Castro

di Armando Polito

(immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Castro_(Puglia)#/media/File:Castro_Panorama.jpg)

 

Certe volte le regole grammaticali costituiscono un serio ostacolo per chi, conoscendole (pure nel mio caso si presume …), intenda rendere anche graficamente certi concetti. Oggi, per esempio, per salvare capra e cavoli, ho dovuto partorire un titolo costituito da una sola parola, da scrivere, naturalmente, con l’iniziale maiuscola ed affidando al resto del post la distinzione tra nome comune e nome proprio, quest’ultimo, quello della bellissima cittadina (nel senso di piccola città …) salentina. Non c’era scelta: Castro e castro non avrebbe escluso la possibilità che pure il primo fosse nome comune o forma verbale, mentre “Castro” e “castro” per via delle virgolette avrebbe limitato, forse, le possibilità del motore di ricerca e io sono uno che se ne fotte dei mi piace di Facebook ma non è insensibile (potenza, comunque, della vanità …) ai contatti, talora in numero non irrilevante, che qualche mio post su questo blog ha registrato, magari senza alcun merito da parte mia o quando meno me l’aspettavo…

Non faccio perdere altro tempo a chi mi ha fin qui seguito e integro quanto detto all’inizio riportando di seguito tutto ciò che so sulla parola del titolo.

Castro toponimo.

castro nome comune: 1) negli studi storici è usato per indicare un centro territoriale e giuridico raccolto intorno ad un castello: 2) negli studi archeologici è usato per indicare un impianto quadrangolare fortificato, che è alla base di molte antiche città italiane; 3) accampamento militare romano (in quest’ultimo significato, però, la voce è obsoleta).

castro prima persona singolare dell’indicativo presente attivo di castrare; nel dialetto neretino è, per metatesi di –r-, crastu.

Sui primi due mi soffermo solo per ricordare, a quei pochi che ancora non lo sanno,  che Castro negli autori antichi è Castrum Minervae e che castro è dal latino castrum=fortezza, castello (sicché Castrum Minervae alla lettera significa fortezza di Minerva, cioè rocca con un tempio dedicato a Minerva).

Dopo queste due affermazioni che farebbero sussultare (perché sono troppo scontate) perfino un archeologo che si fosse comprato, dopo tutti gli esami, anche la stesura e la discussione della tesi …, mi chiedo che rapporti potrebbero esserci con castrare.

Può sembrare poco serio ma tutto potrebbe dipendere non da una ballerina chiamata r ma da una r ballerina.

Dal tema di castrum che è castr– è derivato in latino il diminutivo castellum, da cui l’italiano castello. La ricostruzione della trafila comporta questi passaggi: *castrellum (da castr-+il suffisso diminutivo)>castellum, Faccio notare che castrellum è preceduto dall’asterisco, ad indicare che si tratta di voce ricostruita, cioè non attestata nel latino scritto e che la sincope di –r– in castellum si direbbe dovuta a ragioni eufoniche (la pronunzia di –stre– è certamente meno agevole rispetto a –ste– e meno gradevole ne è anche l’ascolto). Ho l’impressione, però, che un indizio dell’esistenza, sia pure nel latino parlato, di *castrellum mi viene fornito per le osservazioni analogiche che offre il caso dell’italiano rastrello. Infatti tale attrezzo in latino è rastellum, diminutivo di raster/rastri (a sua volta dalla radice di rasus, participio passato di ràdere) del verbo ràdere). Dal tema di quest’ultimo (rastr-) mi sarei aspettato un rastrellum e non un rastellum.Proprio la voce italiana, però, mi fa capire che nel latino parlato doveva essere in uso rastrellum. I presunti motivi eufonici della caduta di –r– già in età antica, perciò, vanno in buona parte a farsi benedire. Una conferma parziale viene, nonostante le apparenze inizialmente contrarie, dal fatto che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra un “castrellum pro costrellum. Poculum vinarium. Gualt. Hemingford. de gest. Eduardi I reg. Angl. ad ann. 1294 pag. 56: Cumque haberent modicum vini, vix unius lagenae castrellum, quod pro rege salvare decreverunt. Vide costrelli”

(castrellum per costrellum. Coppa da vino …. Avendo poco vino, a stento una tazza di una sola coppa, che decisero di riservare al re. Vedi costrelli).

