Lu giùnculu (lo spicchio)

di Armando Polito

La voce nel vocabolario del Rholfs1 è registrata, nel terzo volume che funge da appendice, per Galatone col significato di spicchio d’arancia ma senza alcuna indicazione etimologica. Per Giovanni Siciliano2 è da portiunculus. Prima di avanzare la mia ipotesi intendo fare qualche osservazione su quest’etimo che il Siciliano propone senza ombra di dubbio. Anzitutto osservo sarebbe stato meglio far precedere portiùnculus (qui aggiungo io l’accento perché, fra l’altro, per evitare equivoci, in studi di questo tipo sarebbe bene segnarlo sempre quando la parola non è piana) da un asterisco3 perché è attestato solo il femminile portiùncula, diminutivo di portio=porzione, parte. Per accettare l’etimo del Siciliano è necessario ipotizzare, poi, su *portiùnculus un’aferesi devastante; uso questo termine piuttosto pittoresco per stigmatizzare la presunta perdita di una sillaba iniziale (por) costituita da ben tre  fonemi, fenomeno da me mai prima incontrato nel dialetto salentino o in altri e del quale in italiano conosco un solo esempio4. Resterebbe da spiegare, inoltre, l’esito tiu->giu. A maggior ragione non è ipotizzabile (con caduta, questa volta sarebbe il record definitivo …, di ben quattro fonemi) la trafila *portiùnculus>*porgiùnculus>giunculu, in quanto l’intermedio porgiùnculus sarebbe inammissibile in quanto solo l’i– iniziale latino seguito da ia, e, u  diventa, rispettivamente, gia-, ge-, giu-. Sul piano fonetico l’etimo del Siciliano appare, perciò, improponibile, anche se è senz’altro plausibile su quello semantico. D’altra parte non è detto che un’ipotesi plausibile su entrambi i piani sia quella rispondente alla realtà, ma almeno obbedisce a due principi filologici fondamentali.

Io ne avrei, addirittura, due e lascio al lettore il compito di respingerle entrambe o di abbracciare quella che gli appare più convincente.

Prima ipotesi: giùnculu potrebbe essere considerato diminutivo dell’italiano cionco che può significare troncato, sciancato ma anche spossato. La voce è da cioncare=troncare, che da alcuni è fatto derivare dal latino medioevale extruncare. In italiano, però cioncare significa pure bere smodatamente e questo secondo cioncare deriva dal tedesco schenken=mescere). Alcuni ritengono che anche il primo cioncare abbia lo stesso etimo (dal tedesco) perché chi beve smodatamente è preso da spossatezza. C’è, infine, chi crede che il primo cioncare=troncare (da extruncare) abbia subito l’influsso della voce tedesca, il che spiegherebbe il diverso esito della parte iniziale.

Seconda ipotesi: diminutivo deverbale da iùngere=congiungere, con riferimento al fatto che lo spicchio non è che una piccola parte del frutto che, congiunta con le altre, contribuisce a formarlo.

Ho già detto che il Rohlfs registra la voce solo per Galatone ma, dopo aver detto che essa è di uso corrente anche a Nardò, chiudo con una nota personale: mia madre, quando nei pomeriggi d’estate c’era l’abitudine, da me odiata, del pisolino postprandiale, usava metaforicamente (forse era un uso gergale assolutamente personale) la voce nella locuzione: sta vvo mmi fazzu nnu ggiùnculu=sto andando a farmi uno spicchio (di sonno). ______

1 Gerard Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976.

2 Influsso delle dominazioni sul dialetto di Nardò in La Zagaglia, anno III, n. 10 (giugno 1961), p. 76.

3 Debbo dire che in tutte le sette pagine del lavoro citato l’asterisco mostra di essere un segno diacritico sconosciuto e che molti etimi non reggono all’esame fonetico; un esempio per tutti: scucchiàre vien fatto  derivare dallo spagnolo escoger (che, aggiungo io, è dal latino excollìgere), quando il suo l’etimo è di una linearità fonetica e semantica esemplare, cioè da s– estrattivo (dal latino ex)+còcchia (voce salentina corrispondente all’italiano coppia, che è dal latino còpula.

4 Lemme (usato solo nella locuzione lemme lemme), che viene fatto derivare, peraltro dubitativamente, dal latino sollemne(m); il fenomeno dell’aferesi, a quanto ho potuto rilevare, di solito coinvolge: la sillaba composta da due fonemi che siano vocale+consonante, in cui la consonante è simile alla successiva (condizione, questa, che si verifica pure nel caso di lemme): innante>nante, allocco>locco, immondezza>mondezza, etc. etc.;  la sillaba costituita da una vocale (aguglia>guglia, epitaffio>pitaffio, etc. etc.); la sillaba costituita da consonante+vocale (signornò>gnornò, dispacciare>spacciare, etc. etc.).

 

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3 Commenti a Lu giùnculu (lo spicchio)

  1. in agro di: Monteroni -Arnesano -Magliano- Carmiano la richiesta di uno spicchio di “manderinu e portucallu”è chiesto in questo modo: eee…nu me tai nu cucaru …(uno spicchio) per la stessa su Lecce è “fungicculu o fungiucculu “-cordialità sempre, peppino.

  2. Probabilmente non immagina neppure quanto il suo intervento per me sia stato prezioso. Esso, infatti, mi consente di dimostrare come un’integrazione apparentemente buttata lì per caso possa rivelarsi determinante per diradare qualche dubbio o, addirittura per risolvere un problema, come credo sia successo nel nostro caso. Mi auguro che altri seguano il suo esempio.

    Le varianti ”fungìcculu” e “fungiucculu” possono senza dubbio essere considerate sorelle di “fuggiùcculu” e di “figghiùnculu” registrati dal Rohlfs il primo per Latiano e il secondo per Brindisi, Oria, S. Vito dei Normanni, Taranto, Pulsano, San Giorgio sotto Taranto, Direi, però, che la madre di tutti è “figghiùnculu”, che deriva da “figlio” con l’aggiunta del suffisso “-unculu”, in italiano “-uncolo”, che conferisce una connotazione diminutiva con o senza sfumatura peggiorativa (come in “ladruncolo” da “ladro”, “peduncolo” da “piede”, etc. etc.).

    Concludendo e abbandonando le ipotesi etimologiche avanzate: “giùnculu” deriva senz’ombra di dubbio dalla forma brindisino-tarantina “figghiùnculu” per aferesi attraverso la trafila “figghiùnculu”>”gghiùnculu”>”giùnculu”.

    L’idea del “figlio” sembrerebbe conservarsi (e questo darebbe ulteriore vigore alla nuova proposta etimologica) pure in “cùcaru” col significato, a seconda delle zone d’uso (a Nardò, però, è sconosciuto), di “spicchio” ma anche per indicare il cuore di un ortaggio o il tuorlo dell’uovo. Proprio da quest’ultimo significato sono derivati i due appena indicati e tutto quadra perché “cùcaru” appare come derivato di “cucu” (voce onomatopeica-infantile) usata a Manduria col significato di uovo. L’accento sulla terzultima sillaba mi fa supporre un’origine greca; e penso a “κόκκαλος” (leggi “còccalos”)=pinolo (può essere considerato uno “spicchio” della pigna), a sua volta da κόκκος=chicco, pizzico, pillola.

  3. A Neviano lo spicchio viene chiamato “culia”. Esempio:
    – Tamme na culia te partacallu – Dammi uno spicchio di arancia
    – Tieni na culia te aju ? – Hai uno spicchio d’aglio ?

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