Ssuppare lu sìcchiu (Inzuppare il secchio)

di Armando Polito

immagine tratta da https://www.facebook.com/546048392120110/photos/pb.546048392120110.-2207520000.1434191921./874601295931483/?type=3&theater
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Non sarò certo preso da un attacco di invidia se questo post, com’era fatale che succedesse, non avrà la diffusione virale come quella di cui ha goduto la scorsa estate la Ice Bucket Challenge (Sfida del secchio di acqua ghiacciata). Evito di fare approfondite considerazioni sulle analogie con fenomeni consimili (per esempio: l’attricetta che si spoglia per beneficenza, ma anche per farsi un po’ di pubblicità) e riconosco la validità morale del detto  il fine giustifica i mezzi (purché il fine sia nobile e i mezzi usati rispettosi dei diritti e delle sostanze altrui …) e, per finire, mi auguro pure che l’iniziativa continui, abbia il successo dello scorso anno e ne venga organizzata un’edizione anche invernale scambiando, però, il contenuto del secchio per evitare qualsiasi sospetto di ovvia e interessata gradevolezza: acqua ghiacciata in inverno, acqua calda in estate …

Chi avrebbe mai pensato che un umile oggetto come il secchio, grazie alla rete, avrebbe assunto quell’aureola d’importanza che pure, senza che ne fossimo consapevoli, ha avuto da sempre, essendo di uso comunissimo?1

La stessa cosa certamente è successa per qualche altro oggetto e sta succedendo e succederà per un altro ancora, magari un banalissimo stecchino. Bisogna riconoscere che sotto questo punto di vista la rete ha il grande merito, ogni tanto, di farci riflettere sulle potenzialità degli oggetti, meglio sulle risorse che il nostro ingegno e la nostra fantasia riescono, quasi reinventandoli, a tirarne fuori.

In attesa che il futuro ci mostri ulteriori utilizzi del secchio e compagni, vale la pena fare un tuffo nel passato. La piscina, però, o, se preferite, il mare ci è stata offerta da un mio ex allievo, Pippi Mellone, che giorni fa con un messaggio vocale inviatomi privatamente in facebook mi ha posto un quesito che posso riassumere così: qual è l’origine della locuzione neretina ssuppare lu sicchiu?

Era la prima volta che la sentivo e ho risposto così: Ad essere sincero “ssuppare lu sicchiu” non l’ho mai sentito, a differenza di “ssuppare lu biscottu” che, probabilmente anche con ulteriore evocazione metaforica di natura sessuale, significa “approfittare di una situazione” . Non so se l’espressione da te ricordata abbia lo stesso significato oppure possa significare “fare una cosa ovvia”.   

La risposta di Pippi è stata: Ssuppare lu sicchiu” sta per “morire”, “trapassare”, “passare a miglior vita”. Col biscotto non ha nulla a che fare.

Con queste parole Pippi annientava la mia ipotesi e dava un duro colpo alla mia credibilità di filologo, dilettante (l’aggiunta è mia), che proprio lui aveva esaltato (non sarà stata una presa per il culo? …) nel messaggio in cui poneva il quesito (questo dettaglio sembrerebbe confermare il mio dubbio precedente …). Lo dico un po’ scherzando un po’ sul serio: il vantaggio degli allievi rispetto all’insegnante è di natura anagrafica, nel senso che avranno sempre il tempo di vendicarsi per qualche torto subito, non importa se reale o presunto, anche se dovranno affrettarsi quando l’insegnante è più o meno prossimo a ssuppare lu sìcchiu …

Esagererei se dicessi che poco c’è mancato cu ssuppu lu sìcchiu alla risposta di Pippi, mentirei se dicessi che magari solo per un attimo ho pensato di fare spallucce e non pensarci più. Il disappunto ha esasperato la mia innata curiosità e, dopo una breve ricerca in rete, inviavo a Pippi il seguente messaggio: In http://www.comune.lizzano.ta.it/territ…/dialetto-lizzanese al penultimo rigo leggo: “zuppari lu sicchiu morire” letteralmente rompere il secchio”.
A questo punto credo che “zuppari” corrisponda all’italiano “azzoppare” e, quindi, “ssuppare/inzuppare” non c’entra per nulla. Però, pur immaginando che l’azzoppamento implichi un danno, quest’ultimo non è mai di entità tale, nell’uomo e nella bestia, da procurare la morte. Ho il sospetto, zzuppare (azzoppare) o ssuppare (inzuppare) che sia, che alla base della locuzione ci sia qualche antico racconto popolare. Non appena avrò tempo indagherò.

