La Giornata della Memoria delle vittime meridionali del Risorgimento interroga la storia del processo unitario

briganti

di Michele Eugenio Di Carlo

Pasquale Soccio, grande letterato garganico del Novecento, scriveva che il Daunus pauper acquae di Orazio e «i briganti dell’arsa Puglia» di Carducci, irrompevano « nel mondo della nuova storia, divenendone per un lustro attori e protagonisti di primo piano».
Ora non è più ammissibile ritenere che i briganti del Sud siano stati sic et sempliciter ladri e assassini. Essi si mossero alla rivolta spinti da condizioni di vergognosa e ignobile ingiustizia sociale, relegati all’ultimo stadio della società civile.
Usare il termine «civile» per indicare le condizioni di vita del ceto subalterno, costituito in gran parte da braccianti, da contadini, da artigiani pressati e compressi da strutture ancora feudali, notevolmente aggravate con l’avvento dei Savoia e mantenute in essere da una classe privilegiata di galantuomini senza scrupoli alleata con il nuovo potere, è solo un eufemismo spregiudicato.
Meglio usare il termine «barbaro» per rappresentare lo status di vita di piccoli contadini e braccianti senza terra, che subito dopo l’occupazione dei Savoia si rivoltarono contro un consolidato e secolare sistema di prevaricazione e di prepotenze che i Borbone si erano, perlomeno, preoccupati di controllare e indebolire.
Le rivolte delle masse contadine, iniziate già nell’estate 1860, furono dettate da secolari motivi di contrasto con la nobiltà e con la subentrata borghesia agraria a causa delle questioni demaniali, inerenti principalmente l’uso e la proprietà dei terreni demaniali usurpati e la reintegra negli usi civici negati. E, comunque, queste prime rivendicazioni sociali furono inizialmente prive di indirizzo politico clericale e borbonico e per lo più furono isolate, incerte, occasionali, frammentate e, quindi, facilmente reprimibili dalle truppe garibaldine e dalla Guardia Nazionale dei galantuomini.
Franco Molfese, nella Storia del brigantaggio dopo l’Unità, fatta una rassegna dei moti avvenuti durante l’estate nel Beneventano, nell’Irpinia, nel Matese, nel Vastese, nel Molise, dopo accurati studi ha concluso che «furono sommosse sporadiche, provocate perlopiù da contrasti municipali e da motivi di malcontento locali. Da questa sommaria rassegna risulta pertanto abbastanza evidente il carattere spontaneo ed ancora circoscritto dei moti dei contadini, prodottisi nelle provincie continentali liberate, fino al momento della controffensiva militare borbonica. Non è dato rintracciarvi organizzazione e direttive comuni, azioni concordate, né tanto meno obbiettivi insurrezionali; anche il colore antiunitario e filo borbonico veniva generalmente impresso ai movimenti soltanto dalla sobillazione operata dai notabili borbonici e da elementi del clero locale. Cionondimeno questi torbidi indicavano già abbastanza chiaramente qual era lo stato d’animo delle masse contadine, e quali gruppi locali riuscissero più facilmente a guidarle».
Tommaso Pedìo, rimpianto docente dell’Università di Bari, indicava sin dal 1941 come «briganti e galantuomini» fossero due classi sociali i cui contrasti avevano già caratterizzato, non solo a metà dell’Ottocento, la vita nelle province napoletane. Accusato di populismo da Giovanni Masi, ripeteva nel 1948 nel testo Brigantaggio meridionale che i briganti non erano altro che una «classe subalterna costretta a subire un sistema economico, sociale e politico che non ammette parità di diritti e di doveri tra i vari ceti sociali, i briganti si ribellano al sistema che ha sempre caratterizzato la società meridionale prima e dopo la caduta dei Borboni. Classe dirigente, egoisticamente unita nella difesa dei propri interessi, i galantuomini, difendono e mantengono, anche nel nuovo regime, la posizione preminente che, prima del 1860, avevano nella vita e nell’economia del proprio paese».
Enzo Di Brango e Valentino Romano, intellettuali di rango, nel nuovo testo Brigantaggio e rivolta di classe, riproponendo la corretta tesi di un’invasione piemontese tesa alla colonizzazione del Sud, mettono in primo piano la violenta reazione dei contadini e delle masse subalterne, qualificandola come lotta di classe.
