Per troppa luce, un romanzo di Livio Romano. Una lezione di stile

Per-troppa-luce Copertina

di Annalisa Presicce

Par di cadere straordinariamente in mezzo alle parole. L’occhio tenta linee a ogni pagina che stende ma pronto lo scrittore traccia curve e dossi in cui inciampare arrotondandosi e pietruzze su cui inchiodarci i nudi alluci e ancora acque impetuose da cui strabordare sgomenti. Fuori da ogni mappa e lontani da uno stile che possa dirsi certo (e che dunque è certissimo), la nostra lingua sembra condursi a fatica nella lettura, s’aggronda e corruga a ogni passo in cui dirompenti sferzano a valanga le dentali e guizza e s’ammanta liquida nei periodi risciacquati da ogni virgola o ancora si lascia danzare dalla coreografia di una punteggiatura chirurgica e ritmata a dovere. A cesellare ogni blocco una grande prova di scrittura: Livio Romano [Nardò, 1968] s’impone con un lessico articolato e meticcio in cui s’intrecciano il dialetto e intercalari sonori a prodigiose perle italiane, padrone assolute che s’ergono costose e necessarie.

Per troppa luce è innanzitutto un’opera talentuosa, prima ancora d’essere un apprezzabilissimo romanzo in cui una sanguigna storia d’amore si srotola lungo i paesaggi di un Salento sradicato quanto nostalgico, selvatico quanto geometrico, innervato d’abusi e scirocchi atavici quanto d’incoscienza e rarefatta narcosi, fiero come una voce singola, curvo come un amante deluso. Romano ce lo restituisce con descrizioni puntuali e odorose, sudaticce e vaporose, amorevoli quanto malinconiche e fedeli da temerne l’affresco. Neripoli, città offerta allo sfondo, è ovunque e in nessun luogo, iperbole di uno spazio genetico e grottesco, tragico quanto meravigliosamente comico e frizzante.

Il pretesto al quadro è dato dalla singolare volontà di tre personaggi vanesi e smaliziati concentrati attorno a un progetto monumentale di costruzione di un grande parco tematico di ispirazione messapica e finanziato da soldi pubblici. Arrangiau, portoghese e volutamente grossolano, è l’architetto incaricato di imbastire i lavori una volta ripulita la zona d’azione da una masseria abitata da immigrati al servizio dei caporali di turno. Macchinazioni, sotterfugi, escamotage illegali e la totale assenza di “inghippi” morali sono gli ingredienti base su cui fanno perno le loro tabelle di marcia. Coinvolti nella comune battaglia contro l’affare conosciamo Antonio, ispettore del lavoro a tratti goffo e sonnolento, Simona, avvocato, sensuale e turbinosa e tra le cui grazie divampa la passione, viva e feconda finanche nell’abbandono. A condire le gesta dei protagonisti, personaggi minori ma deliziosamente caratterizzati e definiti le cui vite s’affacciano guarnite e catarifrangenti; lo scrittore li immette rocciosi e tondi con una maestria di scalpello scrupolosa e inappuntabile, li muove meticoloso senza arraffare nel generico ma specializzandone posture, cadenze, portamenti e movenze. Vivi e compiuti rappresentano spesso la tangente sollazzante lungo cui i due si lasciano slittare, cadendo lascivi e goderecci. Ironia, erotismo, spregiudicatezza e un vivo occhio obliquo alla poesia che pur s’annida si alternano in un gioco equilibrato e cadenzato di eventi e passaggi temporali ben piazzati e che non disdegnano lo sguardo chino all’interiore, trambusto sonoro di volontà e lassismi catenanti, ardori coriacei e dissimulate mortificazioni.

E la luce? La luce è ovunque anche lì dove cade: è quella lignea del vortice di carne e innamoramento di un uomo e una donna, è quella misurata della coscienza quando lucida s’impone e opera indefessa, quella manchevole e tardiva di chi osa non osando ragione, quella negativa di un’idea che dirompe e acceca se a questa non s’avversa l’uomo, quella onirica, africana, caliginosa di una terra che si pensa abituata al ritmo pigro delle stagioni a sud, quella che gronda sotto la verga dell’istinto e brucia ingenua e malaccorta, infine la luce persa di chi ha inchiodato, per timore di non reggere il peso delle altezze, il collo alla terra.

L’invito è quello d’essere accorti discernitori tra luci autentiche e supposte tali da cui ci è dato lasciarsi fagocitare e quest’arte, è noto, richiede altrettanta luce. E che non sia troppa lì dove l’imperativo urge essere quello del “quanto basta”.

 

 

[Livio Romano, Per troppa luce, Fernandel 2016]

 

Dello stesso autore:

Mistandivò (Einaudi, 2001)

Porto di mare (Sironi, 2002)

Niente da ridere (Marsilio, 2007)

Da dove vengono le storie (Lindau, 2000)

Dove non suonano più i fucili (Big sur, 2005)

Il mare perché corre (Fernandel, 2011)

Diario elementare (Fernandel, 2012)

 

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