Un variopinto messaggio di pace e fratellanza: intervista ad Antonio Calabrese

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di Gianluca Fedele

I lettori, che spero si stiano appassionando ai racconti degli artisti che intervisto, sanno già che di rado mi è capitato di conoscere ciascuno di loro in un contesto, diciamo così, ordinario. Perlomeno per questo genere di ambiente, come può essere ad esempio una mostra. Potrei invece dire che le circostante attraverso cui mi sono imbattuto nelle loro vite è stato più o meno casuale; d’altronde così è accaduto anche con il maestro Antonio Calabrese, con il quale mi sono incrociato per la prima volta circa un anno fa all’interno di un laboratorio per cornici. A seguito di qualche breve battuta ci siamo scambiati i contatti e da lì la promessa di rivederci presto. In effetti, a ripensarci, c’ho messo un po’ prima di farmi sentire.

Una sera, mentre mettevo a posto delle carte nei cassetti del mio studio, mi è capitato tra le mani il biglietto da visita che il mite professore mi aveva dato e ho prontamente provveduto a chiamarlo, per rimediare all’attesa e fissare quindi un appuntamento. Dopo un paio di giorni sono già suo ospite: nell’ingresso dell’abitazione dove vive, a Nardò, egli ha allestito una vera e propria galleria di quadri, quasi tutti dell’ultimo periodo e un paio di tele più datate, spiegandomi che solo da una decina d’anni, dopo cioè il pensionamento, ha potuto dedicarsi interamente alla grande e per troppo tempo trascurata passione che è la pittura.

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D.:

La prima domanda sorge spontanea: come si conciliano la carriera di insegnante e quella di artista?

R.:

In realtà, nel mio caso, la carriera di insegnante di scuole elementari ha sottratto molto, certamente troppo tempo alla pittura ma soprattutto la concentrazione che naturalmente essa richiede. Inoltre l’assegnazione di cattedra a Verona mi ha portato lontano da casa per tantissimi anni e solo di recente mi ero stabilito finalmente a Nardò, insegnando presso diversi istituti scolastici della provincia di Lecce. In fondo una storia comune a tanti colleghi insegnanti. Per questo motivo non ho mai pensato alla carriera di pittore, almeno fino a quando non mi sono congedato.

 

D.:

Qual è stata la materia insegnata con maggiore entusiasmo?

R.:

Io faccio parte della generazione dove vi era un unico maestro per tutte le materie, per cui ho insegnato contestualmente geografia, storia e matematica ma gli studi sociali devo dire che mi hanno sempre appassionato in maniera particolare, e nel settore antropologico ho voluto soffermarmi, anche e soprattutto per mie ricerche personali.

 

D.:

Le prime opere a quale periodo appartengono?

R.:

Già dalle scuole medie e successivo Istituto Magistrale colsi nelle mie doti una certa propensione per la raffigurazione artistica e per la pittura in particolar modo, che però solo successivamente assecondai in maniera adeguata dedicandole, come hobby, gli esigui spazi che la professione di insegnante mi concedeva. Esposti in questa stanza, ad esempio, si possono vedere quadri di oltre trentacinque anni or sono ma dai quali, in fondo, emerge una sorta rodaggio stilistico, se confrontate con le raffigurazioni appartenenti all’attuale filone intrapreso ultimamente.

 

Niente per cui uccidere o morire_ Anno 2012
Niente per cui uccidere o morire_ Anno 2012

D.:

Quando ha avuto inizio il contemporaneo percorso dedicato a questi paesaggi eterei?

R.:

Esattamente dieci anni fa. Nel 2005 infatti realizzai un paio di opere che in un certo qual modo sancivano l’inizio del lungo cammino attraverso le fiabe che dipingo. Conservo ancora quelle tele, e molto gelosamente anche; sono le uniche dalle quali non ho intenzione di separarmi assolutamente. Fui a tal punto rapito da questa intuizione, dall’aver trovato lo stile identificativo, nonché il personale linguaggio espressivo, che continuai a lavorarci per migliorarlo e affinarlo. È una tecnica che mi appaga e giunto a questo punto io credo che non l’abbandonerò più.

 

D.:

Per quale ragione alcuni quadri sono corredati di testo?