Infatti, nella costituzione del nuovo Stato Italiano furono i proprietari terrieri della nuova borghesia agraria, eredi della tradizione feudo-nobiliare, a ricevere enormi vantaggi nella conservazione dei terreni demaniali usurpati e nell’acquisizione di nuovi. Un abuso perpetrato a discapito delle previste e legittime «quotizzazioni» dei demani, che dovevano necessariamente favorire e sviluppare la piccola proprietà contadina.
Questo atteggiamento prevaricatorio e classista irritò le già amareggiate masse rurali, spingendole sempre più alla rivolta in un tentativo illusorio di raggiungere e conquistare il riconoscimento di diritti sempre più negati, con l’intima e utopica aspirazione di diventare finalmente cittadini a tutti gli effetti, non più sfruttati dai detentori della ricchezza e del potere politico.
Atteggiamenti classisti e prevaricatori che determinarono nei decenni successivi nel Sud la manifesta sfiducia nelle principali istituzioni dello Stato, nell’amministrazione della giustizia, negli organi di controllo del fisco, negli organi di polizia, nelle istituzioni bancarie, segnalati già alcuni decenni fa da Aldo de Jaco, che nei suoi studi sul brigantaggio meridionale, pubblicati dagli Editori Riuniti nel 1969, vedeva nel Risorgimento propagandistico e agiografico dei vincitori «una pagina di storia che non si può saltare se non si vuol perdere il senso dei problemi successivi ed anche, per tanta parte, dei problemi dell’oggi del nostro paese».
Un paese in cui ancora oggi un’intera classe politica, utilizzando strumentalmente e impropriamente la forma costituzionale del partito, concorre a fondare un sistema di impunità diffuse, appropriandosi di denaro pubblico, elevando a regola fissa la difesa degli interessi privati su quelli pubblici, erigendo a sistema le clientele, affondando la meritocrazia. Un paese che, alimentando nuove ingiustizie sociali e determinando nuovi problemi economici, scarica ancora sul Sud i costi di una lunga e prolungata crisi, causata da evidente incapacità politica e da manifesta inefficienza amministrativa. Ultimo esempio lo scandalo dei concorsi universitari.
Il tentativo prolungato e ripetuto in questi ultimi 156 anni di relegare il fenomeno del brigantaggio a semplice cronaca criminale, senza indagare sulle cause che lo provocarono e senza approfondire gli effetti che ha prodotto nella società italiana, col semplice e chiaro scopo di coprire gli interessi untuosi della classe liberal-massonica elitaria al potere, è la conseguenza di una mentalità limitata, oscurantistica e negazionista, che ancora oggi produce i suoi nocivi esiti sulla vita delle attuali depauperate popolazioni del Meridione e sui corretti rapporti tra il Nord e il Sud del paese.
Rapporti e condizioni imposte con la forza che rischiano di saltare ora che le regioni Puglia e Basilica hanno promosso una Giornata della Memoria delle vittime meridionali del Risorgimento, scatenando una reazione ancora, come sempre, oscurantistica e negazionista, motivata da pseudo e false motivazioni che vedono apparire all’orizzonte un nuovo regno dei Borbone o la preoccupante organizzazione di un leghismo di matrice sudista. Semplici visioni oniriche di chi ha interesse a non affrontare seriamente la revisione storica del nostro Risorgimento.
Bisognerebbe chiedere ai docenti del Disum (dipartimento di studi umanistici) dell’Università di Bari e a quelli che hanno promosso una petizione contro la Giornata della Memoria, agli intellettuali e ai politici meridionali da sempre al servizio di interessi contrari alla loro terra, cos’altro serve raccontare perché si possano finalmente onorare le nostre ingiustamente malfamate vittime del Risorgimento.
Serve inevitabilmente una seria revisione storica del nostro processo unitario, che tolga il velo posto sui massacri perpetrati, sulle violenze subite anche da donne e bambini, sui paesi rasi al suolo, sugli incarcerati senza accusa, sui fucilati senza processo, sulla legge Pica, sulle infauste leggi fiscali e doganali che condannarono l’economia, sui milioni di emigrati condannati al destino infame di chi è costretto a lasciare la propria terra.

