Difesa di un ateo dell’ora di religione cattolica a scuola

Caravaggio San Tommaso

di Pier Paolo Tarsi

Spiego, da docente di fede atea e di professione filosofica agnostica, perché ritengo utile e più attuale che mai l’insegnamento della religione cattolica apostolica romana a scuola. È certamente doveroso studiare anche le altre religioni e dare spazio a tutte, non solo perché nelle classi ci possono essere alunni di diverse fedi che in tal senso si vedranno accolti e riconosciuti, ma anche perché ognuno comprenda le visioni e le idee degli altri cittadini del mondo, prerequisito per (ri)conoscerle veramente.

Laicità non vuol dire eliminare tutte le fedi ma tutte accoglierle, nel presupposto unico e irrinunciabile che tutte accolgano, a loro volta, il principio di esistenza e libera manifestazione delle altre. E allora, perché non trasformare semplicemente l’ora di religione cattolica in qualcosa come la storia e l’analisi dei sistemi religiosi? Perché sarebbe un errore da almeno tre punti di vista intrecciati l’un con l’altro: storico-sociologico, formativo e didattico.

Sarebbe un errore storico perché la società italiana vive da tempo quel che si dice un inarrestabile processo di secolarizzazione. Ciò significa che sempre più sfilacciato si fa il tessuto della pervasività della visione religiosa cattolica e dei suoi principi nella pratica e nella conoscenza diretta dei futuri cittadini italiani. Ebbene, proprio perché si manifesta un simile processo, è importante affrontare oggi una sfida culturale (e non religiosa!), formativa (e non catechistica!): i futuri italiani avranno sempre più difficoltà ad accedere al linguaggio teologico cristiano e nei tanti mezzi in cui esso si esprime (arte, architettura, filosofia, letteratura, ecc.).

Togliete al lettore di Dante o Manzoni, togliete a chi contempla le tante opere d’arte delle nostre città, a chi studia Tommaso e Sant’Agostino – ovviamente – ma anche un Giordano Bruno o un Nietzsche una conoscenza approfondita della cultura cristiana e avrete combinato un disastro! Questo è appunto l’errore formativo.

Sarà in una certa misura inutile portare gli studenti a visitare musei, cattedrali, affreschi, come inutile sarà analizzare con loro tanti testi letterari e filosofici se li avrete privati del linguaggio con cui sono in parte (o in polemica al quale sono) costruiti, edificati e scritti i primi.

Molti dei poeti, degli artisti, pensatori, scrittori o pittori immensi che li apriranno alla vita dello spirito si esprimono proprio con l’alfabeto cristiano, del quale non possiamo e non dobbiamo allora privarli.

Del resto, vi domando, fareste un viaggio di arricchimento e conoscenza in Giappone senza aver prima letto o provato a capire qualcosa sul buddismo zen? Cosa cogliereste veramente di tanta parte del teatro, della poesia, dell’architettura, della pittura, dei giardini, dei rituali e dei costumi giapponesi senza passare da là? Nulla credo, o almeno non abbastanza da gustarne duraturi frutti. E allora, come potete pensare che i nostri figli possano, invece, incontrare tutti i giorni un mondo da due millenni cristiano senza conoscere a fondo il cristianesimo? Come potrebbero, inoltre, giungere a metterlo in discussione senza averlo prima almeno compreso? Veniamo così all’errore didattico, che a questo punto dovrebbe essere molto evidente.

Non è ammissibile dedicare allo shintoismo o all’islam o al buddismo lo stesso tempo che è invece giusto (per quanto detto sopra) dedicare alla religione cristiana cattolica! Quando i nostri alunni saranno fuori dalle aule – almeno nel momento storico in cui scriviamo – non incontreranno moschee né templi buddisti e shintoisti ma chiese, arte sacra ispirata al cattolicesimo, simboli e riferimenti di una civiltà cristiana.