Seguiva, dopo nemmeno due minuti: In http://salonedellutto.com/2013/09/24/morte-eufemismi/ leggo: “E poi in italiano, ma anche in altre lingue, ci sono espressioni curiose, con un’origine che è particolarmente interessante esplorare: pensiamo, ad esempio, a tirare le cuoia, in italiano, a dare un calcio al secchio in inglese (to kick the bucket) oppure ancora a rompere la pipa in francese (casser sa pipe). Qualcuno di voi sa da dove arrivano? No, penso di no. Quindi ve lo spiego io. Tirare le cuoia è un’espressione toscana – e i toscani, in Italia, sono famosi per il linguaggio particolarmente inventivo e colorito. “Le cuoia” è il femminile plurale di cuoio e sta a indicare la pelle conciata di alcuni animali e, per esteso, a designare la pelle umana e far riferimento alla condizione di rigidità che insorge subito dopo la morte. L’origine di dare un calcio al secchio, invece, è medievale, o almeno sembra. A quell’epoca uno dei metodi di esecuzione più diffusi era l’impiccagione. Il condannato era posto in piedi sopra un secchio, col nodo scorsoio intorno al collo. Al boia era sufficiente tirargli un calcio, a quel secchio, perché la condanna andasse a buon fine”.

Se è così, viene confermato quanto dicevo nel commento precedente. Credo perciò che la grafia esatta della locuzione sia: “zzuppare lu sicchiu”. Mi rimane strano il fatto che un’espressione idiomatica neretina (e non solo), presumo datata, abbia, addirittura, origini inglesi.

Pippi mostrava di considerare parzialmente credibile quanto comunicato: E le esecuzioni con ghigliottina? In quel caso la testa del morto veniva riposta in un secchio e tirata su per farla vedere agli spettatori ancora inzuppata di sangue. Potrebbe derivare da lì? La sua domanda, legittima, complicava le cose, ma la mia risposta era degna di un politico navigato: Mi pare che nemmeno questa ipotesi sia da respingere a priori; però andrebbe approfondita; come le altre.

Qualche secondo e squilla il telefono e, dopo cinque minuti di piacevolissima conversazione con il caro interlocutore, invio a Pippi il seguente messaggio: Non ho finito neppure di metabolizzare il senso di stranezza del dato precedente che ricevo la telefonata, graditissima, di Luigi Ruggeri il quale mi ha confermato l’”antichità” della locuzione neretina, che per lui è strettamente connessa con la presenza, in passato comunissima, della cisterna in casa e fuori. Essa era soggetta periodicamente ad un’operazione di pulizia che riguardava anche lo svuotamento della melma depositatasi nella sua parte terminale, simile ad una conca, Il secchio inzuppato nella melma era la spia che la riserva di acqua era terminata.

Insomma,  una bellissima metafora, tratta dalla vita di ogni giorno, in cui il secchio senz’acqua simboleggia la vita che si spegne e la melma che esso tocca l’inevitabile putrefazione.

Vedo già che, pur condividendo, forse, la profonda, naturale, bellezza della metafora parecchi (mi chiedo come faranno le parecchie, altra manifestazione pratica di maschilismo apotropaico…) sono impegnati in una frenetica attività di toccamento …

Come ho dimostrato, io sono innocente; prendetevela con Luigi!

Non vorrei che fosse questo (quello del toccamento …) l’esito più alto, per quanto basso …,  propiziato dal post, mentre io (mi auguro, comunque, di essere un ingenuo fallito …) volevo solo trasferire un ottimo piatto dall’anonimo, anche se frequentatissimo, ristorante facebookiano  ad uno (non oso chiamarlo dantescamente convivio …) senza dubbio meno pubblicizzato ma più “casereccio”, più genuino e, quel che più conta, più serio.

P. S. E ora Pippi, che, per chi non lo sapesse, è avvocato potrebbe pure denunciarmi, senza spendere granché, per violazione della privacy, anche se facebookiana (ribadisco: il messaggio da cui tutto è partito non era pubblico) ma inquadrabile in quella generica; non posso ora scoprire le mie carte perché sarebbe come mutilare in partenza la possibilità di una presunta vendetta di una ancor più presunta vendetta della controparte. E poi Pippi è troppo intelligente (è stato mio alunno … come se l’intelligenza non fosse una dote naturale che tutt’al più può essere valorizzata ma non infusa; nemmeno la vera cultura si raggiunge per infusione più o meno forzata di nozioni e credo di non aver avuto un solo allievo, è il caso di dire, secchione, anche se, per amara compensazione, non è mancato qualche lavativo) per denunziarmi e per non capire quanto gli sono grato per aver aggiunto, grazie al determinante intervento di Luigi, un tassello minuscolo, ma per me importante, alle mie, anzi a quelle di tutti noi, per quanto irrilevanti, conoscenze.