R.:

Va detto che questi paesaggi fiabeschi sono creati per un pubblico anagraficamente variegato, ma possono essere letti meglio solo dal bambino innocente che è dentro ognuno di noi. Spesso, per rafforzare il messaggio, prendo in prestito alcune citazioni tra quelle che più mi hanno colpito; un esempio tra tutti è la canzone Imagine diJohn Lennon, il cui testo incarna perfettamente il mio pensiero e di conseguenza l’aspirazione ultima della mia attività di pittore, tant’è vero che ne ho recentemente utilizzato un estratto in un’opera.

Talvolta alcune frasi sono riportate a fronte della tela, a corredo dell’immagine, attraverso una poesia o poche semplici parole. Altre volte sul retro, rendendo il quadro double face.

 

Niente per cui uccidere o morire_ RETRO
Niente per cui uccidere o morire_ RETRO

D.:

Per quanto riguarda le poesie, prediligi qualche autore in particolare?

R.:

Le poesie di Gianni Rodari spesso mi sembrano concepite per descrivere i miei quadri giacché si rivolgono proprio al bimbo interiore, che poi è anche il mio interlocutore. Quella parte semplice, buona ma altresì scomoda, nella vita di tutti i giorni tendiamo a sfuggirla perché la società moderna ci preferisce artefatti. È per questo che dedico allo scrittore piemontese molta attenzione in quanto il suo linguaggio e i suoi pensieri il più delle volte collimano con i miei. C’è anche la poesia “Ho dipinto la pace” di Tali Sòrek che esprime molto bene il senso di ciò che faccio.

 

D.:

C’è stata o c’è qualche persona che ha contribuito più di altre affinché l’estro artistico fosse correttamente coltivato?

R.:

No, non una persona in particolare ma tutte quelle che nel corso degli anni si sono dimostrate attente alla mia arte hanno contribuito a motivarmi. Soffermarsi a guardare un quadro non è sufficiente. I quadri, se si apprezzano veramente, vanno acquistati affinché l’immagine, per catturare la sensibilità del maggior numero di persone, possa transitare il più possibile. Diversamente, se i dipinti restano relegati all’esposizione estemporanea, non ha quasi senso produrli.

Oggi, grazie soprattutto all’importante supporto della Galleria Art&Co. di Lecce, ho riscontrato un discreto successo presso gli appassionati che gradiscono e portano nelle proprie abitazioni i miei dipinti.

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D.:

Certamente ci saranno invece dei punti di riferimento tra i grandi maestri della pittura. Quali?

R.:

Il metafisico Giorgio De Chirico e il surrealista Salvador Dalí sono i primi nomi che mi vengono in mente. Ma mi piacciono molto anche gli impressionisti. Attualmente guardo con parecchio interesse alle installazioni interattive moderne, molte delle quali le trovo suggestive ed estremamente efficaci.

 

D.:

È il Surrealismo la corrente artistica nella quale collocheresti i tuoi lavori?

R.:

Non credo che possa contenere appieno le mie opere poiché il Surrealismo originale tende a elaborare, imbellettare ciò che nasce ruvido. I surrealisti trattano i conflitti dell’animo, purificandoli; io invece prendo solo il buono che c’è e cerco di esaltarlo, anche perché della restante parte ne abbiamo già abbastanza.

 

D.:

Quanto ha influito, sulle tematiche trattate e sulla grafica scelta per illustrarle, l’aver avuto a che fare con i bambini?

R.:

Penso che ci siano delle connessioni e che l’innocenza dei bimbi abbia in qualche maniera influito sulle ambientazioni, ma non eccessivamente. Dopo tutto i paesaggi rappresentati appartengono a una dimensione metafisica, eterea, di sogno quindi. Ma un sogno cosciente, positivo, setacciato da ogni incubo o turbamento. Forse, più correttamente, potremmo dire che i miei quadri ritraggono un desiderio, una speranza di cambiamento per l’umanità. Quest’ultima, nel suo percorso evolutivo, deve necessariamente raggiungere un clima di fratellanza per non rischiare di estinguersi. Immagino perciò un universo dove ogni essere viva in pace col prossimo.

 

D.:

Mi è sembrato di capire che la musica abbia in qualche maniera influenzato questo pensiero “pacifista”. È così?

R.:

Certamente. Il singolo di Lennon è solo uno dei tanti esempi di canzoni alle quali mi riallaccio quando dipingo. Mi affascina gran parte del cantautorato internazionale compreso tra gli anni ’60 e ’70 perché era ancora vivo e palpabile, attraverso il significato dei testi, un senso di fiducia per la pace nel mondo e un futuro sgombro dalla minaccia della guerra. In quel periodo la parte sana dei giovani inneggiava alla crescita sociale e alla diffusione della consapevolezza attraverso l’esempio.

