Una nota su Alberico Longo di Nardò

di Armando Polito

Sarà gelosia, invidia, senso di inferiorità, sarà quel che sarà ma non posso restare inerte di fronte al fenomeno dilagante della salentinità sbandierata, col piglio di uno scoop sensazionale teso a recuperare quel prestigio che forse si avverte in buona misura perduto,  su qualche giornale o blog locale (vedi sull’argomento https://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/25/la-ricerca-ossessiva-del-nesso-salentino-negli-affari-delluniverso/#comment-44779). Così, giusto per fare un solo esempio, ultimamente abbiamo appreso che un pezzo di Salento è nello spazio, sia pur sotto le graziose forme dell’astronauta Samantha Cristoforetti. E tutto questo solo perché ha compiuto una tappa della sua formazione a Galatina … sarebbe come se un napoletano considerasse un pezzo del suo territorio uno studente neretino laureatosi nella città di Partenope.

Una volta l’orgoglio territoriale trovava fondamento nell’aver dato i natali a questo o a quel personaggio importante, anche se esso era diventato tale dopo che, giocoforza, se ne era allontanato. E da che la globalizzazione ha reso irrilevante tale dettaglio, io, da cittadino del mondo quale mi sento, trovo ridicolo agganciarsi a certi appigli per mettere in evidenza la propria individualità, singola o collettiva che sia.

Tuttavia, siccome oggi in me la gelosia e l’invidia prevalgono sul senso del ridicolo, voglio parlarvi pure io di un pezzo di Salento, anzi, per fare le cose più in grande, di Nardò. Questo pezzo non ha forma perché al momento non ci risulta pervenuto nessun suo ritratto, ma ha il nome e cognome già apparso nel titolo, dettaglio che mi sarei dovuto giocare diversamente tacendolo per il momento, come avrebbe fatto anche una mezza calzetta di giornalista per il quale gli strumenti espressivi atti a suscitare curiosità dovrebbero essere il pane quotidianamente sfornato per clienti, se non buongustai, quantomeno affamati …

E se l’avessi fatto deliberatamente dopo aver constatato che sull’elenco telefonico 2013-2014 degli utenti di Nardò compaiono ben nove Longo? Premesso che non lo rivelerei nemmeno se mi si costringesse a rivedere una serie intera di registrazioni di dibattiti parlamentari, passo ad argomenti, si spera, più seri.

Il lettore con un minimo di curiosità troverà tutto ciò che si conosce su Alberico Longo in http://www.treccani.it/enciclopedia/alberigo-longo_%28Dizionario_Biografico%29/. Io invece voglio documentare come un pezzo di Nardò compare, e fa un figurone, in un genere letterario di cui ho già avuto occasione di occuparmi in relazione ad altri casi di salentinità (https://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/31/la-puglia-e-la-taranta-in-un-repertorio-di-simboli-del-1603/).

Si tratta dei repertori di simboli, imprese, emblemi, che conobbero un successo ininterrotto dalla prima metà del XVI secolo fino a tutto il XVII. Tali testi sono sostanzialmente una raccolta di schede ognuna delle quali è costituita da un’immagine che può riguardare i temi più disparati: dal mondo animale, vegetale, minerale all’astrologia, dalla numerologia alla mnemotecnica. A supporto di ogni immagine vi è un testo la cui ispirazione può andare dai testi sacri agli autori classici latini e greci, dai poeti alessandrini a Petrarca.

Rientra in questo genere letterario il Symbolicarum quaestionum de universo genere quas serio ludebat libri quinque del bolognese Achille Bocchi. Come già per il Longo al lettore che su di lui voglia saperne di più segnalo il link http://www.treccani.it/enciclopedia/achille-bocchi_(Dizionario-Biografico)/. Di seguito il frontespizio tratto, come le immagini che seguiranno, da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k59239r.r=bocchi.langEN, link ove l’opera è integralmente consultabile e scaricabile.

Il volume si apre con una serie di presentazioni in versi dell’opera fatte da letterati dell’epoca. La prima è proprio quella del nostro Alberico Longo (dopo di lui il  bolognese Tiresia Foscarario1, il palermitano Giano Vitale2 e il ferrarese Giovan Battista Pigna3). Alla pagina originale ho aggiunto di mio la trascrizione a fronte (con qualche correzione) e in calce la traduzione e alcune note esplicative.