9 Commenti a La Giornata della Memoria delle vittime meridionali del Risorgimento interroga la storia del processo unitario

  1. Se avessi un po’ di soldi comprerei alcune decine di copie di “Terroni” o di qualche altro libro di Pino Aprile (non sempre rigorosissimo, ma molto ben scritto) e le regalerei a un po’ di politici leghisti (ma non solo leghisti).

    • Pino Aprile è un giornalista affermato e non ha la velleità di fare lo storico. A chi lo conosce di persona appare una persona umile e sensibile. Ha avuto il merito nei suoi testi di mettere in evidenza gli studi e le ricerche di tantissimi piccoli, ma valenti, storici locali, che hanno indagato sul periodo del nostro processo unitario facendo emergere un’altra storia. Concordo con il Sig. Riccardo Carrozzini che i leghisti dovrebbero essere messi a conoscenza della nostra storia. Ma la nostra storia dovrebbe essere conosciuta anche da tanti meridionali, politici e burocrati del Sud non al servizio della propria area geografica. In questo senso i testi di Pino Aprile sono efficaci, perché mentre i nostri sono diffusi in poche centinaia di copie, i suoi arrivano al grande pubblico.

      • Purtroppo chi legge Aprile non sempre parte dal presupposto di trovarsi davanti ad un lavoro scritto senza i crismi della ricerca storica. A mio parere questo giornalista ha il condannabile demerito di aver scatenato un qualunquismo meridionalista di cui non si sentiva francamente il bisogno. La crisi meridionale successiva all’unità, gli errori ed orrori piemontesi, (ma anche gli errori ed orrori meridionali), … sono stati studiati e raccontati per decenni, prima della “svolta d’Aprile”, da storici seri e preparati: recuperiamo tali studi! Forse solo in questo modo potremmo avere da un lato una visione più chiara di quanto successo evitando dall’altro di propagandare la falsa immagine di un meridione “felix” prima del 1860.

        • Pino aprile ha proprio il merito di aver recuperato alla lettura, e qualche volta ad una nuova pubblicazione, i testi di cui parla il sig. Alessio. Sulla necessità di non fare propaganda sono in pieno accordo. Pino Aprile non è solo: il suo lavoro è corredato da quello di decine, forse anche un centinaio, di studiosi locali più o meno affermati che stanno recuperando alla storia quanto ignorato per decenni. L’immagine di un meridione “felix” prima del 1860, o perlomeno non ridotto al disastro come dopo il 1860, arriva da studi seri e documentati di storici ed economisti a livello accademico.

  2. Ma poi, fatto questo, inviterei i Terroni e le Terrone (del Pianeta Terra!) a non perdere la bussola, a guardare il cielo
    stellato, l’orologio biologico (Nobel Medicina 2017), e a ben navigare sulle onde gravitazionali (Nobel Fisica 2017).

  3. Per quanto riguarda il Sud prima del 1860 consiglio a tutti la lettura del testo di Eugenio Di Rienzo. I fatti e gli episodi descritti nel testo dell’illustre docente universitario Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee – 1830-1831, passano sotto la lente degli archivi diplomatici inglesi, francesi, russi, prussiani, austriaci e ci chiariscono aspetti oscuri dell’unità che sono stati abilmente occultati. Dal testo si evincono chiaramente le posizioni di inglesi e francesi rispetto al processo di aggressione militare dei Savoia nei riguardi del Meridione.
    Capisco che leggere che la flotta inglese abbia protetto lo sbarco di Garibaldi a Marsala lasci perplessi, ma in questo testo troviamo i documenti che lo confermano.
    Scopriamo, inoltre, che nel parlamento inglese alcuni deputati inglesi accusarono il primo ministro Palmerston di aver consentito al Piemonte di depredare e massacrare il Sud. In particolare, il deputato Pope Hennessy parlò di ritorsioni terroristiche dei piemontesi per aver smantellato alcuni impianti industriali, requisiti per essere poi trasportati al Nord. Inoltre, sempre Hennessy, accusò l’esecutivo inglese di aver favorito l’aggressione di uno stato indipendente, non in guerra, commettendo gravi infrazioni alle leggi della nazione e a quelle del diritto internazionale. Il deputato Lennox, da parte sua, accusò l’esecutivo di aver favorito la sostituzione del dispotismo borbonico con lo pseudo-liberalismo di Vittorio Emanuele II, che aveva portato il Sud ad un vero e proprio regno del terrore con epurazioni di massa del personale amministrativo, arresti arbitrari, inquisizione poliziesca con migliaia di persone imprigionate senza accuse e senza processi, oltre alla totale censura della stampa non allineata alla volontà piemontese.
    E sono gli stessi inglesi a parlare dei massacri e degli eccidi, così come tutte le diplomazie europee. Molti documenti sono andati distrutti ad arte o occultati, ma è proprio attraverso i documenti diplomatici inglesi, francesi, prussiani, austriaci e russi che possiamo ricostruire questo lato oscuro della nostra storia.
    E, in questo senso, lo studio e le ricerche del prof. Di Rienzo è fondamentale per chiunque si occupi di storia e voglia conoscere il proprio passato per progettare meglio il proprio futuro.