Se è al mondo reale che abbiamo il dovere in primis di formarli, a una comprensione dello stesso, allora è didatticamente importante e indispensabile che il poco tempo da dedicare allo studio della religione sia utilizzato maggiormente (ma non esclusivamente!) per quella cultura religiosa che serve loro più delle altre a comprendere ciò che hanno intorno: il cattolicesimo appunto.

E questo vale anche per quegli alunni di altre fedi che abitano le aule: ciò che vedranno intorno a loro non dipenderà dai valori che professano o che hanno ereditato dalla propria famiglia. Uno studente buddista non incontrerà attorno a sé templi né opere d’arte ispirate ai principi del Budda: non prendere in considerazione questo dato di fatto, non riconoscerlo è assurdo e fallimentare sia per i formatori che per i genitori.

È strano come, a settanta e più anni da un celebre scritto di Croce – non certo un filosofo bigotto!- si rivela oggi, credo, ancor più urgente e attuale ribadire perché non possiamo -nemmeno io, ateo- non dirci cristiani. Le persone comprendono benissimo come 20 anni appena di Internet abbiano cambiato le loro vite, ma le stesse poi, stranamente, credono di non essere affatto lambite (dentro e fuori si sé) da 2000 anni di cristianesimo.

Molti, mi pare, nel timore di tradire i presupposti laici e pluralisti della democrazia e della scuola pubblica italiana, sacrificano così in questi giorni una ragionata e pacata riflessione all’altare del furore laicista, opposto dogmatico di un altrettanto sterile bigottismo.

Il ragionamento che qui invito a fare intende invece sfuggire a questa radicalizzazione paralizzante e cieca delle posizioni, l’una contro l’altra armata: non è affatto il punto di vista di un oltranzista e tradizionalista uomo di fede, ma quello di chi deve responsabilmente formare (come genitore e docente) dei ragazzi italiani a comprendere il proprio mondo, ossia un mondo intero frutto di secoli di opere, modi di pensare e concepire l’individuo, l’essere delle cose, i rapporti umani, il diritto, l’arte ecc. cristiani!

Non c’è nulla di più ingenuo che non tenerne conto, niente di più cieco dell’idea di poter o addirittura dover oggi fare a meno della cultura cattolica quale strumento essenziale per la lettura del nostro immediato reale. E a ricordarlo, per una volta, lasciate che sia un ateo, un ateo cristiano si potrebbe dire, nel senso che è proprio rispetto all’universo cristiano-cattolico in cui sono cresciuto che ho elaborato persino il mio ateismo, la mia forma intima e personale.

Anche questo è un dato di fatto, da cui non si può prescindere nell’inconsapevole e ingenua illusione obiettivista e laicista che per essere giusti e imparziali si debba, o soltanto si possa, parlare “da nessun luogo”, “da nessun punto di vista”.

 

7 Commenti a Difesa di un ateo dell’ora di religione cattolica a scuola

  1. Stato laico, hai ragione, non significa “Stato che abolisce le religioni”, piuttosto che non fa discriminazione alcuna fra le fedi e l’altra fede, dignitosissima: l’ateismo. Sono ateo da moltissimi anni e forse è una limitazione perchè ci dobbiamo giocare tutto nell’aldiqua, Senza uno straccio di rivincita (per dirla banalmente, in realtà è tutto molto più complesso in quanto ritengo che una delle invenzioni più sublimi delle fedi sia l’immortalità). Da questo punto di vista ritengo che lo Stato laico non debba che consentire anche l’insegnamento delle religioni. Senta tuttavia farne monoliti invalicabili, magari abolendo il Concordato e consentendo così alla chiesa cattolica di muoversi con le proprie gambe e le proprie ricchezze. Oggi purtroppo il problema è lo scontro fra talebani di varia estrazione, da una parte quelli che per un malinteso senso di egualitarismo vogliono appiattire tutto e gli altri, quelli (decisamente xenofobi spesso) che vogliono, proprio come i loro avversari che combattono, imporre la religione di stato. Un politico che regala presepi ad una scuola e uscendo plaude al benzinaio che ha ammazzato una persona, quale credibilità etica, morale, umana può avere? Il problema, in sostanza, sta negli integralismi di ogni specie.

