Brindisi: il porto in un antico disegno

di Armando Polito

Dopo il pc e il tablet anche lo smartphone si appresta a fare il suo ingresso trionfale nel mondo della scuola. Io ho l’impressione che l’unico profitto sarà quello delle multinazionali che avranno un motivo in più per immettere sul mercato modelli sempre più sofisticati e costosi …

Non ho nulla contro le nuove tecnologie (questo stesso post non avrei potuto scriverlo dieci anni fa, quando il patrimonio digitalizzato e disponibile in rete era esiguo; qualcuno dirà che avrei fatto meglio a non scriverlo pure ora …), anzi, posso vantarmi di essere stato uno dei rari docenti a tentare un uso intelligente del pc quando il collegamento ad internet era ancora una chimera. Fui uno dei partecipanti ad uno dei primi, se non il primo, corso istituito dal ministero per l’alfabetizzazione informatica dei docenti e ricordo ancora con raccapriccio la montagna di carte che un tutor il primo giorno, l’altro il secondo ci consegnarono. Nozioni teoricamente e praticamente inutili, mentre solo nella parte finale del corso una quantità esigua di ore venne dedicata all’approccio diretto alla macchina e all’uso del programma di videoscrittura. La sensazione più esilarante, però, la provai alla fine del corso, nel giorno in cui scoprimmo che l’ispettrice inviata dal ministero, credo per controllare le competenze da noi acquisite, non sapeva neppure dove e quale fosse  l’interruttore di accensione del pc … (se qualche compagno di quel corso mi legge potrà confermare).

Mi pare che ancora una volta tutto sia nel segno dell’improvvisazione e dell’ammiccamento agli aspetti più spettacolari, con l’aggravante che i nativi digitali di oggi già all’asilo mostrano di saper usare i nuovi aggeggi con più disinvoltura dei loro insegnanti che hanno appena appena superato gli enta. L’uso intelligente delle nuove tecnologie (ma, a dire il vero anche delle vecchie …) consiste nello sfruttamento dello strumento per fini originali (ai quali spesso, nel nostro caso, nemmeno i progettisti hardware e software hanno pensato), per tentare di risolvere un problema inusuale e la cui soluzione non sia brutalmente e rozzamente a portata di dita.

Per esempio: ormai qualsiasi edizione di un qualsiasi vocabolario prevede accanto o in aggiunta alla versione cartacea anche quella digitale che, se ben fatta, consente di acquisire nuove conoscenze,  la cui importanza culturale non è certamente inferiore ai risultati economici che, per esempio, la Guardia di Finanza ottiene, con i suoi controlli incrociati, nel campo della lotta all’evasione  e agli altri reati . Sarebbe interessante sapere quante volte quel magico cd o dvd, acquistato, è stato usato almeno in classe (figurarsi a casa, specialmente ora che i relativi compiti sono un’offesa per la dignità del discente).

Un altro esempio: i più avvezzi al piacere della lettura avranno immediatamente constatato che la portabilità del libro elettronico (che, tuttavia, può tornare utile in certe situazioni ed essere, ma solo provvisoriamente, decisiva) comporta una serie di inconvenienti e di limitazioni rispetto al libro cartaceo. Lascio da parte certi gusti che qualcuno può considerare nostalgici e, magari, pure perversi, quali il piacere di toccare la carta, di sentire il suo profumo sempre diverso, di trovare, grazie solo all’ausilio di quel rudimentale motore di ricerca che è l’indice o, qualora il libro sia stato già sfogliato, della cosiddetta memoria visiva, una certa pagina o (e qui il motore di ricerca della versione digitale, se non adeguatamente calibrato, può fare cilecca) un’immagine; per non parlare della visione a colpo d’occhio, senza scorrimento settoriale dello sguardo o improbabili zoomate … Lascio da parte tutto questo per passare alle note personali (inclusi i segni convenzionali come frecce, sottolineature e simili), frutto di una lettura non superficiale, che hanno integrato (in qualche caso deturpato …), un manoscritto (scoli e glosse) o un libro a stampa. Certo, anche un libro elettronico può essere dotato  in qualsiasi momento, cin procedure, però, non sempre “amichevoli”,  di note personali destinate, però, a tramandare (ammesso che il supporto resista ai fattori ambientali ed all’azione del tempo …) un numero di informazioni decisamente inferiori, a cominciare dalla grafia del loro autore, per finire con un dettaglio che può sembrare irrilevante ma che per me è importantissimo: l’eventuale commento digitato tenderà ad essere nella sua forma finale esteticamente perfetto, non registrerà, cioé, tutto il processo mentale che la nota autografa esprime, per esempio, in parole barrate, leggibili o no, o in altre sovrascritte. La nota digitale sarà, per parafrasare Cocciante, una bella senz’anima, ammesso che il nostro file compaia, prima o poi, sul display altrui …

