Breve storia del presunto Tiziano di Gallipoli

di Armando Polito

Il dipinto, riprodotto nell’immagine, cui si riferisce il titolo è una pala d’altare custodita, insieme con altre opere di gran pregio, nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli. Essa raffigura il santo poverello in piedi sullo sfondo di un paesaggio marino (già m’immagino la corsa per identificarvi qualche dettaglio raffigurativo o liberamente interpretativo di Gallipoli …). Il santo reca nella sinistra il crocifisso, mentre la destra è posata sul costato e sembra additare una piaga alludente a quella del Cristo trafitto da un colpo di lancia. In alto tre angeli sorreggono ciascuno una corona. Su ognuna di esse è incisa una parola; sempre per chi guarda: sulla corona di sinistra PAUPERTAS, su quella di destra CARITAS; su quella apicale OBEDIENTIA . La povertà, la castità e l’obbedienza sono i cardini della regola francescana, ma non credo sia casuale la posizione di quest’ultima che concettualmente, a parer mio, racchiude in sé l’idea della fedeltà assoluta alle prime due virtù. E non è strano che lo dica un ribelle come me né contraddittorio dal momento che i valori da rispettare qui sono indiscutibili …

In basso, in dimensione ridotta che è in linea con la rappresentazione consueta della miseria umana rispetto alla santità, sono raffigurati un francescano ed un laico sulla cui posizione sociale elevata l’abbigliamento non lascia adito ad alcun dubbio.

Per quanto riguarda, invece, il Tiziano del titolo lascio la parola alle fonti che, da dilettante quale sono in questo campo, son riuscito a reperire. Superfluo dire che le citerò in ordine cronologico perché esso è, direi obbligatoriamente, il più adatto a rendere ragione del presunto del titolo. Scontato, poi, è il fatto che esse sono ben note agli studiosi; ma questo mio scritto è solo divulgativo, senza nessuna pretesa di scoprire l’acqua calda.

Bonaventura da Lama, Cronica de’ Minori Osservanti Riformati della provincia di S. Nicolò, Chiriatti, Lecce, 1723, parte II, p. 143 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABA1E002385&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU):

Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 361-362 (https://books.google.it/books?hl=it&id=fM8sAAAAYAAJ&q=francesco#v=onepage&q=disma&f=false):

Pietro Miasen, Gallipoli e suoi dintorni, Tipografia municipale, Gallipoli, 1870, p.p. 91-92 (https://books.google.it/books?id=zxSqUuJubD0C&printsec=frontcover&dq=gallipoli+e+suoi+dintorni&hl=it&sa=X&ei=xjFkVaegKqv4ywPwpYFI&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=gallipoli%20e%20suoi%20dintorni&f=false):

 

Debbo ora segnalare un sito interessantissimo perché costituisce il primo tentativo da me conosciuto di catalogo on line del nostro patrimonio latente (questo è il nome, indovinatissimo, del sito stesso):  http://www.patrimoniolatente.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=139&Itemid=135.

Nella scheda relativa al nostro dipinto (che il lettore potrà visionare integralmente al link segnalato) leggo che esso è attribuito a Giovanni Antonio De Sacchis (il Pordenone), è datato alla seconda metà del quarto decennio del secolo XVI ed è definito olio su tela. A parte quest’ultimo dettaglio che contrasta col tavola delle testimonianze precedenti, la scheda riporta anche una bibliografia recente che, credo, sia stata utilizzata nella sua compilazione. Purtroppo, trattandosi di testi che vanno dal 1988 al 2004, non mi è stato possibile controllarli.

Altrettanto interessante, poi, la scheda relativa (http://www.patrimoniolatente.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=212&Itemid=1) a quella che viene definita una modesta copia di anonimo (già attrinuita a G. D. Catalano) risalente a fine del XVI-inizi deL XVII secolo (senza i due personaggi in basso), olio su tela, custodito nella chiesa del convento francescano a Taviano (a destra nell’immagine comparativa che segue).

