mani che si svolgeva il 21 febbraio.

37 Cicerone, Cit., IX 10, 1.

38 Cicerone, Cit., IX 10, 8.

39 Cicerone, Cit., IX 6, 3.

40 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 2.

41 Defezionarono dalle fila di Pompeo, passando con le milizie di Cesare, un numero imprecisato di coorti di Azio Varo (cesare, Cit., I 13, 4), la maggior parte delle dieci coorti di Lentulo Spintere (cesare, Cit., I 15, 3), le sette di Quinto Lucrezio e di Azzio Peligno (cesare, Cit., I 18,4), buona parte delle coorti di Domizio (cesare, Cit., I 23, 5) e le tre di Rutilio Rufo (cesare, Cit., I 24,3). In definitiva circa 26 o 27 coorti, come dire tre legioni scarse, cambiarono di campo. Si ricorda che una legione, composta da 10 coorti, aveva una consistenza ideale di 6000 uomini che, nella realtà, non superava in media le 4500 unità, destinate peraltro a ridursi con il protrarsi dell’evento bellico.

42 Cicerone, Cit., IX 13A, 1.

43 Cicerone, Cit., IX 6, 3

44 Cicerone, Cit., IX 6, 3. Si deve tener presente che il calendario era essenzialmente di carattere lunare sicché c’era una differenza tra calendario e stagioni che comportava uno sfasamento di circa un mese. All’inizio di marzo non si era quasi in primavera ma in inverno inoltrato, stagione questa in cui si evitava, a quei tempi, di affrontare viaggi in mare aperto.

45 Dione (II secolo d.C. – III secolo d.C.), Storia romana, LXI 12, 3.

46 Cesare, Cit., I 25, 4.

47 Cicerone, Cit., IX 14, 1.

48 Cesare, Cit., I 25, 5.

49 Circa dieci metri.

50 Cesare, Cit., I 25, 6-7.

51 Cesare, Cit., I 25, 8.

52 I plutei erano ripari in legno di forma semicircolare o ad angolo retto, montati su tre ruote.

53 Cesare, Cit., I 25, 9.

54 Cesare, Cit., I 25, 10.

55 Pigonati, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando, Michele Morelli, Napoli, 1781. Nella prefazione si può leggere: «Il porto celebre di Brindisi, soffrì nei tempi della Repubblica per l’assedio fatto da Cesare, e per la chiusura di due bracci che turarono l’entrata… il gran male lo produssero que’ bracci».

56 Cesare, Cit., I 26, 1.

57 Cesare, Cit., I 26, 1.

58 Cesare, Cit., I 27, 1.

59 Cesare, Cit., I 27, 1.

60 Cicerone, Cit., IX 15A.

61 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 3.

62 Cesare, Cit., I 27, 3-4.

63 Cesare, Cit., I 27, 4.

64 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 3.

65 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 4.

66 Plutarco, Pompeo. Cit., LXII 4.

67 cesare, Cit., I 28, 2.

68 Cesare, Cit., I 28, 4.

69 Dione, Cit., LXI 12, 1.

70 Plutarco, Pompeo. Cit., LXIII 1.

71 Cesare, Cit., I 28, 4.

72 Svetonio, Cit., XXXIV 2.

Per la prima parte

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (prima parte)

Per la seconda parte:

L’assedio di Brindisi: uno scontro mancato (seconda parte)

 

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