Vini DOC Terre del Negroamaro. Salento che cresce, Salento che accoglie

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di Giuseppe Massari

Il Salento, concepito nella sua accezione geografica, storica e territoriale più ampia come Penisola salentina,  comprende l’intera provincia di Lecce, quasi tutta quella di Brindisi e parte di quella di Taranto. Sempre da un punto di vista geografico, rientrano nel territorio della Penisola salentina alcuni comuni della Valle d’Itria: Martina Franca (TA), Alberobello e Locorotondo (BA), Cisternino e Fasano (BR) ed alcuni comuni a Nord di Taranto: CrispianoMassafra.

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In questa vasta area, la produzione vitivinicola, da sempre, ha ricevuto forti impulsi economici e commerciali e anche riconoscimenti a livello internazionale, nazionale e regionale. Forse anche troppi se ci si riferisce alle denominazioni d’origine controllata riconosciute ai vini. Una pletora spalmata, quasi, su ogni paese, eludendo potenzialità territoriali o complessi produttivi più estesi, più storici, più importanti.

In Italia, forse, contravvenendo alle normative europee, le DOC o le DOP sono state elargite, non per motivi strettamente economici, ma elettorali, politici, di convenienza, di opportunità, per una sorta di egoismo o campanilismo così come si costruivano ospedali in ogni città. Di questo fenomeno sono stati interpreti e protagonisti la Puglia e il Salento in particolare.

Basta sfogliare il testo di Donato Antonacci: I vitigni dei vini di Puglia, edito da Adda il 2004, per rendersi conto quante sono state località e interi territori geografici, con i loro vitigni singoli e associati, che hanno chiesto ed ottenuto DOC e Indicazione geografica tipica (IGT). Vale la pena fare l’elenco in ordine alfabetico, sia per quanto riguarda la valorizzazione d’origine che per quella geografica tipica. DOC dei vini di “Alezio”, disciplinare di produzione pubblicato sulla G.U del 26 settembre 1983; DOC dei vini “Brindisi” con disciplinare di produzione del 23 aprile 1980; il 29 gennaio 1977, la G.U. pubblicava il disciplinare di produzione dei vini “Copertino”; ai vini DOC di “Galatina”, il disciplinare di produzione fu concesso con decreto del Ministero del Risorse Agricole, il 24 giugno 1997; sulla G.U del 28 marzo 1997 veniva pubblicato il disciplinare di produzione che riguardava i vini di “Leverano”; con decreto del presidente della Repubblica del 21 dicembre 1988, i vini di “Lizzano” entravano nella grande famiglia DOC; di DOC viene insignito il vino “Martina” o “Martina Franca”.

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Siamo nel luglio del 1990 quando la G.U., il 17 di quel mese pubblica il decreto del Presidente della Repubblica firmato il 9 febbraio dello stesso anno, in sostituzione del Dpr del 10 giugno 1969; per il vino “Matino”, il disciplinare di produzione viene emesso il 19 maggio 1971 e pubblicato il 24 luglio dello stesso anno sulla G.U.; DOC per il vino di “Nardò” riconosciuta con Dpr del 6 aprile 1987; la G.U. n. 83 del 28 marzo 1972 pubblica il disciplinare di produzione per i vini di “Ostuni”; al “Primitivo di Manduria” viene riconosciuto il disciplinare di produzione per la DOC, il 30 ottobre 1974; la DOC per il “Salice Salentino” viene assegnata il 6 dicembre 1990, data in cui il Presidente della Repubblica firma il decreto in sostituzione di quello precedente sottoscritto l’8 aprile 1976; ultimi, in ordine alfabetico, i vini “Squinzano”, la cui DOC è stata sancita con il decreto pubblicato sulla G.U. del 31 agosto 1976. Per quanto riguarda la Indicazione geografica tipica dei vini del “Salento”, il decreto sul disciplinare di produzione fu firmato dal ministro delle Risorse agricole il 20 luglio 1996.

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Tanti, troppi frammenti e molta dispersione di forze ed energie. Questo il quadro più o meno completo che delinea la vastità di vini a denominazione controllata, molti dei quali prodotti con le stesse qualità di vitigni , in misura percentuale diversa: maggiore o minore, a seconda della incidenza qualitativa e quantitativa del prodotto da vinificare. Da questo spaccato storico e geografico emerge un dato: la impossibilità di riconoscere la varietà e la bontà del prodotto. La qualità, forse, viene penalizzata o racchiusa nell’ambito dell’orticello campanilistico che non serve né a far crescere il territorio e né la stessa qualità del prodotto.

Nell’ottica di quella che deve essere la globalizzazione intelligente e non selvaggia dei movimentisti arcobaleno; nell’ottica di quella che deve essere la rete solida e solidale, fuori e lontana da certi egoismi, soprattutto nei rapporti commerciali, economici, politici e territoriali, si impone la ricerca di strumenti più idonei per vincere certe sfide, per essere al passo con i tempi, senza restare indietro o guardare come il progresso ci passi davanti senza fermarsi o senza che venga acchiappato. Una delle ipotesi progettuali, una pista su cui lavorare, potrebbe essere quella riferita all’iniziativa Premio Terre del Negroamaro.

Giunta, quest’anno, alla sua ottava edizione, la rassegna di Guagnano, organizzata e promossa unitamente al Gal Terra d’Arneo e destinata ad affermarsi come momento di riflessione e di vetrina per uno sviluppo compatibile con le esigenze del territorio, deve portare ad un solo e vincente risultato: una DOC unica per tutti i vitigni delle Terre del Negroamaro, DOC Terre del Negroamaro. Nel mentre, tra l’altro, ogni anno questa parte nord del Salento è capace di mobilitare attenzioni ed interessi culturali, racchiusi in quella parte di storia conservata nel Museo del Negroamaro.

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Soprattutto, perché questo vitigno ha una sua nobile storia, ripresa proprio da chi scrive e fatta oggetto di un precedente contributo su queste pagine del blog. Una storia secolare di tutto rispetto, di tutto pregio, di notevole interesse e spessore cultuale Perciò, anche per questo, è bene, è un bene per tutti coalizzarsi; unirsi nella rete di un sistema, per fare sistema, per essere forti e competitivi. Non sembri una proposta dirompente, una provocazione estemporanea.

Non suoni penalizzante per chi ritiene di aver acquisito certi privilegi e a questi non vuole rinunciare. Quelle conquiste identitarie, di etichetta, forse, sono state delle forzature. Magari, frutto di imbrogli e di inganni da parte di chi doveva dimostrare di essersi impegnato nell’ambito del proprio collegio elettorale. Per fortuna, il tempo cammina con le gambe di un medico che sana lacerazioni, ferite, divisioni, create, artatamente.

L’evoluzione, oggi, è tale che ci fa capire come il territorio cresce, deve crescere, viene valorizzato nella misura in cui viene identificato nella sua interezza e nella sua essenza e non nel conventicolo rapporto di una comunità costretta, poi, a confrontarsi con altre identità che, invece, galoppano, facendo passi irraggiungibili.

Uscire dalle secche del provincialismo paesano, per trasformare quel prodotto della terra in un vero prodotto nostrano e regionalizzato; nostrano e nazionalizzato. Questo ci insegna la storia e la nascita dei Gal; questo ci ha insegnato e ci insegna la straordinaria esperienza della Taranta. Non più o non solo patrimonio di Melpignano, ma di tutto il Salento, di tutta l’Italia; quella che potrebbe, addirittura, avanzare una formale richiesta per farla inserire e riconoscere quale patrimonio immateriale dell’umanità.

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