Sarparea: una disperata nota etimologica, e non solo …

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Qualche giorno fa sul mio profilo facebook ho trovato il graditissimo messaggio di Antonio Manieri, un mio ex allievo, certamente uno dei migliori, forse il migliore che abbia avuto. Antonio, alla luce del dibattito in corso sul destino della Sarparea, mi chiedeva lumi (come si constaterà alla fine, altro che luce e lumi! …) sull’etimo di questo toponimo.  Sarei un ipocrita se dicessi  di non essermi posto autonomamente fino ad allora la stessa domanda. Il problema è che, non avendo trovato lì per lì risposta plausibile e “distratto” da altri interessi,  ho adottato la tattica tanto cara ai politici: il rinvio della ipotetica soluzione. Sono grato ad Antonio per avermi messo, senza volerlo, all’angolo; infatti, non avendo potuto dare nell’occasione una risposta “fulminante” (quella in cui il fulmine è autentico e non il frutto di un aggeggio laser …) alla sua domanda, gli ho promesso che su questo blog avrei a breve affrontato la questione, che già nella lapidaria risposta al suo messaggio avevo definito come cosa che non può essere liquidata in quattro parole; il che, tradotto nell’autentica sostanza, suona: non saprei nemmeno da dove cominciare …

Oggi, come si vede, ho cominciato, ma, siccome la premessa rischia di diventare troppo lunga e di apparire come un diversivo, passo al sodo.

La testimonianza più antica del toponimo a me nota è contenuta in un atto del 20 luglio 1443 (Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 120), ove si legge:  … usque ad locum qui vocatur Salparea et vadit per massariam Sancti Ysideri, inclusive1, usque ad turrim Sancti Ysideri , que est fundata et costructa super territorio dicti pheudi … (fino al luogo che si chiama Sarparea e procede attraverso la masseria di S. Isidoro, comprendendola, la quale è posta e costruita sul territorio di detto feudo [Ignano, citato precedentemente].   

Il filologo che si interessi di etimologie ha molto in comune con l’archeologo, tant’è che spesso, soprattutto nell’attuale era della superspecializzazione, l’uno non può fare a meno dell’altro, reciprocamente. Non a caso ai vari strati di uno scavo, dal più recente fino a quello basale, corrispondono per una parola le varianti che si sono susseguite nel tempo e la meta è per l’uno lo strato più profondo significativo per la ricostruzione della frequentazione del sito, per l’altro la variante che, presumibilmente, è la forma primigenia.

Nel nostro caso essa sembra risiedere nella variante Salparea con passaggio, rispetto alla forma attuale, –l->-r– assolutamente normale nel dialetto locale (non scomodo il cortello per coltello sentito infinite volte nella mia infanzia (quasi una forma di ipercorrettismo precoce …), ma, per restare nell’ambito del dialetto locale e allo stesso vocabolo, penso a curtieddhu e poi, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli, curtiare contrapposto all’italiano coltivare e, con esclusivo riferimento all’italiano, a sarpa come variante (usata anche nel dialetto neretino), sia pur di basso uso, per salpa).

Accettando, dunque, Salpalea come forma originaria e iniziando lo scavo linguistico virtuale,  la prima proposta è che la voce derivi dall’aggettivo greco ἁρπαλέα (leggi arpalèa) che ha significati di senso solo passivo (bramata ardentemente), attivo o passivo a  seconda di chi esercita l’azione o di chi la subisce (attraente), solo attivo (rapace, avida, insaziabile). Se dovessimo credere al detto latino nomina omina (i nomi sono presagi), alla luce del dibattito in corso sul progetto di installarvi un resort dovremmo dire che l’etimo proposto calza a meraviglia …