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1 Basti pensare che quando non esistevano gli impianti idrici la cisterna o il pozzo fornivano in città o in campagna il relativo approvvigionamento e un secchio, una corda e la forza delle braccia erano il trinomio più economico per attingere l’acqua. E, quando la corda sfuggiva dalle mani o si spezzava [da cui, credo, l’espressione italiana buonanotte al secchio! e , con riferimento all’usura del manico, il proverbio Lu sìcchiu, sali e scindi ti lu puzzu, ‘nci lassa la manica (Il secchio, a furia di salire e scendere dal pozzo, ci rimette il manico) gemellato con L’uqualu tantu vae e bbene ti lu puzzu ca rria lu ggiurnu ca ‘nci lassa la manica (Il boccale tanto va e viene dal pozzo che arriva il giorno in cui ci rimette il manico)] il secchio veniva recuperato con i cruècci, il cui singolare (cruèccu: bastone di legno o di ferro la cui estremità prosegue con un tratto molto più piccolo, lungo non più di 10 cm., deviato ad angolo acuto di 45° gradi circa) corrisponde all’italiano crocco, che è dal latino medioevale croccus=uncino, a sua volta dal francese croc, che è dallo scandinavo krokr).

immagine tratta da http://www.europeana.eu/portal/record/2048011/Athena_Plus_ProvidedCHO_CulturaItaliaMuseiD_Italia_oai_culturaitalia_it_museiditalia_work_68091.html?start=1&query=RAFFIO&startPage=1&qt=false&rows=24
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5 Commenti a Ssuppare lu sìcchiu (Inzuppare il secchio)

  1. Caro Armando, pensavo fosse – così almeno ho sempre capito in quel di Copertino – “zzumpare lu sicchiu” (zzumpare, ovvero saltare). Se così fosse – ma non saprei – l’ipotesi dell’immagine dell’impiccagione quale origine del detto sarebbe più plausibile. Il caso si complica…ed anche di molto, soprattutto se il secchio è pieno di acqua: potrebbe alludere banalmente all’abbastanza probabile, e dunque consueta, scivolata dopo aver zzumpato (che sta anche per scavalcare, come sai) un secchio traboccante (del resto cadere sta per morire anche in italiano); ma potrebbe alludere anche a significati più arcaici e simbolici legati in tutte le culture (anche greca) all’acqua (origine e fine delle forme esistenti, vita e morte, confine dell’esistenza) che in molti modi studiosi diversi quali Mircea Eliade o Jung o Bachelard hanno messo in luce. Hai di che spremerti le meningi mi sa questa domenica che altri passeranno nelle acque del mare, noi in quelle di un secchio :-) Pier Paolo

  2. Caro Pier Paolo, prima di tutto mi fa un piacere immenso risentirti, anche perché la tua voce, sia pur virtualmente espressa, non è quella di uno qualunque. Siamo, in pratica, al punto di partenza e tutto, pensa, è causato secondo me da una deformazione (popolare?) della stessa parola: ssuppare (inzuppare)/zzumpare (saltare)/zuppare (azzoppare, dare un calcio a). Il problema, poi, è ulteriormente complicato, come dici tu, dall’acqua simbolo di vita che è, secondo me, in comune tanto con l’impiccagione quanto, come ho già detto, con la metafora della cisterna agli sgoccioli. Io non ho il testo di Giulietta Livraghi Zain, tu, forse, sì, però sono sicuro che, se ti fosse stato possibile fare un controllo, mi avresti citato pure il suo nome, in caso di particolare riferimento presente, magari anche di passaggio, nel suo libro. E queste acque, è il caso di dire, tranquille sono state agitate da un mio ex allievo, per giunta su facebook! Non pensi anche tu, impegnato nella stessa meravigliosa (solo dal punto di vista spirituale …) professione che fu la mia, che tutto questo è sublime (inteso nel senso comune del termine)? E chi non è in grado di capire il sublime, sempre nel senso comune del termine …(mi riferisco a Renzi e al suo preside superburocrate e superimpresario), può mai essere in grado di propiziare, non dico programmare, una scuola migliore di quella buona del passato?

  3. Tralasciando la tua ultima domanda – che considero retorica e della quale l’implicita risposta condivido – fammi dire che il piacere è mio. Purtroppo non ho più nessuna copia del libro della Zain, col tempo le ho regalate tutte contando sul fatto che avevo lasciato con Nino delle copie in delle librerie e così avrei potuto disporne . E’ tempo che vada a riprendere quelle che restano, tra le quali ce n’è una che ti spetta quanto prima. Un caro saluto di nuovo

  4. che cosa meravigliosa. Un articolo che descrive una ricerca archeologica e una esaltazione della curiosità fatti non fummo a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

  5. Comunque per me è attendibile l’ultima spiegazione il secchio che a fine corsa e fine acqua si inzuppa di fanghiglia.

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