Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (2/?)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, in riferimento all’ipotetica imbiancatura, evocata nella prima puntata (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/) , che da qualche parte potrebbe nascondere una mappa di Otranto, debbo qui ricordare che nemmeno tale destino toccò, purtroppo, ad una pittura raffigurante Otranto eseguita dal pittore Calvano di Padova, una delle tante a lui commissionate da Alfonso II (duca di Calabria e liberatore, come vedremo, di Otranto dai Turchi) per decorare Villa Duchesca, sontuosa residenza preferita da sua moglie (Ippolita Maria Sforza), villa mai completata e ben presto abbandonata, fagocitata dalla speculazione edilizia fin dal secolo XVI e della quale oggi resta, come è avvenuto più lentamente per quella di Poggioreale,  solo il nome Duchessa. Del pittore e del dipinto nulla sapremmo se cedole di pagamento della cancelleria aragonese per gli anni 1487-1489 [grazie a N. Barone (Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dal 1460 al 1504 in Archivio Storico delle Provincie napoletane, IX, 1884 e a E. Percopo (Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, XVIII-XX, 1893-1895) perché i registri originali sarebbero andati distrutti dai bombardamenti del 30 settembre 1943] non ci informassero che il Calvano fu retribuito per la decorazione di Villa Duchesca dal 1487 al 1489, data in cui iniziò ad essere regolarmente stipendiato dalla corte, e che nell’agosto 1488 l’affresco di Otranto, sul quale stava, presumibilmente, lavorando da un anno, era terminato. Tenendo conto del committente, è plausibile immaginare che il soggetto fosse proprio la liberazione della città.

Sempre nella puntata precedente avevo scritto che a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

L’unica eccezione può essere considerata il Liber chronicarum, più comunemente noto come Cronache di Norimberga, di  Hartmann Schedel, pubblicato nel 1493, dove, accanto ad altre figure che possono essere considerate come le eredi delle miniature più complesse dei codici medioevali, compaiono anche vedute di città, considerabili come embrionali mappe.

Il corrispondente italiano, molto più modesto ma cronologicamente anteriore di un decennio, del Liber chronicarum può essere considerato il Supplementum Chronicarum del frate bergamasco Giacomo Filippo Foresti (1444-probabilmente 1520) dell’ordine degli Eremitani di S. Agostino. Di seguito documento la vicenda editoriale di quest’opera fornendo sempre la traduzione perché la parte testuale, pur non cambiando il contenuto, presenta nella forma numerose varianti.

Essa vide la luce per la prima volta nel 1483 a Venezia per i tipi di Bernardino Benali, come si legge nella sottoscrizione e nel colophon1 (in corsivo, qui e più avanti la mia traduzione).

Qui dunque porrò fine al Supplemento della storia che promisi che avrei tramandato con ogni verità. Mi sono poi sforzato [di tramandare] senza errori  le successioni dei re e dei principi, le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e l’origine delle religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata da me nell’anno della nostra salvezza  1483 il 29 giugno nella città di Bergamo, per me nell’anno quarantonovesimo dalla nascita.

Quest’opera fu poi stampata nell’illustre città di Venezia da Bernardino Benali di Bergamo il 23 agosto dello stesso anno.

Questa prima edizione non solo non reca alcuna figura ma non contiene riferimento di sorta ad Otranto. La lacuna non è giustificata per la risonanza che gli eventi salentini, per quanto relativamente recenti, dovevano, giocoforza, aver avuto. Il Foresti, tuttavia, si fece subito perdonare.

La seconda edizione, infatti, uscì nel 1485 a Brescia per i tipi di Bonino Bonini (di seguito sottoscrizione e colophon2).