– Calza? – direbbe qualcuno, aggiungendo – E la s iniziale dov’è nella voce greca? -. Se è per questo non c’è nemmeno in ἅλς (leggi als) che significa sale e che corrisponde al latino sal (da cui il nostro sale) che mostra rispetto al greco il recupero del suono della cui perdita è traccia in greco lo spirito aspro (͘῾) presente nella vocale iniziale (). Insomma, come sal è da un originario greco *σἁλς (leggi sals), così ἁρπαλέα potrebbe essere da * σἁρπαλέα (leggi sarpalèa).     Tuttavia l’obiezione mossami mette in dubbio questa mia prima ipotesi perché, immaginando il passaggio dal greco al latino debbo mettere in conto anche il cambiamento di accento perché, essendo –έ- breve in latino avremmo avuto *Sarpalěa (leggi Sarpàlea) da cui, in volgare, Salpàrea. L’ipotesi, tuttavia, non è da mettere definitivamente da parte e non invocando il caso di corrèo) che ha preso il sopravvento sul più corretto còrreo, in quanto dal latino corrěum), ma piuttosto un’originaria variante greca *σαρπαλεία  (leggi sarpalèia), da cui in latino sarpalēa (leggi sarpalèa), da cui la voce volgare, come in cefalea che è dal latino cephalaea(m), a sua volta dal greco κεφαλεία (leggi chefalèia).

Ritenendo, invece, che il Salparea dell’atto sia dovuto ad ipercorrettismo e che la forma originaria corretta fosse e sia proprio Sarparea, escludendo, per assenza di altri esempi, che sia una forma aggettivale deverbale (da salpare), non resta che mettere in campo il latino medioevale sarpa che nel Du Cange è riportato come sinonimo di sarculum, da cui l’italiano sarchiello. Tuttavia poco dopo lo stesso glossario registra il verbo sarpere con la definizione di sarpa purgare (pulire col sarchiello). Appena più avanti è registrato sarpia con la definizione ut sarpa, falx (come sarpa, falce). Che si tratti di sarchiello o di falce, entrambi gli attrezzi sono più utili per la pulizia del terreno (la falce per tagliare l’erba, il sarchiello per eliminarla dalle radici) che per la sua coltivazione. L’allusione potrebbe essere ad un paesaggio in cui lo strato di terra al di sopra di quello roccioso è poco spesso. Insomma Sarparea equivarrebbe non tanto a terra quasi incoltivabile e tutt’al più da ripulire, ma terra in cui per farsi avanti bisogna usare la falce. E la trafila sarebbe sarpa>sarpalis (prima forma aggettivale)>*sarpalea (seconda forma aggettivale derivata dalla prima).

Ragionando induttivamente e partendo dalla constatazione che spesso i toponimi sono in rapporto a qualche caratteristica del luogo (fisica come nell’ipotesi precedente o legata all’abbondanza di specie animale o vegetale) si potrebbe pensare ad una forma aggettivale da serparo (nel significato di covo, non cacciatore di serpi, tradizione della cui pratica nelle nostre zone non ho notizia) nella variante *sarparu d’influsso, forse, gallipolino. Se la constatazione, però, dovesse valere per il nostro caso, entrerebbero in gioco, con meno funambolismo fonetico rispetto a serpe, anche salpa (allusione all’abbondanza, in passato, di questa specie ittica nel vicino tratto di mare?) e, se la forma di partenza dovesse essere Sarparea, anche il latino sarpa, che significa airone (i passaggi migratori in passato, molto probabilmente erano radicalmente diversi rispetto ad oggi).

– Che senso ha – direbbe allora più di uno – osteggiare un progetto quando il nome stesso del sito coinvolto è avvolto (scusate la figura etimologica …) nel mistero? -. Ci sono casi in cui l’ignoranza merita rispetto, ma, per capire meglio questa mia affermazione apparentemente rivoluzionaria ed in contraddizione con tanti miei sfoghi registrati in questo blog, rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/11/nostro-idiota-suicida-abbarbicamento-al-presente/.