Tornando alla tavola di Gallipoli: l’attribuzione al Pordenone, il maggiore pittore friulano del Rinascimento, potrebbe essere stata indotta, oltre che da considerazioni stilistiche, proprio dal racconto tradizionale del mercante sorpreso dalla tempesta. Se è così, è legittimo supporre che non solo gli angeli ma anche le figure del donatario (il frate) e del donante (si direbbe un gentiluomo veneziano, quasi trasfigurazione shakespeariana del mercante) siano state aggiunte dopo?

Quasi mi pento di aver formulato questo dubbio rischiando, così, di fare concorrenza a Wikipedia (ancora lei! …) dove alla voce Chiesa di san Francesco (Gallipoli) (http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Francesco_d%27Assisi_%28Gallipoli%29) leggo:  L’interno, a tre navate, ospita dieci altari barocchi disposti lungo le pareti laterali. Tra le opere di gran pregio sono conservate: la tavola raffigurante San Francesco d’Assisi  “San Francesco d’Assisi con angeli e due donatori”, attribuita dalla tradizione a Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto il Pordenone, allievo di Tiziano[1]

La nota 1 rinvia a http://www.news-art.it/news/tiziano–lotto-e-paris-bordon-in-puglia.htm dove si legge … Tra le presenze in mostra spiccano in particolare due importanti opere di destinazione pubblica come la pala del Pordenone raffigurante San Francesco d’Assisi con angeli e due donatori (cat. 13), proveniente dalla chiesa di San Francesco in Gallipoli …

Sarebbe stato opportuno quantomeno ascrivere il numero indicante la nota a donatori e non a Tiziano, perché il Pordenone allievo di Tiziano è un’invenzione del redattore wikipediano (quel pediano mi ricorda i piedi …) della scheda forse mosso da un malinteso senso di campanilismo, insomma un compromesso tra quello regionale emergente dall’attribuzione a Tiziano di Bonaventura da Lama (s’ignora l’anno della nascita ma a p. 277 della seconda parte della sua opera si legge … Padre Basilio d’Altamura passò dall’Osservanza alla Riforma, conosciuto da me, mentre ero Novizzo in Gravina, l’anno 1666, molto cpntemplativo …) ribadita dal campanilismo, questa volta cittadino, del Ravenna e messa in dubbio da Miasen che non a caso era valtellinese …

Per concludere: un altro esempio dell’antico vizietto, universalmente praticato, di dare lustro, in modo quantomeno discutibile, alle memorie patrie.

 

Un commento a Breve storia del presunto Tiziano di Gallipoli

  1. UNA PRECISAZIONE: PAUPERTAS, OBEDIENTIA, CASTITAS …

    Il Santo appare in piedi sullo sfondo di un paesaggio marino. Guarda il crocifisso che tiene nella sinistra, mentre la destra è ferma all’altezza del suo costato indicando la piaga ricevuta come quella del Cristo trafitto. Tre angeli in alto reggono una corona. Su ognuna delle tre corone sono incise le tre virtù precipue del Santo e dell’ordine eponimo:

    PAUPERTAS, OBEDIENTIA, CASTITAS.

    In secondo piano, ai lati del santo campeggiano a sinistra un frate francescano, probabilmente il priore del convento al momento della realizzazione del dipinto, e un laico, stranamente in turbante sul lato opposto. Il dipinto fu donato al convento francescano con la funzione di ex voto da un mercante veneziano scampato a una tempesta. Questo dipinto costituisce una delle testimonianze tra le più interessanti circa la presenza della pittura veneta in regione e nel territorio salentino. (cfr..: http://www.patrimoniolatente.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=139&Itemid=135)

    Federico La Sala

    P.S. ALLA LUCE dell’indagine e delle acquisizioni del prof. Armando Polito, credo che sia tutto da riesaminare: personalmente ritengo molto dubbia la “notizia” di padre Bonaventura da Lama (del 1723) e l’attribuzione dell’opera a Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone (Pordenone, 1483 – Ferrara, 14 gennaio 1539:- https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Pordenone).

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