  2. Caro Pier Paolo, da ateo pure io a modo mio ed agnostico tout court, condivido quanto da te scritto, dalla prima all’ultima parola. Io, però, per evitare fraintendimenti di sorta nel lettore ipoteticamente frettoloso e distratto e che, magari, interrompe la lettura prima della fine, avrei aggiunto al titolo, subito dopo “scuola” una virgola e “purché rivista (non la religione o la scuola, compiti immani, ma l’ora di religione …)”. Il titolo, però, sarebbe stato troppo lungo e il lettore di prima, scoraggiato dal resto, molto probabilmente si sarebbe fermato alla sua quarta parola.

  3. Grazie per i vostri bei commenti che arricchiscono e in fondo chiariscono ulteriormente ciò che intendo dire – a scanso di equivoci e frettolosi lettori. Noto che siamo una nutrita fetta di atei qua dentro…speriamo non si allarmi nessuno! :-P

  4. Caro Pier Paolo,
    ho letto con molto interesse il tuo articolo, ma in molti punti mi trovo in disaccordo.
    Innanzitutto, non credo che la sostituzione dell’ora di religione cattolica con un’ora di “storia e analisi dei sistemi religiosi” sia un’idea dai risvolti negativi. Uno studio della religione dal punto di vista storico/scientifico (e tu sai quanto siano vasti ed interessanti i mezzi messi a disposizione da varie discipline quali la storia del pensiero, la storia dei movimenti religiosi, la filosofia, l’antropologia, ecc…) potrebbe dare allo studente degli strumenti più adeguati per la comprensione della religione e quindi anche per compiere le proprie scelte (vadano esse dall’ateismo radicale alla fede più assoluta).
    Penso inoltre che la difesa dello studio della religione cattolica in quanto, passami il termine, “linguaggio” della storia dell’arte, del pensiero filosofico, ecc. del nostro paese sia poco sostenibile e oggetto di facili obiezioni. É vero infatti che uno studente difficilmente troverà attorno a sé moschee e templi buddhisti, ma è altrettanto vero che abbiamo uno sconfinato patrimonio artistico e culturale legato al mondo greco e romano: perché dunque non approfondire anche la religione politeista? La mia ovviamente è una piccola provocazione, ma il senso è che (premesso che la religione cattolica rappresenta l’ “alfabeto” per decifrare molti aspetti della realtà circostante) è più opportuno che i docenti dei singoli campi dello scibile evidenzino le correlazioni tra la propria materia e i dogmi/principi/precetti cattolici, piuttosto che un singolo docente dedichi un’ora, in maniera esclusiva, allo studio di tale “alfabeto”.
    Per oltre 20 anni ho avuto una visione della religione e della chiesa legata all’insegnamento impartitomi nell’ora di religione e al catechismo. Solo i corsi universitari di filosofia, storia antica e storia del cristianesimo mi hanno permesso di sviluppare uno sguardo critico. Perché allora non anticipare i tempi? Perché non fornire ai nostri studenti, sin da subito, gli strumenti più adatti per osservare le molteplici ed interculturali realtà circostanti e, magari, per maturare le proprie scelte su un tema tanto delicato qual è la religione?