  4. Per quanto riguarda il Su e l’Italia dopo il 1860, consiglio il testo di Daniele e Malanima: “Il divario nord-sud in Italia – 1861-2011”.
    Come riportato nell’introduzione di questo testo, il tema è l’economia del Mezzogiorno d’Italia nei 150 anni che vanno dall’Unità fino al 2011. Questo di Daniele e Malanima è un testo fondamentale che si avvale anche degli studi, qualificati e riconosciuti dal mondo accademico, di altri illustri studiosi ed economisti quali Fenoaltea, Ciccarelli, solo per citare gli autori di saggi e studi più recenti.
    All’unità d’Italia, nel 1861, esisteva un vero e proprio divario tra Nord e Sud del paese?
    No, in genere, nelle società preindustriali dell’Europa a sviluppo essenzialmente agricolo, non esistevano consistenti divari tra una regione e l’altra. In Italia esisteva un maggiore divario tra est e ovest, il Tirreno era più avanti rispetto alla costa adriatica, per il resto esistevano regioni ricche e povere sia al nord che al sud.
    Documenti e statistiche alla mano, Daniele e Malanima ci conducono ad una realtà ancora poco conosciuta: il divario tra Nord e Sud ha cominciato ad esserci tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando anche in Italia è iniziato un vero e proprio processo di industrializzazione.
    Una regione industriale, nella fase iniziale, genera una forte produttività e un alto livello di occupazione a basso costo, utilizza le altre aree meno sviluppate come mercato, sviluppa forti correnti migratorie interne ed esterne con lavoratori che abbandonano l’agricoltura con salari bassi per ottenere salari più alti. Chi ha deciso che dovesse essere il Nord a svilupparsi e a produrre e il Sud a fornire manodopera e mercato al Nord? Chi ha deciso in altre parole la “colonizzazione interna” delle regioni meridionali?
    Il divario ha raggiunto il limite massimo durante il periodo fascista e nel primo secondo dopoguerra, per poi ridursi negli anni del “miracolo economico” (1955-1973). Un divario che, come attestano anche le relazioni dello Svimez, ha ripreso la sua corsa forsennata dagli anni Novanta in poi, complice la nuova classe politica subentrata a quella della prima Repubblica.
    Le politiche economiche adottate dai governi liberali e borghesi dei primi decenni dell’unità sono responsabili di questo divario e sono state imposte da una stretta cerchia di piemontesi, una specie di consorteria indistinta di militari e politici per intenderci, intrisi e fortemente condizionati da pseudoscientifiche teorie lombrosiane che giustificarono ampiamente lo sviluppo del Nord a scapito del Sud.
    Daniele e Malanima, economisti puri, su queste questioni non si sbilanciano, mentre guardano solo ai dati economici.
    Noi invece, studiosi e storici locali, possiamo farlo e dare un giudizio anche sulla nuova classe politica che negli ultimi 25 anni ha acuito irresponsabilmente il divario:
    sempre documenti e statistiche alla mano , dagli anni Novanta in poi con la fine della classe politica della prima Repubblica, il Mezzogiorno è stato totalmente escluso da qualsiasi prospettiva di sviluppo economico per scelte prettamente politiche e ideologiche e l’annosa, e per molti versi fastidiosa, “Questione Meridionale” è stata messa candidamente in soffitta, ritenuta come un problema secondario nell’ambito dello sviluppo sociale, economico e culturale dell’intero Paese.
    I fattori per cui questo processo si è verificato ci devono far riflettere e sono, peraltro, tutti di facile lettura.
    Michele Eugenio Di Carlo

    • Ben vengano tutte le letture possibili sull’argomento. Ogni tassello che si aggiunge alla conoscenza della storia meridionale è ben accetto.
      Ritengo tuttavia che bisogna mettere in guardia i lettori da pubblicazioni nate spesso nel solco di una “moda” storiografica (per venire a pagine più recenti basti pensare all’operazione fatta da Pansa sui partigiani con periodiche pubblicazioni sensazionalistiche ma sempre prive di rigore storico).
      Che i piemontesi abbiano spesso agito come in una colonia è noto, che il sud avesse delle aree (e sottolineerei aree) con un certo sviluppo industriale ed economico lo testimoniano gli scritti di autori contemporanei e di inizio novecento, oltre che vari studi della seconda metà dello stesso secolo; dell’influenza straniera si è spesso parlato ed è giustissimo approfondire, ma del resto la storia delle Due Sicilie nasce e si sviluppa sotto l’egida straniera (dalla Santa Alleanza alle politiche inglesi e francesi negli anni ’30, ecc.)… Nondimeno si possono dimenticare l’oscurantismo della seconda parte del regno di Ferdinando IV (poi I), il conservatorismo (interno ed estero) di Ferdinando II, la repressione successiva ai moti liberali del ’48 e via elencando,….
      Secondo me (o meglio in base a quanto ho letto, studiato e, seppur per pagine di storia locale, ricercato) è fuorviante dare delle interpretazioni a tinte nette: o bianco o nero. Esistono centinaia di sfumature da mettere in risalto e, tornando all’incipit del discorso, studi come quelli di Aprile, non lo permettono di sicuro.

  5. Piccola nota a margine: il destino del sud e dell’intera nazione è stato (e continua) ad essere fatto, nel bene e nel male, anche dagli stessi meridionali (Crispi, Nicotera, Di Rudinì, Salandra, Nitti, Moro,… non sono di certo nati e cresciuti all’ombra della mole)

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