Un’epigrafe in via Regina Elena a Giuliano di Lecce

di Marcello Gaballo e Armando Polito

VIRTUS INVIDIAM FRANGIT

LABOR FORTUNAM CONCILIAT

HUMILITAS FORTIORA VINCIT

La virtù frantuma l’invidia

Il lavoro propizia la fortuna

L’umiltà  supera prove piuttosto difficili.

 

Da un punto di vista di semplice scrittura epigrafica colpisce la compresenza di caratteri maiuscoli e minuscoli.

Questi ultimi sono in totale minoranza nella prima linea:  1, la r di FrANGIT, su 19 (sarebbero 21 se le I di INVIDIAM e di FRANGIT non fossero state inglobate rispettivamente in D e in G); i caratteri minuscoli trionfano nella seconda linea (17/21) e sono totalmente assenti nella terza. Da notare pure nella prima linea la compresenza di una R maiuscola (quella di VIRTUS) e  di una minuscola (quella di FRANGIT) e nella terza linea la forma della T di VINCIT diversa da quella di HUMILITAS, la quale, invece, ricalca le T presenti nella prima linea (in VIRTUS e in FRANGIT) e nella seconda (in Fortunam e in conciliat). Non è sufficiente tutto ciò, secondo noi, per affermare che la mano fu unica: basta osservare nella seconda linea la forma di r in Fortunam  (coerente con quella di Labor) e nella prima linea la forma della r di FrANGIT , nonchè nella prima linea la forma di N (coerente in INVIDIAM e FRANGI) e, nella terza linea, la forma della stessa lettera in VINCIT. Per noi il manufatto è opera di tre scalpellini diversi.

Se da un punto di vista formale l’iscrizione, come s’è visto, non pone grossi problemi, è considerando quello sostanziale che s’incontrano notevoli difficoltà, non certo per l’interpretazione di quanto è scritto, il cui contenuto morale è più che chiaro, anche se ritorneremo verso la fine per dire il nostro parere, non rinunciando ad un riferimento ai tempi attuali.

Il lettore ricorderà quanto a suo tempo fu detto sull’iscrizione di Francavilla Fontana (foto in basso) nel post del 30 giugno u. s. (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/30/linvidia-cede-alla-virtu-lettura-di-uniscrizione-a-francavilla-fontana/).

Lì si trattava dell’adattamento (con l’eliminazione dI SIC) del motto di una marca tipografica: VIRTUTI SIC CEDIT INVIDIA. Un’indagine nello stesso settore ha dato esito negativo per l’iscrizione oggi in esame. È incontrovertibile, però, che la sua prima linea e l’iscrizione derivata dal motto sono due modi diversi solo nelle componenti grammaticali per esprimere lo stesso, identico concetto.

La buona, vecchia, cara (ma, per quanti ormai?) analisi logica ci viene in aiuto:

VIRTUS=nominativo femminile singolare da virtus/virtutis; funzione logica: soggetto; traduzione: La virtù

INVIDIAM=accusativo femminile singolare da invidia/invidiae; funzione logica complemento oggetto; traduzione: l’invidia;

FRANGIT=terza persona singolare del presente indicativo attivo di frango/frangis/fregi/fractum/fràngere; funzione logica: predicato verbale; traduzione: frantuma.

Traduzione finale: La virtù frantuma l’invidia.

VIRTUTI=dativo femminile singolare da virtus/virtutis; funzione logica: complemento di termine; traduzione: Alla virtù;

INVIDIA=nominativo femminile singolare da invidia/invidiae; funzione logica: soggetto; traduzione: l’invidia;

CEDIT=terza persona singolare del presente indicativo attivo di cedo/cedis/cessi/cessum/cèdere; traduzione: cede.

Traduzione finale: L’invidia cede alla virtù.

Da notare nelle due iscrizioni la sequenza parallela delle parole chiave (sostantivo/sostantivo/verbo) la cui mutata funzione logica è dovuta proprio all’adozione di un verbo che, transitivo (e anche  concettualmente attivo) nella prima, ha indotto l’accusativo INVIDIAM, intransitivo (e concettualmente passivo) nella seconda ha indotto il dativo VIRTUTI.

A quanto pare non sono le sole varianti dello stesso concetto se, per esempio, il motto della marca tipografica  di Vittorio Baldini e Carlo Zenero (Ferrara, 1615-1647) (foto in basso) è: INVIDIA VIRTUTE SUPERATUR (L’invidia è superata dalla virtù).1

marca Baldini e Zenero

 

Passiamo alla seconda linea dell’iscrizione di Giuliano: LABOR FORTUNAM CONCILIAT. 

Se  indaghiamo sulla presenza della parola LABOR nelle marche tipografiche, la troviamo in questi motti:

IN LABORE SOLAMEN (Nel lavoro il conforto) (Girolamo Bordone, Milano, 1609);

HINC LABOR, HINC MERCES (Da qui il lavoro, da qui la ricompensa) (Girolamo Bordone, Milano, 1615);

IMPROBUS LABOR OMNIA VINCIT (Il lavoro che oltrepassa l’ordinario vince ogni cosa)(Marco Amadori e Gervasio Anesi, Venezia, 1623-1630) e la variante LABOR OMNIA VINCIT IMPROBUS (Marco Amadori, 1585 e Marco Amadori e Luciano Pasini, 1584).