  5. Caro Alessio,
    scusandomi in primo luogo per il ritardo con cui rispondo, ti ringrazio per l’attenzione che hai dedicato al pezzo e per le belle e ragionevoli obiezioni che fai. In realtà – forse ti sorprenderà, almeno all’inizio, questa mia ammissione – sul piano dei principi condivido ciò che scrivi. E allora? Dov’è la differenza che possiamo rinvenire tra ciò che esprimevo io col mio pezzo e ciò che esprimi tu con le tue condivisibili riflessioni e obiezioni? Credo che questa differenza rientri esclusivamente sul piano pratico dell’organizzazione dei curricula scolastici, è a questo punto che le nostre strade si dividono mi pare. Mi spiego. Tu evidenzi giustamente l’importanza di uno studio multidisciplinare SULLA o INTORNO alla religione (o religioni) intesa come fenomeno umano (dalle varie forme storiche) indagabile con gli strumenti delle varie scienze umane e sociali che citi (storia, antropologia, filosofia ecc.). Fin qua sono d’accordissimo. A questo punto però ti chiedo: sei sicuro che questo già non si faccia? Le analisi in questione debbono essere compito da svolgersi in una eventuale ora dedicata allo studio della religione (anche fosse intesa come storia e analisi dei sistemi religiosi), oppure, semplicemente, debbono essere – come io ritengo e come di fatto si fa a scuola – uno dei tanti compiti svolti già dalle suddette singole discipline? Non è forse durante l’ora di filosofia o di antropologia o sociologia che di religione in questa maniera già si parla e discute a più riprese nei nostri licei? Non è giusto, in altri termini, che sia il docente di filosofia a parlare di religione nell’ottica che dispiega la filosofia, e il docente di antropologia (scienze umane nel liceo) a parlare ai ragazzi di religione nell’ottica dell’antropologia culturale e dell’antropologia della religione? Io credo di si, e di fatto a scuola si fa così (almeno sulla carta!). Ma ora veniamo al punto. Tutto questo parlare SULLA o INTORNO alla religione dall’ottica filosofica piuttosto che sociologica o antropologica ecc. cosa ha a che fare con la conoscenza dei principi precipui del cattolicesimo, dei testi sacri, della dottrina e dei riferimenti plurimi di una religione, nella fattispecie cattolica? Dal momento che considero la cultura religiosa cattolica (e non la fede religiosa cattolica) uno strumento rilevante per capire e decifrare tante cose che i nostri ragazzi incontrano quotidianamente, ho bisogno in questo caso non di un sociologo che parli loro del fenomeno religioso in generale (cosa utilissima, e che del resto si fa, ripeto, nelle ore di scienze umane, ma diversa da ciò che mi preme colmare come lacuna) ma di qualcuno che insegni loro cosa siano, per dire, le “virtù teologali” o cosa significhi “Immacolata concezione” o cosa ancora “cherubino” oppure, ancora, ho bisogno di qualcuno che racconti loro le vicende narrate nella Bibbia conoscendole a fondo ecc. Di tutto questo bagaglio di erudizione infatti i ragazzi avranno bisogno se guarderanno una tela, piuttosto che una facciata di una chiesa o il quadro che la nonna ha appeso sul suo letto o mentre leggeranno Dante: di tutto ciò avranno bisogno non per diventare uomini di fede cattolica (di ciò non mi importa) ma banalmente per capire e decifrare cosa stanno vedendo, a cosa fanno riferimento quelle cose ritratte o viste o lette mentre studiano una poesia, a quali aneddoti della Bibbia si riferisce quell’affresco e così via. E tutto ciò sarà sempre più necessario, man mano che la religione si secolarizza e perdiamo familiarità con quel linguaggio e quel patrimonio di conoscenze e nozioni, man mano inoltre che ad esempio andare al catechismo, andare a messa o fare il chierichetto divengono usanze sempre meno diffuse nella popolazione. Che tutto ciò si possa fare en passant nelle ore dedicate alle altre materia ne dubito. E’ più utile credo avere un’ora a settimana dedicata all’acquisizione di queste conoscenze (e allo studio delle altre religioni del mondo, non dimentichiamolo, ad esempio dei principi del buddismo o altro) che stare a spiegare durante l’ora di storia dell’arte, per dire, cosa siano i serafini o cosa siano le virtù teologali rappresentate in allegoria in quell’immagine o quest’altra, in modo che durante l’ora di storia dell’arte gli studenti si dedichino propriamente all’arte e alle specificità del linguaggio artistico e non a colmare le lacune che hanno in nozioni attinenti la cultura religiosa cattolico-cristiana che pervade l’arte italiana ad esempio. Quanto infine alla questione delle religioni antiche, è ovvio che una cultura generale (e non solo religiosa naturalmente) sulla classicità è doverosa, ma non credo che i riferimenti o i simboli della religione romana, per dire, siano pervasivi per il nostro quotidiano e per la nostra mentalità tanto da potersi porre come questione paragonabile a quella sollevata qui. Spero di aver risposto (seppur con un po’ di fretta….chiedo clemenza, mentre ti scrivo sono le 3 del mattino!). Un caro saluto
    Pier Paolo