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1 1 Forse nemmeno gli imprenditori inglesi artefici del progetto sanno che il loro inclusive è copiato, tal quale, anzi è il latino inclusive … E, per la par condicio, visto che si tratta di un imprenditore nostrano,  che una volta tanto fallisca il detto latino nomina omina, poiché l’inquietante anagramma di Flavio Briatore è Oliveti? Farò bar!

7 Commenti a Sarparea: una disperata nota etimologica, e non solo …

  1. Ricordo lo scoglio detto della Sarparea, all’ingresso (detto “lu trasi”) del porto di San Foca. In questo caso sarei per la derivazione greca da arpalea, ossia bramata ardentemente, perché alla vista di quello scoglio, in caso di mare cattivo, si aveva la sensazione di essere ormi al sicuro, protetti rispetto alle onde.

    • Mi racconta che nei pressi viveva “nu massaru ca tinia na figghia ca scia cu si face lu bagnu” nel mare antistante. “Nu giurnu na sarpa la pungiu e morse” . Da allora a chi gli chiedeva come fosse morta la figlia lui rispondeva “la sarpa fu la rea (colpevole”. E da allora SARPAREA. :-) Probabilmente, anzi sicuramente, è “nu culacchiu” (leggenda).

      • Ci ha tenuti col fiato sospeso per più di una settimana, ma meglio tardi che mai!. In gergo tecnico è una paretimologia, cioé un’etimologia di origine popolare, pittoresca, suggestiva, simpatica come tante, ma assolutamente priva di ogni fondamento scientifico, una sorta di “culacchiu”, appunto, come lei stesso l’ha definita. Qualcuna di queste paretimologie per le quali la parola “culacchiu” evoca la presa per i fondelli, consolidandosi nel tempo, complice pure la credulità popolare e in qualche caso intrecciandosi con altri elementi più o meno leggendari, ha fatto i suoi danni e generato equivoci: emblematico il caso dei Domenicani intesi come “cani del Signore”. Ma, se per i “cani del Signore” abbiamo la data di nascita e pure la paternità, per “la salpa colpevole”, invece, tutto si perde nella notte dei tempi (molto probabilmente sua madre l’avrà sentito da altri più anziani) e probabilmente resterà perso per sempre.

  2. Armando, non mi soffermo sull’etimo, non ne sono all’altezza ovviamente. Mi chiedo però come mai il territorio di Nardò è così appetibile, briatorizzabile direi, e come mai le amministrazioni comunali che si susseguono sembrano essere tiepidamente interessate alla devastazione, meno però, temo, agli oneri di urbanizzazione derivanti. Comunque vigilare vigilare vigilare è obbligo per chiunque creda che un patrimonio paesaggistico e non solo come questo debba essere preservato. Purtroppo siamo nel paese in cui un negozio di giochi per bimbi può impunemente mettere in vendita il costume da piccolo immigrato (sic), in cui un arricchito qualunque può partire da Cuneo e arrivare in Salento “portando civiltà” nell’acezzione più incivile del termine, per lui la civiltà è ricchezza ostentata, sanità privatizzata e resort per ricchissimi. Vigilare….. Mi permetto di richiamare un pezzo che scrissi anni fa per questo sito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/06/il-punto-sulla-vicenda-costa-dei-cafari-a-nardo/ come stanno le cose ora? Saluti

    • Caro Gianni, alla prima domanda rispondo dicendo che, nonostante la cementificazione massiccia a partire dagli anni ’70, restano ancora ampi spazi di notevole pregio paesaggistico. Alla seconda rispondo nel modo più eloquente e sintetico possibile: non voto da più di trenta anni, per conservare la mia libertà e per non essere, in un certo senso, complice. Il che non significa affatto rinunziare alla vigilanza e, per quanto ne sono capace ed efficace, alla denunzia. Per quanto riguarda, infine, lo stato attuale delle cose, mi risulta che è in corso al Comune lo studio delle nuove carte.Ti ricambio il saluto. Armando.

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