Antieri

di Armando Polito

La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell'autore
La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell’autore

 

Zappe, falci,  zolle o spighe di grano:

guidava la fila in quel tempo lontano;

poi dal grappolo rosso e sincero

è nato un vino generoso e austero.

Felicemente fu chiamato Antieri,

primo oggi, come l’uomo  di ieri.

 

La pubblicità ci martella ogni istante con offerte di ogni tipo, che utilizzano  parole, immagini, musiche suadenti che  nella stragrande maggioranza dei casi, almeno questa è la mia opinione e me ne assumo la totale responsabilità, configurano il reato, in non pochi casi, di circonvenzione di incapace , se non di vere e proprie truffe (altro che pubblicità ingannevole! ) , che quotidianamente si consumano senza che nessuno controlli ed intervenga d’ufficio, non su querela di parte, a stroncare quest’andazzo che, complice anche l’avanzare delle tecnologie della comunicazione, sta assumendo proporzioni intollerabili per chi ancora conserva un minimo di capacità critica. In questo desolante quadro chi ci rimette è senz’altro il consumatore, ma anche quella sparuta, e per questo ancora più eroica, schiera  di imprenditori non improvvisati, onesti e competenti anche nella scelta dei collaboratori, un modello certamente non in auge nel nostro tempo. Ben vengano, perciò, il successo mondiale (e qui la parola ha un significato autentico, non è lanciata, secondo il solito, per fare colpo, come quando si attribuisce fama mondiale a una persona che nel suo campo ha una notorietà, bene che vada, provinciale …) che le aziende vinicole italiane e salentine in particolare stanno riscuotendo, ormai da parecchi anni.

Nell’immaginario collettivo la parola conserva ancora in qualche caso un potere più suggestivo di una foto o di un video. E il nome che campeggia su una bottiglia di vino rientra senz’altro tra questi, a condizione  che esso faccia breccia nella memoria e nel cuore e non stimoli solo un’epidermico volo con la fantasia.  Così anche il nome dato ad una apparentemente semplice (lo è anche nella realtà solo quando è taroccata …) bottiglia di vino può essere per il consumatore occasione di curiosità, oltre che di delizia gustativa, di voglia di conoscere ed approfondire, insomma di cultura.

Sotto questo punto di vista debbo riconoscere che Nardò, una volta tanto, non ha nulla da apprendere, visto che i nostri vini più rinomati recano nomi strettamente connessi con la nostra storia. Già, la storia, cioè la memoria del passato che, al pari del latino, del greco e della storia dell’arte, appare oggi come un nobile  decaduto.

Dopo Nauna (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/) e Roccamora (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/05/roccamora-ovvero-vino-storia-cultura/) è la volta oggi di Antieri. Prima di cominciare a parlarne, però, mi preme precisare, per diradare ogni sospetto di pubblicità, questa volta, non ingannevole ma, più o meno, occulta, che dedicherò la mia attenzione anche ad altri produttori neretini  o, perché no?, più genericamente salentini, se qualche etichetta si presterà al taglio che mi piace privilegiare, sempre che su quel nome specifico altri non abbia già scritto, più o meno compiutamente.

A voler essere pignoli, Antieri, a differenza di Nauna e di Roccamora, non nasce come nome proprio ma comune. Si tratta, infatti, di una delle tante voci dialettali che il tempo ha reso obsolete; essa designava il primo di una fila di zappatori o di mietitori. Il più delle volte la stessa definizione di una voce contiene in sé qualche elemento che ne evoca l’etimo. Non è così per antieri e spiego perché. Siccome il primo è colui che sta avanti a tutti, è facile ed immediato pensare che esso derivi dal latino ante (avverbio o preposizione che significa, rispettivamente, prima e prima di), con l’aggiunta del suffisso –ieri indicante mestiere, come in trainièri da traìnu, etc. etc. Il problema è che tutti i vocaboli, come quello citato, indicanti mestiere risultano sempre  formati da un sostantivo e dal suffisso. Non si comprenderebbe per quale motivo antieri dovrebbe fare eccezione. Infatti anch’esso deriva da un sostantivo: antu, che nel Leccese, nel Brindisino e nel Tarantino indicava proprio la striscia di campo in cui lavorava la fila di zappatori o di mietitori. Antu è dal latino ambitu(m)=zona circoscritta (da cui l’taliano ambito), deverbale da ambire, composto da ambo=entrambi  [connesso con il greco μφ (leggi amfì)=intorno, da una parte e dall’altra] e da ire=andare. La trafila è: ambitu(m)>*amtu(m) (sincope)>antu (passaggio obbligata in n di m davanti a t).