 

Traduzione: Titiro, nato presso le spiagge dei Monti Ausoni, del quale vecchio non c’era altro più caro alle Muse, il giorno prima della morte, appesa la zampogna nella caverna dell’Elicona,  con la mano tremante scrive queste parole: “Titiro prossimo a morire ha deposto questa zampogna per Febo e per tutta la schiera delle Grazie e delle Pieridi. Molti Dameta, molti Aminta si sforzeranno di portarla via; ma la sorvegli il padre Apollo. Quando tuttavia un nipote, auspice la musa, raggiungerà questo vostro antro, il mio Bocchi sia l’erede”.  Febo annuì a questo augurio: il solo Bocchi ha la zampogna da te, o Titiro, deposta alle Muse.

La composizione in distici elegiaci opera il consueto ricorso al patrimonio mitico-letterario classico per esaltare il presente. Così Alberico Longo viene celebrato come l’unico degno erede di Titiro (il pastore dell’ecloga I di Virgilio qui assunto a simbolo della poesia) che trionferà su altri concorrenti di livello inferiore  (simboleggiati qui da Dameta e da Aminta, anche loro celebrati da Virgilio nella terza ecloga). Il nome Aminta appare nella letteratura greca ma come personaggio storico (un re di Macedonia) in Erodoto (V secolo a. C.), Storie, V, 17 e l’inventore dell’omonimo pastore non è Virgilio (I secolo a. C.) ma Teocrito (III secolo a. C.), Idilli, 7, 2. Aminta, poi, sarà il protagonista della omonima opera del Tasso (l’editio princeps risale al 1580 ma la favola era già stata rappresentata nel 1573), dell’Amyntas di Thomas Watson (1585), che fu poi tradotta dal latino in inglese nel 1587 da Abraham Fraunce col titolo The Lamentations of Amintas for the death of Phyllis, e de Il pastor fido di Giovan Battista Guarini (editio princeps nel 1590).

Subito dopo la composizione che ho appena finito di esaminare nel libro c’è una tavola con l’immagine del Bocchi (1488-1562).

Inizia, poi,  il testo vero e proprio con una serie di componimenti (per lo più in latino, pochi in greco), ognuno preceduto da una tavola avente come intestazione un motto in latino, composti dal Bocchi e dedicati a personaggi importanti come re, cardinali, papi, senatori, filosofi; uno, il CXLV (pp. CCCXXXIIII-CCCXXXIV) è dedicato al figlio Pirro.

Il CXLIII (pp. CCCXXX-CCCXXXI) è particolarmente importante perché, a differenza degli altri, reca il nome dell’autore e non del dedicatario. In altri termini: scritto da (e non per) Alberico Longo fu inserito dal Bocchi nel suo lavoro e questa unicità, secondo me, è una prova unica e incontrovertibile del prestigio di cui il neretino godeva. Integrerò questa osservazione dopo aver proposto le due pagine relative (come ho già detto ogni simbolo comprende un’immagine e il testo) aggiungendo anche questa volta di mio la trascrizione a fronte e in calce la traduzione e qualche nota.

Nella tavola è raffigurato il Bocchi, con sullo sfondo il tempio ideale della filologia, mentre viene incoronato da una figura femminile simboleggiante la città di Bologna mentre un’altra gli tiene aperto un libro dal quale con atteggiamento quasi ieraticamente deciso il letterato bolognese legge. Che si tratti di lui lo confermerebbe la comparazione tra il dettaglio ingrandito e il ritratto che già conosciamo.

Che la figura femminile a destra per chi guarda sia la città di Bologna lo indica il LIBERTAS che si legge sul vessillo (nel dettaglio che segue).

Nel 1376 il popolo bolognese, in risposta alla chiamata di Firenze che invitava alla ribellione le città sottomesse al papa, si ribellava alla signoria pontificia e occupava il Palazzo del Podestà proclamando il libero governo della città. I fiorentini inviarono allora a Bologna un aiuto militare e un gonfalone blu col motto Libertas, dettaglio il cui ricordo è presente nell’attuale stemma della città (immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Bologna-Stemma.png).

