Le stagioni di Khalil

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di Pier Paolo Tarsi

Ci sono aspetti delle stagioni che solo certi sguardi riescono a distinguere. Certi autunni, qui, differiscono in profondità dall’inverno più per come ci si dispone al mondo che per i suoi pur palesi mutamenti o per le asprezze che marcano e segnano il passaggio del tempo. Ci sono stagioni che lasciano segni che in superficie sono invisibili, nascosti nelle pieghe del paesaggio o nell’animo dello spettatore, difficili dunque da estrapolare, decifrare e narrare. Si offrono, certo, allo sguardo per lo più marchi evidenti e persino eccezioni a questo scivolare dolce di una stagione nell’altra nel clima mite, fatti inattesi: il candore e l’incanto di una visione innevata ne sono un esempio palese, spettacolo raro nel Salento che incita alla fanciullesca meraviglia di un’occasione da non perdere. Khalil non se la lascia del resto sfuggire. Occorre però, laddove i segni sono languidi e intimi, un lungo esercizio di raccoglimento per tirare fuori l’essenza emotiva delle cose nei diversi momenti e non confonderne i profili. Pensiamo al mare, all’ambiguità stagionale dei suoi perenni bagliori: bisogna qui apprendere ad ascoltare i venti che muovono nell’umidità sospesa con umori diversi, frequentarli per giorni, captarne le storie e i caratteri per distinguere certi intrecci fluenti e certi momenti della sua eterna vita dagli altri.

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Quei venti sono come una folla invisibile di voci, pensieri e racconti drammatici e duri, oppure fantastici e visionari; hanno attraversato i deserti, i mari e i continenti, hanno scompigliato capelli di gente di ogni tipo, hanno accarezzato mani e volti di generazioni di madri e bambini, ne hanno allora di cose da narrare a chi sa tendere l’orecchio. Il nostro mare, paziente ed empatico, accoglie da millenni queste loro storie, ne è talmente intriso che sa mutare colore, forme, ritmi interni, dinamismi e profumi a seconda di chi in quella folla di venti prenda la parola. Khalil ha come imparato istintivamente a disporsi intorno al focolare intimo dove questi convenuti si raccolgono, ci restituisce dalla riva, con discrezione, le istantanee dei discorsi che in quei simposi si consumano e le espressioni del mare in ascolto, persino i dialoghi tra questo e il cielo.

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Coglie gli argomenti e il vissuto emotivo degli elementi, le smorfie del primo, le reazioni del secondo, immortala i loro pensieri nascosti e ce ne porge degli affreschi. L’uomo, nelle vedute di Khalil, non è mai un figurante ma l’apertura di una prospettiva su una porzione di mondo abitata dagli elementi e dalle cose, il punto zero di un incontro visivo con l’essere che spazio dal micro al macro-mondo, una silenziosa fessura sullo spettacolo delle forze naturali, un osservatore al margine dei dialoghi tra le cose e le forze.

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È in questo ascolto paziente dell’essere nelle sue manifestazioni che Khalil sembra trovare la sua ispirazione; ogni suo scatto è un invito a poggiare uno sguardo ricettivo su quei fenomeni, è uno sprone delicato a prendere coscienza del bello che semplicemente si dona, si offre a chi sa fare il vuoto facendosi umile spettatore per lasciar parola alla natura. Tale disposizione passa trasversalmente dal paesaggio al dettaglio, si volge con il medesimo rispetto e ascolto a un fiore, a una farfalla in cui vedere tutta la gioia di una primavera dell’animo, oppure, ancora, spazia immutata dalle distese acquee che brillano di un sole estivo fino alle distese di paesaggi di pietra o di nodosi ulivi millenari.

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Attraverso gli occhi di Khalil queste visioni divengono tutte declinazioni molteplici per l’avvio di un cammino meditativo sull’essere, percorsi diversi verso un’unica meta e direzione: il nodo tra noi e la totalità. Anche quando si sofferma su un segno antropico, non vi è mai nello sguardo di Khalil l’intenzione di una celebrazione dell’homo faber, dei suoi prodotti o delle sue architetture: traspare sempre in controluce un delicato inno all’appartenenza dell’umano ad una unità. Il cosmo qui si protende in proprie manifestazioni nelle opere dei suoi figli, tutto guarda e si volge ad un infinito paesaggio dell’essere che ricomprende anche ciò che viene toccato e modulato dalle mani umane.

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Nella fusione sinergica dei paesaggi o in qualche dettaglio antropico o naturale, ogni visione di Khalil invera allo sguardo e allude a un patto tra l’essere e noi, intesi come umili, silenziosi pastori di passaggio, chiamati soprattutto all’ascolto. Le geometrie di un muretto o di una costruzione a secco, le intersezioni di una volta o le tracce dell’umano in genere divengono prospettive che aprono a una contemplazione nostalgica di una totalità e di una unità che tutto riassume senza essere però mai presente. Il risultato è un’esperienza fotografica di un principio indicibile, invisibile e irrappresentabile intorno al quale tutto è però edificato e disposto, un richiamo alla contemplazione assorta di un vuoto, quasi si fosse al centro di una moschea i cui confini sono quelli dell’universo stesso.

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Lo sguardo delicato e meditativo di Khalil è prezioso nello specifico per i salentini anche per altro, per il suo venire cioè da lontano. Il suo è infatti un osservare capace di innescare e portare a compimento ulteriore il processo dinamico e aperto di un’identità, la nostra, è un vedere che ci fa un “noi” nel riflesso della visione altrui. Ogni suo scatto è da questo punto di vista un passo per un dialogo infinito che fonda un patto inclusivo, comprensivo ma non inglobante, quello tra due soggetti che si mantengono reciprocamente in un incontro propulsivo e generatore di nuove e inconsuete visioni del mondo circostante.

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Khalil se ne va infatti per i sentieri del Salento e ci fa vedere il non visto di ciò che nella narrazione immaginativa è il nostro scenario consueto, il Salento che abitiamo e viviamo ogni giorno, spesso ignari dei suoi tratti, in esso dis-tratti. Egli ci dice, illuminandolo pazientemente e con incanto, “anche questo è”, e nel suo indicare ci invita a vedere con gli occhi dell’altro confini più ampi e mai esplorati prima del nostro sé condiviso, delle sue manifestazioni e sfumature. Il suo è allora il dono che apporta sempre lo sguardo rinnovato e incantato di colui che incontra per la prima volta uno scorcio a cui siamo assuefatti, invisibile ormai alla nostra coscienza. A chi appartiene la bellezza del nuovo e più ampio dominio così rivelato? Appartiene, semplicemente, a chi entra in questo gioco e così lo può abitare, farne parte. Se questo Salento ci appare così, scatto dopo scatto, stagione dopo stagione, sotto nuove luci e come rinnovato per effetto di un’altra visione delle cose, non è che a questo dialogo, a questa interazione, che dobbiamo il dono di tanta bellezza: è a quello che siamo debitori. Ogni volta che si consuma il dono là si è almeno in due, là si consuma un abbraccio, un’interazione costruttiva di sguardi, in queste pagine il nostro e quello di Khalil.

khalil cava bauxite

2 Commenti a Le stagioni di Khalil

  1. Bellissima, documentata recensione. Ho notato che hai disattivato per qualche settimana il tuo profilo Facebook. Quest’ultimo, però, credo, ti ha fatto conoscere Khalil Forssane …

  2. DEL SALENTO, ovvero DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE….

    A KHALIL FORSSANE E A PIER PAOLO TARSI I MIEI VIVISSIMI COMPLIMENTI.

    Federico La Sala

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