Se il capofila si chiamava antieri, come si chiamavano gli altri componenti della squadra? Ci viene in soccorso Vito Raeli, musicologo di Tricase, autore del saggio Il canto dei mietitori tricasini, apparso la prima volta in Rivista nazionale di musica (della quale il Raeli fu fondatore nel 1920 e direttore fino al 1943), Ausonia,  Roma, 1935, nello stesso anno in Rinascenza salentina, a. 3, n. 5-6 (dicembre 1935), XIII, pp. 272-279 e infine, a distanza di parecchi anni, nel volume 64 di Lares, Olschki , Firenze, 1998.

Alle pp. 275-277 (cito da Rinascenza salentina) si legge:

“Nel mese de messi (di giugno) alla fine della prima decade, partivano da Tricase, sopra traini tirati da muli, con le immancabili bisacce colme di biancheria, e altri indumenti di vestiario, alcune squadre di mietitori – dai 40 ai 70 – dirette a masserie nei territori del Tarantino e del Brindisino, territori compresi, prima dell’avvento del Fascismo al Governo dello Stato, nella Provincia di Terra d’Otranto. Ciascuna squadra era composta da un numero variabile di cumpagnie e ciascuna cumpagnia di 5 braccianti. A capo della squadra era l’antieri ed in sottordine, ma senza alcun potere gerarchico e rappresentativo, il taiante, cui spettava il compito di iniziare il taglio delle spighe. Uno dei cinque della cumpagnia aveva l’incarico di legare le spighe tagliate dagli altri quattro e si denominava riante. Al campo da mietere si dava il nome di tomma (dal greco τέμενος, e, per la desinenza in a, volto al genere femminile) e di qui il titolo al canto: oh bella tommal Terminata la mietitura – della durata fino a 40 giorni quando il campo era assai esteso – la squadra, intera si presentava ai massari per la mangiata o, almeno, per la bevuta che avrebbe concluso allegramente il lungo periodo di lavoro, retribuito con scarsa mercede e una pagnotta di farina di orzo giornalmente. Talvolta la squadra, in tale circostanza, si faceva precedere dall’antieri, dal taiante e da un riante legati insieme con corda: la massaia prima di offrire da mangiare e da bere slegava i tre come a simboleggiare la ridonata libertà dopo compiuta la raccolta del grano, dell’orzo e delle biade. Giungendo, di ritorno, a Tricase, in ajere (luglio), appena in vista dell’abitato, presso Tutino – frazione delle sei già la più vicina, ora congiunta al capoluogo del comune – i componenti della squadra, discendevano dai traini e s’incamminavano a piedi, con le falci in mano, e in ordine alquanto serrato, preceduti dall’antieri, che recava, per trofeo, un bel mazzo  di spighe di grano. I forti mietitori, intonato dall’antieri il loro canto, e rispondendo in coro, giravano per le vie principali della loro cittadina, e non sostavano se non quando l’antieri, appressandosi ad una bettola, non l’invitasse tutti ad una abbondante bevuta di vino. (Taluno dei superstiti mi ha riferito che qualche volta il giro di ritorno si svolgeva, sempre cantando e col seguito dei traini, per tutte le vie ove fossero le abitazioni delle nnammurate (fidanzate) dei componenti celibi della squadra. In questo caso il giro ed il canto duravano abbastanza e, conseguentemente, il canto s’accresceva d’indefinite strofe, che l’antieri – o altro mietitore della squadra, quando egli fosse stanco – improvvisava più o meno felicemente, sempre sulla stessa melodia.”.

Dopo aver osservato che la cumpagnia operava come una sorta di catena di montaggio, mi pare opportuno, a questo punto,  passare al canto, diligentemente riportato dal Raeli1 alla fine del suo lavoro, e subito dopo spendere qualche parola sulle voci dialettali che qua e là compaiono nel brano virgolettato.