E così infine: qui col favore di Dio già propizio porrò fine al supplemento delle Cronache, [opera] che mi ripromisi di tramandare per la seconda volta con ogni diligenza e verità. In essa mi sono sforzato [di tramandare] senza errore le successioni di Re e di principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle Religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata e di nuovo corretta e integrata da me il 22 novembre del 1485 dalla nascita di Cristo nella città di Bergamo nel cinquantunesimo anno dalla mia nascita, mentre erano direttori per noi nell’ufficio di generalato del nostro ordine il Maestro Silvestro di Bagnaria studioso di teologia e delle buone arti e nella nostra congregazione in Lombardia vicario generale il padre fratello Agostino da Crema predicatore egregio che per trentasei quaresime con grande vantaggio della religione e delle anime continuamente predicò e restaurò ed eresse molti Monasteri.

Stampato a Brescia da Bonino Bonini di Ragusa nell’Anno del signore 1485 il promo dicembre.

Anche questa edizione è priva di figure, ma contiene un riferimento alle note vicende otrantine del 1480, come appare nei dettagli delle carte 351v-352r:

Otranto, città marittima dell’Apulia, in questo anno [1480 stampato a margine in alto all’inizio della carta] fu all’inizio assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi; alla fine viene sottomessa con infinite stragi e viene perciò saccheggiata da un esercito moltiplicato [la mancanza di difensori raddoppia la forza degli attaccanti]  [i Turchi]distrussero molte borgate,rubarono moltissimi animali e facendo scorribande tutto all’intorno arrecarono infiniti mali (mettendo tutto a ferro e a fuoco) al regno di Apulia; per questo Alfonso duca di Calabria che assediava la città di Siena fu costretto, abbandonato l’assedio, a ritornare a difendere le sue cose. E se Maometto non fosse stato tolto dal centro dello stato sarebbe stata la rovina non solo della provincia di Apulia ma di tutto il regno e di tutta l’Italia. [Sia]benedetto per tutto Dio che non solo ha rimesso a noi i nostri peccati. Morto così l’Imperatore dei Turchi il duca Alfonso di Calabria con molte stragi inferte e subite cinse la città di valido assedio. I Turchi poi alla notizia della morte del loro principe avendo perso la fiducia di poter difendere la città, salve le loro cose, si consegnarono ad Alfonso che entrato in città trattenne tutto e rese i Turchi suoi schiavi. 

Del 1486 è la terza edizione ( la prima illustrata), uscita a Venezia ancora per i tipi di Bernardino Benali (di seguito sottoscrizione e colophon)3.

E così infine con l’aiuto e il favore di Dio porrò fine ormai per la terza volta al supplemento delle cronache, [opera] che una volta e due e tre promisi che con ogni diligenza e verità avrei realizzato; in essa ora e sempre mi sono sforzato di scrivere senza errore la successione dei re, e di tutti i principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle religioni, nonché la sequenza di tutti i pontefici come risulta dai libri degli scrittori di storia. Perciò mi ripromisi di fare questo all’inizio di quest’opera. L’opera fu da me completata e di nuovo corretta ed integrata il 15 ottobre nell’anno 1486 dalla nascita di Cristo nella nostra città di Bergamo, nell’anno cinquantaduesimo dalla mia nascita.

Stampata poi a Venezia da Bernardino Benali di Bergamo nello stesso anno, cioè il 1486, il 15 dicembre).

Dettaglio della carta 289v:

Otranto città della Magna Grecia.

Otranto città dell’Apulia, assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi e di altri,  in questo anno dopo infinite stragi di uomini viene presa, saccheggiata e deturpata, devastando i Turchi con il loro esercito moltiplicato molte borgate e apportando molti mali alla regione  dovunque all’intorno con le loro scorrerie. Mettendo anche tutto a ferro e a fuoco posero tutto il regno in grandissimo pericolo e se il loro imperatore Maometto non fosse stato tolto subito di mezzo c’era da credere che il pericolo avrebbe coinvolto non solo il regno di Apulia ma tutta l’Italia. Perciò anche (sia) benedetto per tutto Dio che nel comportarsi con noi non tenne conto dei nostri peccati. Per questo Alfonso duca di Calabria che allora assediava Siena città dell’Etruria, avendone avuta notizia, sciogliendo l’assedio dal luogo affrettandosi con l’esercito in Apulia cominciò a difendere il suo interesse. In verità appena morto l’imperatore dei Turchi lo stesso Alfonso subito cinse la città con uno stretto assedio. Ma i Turchi, avuta notizia della morte del principe, disperando di poter difendere la città mantenendo integre le loro cose si arresero ad Alfonso. Egli entrato in città s’impossessò di tutto e ridusse i Turchi a suoi schiavi.