Non voglio credere che il discorso intrapreso da quella generazione si sia bruscamente interrotto, anzi desidero immaginare che presto rifioriranno, nuovi e splendenti, i grandi sentimenti di fratellanza e solidarietà che hanno contraddistinto quella che fu, per molti versi, una meravigliosa epoca.

 

Si può spiccare il volo. Con la fantasia si può volare.
Si può spiccare il volo. Con la fantasia si può volare.

D.:

Possiamo ritenere conscia la totale assenza, nelle raffigurazioni, di giocattoli moderni come possono essere i robot e i videogames?

R.:

Quella di omettere uno specifico genere di prodotti, a vantaggio di personaggi di pezza e giostrine, è sì una scelta, perché ho la presunzione di collocare i miei dipinti in una dimensione svincolata dalle epoche e dalle mode contemporanee. Ma allo stesso tempo, ovviamente, non posso nascondere che gli arcaici giochi dei sassolini e dei finti archibugi appartengono alla mia epoca, alla mia fanciullezza.

 

D.:

Considerando la personale esperienza, quanto è importante per un artista affidarsi a un gallerista?

R.:

Importantissimo, quasi una necessità! Per me la galleria Art&Co. ha rappresentato un valido aiuto sotto molti aspetti, sia dal punto di vista economico che da quello logistico. Per fare un esempio: occorre un professionista per preparare, allestire e curare una mostra personale o anche collettiva di successo, non si può improvvisare d’essere persone esperte. A ognuno il suo. Inoltre i contatti giusti possono fare la differenza sul buon risultato; e non parlo solo di clienti ma anche di critici coi quali sondare la soglia di apprezzamento delle opere. Tutto questo senza contare poi il trasporto del materiale espositivo laddove la mostra sia distante dalla residenza dell’artista.

 

D.:

C’è qualche artista locale che ti piace per il suo lavoro?

R.:

Conosco personalmente e apprezzo moltissimo lo scultore neretino Daniele Dell’Angelo Custode per le sue indiscutibili doti pratiche e artistiche. Daniele, che è molto più giovane di me, è ancora alla ricerca della sua strada da percorrere ma ha molto talento ed è ambizioso. Riuscirà a raggiungere di sicuro gli obiettivi che si è prefissato.

 

D.:

In che modo il nostro territorio risponde alle necessità crescenti degli artisti salentini?

R.:

Con difficoltà, io credo. C’è ancora tanto da fare e le amministrazioni pubbliche hanno il dovere di individuare nuovi spazi per l’arte, al fine di permettere agli artisti di lavorare ed esporre anche gratuitamente. Capisco che non viviamo a Milano ma avere anche qui dei poli museali per l’arte consentirebbe alle famiglie di apprezzare opere che magari non tutti possono permettersi di avere in casa. A me, un paio d’anni addietro, è stata data la possibilità di esporre in maniera permanente un quadro, addirittura all’interno di una importante pinacoteca in Egitto; la stessa cosa non vedo perché non possa avvenire da noi.

 

D.:

A cosa serve, oggi, qui, produrre arte?

R.:

Chi fa arte sa di sollecitare determinate consapevolezze e si prefigge di ingentilire gli animi, di smusare certi spigoli propri dell’uomo. Sono dei propositi altissimi soprattutto se si considera che oggi siamo contaminati da innumerevoli inasprimenti. Poi l’arte è un bisogno che nasce da dentro. Chi fa arte spesso è alla ricerca di risposte che intimamente già conosce. Gli artisti, in tal senso, sono dei ricercatori instancabili che leggono, si informano, ascoltano buona musica e tutto questo induce loro e chi li osserva ad essere mentalmente aperti, disponibili ai cambiamenti, nonché meno propensi ai contrasti.

 

D.:

Quali attese riserva il nuovo anno?

R.:

Io spero di continuare a dipingere con la stessa costanza, perché le giornate trascorse senza dipingere per me sono quasi vuote. E poi vorrei che il messaggio di pace contenuto nei miei quadri si diffondesse in tutto il mondo come un virale e colorato passaparola. L’opera dal titolo “Niente per cui uccidere o morire” è la mia personale presa di posizione contro le armi e ogni altro tipo di violenza. La guerra, infatti, è una forma di dialogo da evitare con cura.

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