Dato per scontato che mese de messicumpagniataiante e nnammurate (sarebbe più corretto scrivere ‘nnammurate) corrispondono rispettivamente, all’italiano mese delle messi,  compagniatagliante e innamorate, siamo a riante, che deriva da un precedente liante (corrispondente all’italiano legante), participio presente di liare (corrispondente a legare), che nulla ha a che fare con il neretino lliare=togliere, corrispondente all’italiano levare.  E se mese de messi era giugno, ajere (si legge con l’accento sulla a; la variante neretina è era che, oltre all’aia, definisce anche lo spazio circolare che viene ripulito intorno ad ogni albero di olivo per facilitare con reti o mediante scopatura o aspiratore la raccolta del frutto) corrisponde all’italiano aia e ne condivide l’etimologia, è, cioé dal latino area(m)=area. Per quanto riguarda tomma fatto derivare dal greco τμενος (leggi) il discorso, invece. sarà più lungo. Intanto c’è da notare l’assoluta sicurezza (senza un forse o probabilmente) con cui l’etimo è proposto, dettaglio che denota un vizietto particolarmente ricorrente in chi si occupa di etimologia senza averne la competenza specifica (il Raeli, oltre che appassionato musicologo, era avvocato, ma non filologo).  Comincio col dire che τμενος  significava porzione di terrenofondocamporecinto sacroterreno sacrosantuariotempio ed è deverbale da τμνω (leggi temno)=tagliare. Originariamente τμενος  indicava una porzione di terreno assegnata come dominio a re, capi, etc, un po’ come sarebbe accaduto con la centuriazione romana e successivamente con il regime feudale. Se è plausibile sul piano semantico lo slittamento da porzione di terreno a terreno coltivato a grano, è sul piano fonetico che la proposta appare molto traballante. Infatti, pur immaginando la trafila τμενος>*temnos (sincope)>*temmos (assimilazione progressiva)>*temma (cambio di genere)>tomma, in essa  (altro ragionamento, come lui stesso rivela parzialmente, il Raeli non può aver fatto) tutto va bene fino a *temma , mentre non si comprende, appunto sul piano fonetico, come si sia passati dalla e di *temma alla o di tomma.

Chi lo volesse potrebbe tentare una disperata difesa di tale etimo mettendo in campo non τμενος  ma τομ (leggi tomè), anch’esso deverbale da τμνω, che significa tagliosegmentodivisionepotatura. La trafila questa volta sarebbe τομ>tomà (regolarizzazione della desinenza)>tommà (geminazione di m)>tomma (sistole). Ma in questa trafila proprio la retrazione dell’accento nel passaggio finale suppone, se la parola è di origine greca, un intermediario latino, che trovo, esatta trascrizione della voce greca, nel tome attestato in Ausonio (IV secolo) col significato di cesura. E la trafila questa volta sarebbe: τομ>tome>*toma>tomma.2

Il Raeli all’inizio del suo saggio si augurava che nel più breve tempo possibile si giungesse ad una registrazione sonora di questi canti per garantire una memoria quanto più fedele e rispettosa dell’originale, tanto più, aggiungo io,  che già ai suoi tempi i mietitori-cantori erano ormai attempati e si sa, ad una certa età la memoria può fare brutti scherzi, a parte il condizionamento che la stessa figura del ricercatore può esercitare. Non so se il suo auspicio di avverò, almeno con il canto tramandato col saggio. So, però, che ai fini della nostra indagine prezioso è il canto U tomu che Alan Lomax e Diego Carpitella registrarono a Locorotondo nel 1954 e pubblicarono nel secondo lp (traccia 11 del lato A) della collana Folklore musicale italiano uscito per l’etichetta Pull nel 1973

Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532
Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532

La rete può offrire in molti casi tutto. Così, nel nostro, mi ha dato la possibilità di riprodurre non solo la copertina e lo stesso lp, ma di ascoltare anche la registrazione del canto che ci interessa (https://www.youtube.com/watch?v=b4T3hCKZWsQ), che chiunque può ascoltare al link indicato a partire da 3’42” a 4’15”).

Ai più pigri per ascoltare lo spezzone  basterà avviare il sottostante registratore (attivare, o … farsi attivare prima gli altoparlanti e la regolazione del volume).

