Un’allucinazione collettiva ed individuale legata alla rivolta di Nardò del 1647?

di Armando Polito

Questo post non vuole essere una sorta di invadente e scorretta anticipazione di ciò che il 19 p. v. persone più qualificate di me diranno nell’ambito della commemorazione meritoriamente promossa dalla fondazione, la cui presentazione è leggibile, per chi non l’avesse fatto o gli fosse sfuggito, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/12/19-agosto-2015-la-storia-di-nardo-narrata-da-un-neretino/.

Non ho, oltretutto, capacità divinatorie, ma mi è sembrato un peccato perdere l’occasione di fare qualche riflessione su un fatto che, secondo me, sarebbe troppo semplicistico liquidare come espressione di credulità popolare e che, a cose fatte, chiunque potrà a suo tempo, se ne ha voglia, approfondire.

Sulla triste ma gloriosa vicenda che vide Nardò sfortunata protagonista l’unica fonte contemporanea agli eventi a nostra disposizione è una cronaca manoscritta lasciataci da Giovanni Battista Biscozzi (1613-1683) preziosa  anche per la sua imparzialità, cosa abbastanza rara in documenti di questo tipo, in virtù della quale sono riportati gli eccessi di violenza commessi da entrambe le parti. L’autografo, purtroppo, è andato perduto ma per fortuna ci restano delle copie sulle quali illuminante è il ragguaglio lasciatoci da Nicola Vacca (http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_Biscozzi_libro_annali.pdf).

Dal testo della cronaca tratto dal Vacca da una copia e da lui pubblicato in Rinascenza salentina, anno IV, n. 4, n. s., 19361 (è lo stesso testo che i partecipanti alla commemorazione avranno in dono) riproduco di seguito due dettagli connessi con il titolo di questo post. Prego il lettore di tener conto soprattutto della parte che ho sottolineato in rosso nel primo.

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Si tratti o no, per quanto riportato nel secondo brano, di allucinazione prima collettiva e poi individuale, voglio solo far notare lo stretto collegamento che, secondo me, esiste tra i due brani. Evidentemente il sacrificio dei martiri, religiosi e civili (sacerdoti ammazzati … altri cittadini morti) aveva tanto scosso il sentimento di pietà (e paura …)  popolare che a distanza di poco più di un anno il suo ricordo non si era minimamente affievolito, tanto da attribuire loro, in buona o in mala fede (mi fu riferito da persona veritica; perché non fare nome e cognome?),  una sorta di capacità profetica post mortem e la funzione di intercessione di regola riservata ai santi, mentre la pluralità della visione in tempi diversi è una prova del perdurare del tragico, traumatizzante ricordo.

Che l’agognata pioggia, quella stessa che nel primo brano assurge a simbolo di purificazione dal sangue indotto dalla peste della violenza2, sia veramente giunta non è dato sapere né dal Biscozzi né dal suo anonimo informatore, ma forse sono io che pecco di sfiducia e pretendo dalle fonti ciò che, almeno per loro, è, forse, tanto scontato da non richiedere integrazioni o conferme di sorta.

Ho il sospetto, insomma, che il fatto prodigioso sia il surrogato della consueta processione ad petendam pluviam (per implorare la pioggia) incrociata con le leggende connesse con la processione dei morti che ancora oggi sopravvivono in alcuni racconti popolari sardi e che in questo sia da ravvisare il perdurare di un clima di paura basata sul rischio che un’innocua processione potesse essere scambiata per un assembramento con rinnovati intenti cospiratori e rivoluzionari.  Anche in questo caso sono sempre io a rimpiangere, almeno al momento, il conforto delle fonti …

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1 Integralmente leggibile e scaricabile in http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_annali_Biscozzi_I.pdf (la prima parte) e in http://www.culturaservizi.it/vrd/files/RS36_annali_Biscozzi_II.pdf (la seconda).

2 Poco meno di due secoli dopo col Manzoni la pioggia spazzerà via la peste autentica (I promessi sposi, capitolo XXXVII).

 

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