Aldo Bello, giornalista e poeta galatinese

da www.galatina.it
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di Maurizio Nocera

Galatina, la città che gli aveva dato i natali il 7 settembre 1937, ha perduto (Roma, 2 dicembre 2011) uno dei suoi più grandi figli, non minore ad altri illustri personaggi che la Città ha sempre vantato di avere visto nascere.

Aldo Bello è stato giornalista, inviato speciale, economista, storico, meridionalista, saggista, direttore di testate televisive e di diversi altri giornali, poeta. Chi avesse l’interesse di conoscerlo meglio è sufficiente andare in internet e, cliccando sulla rivista «Apulia», con facilità si accorgerà di quanto ampio sia stato il suo contributo critico letterario alla varia umanità. Ma il suo massimo contributo di saggista economico e letterario l’ha dato al Salento attraverso la fondazione e la direzione per oltre tre decenni della rivista della Banca Popolare Pugliese, meglio conosciuta come «SudPuglia», poi «Apulia». Questa rivista nacque nel 1974 con la testata «Rassegna della Banca Agricola Popolare di Matino e Lecce»; successivamente (1983) la testata divenne «SudPuglia», infine, settembre 1994, «Apulia». La rivista oggi, con la morte del suo fondatore e direttore, ha chiuso definitivamente le sue pubblicazioni dopo quarant’anni di ininterrotta attività.

Aldo Bello, oltre che giornalista, ha scritto diversi libri. Ne cito qui qualcuno: Terzo Sud (1968), un saggio dedicato all’annosa questione meridionale; Poeti del Sud (1973), una raccolta importante delle più interessanti voci poetiche del Meridione d’Italia; La mattanza (finalista per la narrativa – opera prima – al Viareggio 1973); Le lune e Riobò (1978); L’idea armata (1983), una riflessione dall’interno dei gruppi eversivi dell’ultra sinistra; Amare contee, un viaggio in Puglia (premio Ciaia-Martina Franca, 1985), un ritratto della regione ricavato attraverso le voci dei più importanti personaggi; Economia e civiltà di Terra d’Otranto. Dal Consorsio Agrario di Matino alla Banca Popolare Sud Puglia (1988); Passo d’Oriente (1992), dove sono registrate le esperienze di viaggio e di guerre nel Medio Oriente; Il salice e l’imam. Califfi Oriente e Occidente del Ground Zero (2002), dove è possibile leggere la realtà contraddittoria interculturale Occidente/Oriente, del dopo Ground Zero. Sul fronte della narrativa, si è cimentato inizialmente con la forma del racconto breve (Il sole muore, del 1973, poi riedito con revisioni ed integrazioni come Le lune e riobò già ciato); in seguito, con il romanzo La Mattanza, anch’esso già citato.

Alcuni (quasi tutti) di questi libri, Aldo me li ha donati quando con dediche quando semplicemente brevi manu. E tra di essi ce ne sono due ai quali sono molto legato. Mi riferisco a Poeti del Sud, del 1973, e Amare contee, un viaggio in Puglia, del 1985.

Poeti del Sud è un ampia antologia che Aldo Bello curò con la passione letteraria di un poeta perché, per me, pur’egli è stato tale, anzi uno dei più fini. Tanto per citare i salentini che fanno parte del lungo elenco dei 73 antologizzati, cito: Salvatore Bello (Galatina), Vittorio Bodini (Lecce), Raffaele Carrieri (Taranto), Girolamo Comi (Lucugnano), Nicola G. De Donno (Maglie), Enzo Miglietta (Novoli), Donato Moro (Galatina), Enzo Panareo (Lecce), Vittorio Pagano (Lecce), Albino Pierro (Taranto), Lucio Romano (Galatina).

Nella sua lunga premessa, Bello, dopo avere analizzato le origini e le peculiarità della poesia di altre regioni meridionali, a proposito di quella pugliese, scrive: «Con la Puglia il discorso sulla poesia meridionale si può ampliare notevolmente: Di per sé, questa regione, appiattita su mari che furono campo d’azione di mercanti, colonizzatori, fuggiaschi, bucanieri e predatori, divenne dapprima terra di conquista, e successivamente ponte di passaggio di vari popoli./ Le civiltà e le culture, dunque, si sovrapposero fin dai tempi più antichi, lasciando inconfondibili testimonianze storiche, artistiche, linguistiche, condizionando pensieri, usi e costumi, strutture urbanistiche, concezioni di vita e di lavoro. Valga su tutti l’esempio del Salento, isola d’anima greca e di cultura varia (più greco-bizantina a sud, più spagnolesca al centro, con residui linguistici anche francesi. […] In questo quadro, la poesia pugliese si illumina variamente, si sente più aperta agli influssi europei, classici e moderni, ne assimila con immediatezza le poetiche, penetrandole e rivivendole autonomamente» (p. XI).

Del secondo libro a me caro, Amare Contee. Un viaggio in Puglia, del 1985, c’è da sottolineare il fatto che anche in questo caso si tratta di un viaggio del curatore attraverso una serie di interviste a personaggi che hanno fatto la storia della regione, alcuni dei quali sono: Giuseppe Giacovazzo, Ennio Bonea, Brizio Montinaro, Lionello Mandorino, Mino delle Site, Maria Corti, Mario Marti, Donato Valli, Oreste Macrì, Nicola G. De Donno, Ennio De Giorgi, Emilio Greco, Carmelo Bene, Renzo Arbore, Domenico Modugno.