 

 

Riporto ora  il testo e il relativo commento così come compare in https://blogufficialeantoniobasile.com/2007/03/08/the-carpino-style-a-palazzo-cini-venezia-31-marzo-2007-ore-17-30/

Al di là di alcuni evidenti difetti di trascrizione (non si capisce, neppure graficamente, dove alcune battute hanno fine, nello stesso titolo sarebbe stato più corretto scrivere ‘U tomu e non U tomu), di veri e propri errori (sta’ nunzi del primo verso contro il, si presume un po’ più fedele stando all’ascolto, sta’ nanzi del terzo, contro il corretto sta ‘nanzi), è molto interessante il tomu del terzo verso, fratello del +toma, penultimo passaggio della trafila precedente.Mentre, infatti, quello derivava dal greco τομ (femminile) attraverso il latino tome (femminile), tomu deriva dal greco τμος (leggi tomos), maschile, che significa fettapezzorotolo di papiro, attraverso il latino tomus, anch’esso maschileche significa parte di papiro, parte di un’opera. Entrambi (tomma e tomu) figli del verbo τμνω citato un bel po’ di periodi fa. Il canto di Locorotondo, forse, ci consente di specializzare il significato del tomma tricasino, nel quale probabilmente è da identificare non tanto il campo di messi o la stessa messe ma il covone. Rimane di difficile decifrazione l’ultimo verso in cui il nesso tomma tomma è di genere femminile (come mostra il na=una che l’accompagna)e subito dopo tomma è maschile (come mostra amato). Sembra proprio un gioco di parole in cui è difficile districarsi, tanto più che tomma tomma ricorda la locuzione di Ostuni a ttomma a ttomma usata per definire un carro molto carico.

Io trascriverei così:

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

– Hoi tomu cu ppasse ‘rieta –

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

 – ‘Stu campe ce sta ‘nanzi tome belle cu ppasse ‘rieta –

– E brave e a ci l’ha ssiminate cu sse lu mieta –

– E commu na tomma tomma ….a tomma –

Il lettore avrà notato la penultima parola (….a), la cui terminazione contrasta (la a finale si sente molto chiaramente) con l’amato della trascrizione precedentemente riportata e che sembra gettato lì artificiosamente  solo per giustificare l’interpretazione basata sulla similitudine covone/spasimante.
Probabilmente quest’amato è stato tratto da un testo a stampa, e precisamente dalla trascrizione (per giunta parziale) che compare in Maria Brandon Albini, Mezzogiorno vivo: popolo e cultura nell’Italia del sud, Ercoli, Milano, 1965, p. 322.

Ammesso per assurdo che qualche lettore alla fine della sua lettura mi faccia i complimenti, sappia che il suo commento  mi sarà infinitamente più gradito se conterrà critiche motivate o integrazioni  o, per me sarebbe il massimo, la sua trascrizione del canto, soprattutto nella parte finale dell’ultimo verso.

Ciò che mi appare incontrovertibile è una sorta di contaminazione esterna dopo quella all’interno dello stesso canto a suo tempo ipotizzata e ciò che fa più rabbia è che il trascorrere inesorabile del tempo ha già reso impossibili  ulteriori raffronti, perché questo tipo di dati folkloristici, a differenza di quelli archeologici e della tradizione manoscritta, è estremamente volatile e la mancata registrazione, sia pure solo scritta, rende infruttuoso qualsiasi tentativo di “scavo” o di, sempre proabilmente esatta,  ricostruzione dell’originale mediante collazione.

Siccome già qualcuno starà sospettando che prima di iniziare a scrivere mi sia scolato mezza bottiglia di Artieri, voglio andare fino in fondo (col post, subito dopo con la bottiglia …), anche perché, si sa, in vino veritas e, vi assicuro, in campo etimologico è più facile che l’azzecchi un sedicente filologo mezzo ubriaco che un professorone totalmente sobrio …

Nell’etichetta al di sotto di Antieri si legge Susumaniello. Non ho vergogna a confessare che non conoscevo questa parola, che designa, l’ho appreso dalla rete, un vitigno salentino, tipico del Brindisino.

Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229
Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229

 

Sempre dalla rete acquisisco e con beneficio d’inventario trasmetto i numerosi sinonimi: CozzomanielloCuccipanielloGrismanielloMondonicoPuledroSomarello NeroSusomanielloSusomariello NeroSussumarielloSusumariello NeroUva NeraZingarelloZingarielloZuzomaniello. La forma più vicina al nostro Susumaniello appare  Susomaniello; tuttavia va detto che la forma più antica da me conosciuta attestata in un’opera a stampa è Sommariello, precisamente in Scipione da Vincenzo Staffa, Il presente, e l’avvenire della provincia di Capitanata, Stamperia Vico San Girolamo, Napoli, 1860, p. 186.

Per susomariello, invece,riproduco la scheda da Joseph de Rovasenda, Essai d’une ampélographie universelle, Delahaye e Lecrosnier, Parigi, 1881,  p. 200, aggiungendo la mia traduzione e le note necessarie.

Susomariello nero o Cozzomariello. PUGLIE. Io credo che sia lo stesso che Sommariello. Bic.3 CERL.4 Mi pare che la sua foglia si avvicini a quella della Calabresa bianca. Questo vitigno è chiamato pure con il nome di Colore; è quello che si coltiva soprattutto nel distretto di Bari).

Si direbbe che si sia tenuto conto della forma più antica (sommariello) nel formulare l’unica ipotesi, ricorrente anche in rete, secondo la quale il nostro vitigno avrebbe questo nome perché si carica di grappoli come un somaro. Non ho motivo per mettere in dubbio questa sua caratteristica, cosa che, d’altra parte, chiunque lo coltivi può confermare o meno. Ammesso che sia così, susumaniello sarebbe una deformazione, debbo dire piuttosto strana, di sommariello, che potrebbe trovare giustificazione parziale  nel fatto che il sumarru (somaro) brindisino a Nardò è ciùcciu (ciuco).

Termina qui il mio  tentativo di celebrare questo connubio tra la memoria del passato e il doveroso riconoscimento ad una realtà imprenditoriale che, senza se e senza ma (è il mercato, quello degli intenditori, il miglior giudice), fa onore, una volta tanto, alla nostra terra. E poco importa che nessun post, probabilmente, sarà dedicato all’ultimo nato che trae il nome proprio dalla contrada in cui vivo: Masserei.

Sarà , infatti, da una quarantina d’anni  che tento di approfondire l’etimo di questo toponimo, ma, partendo dalla forma dialettale originaria, Massarei, più in là di massaria (corrispondente all’italiano masseria) e di massaro fino ad ora non sono riuscito ad andare, a parte il sospetto che, come probabilmente per Pantalei, Cursari, Cafari ed altri toponimi del feudo di Nardò di numero plurale, sia un prediale di epoca recente (non romana), cioé legato ad un proprietario Massareo.

Mi sono appena accorto che qualcuno si è fottuto, intendevo dire scolato, quel che di Antieri era rimasto nella bottiglia stappata per propiziare ed ispirare questo post. Non mi resta che aprirne una di Masserei; e se dopo la degustazione qualcosa di illuminante dovesse balenarmi in mente anche su questo nome, a breve vi farò sapere. Prosit!

__________________

1 Al Raeli si rifà, senza aggiungere granché, Irene Maria Malecore in La poesia popolare nel Salento, Pampolini, Catania, 1940.

2 In Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, volumi 15-16, s. n., Napoli, 1940, a p. 120 viene riportato l’etimo del Raeli (da τμενος) preceduto da un forse e la voce in questione è scritta con l’iniziale maiuscola (Tomma) come se fosse un nome proprio, anche se l’intero verso è volto in prosa con oh che bel campo o bella messe.
3 Abbreviazione di Bicocca, così definita nella stessa opera:

(Bicocca. Località situata a Verzuolo, distretto di Saluzzo, dove si trova la collezione di vigne dell’autore. Le uve di questa collezione e di molte altre saranno descritte ulteriormente, in gran parte, nel corso dell’opera e classificate.)

4 Abbreviazione di Cerletti, così definito nella stessa opera.

(CERL. Cerletti, direttore della Scuola di viticoltura d enologia  di Conegliano Veneto.)

2 Commenti a Antieri

  1. Per motivi che troverà estesamente spiegati nel mio post odierno sul mio profilo facebook, che è aperto a tutti, solo oggi ho potuto leggere il suo messaggio. Dovendo smaltire un arretrato non indifferente, le risponderò nei prossimi giorni. Mi scuso per l’inconveniente, anche se non dipendente da me.

Lascia un commento

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com