  6. Caro Alessio, potendo ora dedicarmi con un po’ più di calma alle tue parole, vorrei argomentare qualcosa in riferimento a quanto sopra ho detto e mostrare altri aspetti che a me paiono limitanti del tuo modo di impostare la questione dello studio della religione.

    1)In primo luogo mi permetto di farti notare un aspetto. Perché, ti chiedo, un ragazzo mentre studia religione dovrebbe studiare il buddismo e l’islamismo dedicando a questi uno spazio identico a quello che dovrebbe dedicare alla religione cattolica e poi, quando studia invece letteratura o storia dell’arte, può tranquillamente ignorare del tutto la poesia o la pittura o l’architettura indiana o cinese e così via? Perché questo atteggiamento di “pari opportunità di conoscenza” non viene poi applicato in tutte le altre discipline storico-conoscitive? Se dovessi seguire la tua linea di pensiero, dovrei poi chiedermi coerentemente: non è allora altrettanto sbagliato studiare solo letteratura italiana o europea al più, e dimenticare poi del tutto la millenaria letteratura cinese o quella di un sub-continente intero come l’India ecc., tanto più che nel mondo attuale in una classe mi posso ritrovare più ragazzi (talvolta persino la maggioranza!) le cui matrici culturali sono proprio quelle? Perché in questo caso nessuno si scandalizza se ai ragazzi parlo di Dante (in quanto cittadini italiani di provenienza straniera, alunni della scuola che deve formare il cittadino italiano) e non anche (allo stesso modo e per lo stesso tempo) del sommo poeta cinese o tibetano?! Perché si studia il teatro di Goldoni, quello di Shakespeare, ma nemmeno un cenno si fa al teatro No giapponese nelle scuole? Anche qui spetta certamente alle scienze umane parlare di teatro o di architettura o cinema o letteratura dal punto di vista socio-antropologico-filosofico per dare una visione trasversale di questi fenomeni umani che ritroviamo in tutte le culture, ma questo non basterebbe! Non è così che farai capire qualcosa nello specifico del teatro kabuki! Come risolviamo questo problema dal punto di vista pratico nei curricula allora? Ebbene, semplicemente bisogna scegliere (e come dire: omnis determinatio est negatio), e così si studia quello che è più prossimo alla cultura italiana ed europea e che la incarna come riferimenti e autori o artisti e correnti o tradizioni, altrimenti rischieremo di trovarci ragazzi che quando entreranno in un teatro nella loro città a vedere il solito “Romeo e Giulietta” ne sanno su Shakespeare tanto quanto sul teatro Kabuki (che però difficilmente vedranno in vita loro!). In altre parole, se volessimo trattare tutto nelle poche ore di scuola, come risultato otterremmo che i nostri ragazzi non conosceranno a fondo proprio niente! Come vedi il fatto di partire da una collocazione spazio-temporale e culturale che dobbiamo con serenità e distacco semplicemente riconoscere quale quella che incontriamo come più immediata e caratterizzante, guida sempre la selezione dei nodi da studiare, qualunque disciplina si prenda in considerazione! Solo che talvolta questo ci colpisce molto (se parliamo di religioni) talaltra meno o per niente (se parliamo di poesia o architettura per esempio), come se solo la religione fosse manifestazione di una identità che va riconosciuta ed esplorata! Se non operassimo una selezione ragionata e supportata da fondamenti culturali da riconoscere senza chiusure ideologiche, non potremmo muovere un solo passo verso la formazione di nessuno su nulla, paralizzati dalla nostra stessa presunzione di dover essere tanto politicamente corretti da non dover fare alcuna scelta di priorità conoscitive e non poter così stabilire alcuna gerarchia (non di valore naturalmente, ma conoscitiva!) e nessun criterio di scelta.
    2) Ora però vengo a un punto che nel precedente intervento mi ero limitato ad accennare, senza argomentare. Perché è più utile – come avevo affermato senza mostrare – fare l’ora di religione e non semplicemente attendersi che di religione si parli nelle varie discipline tramite i cenni e rimandi necessari che tutti i docenti saranno costretti a fare alla cultura religiosa qua e là? Per più ragioni direi! Intanto, faccio notare che anche qui è in gioco un certo pregiudizio verso la religione, un pregiudizio che viene dall’incapacità di guardare a questa da formatore, ossia alla religione come un mero vettore della formazione, un mero oggetto culturale da conoscere, un insieme