Questa premessa rischia di diventare troppo lunga; perciò passo all’argomento di oggi lasciando al lettore il giudizio sulla coerenza tra quanto tratterò (e come lo tratterò) e le affermazioni appena fatte.

Nella Stiftsbibliothek (Biblioteca dell’abbazia) di St. Gallen1 in Svizzera è custodito un codice (n. 863) pergamenaceo del secondo quarto del secolo XI contenente il De bello civili alias Pharsalia del poeta latino  Marco Anneo Lucano (I secolo d. C.).

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Gallo#/media/File:Aerial_View_of_the_Monastry_of_Sankt_Gallen_14.02.2008_14-48-17.JPG

A p. (ogni foglio si presenta scritto solo su una facciata) 47 (che riproduco di seguito da http://www.e-codices.unifr.ch/it/thumbs/csg/0863/, dove l’opera è integralmente consultabile) compare il disegno del titolo. Cliccando di sinistro una prima volta su questa immagine (vale anche per le successive) la stessa sarà visibile in una schermata indipendente dove, cliccando ancora  di sinistro, potrà essere studiata al massimo della definizione).

Il testo è costituito dai vv. 610-638 del libro II. A noi interessano i versi 610-627, che trascrivo e traduco.2

Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos Creta profugos vexere per aequora puppes/Cecropiae victum mentitis Thesea velis./Hinc latus angustum iam se cogentis in artum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc artis inmissum faucibus aequor/ portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis lassasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Hoc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit et in nubes abiere Ceraunia cumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

(Questa città [Brindisi] un tempo fu posseduta un tempo dai coloni dittei3 che, profughi da Creta,  navi cecropie4 trasportarono attraverso il mare, quando le vele diedero la falsa notizia che Teseo era stato vinto5. Da qui un angusto tratto dell’Italia che già si restringe sospinge nel mare una tenue lingua che racchiude le onde dell’Adriatico con corna ricurve. Tuttavia questo mare immesso in strette gole non sarebbe un porto se un’isola non smorzasse con le sue rocce il violento maestrale non respingesse le onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto l’altezza di rocciosa scogliera ed ha tenuto lontani i ventiin modo che le imbarcazioni potessero stazionare trattenute da una tremula gomena. Da qui si estende il mare aperto sia che si spieghino le vele verso i tuoi porti, o Corcira, sia che si cerchi di raggiungere  a sinistra Epidamno d’Illiria che si protende verso le onde dello Ionio. Questò è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena tutta la sua forza e i monti Cerauni svaniscono tra le nubi e la calabra Sason è sommersa dal mare spumeggiante.

Appare evidente come il disegno costituisca la trascrizione iconica del testo latino e non possa, quindi, essere considerato come una mappa “recente”  dello stato dei luoghi, ma una vera e propria antica mappa storica, manoscritta, che anticipa quelle che sullo stesso evento (tentativo di Cesare di bloccare a Brindisi Pompeo, che, però, riuscì a fuggire in Grecia) dopo qualche secolo compariranno a stampa (vedi, per esempio, quella del Palladio al link segnalato nella nota 2). Prima ho posto recente tra virgolette perché è difficile dire se il disegno è coevo al manoscritto o posteriore. Io propenderei per la seconda ipotesi, fermo restando il fatto che rimarrebbe da capire quanto tempo dopo, sia pure approssimativamente, venne operata l’aggiunta6.