Nella sua introduzione, Aldo Bello, a chiusura di una lunga riflessione sulle radici e le alterne vicende non di una regione ma almeno di tre Puglie, scrive: «Se mai un aggettivo si attagliò a tutte le Puglie, è amaro. Attribuito a contea (l’uno e l’altra di memoria bodiniana [ancora un poeta]) e volto al plurale, dà il titolo a questi incontri […] che cosa avrei risposto io, se per avventura fossi stato dall’altra parte dell’intervista. Avrei parlato di me e delle mie vicende e cose, come tutti gli spiriti attori, o degli altri e delle loro storie, come tutti gli spiriti osservatori? Un notevole sforzo di mimesi, di identificazione, intanto, ha richiesto questo stare di fronte, di volta in volta, a personaggi di cultura, sensibilità, vocazioni varie e anche in contrasto: sempre disponibili, spesso sorpresi, mai reticenti. Nessuna mediazione nei giudizi formali e di merito. […] Ma, infine, che cosa avrei risposto io? “Ora so che cosa mi portavo in giro per il mondo: questa luce”, mi diceva un amico pittore assente dalla Puglia da vent’anni, ritornato per poco e per caso. La stessa luce che aveva meravigliato Tecchi. Quella che “forma le forme”, secondo Calò. La luce che ispirò Pitagora e Archita. Ecco di chi avrei parlato: di coloro che vivono dentro questa luce che scolpisce da sé, e dà chiarezza di pensiero e lealtà di comportamento. Se non altro, per smentire – ancora una volta – la divina insolenza di Dante, il quale volle “bugiardo ciascun pugliese”. E non sapeva, il gran fuggiasco, che in una pianura schiacciata da (in) questa luce sono verità anche le più levantine bugie, il progetto più onirico, la vita più propositiva o più dissipata, le storie più vere o più fantastiche. Ulisse non conobbe queste Puglie. La sua odissea – che, come tutti i nostòi, meritò Itaca come castigo di chi non aveva scoperto l’ultima verità – manca di un capitolo. O di uno splendido intermezzo» (p. 39).

Aldo Bello è un grande Galatinese che sarà difficile dimenticare. Per questo, mi piace ricordarlo qui nel suo sodalizio con i poeti salentini, in particolare con Antonio L. Verri, del quale quest’anno cade il ventesimo anniversario della morte (9 maggio 1993). Aldo ebbe un sincero e profondo rapporto amicale col poeta di Caprarica di Lecce, rapporto che si evince dalla lettura di una sua lettera del 25 ottobre 1996, in risposta all’invio della bozza del mio poemetto Antonio! Antonio. O dell’amicizia che, per la prima volta, vide la luce nel 1998. Mi permetto di sottoporla alla rivista «Il Filo di Aracne» e a chi ha voglia di leggerla:

«Carissimo Maurizio,/ e tre! In ventiquattrore Antonio Verri è riemerso tre volte. Ieri sera ho trovato fra le mie carte il racconto di una sua visita al convento dei cistercensi di Martano, e subito dopo un saggio di Nicola Carducci sulla sua opera; stasera trovo la tua lettera con le bozze che ho letto e riletto, ti prego di credermi, con un nodo alla gola. Antonio c’è tutto: con la testa e col cuore. Con la voce. Col suo modo di essere e di fare. Bisogna essergli (stato) molto amico, profondamente e assolutamente amico, per scrivere quel che hai scritto tu; per svelare con tanta naturalezza di poesia e disperazione di sentimenti i segreti di un sodalizio totale, qual è stato il vostro. Trovo splendidi tanti tuoi “passaggi”, le invenzioni che vorrei definire (altrimenti, perché tante affinità e tanta contiguità?) “verriane”, la testimonianza composita in sé, e la memoria che si fa nostalgia tanto più dolorosa e lacerante quanto più dai virgolettati emergono versi e frasi che conoscemmo appena nati nei Belli-Luogni di Lecce, di Castro, di Galatina, di Matino, ora – devo confessare – un poco deserti, schivi: per la paura che assale di pensarsi ormai soli definitivamente defraudati./ “Impossibile dimenticare.| Meglio fuggire…” scrivi. Fuggire? Non facciamoci illusioni. Antonio non ci ha lasciato tracce, segni superficiali sulla pelle; ma solchi abissali. Ha spostato la nostra meridiana sulla sua ora, sul suo ritmo del tempo, sui suoi orizzonti inquieti. Prima di essere Assenza, ferita insanabile nella carne. Quale tu impudicamente (e per questo di più t’ammiro) esibisci al mondo bue. Che non capirà mai. Ti ringrazio per questi fogli, per gli scenari che vi ricrei, per i climi e le atmosfere che intensamente disegni, e dentro i quali mi ritrovo del tutto, fermo a quell’alba di maggio, quando Antonio Errico urlò più volte al telefono il nome di Antonio, senza riuscire a dirmi altro. Il nostro “Signore dalle ali spiegate” era “volato via”. Ora è lo stesso sgomento di allora. La stessa domanda senza risposta. La stessa ragione: la nave Castro è colata a picco nel cielo irto di vecchi stupidi ulivi addormentati. Mi spiace per quest’estate. Ti avrei visto molto volentieri…/ D’altra parte, come puoi immaginare, ho perso i contatti con molti amici, dopo quella notte-alba. Antonio aggregava, sollecitava, scopriva. Mi ha sorpreso non poco la tua descrizione della sua stanchezza. Era il moto perpetuo, il suo sistema neuronico era sempre vibrante, faceva fibrillare anche tutti noi. Una parentesi irripetibile…/ Intanto, ti abbraccio caramente./ Aldo».

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

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