di nozioni e conoscenze specifiche che storicamente si sono affermate, non dunque come fede né come tratto identitario privilegiato né come la piattaforma unica su cui si giocano le carte del politicamente corretto e dell’inclusione in una società multiculturale Ti chiedo: perché pretendi – giustamente – che a parlarti di Aristotele debba essere uno che ha studiato per anni e a fondo filosofia mentre ritieni che a parlarti di religione cattolica (o peggio ancora di buddismo, per il quale non siamo assolutamente scientificamente e culturalmente attrezzati, e del quale peraltro non sentiresti mai parlare dal prof di storia dell’arte o di letteratura, se non ci fosse proprio un’ora specifica di religione dedicata anche a questo) siano capaci tutti senza un curricolo di specializzazione adeguato? Ci vogliono notevoli conoscenze teologiche e altre importanti competenze specifiche per parlare con cognizione e rigore dei dogmi del cattolicesimo per dire, non basta aver fatto il catechismo da bambini o aver imparato qualche preghiera a memoria dalla nonna, esattamente come non basta aver studiato un po’ di filosofia al liceo per avere la minima competenza a insegnare Aristotele (magari fosse così facile eh!). E vengo così al nodo centrale, che spiego ricorrendo all’esempio del perché è necessaria una disciplina a sé e non un surrogato diluito – ossia un infinito rimandare delle altre materie alla religione – per approcciarsi ad essa come strumento utile di conoscenza del mondo circostante. Immaginiamo che tu voglia fare il già menzionato viaggio di conoscenza in Giappone di cui ho parlato nell’articolo. Ebbene, inizierai a studiare magari la storia dell’arte, della letteratura, la filosofia, l’architettura, la musica, i costumi ecc. del Giappone e in tutte queste cose troverai continuamente dei riferimenti al buddismo, talmente tanti che alla fine dovrai fare un salto risolutivo almeno in un libro che proprio di buddismo ti parli in modo strutturale (e non episodico e per note esplicative) e che di quella visione del mondo ti faccia finalmente un quadro a se stante (ne serviranno migliaia in realtà!)! Un quadro questo che né lo storico dell’arte giapponese né quello della letteratura avranno le specifiche competenze per fare, ma solo quello studioso che al buddismo si è dedicato a fondo con competenze che quei suoi colleghi (giustamente) non potevano coltivare, dovendo occuparsi soprattutto di altro – seppur anche di buddismo – per il proprio lavoro! Avrai bisogno, mutatis mutandis, del tuo insegnante di buddismo e delle sue ore specifiche di lezione, che ti forniranno quelle conoscenze che entreranno ovviamente in intreccio con quelle delle altre materie di studio (i saperi sono TUTTI intrecciati, non scordiamocelo), ma un insieme di conoscenze che possiede una densità sua propria e una coerenza interna, una densità che i tanti riferimenti che prima incontravi (nel teatro, nella poesia, nell’architettura ecc. giapponese) ti stavano segnalando come bisogno formativo specifico! E’ così che di certi centri di nozioni, conoscenze ecc. collegati l’uno all’altro facciamo convenzionalmente delle discipline a sé. E’ così che cerchiamo di apportare, attraverso specialismi tutti insufficienti se presi isolatamente, una visione multidimensionale di una realtà che si presenta in forma unitaria e stratifica e non sempre collima peraltro con le nostre convenzionali separazioni in materie e discipline. Ti faccio un altro esempio, credo ancora più lampante e penso definitivo nel rischiarare i limiti di quanto dici. Anche mentre studi biologia o zoologia o tecniche di coltivazione o di allevamento ecc. hai bisogno continuamente di nozioni di chimica, ma non ne concludi da qui che, siccome il prof di biologia o di agronomia ti parlano di chimica per continui riferimenti…allora non hai bisogno anche del prof di chimica! Al contrario! Siccome la chimica è in tutte quelle materie (è pervasiva), è bene isolare la disciplina chimica a sé e farsene un quadro, per questo la chimica è studiate a scuola come disciplina a sè! Bada: proprio perché è in tutte le altre cose ne fai una disciplina e non un insieme diluito di nozioni! Credo a questo punto di aver argomentato i limiti della tua posizione sul piano concreto e organizzativo: essendo la religione cristiana pervasiva nelle tante manifestazioni della cultura europea, non potrai esimerti da uno studio di questa intesa come disciplina in sé!