Tale, infatti, mi pare corretto definirla per il fatto che nell’economia del foglio il disegno appare, dal punto di vista estetico, un intruso, proprio come le glosse presenti a margine in parecchie pagine.

Sembrano,invece, essere autonomi altri disegni occupanti l’intero foglio  e precisamente, oltre quello della pagina finale (seconda immagine di nota 1), quelli di p. 77, e p. 78.  La p. 76 contiene l’ultima parte del libro III, cioè la descrizione della battaglia navale di Marsiglia (49 a. C.), condotta da Decimo Bruto per conto di Cesare. I due disegni (il primo del porto, nel secondo la porta semiaperta di quella che sembra una torre rappresenta, credo, la presa della città)  si riferiscono proprio a questa battaglia.

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Da notare come il nostro disegnatore avesse la tendenza a rappresentare i porti allo stesso modo, visti gli elementi strutturali comuni a questo disegno e a quello relativo a Brindisi, nonostante le differenze che è agevole cogliere  nella comparazione delle due mappe tratte ed adattate da GoogleMaps. Non credo che in due millenni i cambiamenti siano stati così radicali, come quasi certamente lo saranno, sempre per i due siti, tra un secolo …

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1 Di seguito la segnatura del monastero nel retto  della pagina iniziale ed in quello della  finale.

Le due segnature sono perfettamente sovrapponibili anche nelle sbavature, e appaiono molto simili alle prime marche editoriali. Nella parte superiore è raffigurata una tiara, in quella inferiore un orso, figura legata alla leggenda che riguarda il fondatore dell’abbazia, della città a suo protettore: san Gallo. Giunto in quei luoghi da quelle parti dal lontano Galles aveva predicato per anni dalla sua celletta eremitica ai rozzi abitanti senza essere mai ascoltato. Alla fine incominciò a venirlo a trovare un orso che, a poco a poco, gli divenne amico, unico essere vivente disposto ad ascoltarlo. Dopo la sua morte gli abitanti eressero su qiello che restava della sua cella una splendida abbazia. L’orso è ancora oggi presente nello stemma della città. Nella parte superiore della seconda immagine la segnatura rende appena leggibile la figura di un cavaliere al galoppo armato di scudo ed asta, tema replicato nella parte inferiore della pagina.

2 Sul porto di Brindisi vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/.

3 Da Ditte, monte di Creta.

4 Ateniesi; da Cecrope, antichissimo re dell’Attica, fondatore della rocca di Atene.

5 Il riferimento è legato al tributo dovuto da Atene a Minosse, re di Creta, dal quale era stata sconfitta: il sacrificio annuale (secondo altre versioni quinquennale) di sette fanciulli e sette fanciulle destinati ad essere divorati dal Minotauro. La terza spedizione sacrificale fu affidata aTeseo il quale promise al padre Egeo che, se fosse riuscito ad uccidere il mostro, al ritorno avrebbe issato vele bianche. Teseo con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, che si era innamorata di lui, uccise il Minotauro, uscì dal labirinto e fuggì con la ragazza, che, però, poco dopo fu abbandonata dall’eroe sull’isola di Nasso. Teseo, però, sulla via del ritorno ad Atene dimenticò di issare le vele bianche al posto delle nere, sicché il padre Egeo, credendo che egli fosse morto, si gettò nel mare che da lui prese il nome.

6 Appare, invece, come parte originariamente integrante l’immagine di Brindisi (che sia proprio di questa città lo provano i versi, che ho già ho avuto occasione di citare,  del testo del foglio e ancor più il Brundusium che, equamente diviso, si legge a sinistra ed a destra della stessa) che compare in calce al f. 59r (di seguito l’intero ed il dettaglio che ci interessa) del manoscritto pergamenaceo, la cui scrittura fu terminata nel 1299, custodito nella Bayerische Staatsbibliothek a Monaco (Clm 349) ed integralmente leggibile in  http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0008/bsb00084710/images/index.html?id=00084710&seite=59&fip=193.174.98.30&nativeno=%2F&groesser=300%25.

 

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