Non riporto quanto si legge al lemma costrelli ed a quelli circonvicini che confermano tutti il significato di contenitore per il vino e, quel che più importante,mostrano come castrellum non fosse un pur teoricamente probabile errore di lettura o di stampa.

Non è da escludersi, perciò, che nel latino scritto sia attestato castellum e non castrellum per evitare confusione e non per motivi esclusivamente eufonici che, invece, restano tutti interi nella trafila che ha portato al nostro coltello: culter>*cultrellus (dal tema cultr– del precedente+il suffisso diminutivo)>cultellus>coltello.

L’immagine del coltello con la sua sfera semantica, non etimologica, e la -r- ballerina di cui s’è detto  mi aiutano a giungere alla conclusione dicendo che anche castus (da cui l’italiano casto nel suo significato di esente da rapporti sessuali) potrebbe originare da un *castrus ed essere in rapporto con castrare), nonostante per qualcuno possa essere da carère=esser privo. E tra castità e castrazione sembra far capolino la radice caes– del supino (caesum) del verbo caedere che significa, appunto, tagliare. E semanticamente con l’idea di tagliare e formalmente con castrare potrebbe essere connesso pure castro e, per la proprietà transitiva, anche Castro (in fondo una fortezza che cos’è se non una fabbrica insistente su superficie isolata per la sua posizione generalmente elevata e tagliata, grazie alle mura, dal resto del territorio circostante?).
Com’è noto, il toponimo Castro in compagnia (intendo dire in unione ad altre parole, non fuso con loro come in Castrovillari in provincia di Cosenza e, proprio vicino alla nostra Castro, in Vignacastrisi) è molto diffuso in Italia [Arlena di Castro, Grotte di Castro, Ischia di Castro e Montalto di Castro in provincia di Viterbo, Castro dei Volsci in provincia di Frosinone, etc. etc.), ma gli unici due Castro solitari che io conosca sono Castro in provincia di Bergamo e la nostra cittadina. Mentre il toponimo lombardo contiene solo un’indicazione banale e un significato scontato (il nome comune di una fortezza è diventato nome proprio) il toponimo salentino, invece, è a tutti gli effetti un’antonomasia legittimata dal nome antico Castrum Minervae (come ho detto, negli autori antichi; Castra Minervae nella Tabula Peutingeriana, vedi immagine sottostante), in cui il sottintendimento di Minervae sembra parallelo al mi mostro, non mi mostro, forse sono io con cui la dea sembra giocare a rimpiattino con gli archeologi.

(immagine tratta ed adattata da http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost03/Tabula/tab_pe08.html)

Se, dopo averla conosciuta, amassimo di più la nostra storia, eviteremmo di aderire all’andazzo comune che per una pratica esigenza distintiva ha creato il nesso Castro di Lecce, propiziando la vendetta della dea che, magari, farà ritrovare proprio a Lecce qualche sua gigantesca statua in cui, questa volta, anche un archeologo cieco riconoscerà a tentoni le sue fattezze …

Mi pare doveroso dire in chiusura che, giunto a questo punto, se qualcuno dovesse dimostrarmi che gran parte di tutto ciò che fin qui ho detto è una … castroneria, per me sarebbe …  castrante.

Un commento a Castro

  1. CASTRO DI MINERVA! A ONORE DELLA (STATUA DELLA) DEA – ATENA, RITROVATA E RICOMPARSA, UN SUPERBO E BRILLANTISSIMO INTERVENTO,

    Federico La Sala

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