Melanton: misteri, prodigi e fantasie

Vignetta Melanton

di Paolo Vincenti

 

Antonio Mele, in arte Melanton, uno dei più importanti vignettisti italiani, che mi onora della sua amicizia, mi regala un libro bello denso, il suo ultimo, “Misteri prodigi e fantasie in Terra di Puglia, Racconti e Leggende”. Capone Editore, Lecce, uscito nel 2015.

È lungo l’elenco dei premi e riconoscimenti ricevuti durante la sua carriera, mi basterà citare la Targa conferita nel 1997del Presidente della Repubblica Italiana per meriti culturali nella promozione e diffusione dell’arte satirica e umoristica. Le sue vignette sono note, i libri forse di meno, ma è importante sottolineare come Melanton abbia portato avanti entrambe le carriere, coltivato entrambe le passioni, quella di disegnatore e quella di scrittore, la matita e la penna che, in alcuni casi, si danno la mano.

Ha pubblicato nel 1994 “Caro Federico, omaggio a Fellini umorista”, nel 1999 “20th Century Humour” (progetto storico-artistico per la XX Biennale di Tolentino), nel 2000 “Smile in style” (antologia per la mostra a New York del Museo della Caricatura di Tolentino), nel 2001 “La civiltà del sorriso”, nel 2002 “Scalarini: la vita e le caricature politiche”, nel 2003 “Sorridendo nei secoli “ (antologia curata per conto dell’Arma dei Carabinieri), nel 2006 “La tentazione comica” (con Fabio Santilli), nel 2008 “Melanton, sorrido ergo sum” (catalogo monografico della mostra antologica al Museo di Maglie, Lecce).

Questo asciutto elenco per dire che la sua carriera di scrittore, iniziata molti anni fa, non è affatto velleitaria, è notevole, ragionata, corposa, ed oggi si arricchisce di questo titolo che non tarderà a diventare un piccolo classico nella pubblicistica salentina. Melanton è anche poeta. Ha pubblicato, fra gli altri,  “Aspetta, luna…” (Leonforte, 1996), “Poesie di terra” ( Arezzo, 2000), “Da un altro cielo” (Treviso, 2002), “Il tempo contadino” (Leonforte,2003). “A mio padre scrivo”, Pieraldo Editore, Roma,2004.

Col libro in parola, Melanton ha raccolto una serie di cunti, fiabe e leggende attingendo dall’enorme patrimonio popolare di cui è depositaria la nostra terra. Lo ha fatto con l’amore filiale del salentino, con la passione dell’affabulatore, del cantastorie, e con l’acribia del ricercatore serio. Ne è venuta fuori una miscellanea di favole e una galleria di personaggi e maschere, dall’inafferrabile e dispettoso Piripicchiu al mago di Soleto Matteo Tafuri, fra sciacuddhi, manceddhi, carcagnuli e altri folletti e lu Titoru di Gallipoli, fra la pietra miracolosa di San Vito a Calimera e lu Toniceddhu e la rondine, davvero notevole e assai gustosa.

Il libro è impreziosito da due firme prestigiose che curano la prefazione e la postfazione, rispettivamente Antonio Errico, “ Le storie, la memoria”, e Maurizio Nocera, con “Melanton o di un nuovo umanesimo nel riso e nel sorriso”. Quest’ultimo è amico di vecchia data del maestro Melanton ed è del pari esperto di leggende e cunti di Terra d’Otranto, in quanto ricercatore preparato e attento di antropologia culturale. Antonio Errico è uno dei più importanti scrittori e critici letterari salentini. Voglio dire, per Melanton si muove il ghota delle lettere e della cultura.

Anche Melanton scrive una presentazione del libro, “E cammina, e cammina…”, nella quale si legge “…Appariva come un mago nella piazzetta e nei vicoli dove giocavamo, e quand’eravamo stanchi e ci sedevamo per terra, allora ci chiamava tutti per nome, e sussurrava: «Mo’ vu cuntu nu cuntu…». E cominciava a raccontarci storie incredibili: le più belle e fantasiose che si possano immaginare. E si faceva sera, e nel cielo tornava la luna imperiale, mentre noi restavamo incantati, perdendoci tutte le volte nel Paese dei misteri e della fantasia, affollato di orchi, di draghi, di spiriti folletti, e d’introvabili tesori nascosti. E cammina e cammina, superando gli incantesimi di orchi e di streghe, in lande sperdute dove non canta gallo e non luce luna, giungevano infine gl’invincibili eroi per liberare la figlia del Re! Quarantasette storie e leggende – fantasiose e sentimentali – riprese dal tempo, dalla memoria e dal sogno, per riassaporare il gusto di quel magico gioco, che da bambini ci consentiva di abbracciare la vita e il mondo con un sorriso.”  

Antonio Mele non è nuovo alla ricerca demoetnoantropologica, tanto vero che sulla rivista “Il filo di Aracne”, di Galatina, da anni cura una rubrica dal titolo “Il Salento delle leggende” corredata da sue vignette, e di cui questo libro si può considerare una estensione, una più diffusa trattazione.

Ho citato Galatina: occorrerà dire che questa è infatti la città natale del Nostro, la patria amata, dove dalla sua residenza romana, ritorna negli ultimi anni sempre più spesso, inseguendo quel nostos di classica memoria che gli procura algos, sofferenza, struggimento, che è una affezione dell’anima prima ancora che amore per le radici, riappropriazione identitaria, prima ancora che ritorno a casa, saudade, come dicono in altre latitudini di sud, un regressus ad uterum per trovare quella linfa vitale che solo la terra madre può dare. Ha collaborato e collabora con importanti giornali e riviste fra cui il Corriere canadese”, “Quotidiano”,“Il Carabiniere”, “la Repubblica”, il settimanale satirico “Marc’Aurelio”,  “IlTravaso”, altro celebre periodico umoristico romano, e poi “Il Galatino” e “Il filo di Aracne”.

Melanton mi riceve nella sua bella casa gallipolina dove parliamo di tanti progetti che ci accomunano. Il suo eloquio è colto, fluido, torrenziale. I suoi modi umili, nonostante il noblesse obblige dovuto ad una carriera sfolgorante. Ogni racconto del libro di cui sto trattando è associato a una località pugliese diversa, sicché diventa un viaggio, non solo nella memoria e nella fantasia, ma anche in lungo e in largo nella nostra regione.

«Per fare questo libro”, dice Melanton ad Ilaria Marinaci in un’intervista pubblicata su Quotidiano di Puglia, “ho cercato di spaziare in tutta la regione e, quindi, ho giocato qualche volta un po’ di fantasia. Ad esempio, c’è un racconto che io ambiento nella Selva di Fasano, perché ben si sposava quella collocazione con la storia, ma la maggior parte delle leggende sono proprio originarie del luogo che ho indicato. In qualche caso, per dare un’ambientazione a storie che sono generiche, ho scelto città a cui sono affettivamente legato, come nel caso di Cutrofiano e Acquaviva Delle Fonti».

Melanton rivela da tanto, nei suoi scritti, l’amore per il mistero, per l’esplorazione dell’insondabile, dell’anomalo, dell’inspiegabile e ciò è confacente con la sua natura di creativo: la fervida immaginazione corre verso i terreni subliminali dell’inconscio e il suo è un viaggio al tempo stesso magico e inquietante nel regno dell’arcano, della follia, impastati alla tradizione popolare.

Melanton ha l’esperienza dell’uomo navigato e gli stupori del fanciullo coniugati insieme. Non si può non amare la sua opera.

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