    Saluti (pomeridiani stavolta!) :)

  7. Caro Pier Paolo,
    le tue argomentazioni sono validissime, non fanno una piega, completano quanto hai espresso nel post e nelle precedenti risposte e sostanzialmente le condivido. Provo a riassumere cosa ci divide allora?
    1. L’idea che la religione cattolica venga insegnata a scuola in maniera, a mio modo di vedere, “a-critico”: credo che chiunque di noi, nelle ore di religione seguite nelle varie classi scolastiche, non abbia mai sentito parlare di vangeli apocrifi, raramente abbia studiato gli scismi, le eresie e tutto ciò che sta al di fuori dell’ufficialità cattolica, con un’ottica esterna e diversa rispetto al cattolicesimo romano. È necessario che la religione venga insegnata in questo modo? Non ritengo che un insegnamento più “critico” possa risultare meno utile per comprendere la realtà circostante, l’arte, la cultura e la storia del nostro paese.
    In assenza di tale ottica “critica”, ad una visione univoca e approfondita di dogmi, precetti e quant’altro (quella impartita nell’ora di religione), continuerò a preferire una lettura diversificata seppur meno completa (quella che può dare un bravo docente di altra materia).
    2. L’idea che la religione venga insegnata a scuola: questo secondo punto deriva sia da un ragionamento astratto che da alcune esperienze personali narratemi da amici atei i cui genitori hanno rifiutato l’ora di religione. Parto da queste ultime: soprattutto negli anni delle scuole elementari e medie, il rifiuto dell’ora di religione ha portato questi amici ad essere ritenuti dei “diversi”, ad essere additati, ingenuamente, dai compagni di scuola. Questo avveniva in alcune scuole del Lazio e della Puglia negli anni ’80 e spero che oggi non avvenga più. Tuttavia, perché inserire dei possibili elementi di distinzione (non me ne vengono in mente altri forti come la religione) in una scuola che dovrebbe solo includere?
    Passo ora al ragionamento più generale: la scelta di reintrodurre l’ora di religione (tralasciando tutta la cronistoria ottocentesca) è legata sostanzialmente al concordato del ’29, un accordo nato in un paese fondamentalmente cattolico. La società di oggi è quanto di più diverso da quella del ’29 (e dei decenni successivi): l’ateismo e il laicismo sono sempre più diffusi, il cattolicesimo è una delle tante religioni presenti sul territorio (seppur la più praticata). L’ora di religione rischia dunque di essere anacronistica e motivo di inutili distinzioni.
    In sostanza, pur condividendo con te l’importanza della religione, non credo che debba essere insegnata a scuola e soprattutto non credo debba essere insegnata così come si è fatto per anni. Rinunciare all’ora di religione o al crocefisso in aula, a mio modo di vedere, non è un’abdicazione, bensì la rivendicazione della laicità dello stato e della scuola.

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