Operando la stessa indagine per FORTUNA mai troviamo questa parola associata a LABOR (che i tipografi avessero capito tutto…? ), sicchè dei motti riportati solo l’ultimo ci sembra accostarsi in qualche modo al testo della seconda linea.

Esaminiamo quello della terza: HUMILITAS FORTIORA VINCIT; tra i motti delle marche tipografiche la parola humilitas non compare neppure una volta (siamo sempre più convinti che i tipografi avessero veramente capito tutto…). L’assenza del nesso, a quanto ne sappiamo, negli autori classici ci autorizza a pensare che essa sia figlia, insieme con le altre, della sentenziosità dell’epoca.

Ma per le prime due vogliamo chiudere con una mossa filologica ad effetto, con la testimonianza di  Anton Francesco Doni (1513-1574) :” Attorno a questa intrata sotto il cielo per fregio vi si leggono queste lettere: labor fortunam conciliat; virtus invidiam frangit2. A chi ne sa più di noi e ha il tempo e la voglia di un confronto visivo diretto (ammesso che l’iscrizione ricordata dal Doni sia ancora nel posto originario), lasciamo il compito di stabilire priorità cronologiche, anche se riteniamo che l’iscrizione di Giuliano, per ragioni stilistiche e non sentimentali…, sia anteriore a quella del Museo Gioviano.

Ci eravamo ripromesso all’inizio di dire la nostra sui contenuti: abbiamo dei dubbi (le osservazioni fatte sui tipografi, forse, non sono infondate…) che già all’epoca a cui risalgono rispecchiassero valori in auge; quanto di quei valori sia rimasto nella nostra lasciamo al lettore trarre le dovute conclusioni…

____

1 Lo stesso concetto, ma generalizzato, compare nel motto delle marche tipografiche di Astolfo Grandi (1559-1576) e Ludovico Grignani (1625-1650): SIC VIRTUS VITIA FUGAT (Così la virtù mette in fuga i vizi); in quelle di Domenico e Giovanni Guerra (1555-1607) e Agostin Pasini (1619-1623): VIRTUS DERIDET IMPETUS; in quella di Erasmo Viotti (1607): VIRTUS SECURITATEM PARIT.

2 Il Museo Gioviano descritto da Anton Francesco Doni, in Archivio storico lombardo, serie III, anno XXVIII, fasc. XXXI, 30 settembre 1901, Fratelli Bocca, Milano, pag. 145. Si tratta del museo privato che Paolo Giovio aveva allestito nei primi decenni del XVI° secolo nel suo palazzo sul lago di Como, museo in cui spiccava una collezione di ritratti.

4 Commenti a Un’epigrafe in via Regina Elena a Giuliano di Lecce

  1. Condivido quanto avete scritto a proposito del contenuto dell’epigrafe. Quanto ai tre scribi sono ancora perplesso. La commistione di maiuscole e minuscole nella scrittura epigrafica è fenomeno ben attestato in Salento e proprio l’utilizzo di alcune minuscole tra i tre righi di scrittura a me sembra abbastanza coerente in quest’epigrafe (parlo soprattutto della lettera erre minuscola o ancora vi chiedo di considerare la lettera effe che appare sempre simile con l’asta orizzontale superiore aggettante su quella inferiore). A parere mio colpisce di più la differenza nelle dimensioni tra i righi 1/3 e 2. Eppure, a ben vedere, anche a rigo 2 il modulo delle lettere, ovvero il rapporto tra altezza e larghezza, è tendenzialmente rettangolare, come negli altri, seppur con dimensioni medie delle lettere ben più ridotte. Forse lo scriba aveva considerato male lo spazio all’inizio, oppure “in scribendo” ha deciso o gli è stato chiesto di aggiungere una porzione di testo, oppure, ancora, si era solo dimenticato ed ha provato a rimediare. L’edificio su cui giace è databile ed in caso positivo può essere coevo almeno per grosse linee all’epigrafe?

  2. In effetti l’ipotesi dei tre scalpellini può apparire, e forse è, sovradimensionata. Il post originale fu pubblicato la prima volta in “Spigolature salentine”, il blog padre di quello attuale prima che la fondazione nascesse, più di tre anni fa. Il testo fu scritto quasi di getto sulla scorta della sola immagine dell’epigrafe reperita in rete. Rigore metodologico avrebbe imposto, come lei giustamente ricorda, uno studio del contesto, che ci ripromettevamo di fare in un secondo tempo per integrare il primo lavoro. Dice un vecchio proverbio neretino “mar’allu muertu ci non è cchiantu allora”, corrispondente in parte all’italiano “passata la festa, gabbato lo santo”. Così è stato e, almeno per ora, di visita in loco non se ne parla.

  3. condivido con Voi queste belle opportunità-sia letterarie che stilistiche -la mano dello scalpellino è unica: probabilmente accortosi della esiguità dello spazio ha saputo dettagliare le lettere (nel gergo nostro “à strittu” ).

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