La figura femminile che tiene il libro simboleggia secondo Annarita Angelini4 la Fama. Tuttavia mancano in essa le ali, dettaglio iconografico importantissimo. Credo, perciò, anche in base al testo che correda la tavola, che essa simboleggi la Filologia.

 

Traduzione: Questo era un labirinto avviluppato dalle tenebre e nere nubi, queste erano state porte rivestite di diamante. Sotto la guida di Mercurio e di Febo un secondo Achille le infranse e intrepido irruppe attraverso i ciechi luoghi. Portò alla luce quei simboli che un tempo furono sepolti nelle nuvole e nel sonno e la simbolica dea. Vedi come ella gode della luce da gran tempo agognata e segue le orme del suo vendicatore? Come ignora il nero velo che le scivola dalla testa e come la nuda aurea capigliatura risplende tutta? E come avanza fiera dei libri aperti e come tutto ciò che prima era nascosto ora diventa manifesto? Vedi anche come una bella donna orni le dotte tempie del suo poeta con una duplice corona? Per prima viene conferita quella di oro, corona donata in segno di trionfo, la segue  quella di alloro di Apollo amore del poeta. Quella donna incoronatrice fu chiamata buona Felsina perla quale stanno i bei trofei per il suo poeta. Vedi come ci sono parole scritte sui famosi trofei? Ora leggi, affinché tu conosca cosa le parole vogliano dire. Ecco, questa patria, o Bocchi dà la vita a te che la fai conoscere alle genti senza labirintiche tortuosità.

Pure questo secondo componimento è in distici elegiaci; esso ricalca perfettamente le linee encomiastiche del precedente con un’amplificazione che mette insieme con la poesia la filologia.

Poco fa ho motivato le ragioni della stima di cui secondo me, il neretino godeva presso il bolognese. Sono malizioso se aggiungo che in base alle stesse considerazioni mi sento autorizzato a supporre nel Bocchi una buona dose di umana, umanissima vanità? E a ridimensionare questa mia malizia non vale notare che nella successiva edizione5 (di seguito il frontespizio) scomparvero sì le dediche iniziali, ma rimase, però, il simbolo CXLVI ideato da Alberico Longo.

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1 (1485-1552), autore di opere di carattere religioso (Divi Francisci vmbrigenae gesta, s. n. s. d; Conversio Divi Pauli, s. n., s. d.; Donatio Constantini magni imperatoris erga Romanam sedem, Bartolomeo Bonardo, Parma, 1549).

2 Legato alla corte di Leone X (papa dal 1513 al 1521),  fu autore di scritti di carattere storico, religioso ed encomiastico:  In divos archangelos hymni, s. n., s. l., s. d.; Ecclesiae Catholicae oratio, Cancer, Napoli, 1560; Teratorition, Mazocchi, Napoli, 1514;  Epistola de ingressu Gallorum in Mediolanum, et de eorum victoria, s. n., s. l., 1515; Lachrymae in obitum Francisci Ferdinandi davali Aquinatis magni Pischariae Marchionis, s. n., s. l. s. d.; De divina Trinitate, Silber, Roma, 1521; Elogia Romanorum pontificum maximorum, Giaccarello, Bologna, 1550; De Ungarorum cruciata, facta anno 1513 et de infanda saevitia utrinque patrata, et de nostrorum temporum invidia, s. n., s. l., s. d.; In Psalmum Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam. Meditationes. Eiusdem epithalamium Christi, et ecclesiae, eiusdem paraphrases in Psalmos de profundis clamavi, et Deus misereatur nostri, Giaccarello, Bologna, 1553. Bocchi si sdebiterà dedicandogli il simbolo CXVII del libro V (pp. 328-329).

3 (1529-1575). Fu autore dei trattati Il duello, Valgrisi, Venezia, 1554; Historia de’ principi d’Este, I romanzi, Valgrisi, Venezia, 1554; del poemetto Gli eroici, Gabriel Giolito de’ Ferrari, Venezia, 1561.

4 Simboli e questioni. L’eterodossia culturale di Achille Bocchi e dell’Hermathena, Pendragon, Bologna, 2003, p. 15, nota 28.

5 Integralmente leggibile (ma non scaricabile) in http://alfama.sim.ucm.es/dioscorides/consulta_libro.asp?ref=B21113907&idioma=0

 

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