Anche se il mio scritto ha un taglio esclusivamente iconologico e bibliografico e non ha alcuna pretesa di ricostruzione storica degli eventi, l’immagine del 1486 può a buon diritto avere valenza di fonte e merita, perciò, che su di essa io spenda qualche parola.

Una bombarda (A) e sei mortai4 [dei quali tre in batteria (B), due da soli (C) ed  uno parzialmente montato (D) collocati sulla loro base di legno] spiccano in primo piano; a destra un gruppo di tende di foggia chiaramente orientale (E). Le mura delle città mostrano in più punti (F) gli ingenti danni procurati dall’artiglieria nemica. Sulla torre di destra sventola la cornetta (G).

 

CONTINUA

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

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1 Immagine tratta da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000058396&page=1, dove l’opera è integralmente consultabile (questa opportunità vale per ogni altro link di seguito segnalato per le altre edizioni). Riguardo a questa edizione è interessante, per comprendere i rapporti autore-editore dell’epoca quanto scrive Girolamo Tiraboschi in Storia della letteratura italiana, Bettoni & c., Milano, 1833, v. II, p. 556 (https://books.google.it/books?id=UtlaAAAAcAAJ&pg=PA556&dq=filippo+foresti&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi-ur6AnNHJAhUBXBoKHfShCBY4KBDoAQhNMAk#v=onepage&q=filippo%20foresti&f=false)

2 Immagine tratta da http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0006/bsb00067922/images/index.html?id=00067922&groesser=&fip=xsyztsewqxdsydxsxseayayztsfsdr&no=40&seite=774. Di questa edizione la Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò custodisce un esemplare. 

3 http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0004/bsb00040458/images/

4 Sono ben distinguibili in ogni mortaio la parte posteriore, di minore diametro ma più lunga (detta cannone o gola), contenente la carica di polvere da sparo, e la anteriore, di maggior diametro e più corta (detta tromba), contenente il proiettile, di solito in pietra ma talora anche in metallo. Contando come unitaria la batteria da tre pezzi c’è una singolare coincidenza numerica con quanto riportato nel presunto scritto in latino del Galateo e pubblicato in estratto nella traduzione di Michele Martiano col titolo Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno 1480 per i tipi di Lazzaro Scoriggio a Napoli nel 1612 (integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=OeViAAAAcAAJ&pg=PP11&lpg=PP11&dq=Successi+dell%27armata+turchesca+nella+citt%C3%A0+d%27Otranto&source=bl&ots=W9FTmVtEjs&sig=U0MP9VXjBHWIwzlq_rXr1YmBMIw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_27jR_MvJAhVItBQKHYjpBMgQ6AEIIzAB#v=onepage&q=Successi%20dell’armata%20turchesca%20nella%20citt%C3%A0%20d’Otranto&f=false), p. 4: … quindi accostati li Mahoni [ imbarcazioni per il trasporto di cavalli, artiglierie e vettovaglie] furono sbarcati li cavalli, e nel seguente giorno, che fù alli XXV di Luglio, messo in punto l’essercito, con ordine militare se inviaro verso Otranto; e riconosciutolo di fuori, conobbero, che per la profondità de’ fossi, conveniva, senza tentar altra fortuna, batter prima à terra le sue mura, il che facendosi con cinque ben grossi pezzi, per spatio di dieci giorni , né in questo tempo rallentando mai l’ordine, furono fatti in più luoghi del muro larghissime entrate …

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